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PANDEMIA, RECESSIONE E LOTTA DI CLASSE

(24 Maggio 2020)

Editoriale del n. 89 di "Alternativa di Classe"

FMI 2

La pandemia di COVID-19 è ormai presente davvero in tutto il mondo. Mentre i contagiati accertati, con tutte le riserve in difetto che si possono esprimere in merito (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 87 a pag. 3), superano i 5 milioni di persone, la curva di crescita, dopo l'aumento esponenziale, si trova vicina al picco, senza iniziare ancora la fase di discesa. I Paesi non ancora raggiunti ufficialmente dal contagio sono ormai eccezioni che non coprono le dita di una mano... E' soltanto il capitalismo a risultare più diffuso nel mondo di questa pandemia!
La presenza del virus in questa fase iniziale si è, ovviamente, stabilizzata per più tempo in quei Paesi che non hanno abbracciato tempestivamente, per diversi motivi, misure di confinamento della popolazione. E' pur vero che si è trattato di un virus nuovo per l'uomo, e perciò poco noto, ma tali stesse misure, dove adottate, sono risultate comunque relativamente poco efficaci, dato che nessuno Stato nel mondo, nemmeno i più ricchi imperialismi, aveva adottato le altre misure strutturali e organizzative minime già previste dall'OMS per la “semplice” pandemia influenzale (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 88 a pag. 2), dati i costi, considerati non remunerativi per il capitale.
Per il futuro, è prevedibile che in campo sanitario i Paesi più ricchi si dotino, nella migliore delle ipotesi, di alcune strutture in grado di arginare il ritorno di questa, e/o la diffusione di una nuova, pandemia, mentre la sanità privata, prima o poi, si specializzerà in risposte adeguate per pazienti solvibili. La ricerca di cure e/o vaccini sta procedendo, ma con le tempistiche dettate dai principali colossi farmaceutici internazionali, che, aldilà delle favolistiche immagini complottiste di sovranisti di destra e di “sinistra”, li intendono comunque inserire in contesti di uso tali da garantirsi i massimi profitti.
La “guerra” generalizzata tra i colossi farmaceutici è permanente, e gli Stati borghesi, al servizio del capitale, anche in campo farmaceutico tendono a garantire le multinazionali che hanno sede nel proprio Paese. Anche l'OMS, agenzia internazionale dell'ONU per le problematiche sanitarie, perciò, pur contemplando l'obbligo di finanziamento da parte dei Paesi aderenti, risulta oggi finanziata al 80% da “contributi volontari”. Tra questi, il principale finanziatore risulta Bill Gates, il fondatore di Microsoft, secondo, per cifra versata, soltanto agli USA, che a loro volta, per bocca di D. Trump, hanno dichiarato il 14 Aprile u.s. di volere ritirare il proprio finanziamento, accusando l'OMS di avere”coperto” le reticenze cinesi sul COVID-19.
In realtà è vero che ci sono state colpevoli reticenze della Cina, quanto è vero che già da prima della emergenza sanitaria D. Trump accarezzava l'ipotesi di un disimpegno statale USA nell'OMS (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 88 a pag. 2). Forse perché B. Gates è anche azionista di alcune multinazionali USA in competizione per produrre il prossimo vaccino anti-coronavirus. E' perfettamente normale che lo scontro interimperialistico si rifletta anche all'interno di una organizzazione ONU come l'OMS, con una Direttore Generale cinese dal 2007, cui è succeduto il politico etiope T. Adhanom Ghebreyesus, anch'egli legato alla Cina, e specialmente nel contesto in cui è in corso, dall'inizio di questo secolo, una sua privatizzazione di fatto.
Nel frattempo, per gran parte dell'Africa e per i Paesi più poveri a capitalismo dipendente, il coronavirus, rispetto al quale, dati i sistemi sanitari labili, i controlli sono minimi o inesistenti, tenderà a stabilizzarsi indefinitamente senza un pesante intervento sanitario dei Paesi imperialisti, divenendo soltanto un'altra delle numerose calamità a causare morti e povertà, oltre a trovarvi un focolaio permanente. Aldilà di risultati di recenti studi che hanno individuato come fattori favorenti il contagio il tasso di popolazione anziana, le abitudini culturali ed il clima, che sfavorirebbero l'Africa come via preferenziale, lo stesso OMS, che, nonostante tutto, resta l'agenzia sanitaria più affidabile, dato che è l'unica, per sua stessa composizione, in grado di porre, correttamente, le questioni sul piano internazionale, sta divulgando numerosi allarmi per il continente nero, stimandovi almeno 190mila morti in più per il primo anno di COVID-19.
Mentre in alcuni Paesi, come la Cina, si teme già l'arrivo di una cosiddetta “ondata di ritorno” del SARS-CoV2, ed il Brasile del negazionista Bolsonaro ne sta diventando il nuovo focolaio nel mondo, in Europa si sta agendo ovunque per un frettoloso ritorno alla “normalità”, soprattutto per mitigare i nefasti effetti economici del blocco delle attività produttive, che ha incrementato la situazione di crisi preesistente. Nonostante il fatto che la pandemia ha colpito, ad esempio, la Germania in modo molto diverso da Italia e Spagna, i principali imperialismi europei sembrano essersi resi conto della necessità di continuare, seppure su nuove basi da ricercare, la partnership nell'Unione (UE), per fare fronte alla concorrenza capitalistica internazionale.
Se i principi delle misure adottate per affrontare la pandemia sono stati analoghi ovunque, ed ormai noti a tutti, vi sono differenti modalità con cui sono stati messi in pratica. Qui in Italia, ad esempio, ma non solo, le chiusure delle attività produttive nella prima fase sono state certamente tardive ed assolutamente insufficienti, data anche la scappatoia delle richieste ai prefetti, causando picchi di contagio fronteggiabili solo con enormi difficoltà da strutture sanitarie già rese fortemente inadeguate da decenni di tagli governativi (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 87 a pag. 2).
E' significativo che, rispetto alla cosiddetta “Fase 2” (termine mutuato dal Piano OMS contro la “Pandemia influenzale globale”, in Italia rimasto, in pratica, quello del 2006), lo stesso Ministro dei Rapporti con le Regioni, F. Boccia, di fronte alle insistenze di Confindustria e delle destre, a proposito della nuova fase ha dovuto dichiarare Sabato 9 che serve prudenza per fabbriche e luoghi di lavoro, dato che “...Gli ultimi dati dell'Inail dicono che 300 persone al giorno in Italia si contagiano sul posto di lavoro e 10 muoiono. E il lockdown si è allentato da una settimana soltanto..."
Disarmanti, infatti, appaiono i dati forniti dall'INAIL, per il quale, in base alle denunce presentate, e quindi con un conteggio per difetto, sarebbero stati 37mila i lavoratori contagiati fino al 4 Maggio direttamente in fabbrica, con 129 morti. Nelle ultime due settimane prima dell'inizio della “Fase 2”, i nuovi contagi denunciati sui luoghi di lavoro sono stati 9mila e 31 i morti, pari a 2,21 in media al giorno, con un aumento del 10% rispetto al periodo precedente (mentre i contagi sarebbero aumentati del 11%). Come prevedibile, le categorie professionali più a rischio di tutta la prima fase sono risultate, nell'ordine, gli infermieri e fisioterapisti, gli oss ed i medici, mandati allo sbaraglio, in una sanità pubblica “ammalata” come quella italiana.
L'aspetto sanitario non è certamente il solo, però, di cui lavoratori, e proletari in genere, si devono preoccupare. In tutto il mondo i proletari, e lo stesso sviluppo capitalistico, stanno pagando a caro prezzo l'assenza di prevenzione! Un sistema sociale, in cui, per sua stessa natura, al massimo si discute di medio termine (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 86 a pag. 1), di fronte ai guasti, spesso irreversibili, che esso stesso ha causato, oltre che agli umani, agli altri esseri viventi e all'ambiente, risulta incapace di garantire adeguati rimedi. E le conseguenze economiche e sociali della pandemia si vanno a sommare ad una crisi economica in realtà mai davvero superata, e che dalla stagnazione (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 86 a pag. 2), individuata a Davos, già minacciava una recessione mondiale.
In pratica, la crisi “da coronavirus” sta fungendo da acceleratrice di processi già in corso, e la misura di tale funzione dipenderà anche da come verrà fronteggiata la pandemia, e perciò dalla sua durata e dalla sua intensità. Il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.) ha diffuso una prima tranche di studi previsionali, ipotizzando tre diversi scenari, di cui il primo, il migliore, considera una, poco probabile, scomparsa della pandemia nel secondo semestre di quest'anno, raccomandando un, innaturale per il Fondo, urgente aumento di spesa immediato a sostegno dei servizi sanitari nazionali, a partire dalle economie più forti. Contemporaneamente, gli Stati e le banche dovrebbero sostenere “imprese e famiglie”, mentre è raccomandata perfino una cooperazione internazionale sulla messa a punto di un vaccino.
Tutte le principali economie dei Paesi imperialisti hanno subito contraccolpi. La Cina, il primo Paese ad esserne colpito, avrebbe subito nel primo trimestre una contrazione del PIL del 8%, per la prima volta dal '92, con una riduzione del 80% nella vendita di automobili ed un calo di oltre il 17% nell'export. Potrebbe avere, “seconda ondata” permettendo, un contenuto calo dell'occupazione, restando però, pur nella migliore delle ipotesi, uno dei pochissimi Paesi in cui il PIL potrebbe riuscire a crescere quest'anno, ma è essenziale, vista l'interdipendenza del commercio mondiale, una ripresa di crescita, sul piano della solvibilità, dei partner a livello internazionale.
Ancora più pesante è la crisi negli USA, dove all'aumento di oltre 33 milioni di disoccupati dall'inizio della pandemia fino ad oggi (dal 3,5% a Febbraio sono arrivati al 14,7% a fine Aprile), la perdita di occupazione per quest'anno è stimata dal F.M.I. balzare al 10,4%. La sua contrazione del PIL, nonostante il tempestivo pacchetto varato da 2000 miliardi di dollari, è stimata al 5,9%, vista anche la sicura maggiore riduzione degli Investimenti diretti esteri a livello internazionale rispetto anche alla crisi dei mutui sub-prime del 2008. E' in corso l'approvazione di un secondo pacchetto di altri 3000 miliardi di dollari. E, in un contesto del genere, cui va aggiunta una inflazione oggi prevista allo 0,6%, la battaglia elettorale americana del secondo semestre rende il quadro ancora più incerto, anche sul piano della stabilità dei rapporti internazionali.
Il molto contenuto aumento della disoccupazione in Germania, che continuerebbe a restare sotto al 4%, con un previsto calo del PIL al 7%, non compenserebbe la disoccupazione degli altri Paesi dell'Eurozona, che in media passerebbe, complessivamente, al 10,4%, mentre per il loro PIL medio è stimata dal F.M.I. una contrazione del 7,5%. La UE nel suo complesso, per contrastare gli effetti del COVID-19, a metà Aprile aveva già messo sul piatto aiuti per mille miliardi, con un Fondo di garanzia per le imprese da 200 miliardi della Banca Europea degli Investimenti, altri 100 miliardi per la Cassa Integrazione Europea, il “Ricovery Fund” di 500 miliardi per la ripresa e il 2% del PIL per spese sanitarie dal famoso MES (il cosiddetto Fondo salva-Stati).
Nell'Asia extra-cinese, mentre per il Giappone è prevista a fine anno una flessione del PIL del 5,2%, per l'India, ancora a metà Aprile, il F.M.I. continuava a prevedere un aumento del PIL, anche se solo del 1,9%, ma, nonostante l'altissima polarizzazione di condizioni di vita, il contagio in forte ascesa, insieme alla mortalità, soprattutto nelle aree più povere, ed ora anche calamità naturali, come il ciclone Amphan, rischiano di mettere in discussione tale previsione. Per il continente intero, il F.M.I. prevede per quest'anno la “crescita zero”. Sono, infatti, almeno 170 i Paesi del mondo in cui il PIL certamente diminuirà quest'anno. E le citate previsioni del F.M.I. danno una perdita complessiva del 3% del PIL mondiale.
La recessione mondiale prevista dal F.M.I. (sempre nella migliore delle ipotesi) è almeno 30 volte peggiore di quella del 2009, sicuramente la peggiore dopo la famosa “crisi del '29”, e di una intensità paragonabile ad essa. Per l'economia mondiale è all'ordine del giorno una decrescita, con 9mila miliardi di dollari in meno tra il 2020 e il 2021, in termini di beni e servizi realmente prodotti. A livello finanziario, la crisi minaccia «la stabilità del sistema finanziario globale» con strette per il credito; l'incertezza, che oggi predomina, sta comportando disinvestimenti negli stessi “mercati emergenti” di 100 miliardi di dollari. Forse è per questo che il F.M.I. ha dichiarato sostegno all'OMS in una conferenza stampa congiunta, parlando per la prima volta di una proroga della «moratoria sui rimborsi del debito e la ristrutturazione del debito» internazionale.
Fermo restando lo scenario “migliore” secondo l'F.M.I., grandi compagnie assicurative internazionali, come la francese COFACE, oltre alla recessione mondiale, del tutto certa anche per almeno una settantina di Stati, si spingono a prevedere che le restrizioni creditizie e le crisi, soprattutto per i Paesi emergenti, sia per la diminuzione del prezzo del petrolio, che per i disinvestimenti ed il calo del commercio mondiale, provocheranno una temibile crisi di insolvenze, con aumento di fallimenti anche di molte grandi imprese dappertutto, di cui la prevedibile immediata conseguenza sarà una maggiore tendenza verso il protezionismo, con le tensioni che ciò comporta.
La 73° Assemblea Generale dell'OMS, apertasi a Ginevra per la prima volta con modalità virtuali, non ha mai avuto un rilievo direttamente politico come ora, visto che l'argomento principe è stato l'agognato vaccino. UE ed Australia hanno proposto una risoluzione per una inchiesta indipendente su origini e diffusione del COVID-19, poi approvata, ed “un accesso universale, rapido ed equo a tutti i prodotti necessari per la risposta alla pandemia”. Lo scontro si è, però, focalizzato tra USA e Cina. Mentre la seconda, che ha dichiarato di avere agito bene e tempestivamente, ha dato la propria disponibilità a diffondere cura e/o vaccino, in caso li mettesse a punto, ed ha annunciato la donazione di 2 miliardi di dollari all'OMS, gli USA, per bocca di D. Trump, hanno accusato l'OMS di essere un “burattino della Cina”, confermando di voler tagliare ulteriormente il proprio contributo di 450 milioni di dollari. Due strategie comunicative diverse per due diversi imperialismi.
L'appello del Segretario generale dell'ONU, A. Guterres, per la sospensione di tutti i conflitti armati durante la pandemia, si è infranto sugli interessi imperialistici, che continuano ad alimentare guerre in Yemen, Myanmar, Colombia, Afghanistan, Burkina Faso, Sud Sudan, Libia e altrove, con ben due miliardi di persone, che hanno forti problemi ad evitare il semplice contagio, mentre già rischiano la vita anche di più in altri modi. Per loro, come per tutte le masse di poveri e diseredati del mondo, per i quali è già un problema arrivare vivi al giorno successivo, la pandemia rappresenta, al massimo, un problema in più. Molto più pericolose, invece, sono le conseguenze della crisi, sopra analizzate, che il coronavirus ha accelerato, e che il capitale vuole far pagare ad essi.
Il quadro mondiale finora considerato della “ipotesi ottimistica” su questa pandemia appare improbabile, e le previsioni del F.M.I. sulla recessione mondiale del 2020 potrebbero peggiorare fino ad altri 8 punti percentuali. Ad oggi, la Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) stima in circa la metà della forza-lavoro in età lavorativa quella a rischio di disoccupazione, e previsioni su tempi più lunghi rappresentano degli azzardi. Resta il solo dato di fatto che questa crisi avviene in un contesto in cui non esistono le “riserve di sviluppo” capitalistico che esistevano novanta anni fa, ai tempi della “Grande depressione”, e che alcuni dei danni ambientali, irreversibili, cagionati dallo sviluppo imperialistico (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pagg. 2 e 3), potranno essere arginati solamente in caso di uscita da questo tipo di sistema sociale.
La pandemia sta fornendo più di un elemento per dimostrare la natura di classe del sistema capitalistico, visto che, senza la concorrenza, probabilmente sarebbe già stata debellata, se non prevenuta, e palesare, perciò, la urgente necessità del suo superamento. Poi, ad esempio, negli USA il contraltare ai più di 30 milioni di disoccupati da pandemia è stato l'aumento di 282 miliardi di dollari di ricchezza del 1% più ricco. Tutti i provvedimenti che gli Stati vanno prendendo, compresi quelli dell'Italia con il “D.L. Rilancio”, danno una pioggia di miliardi alle imprese, mentre per i lavoratori, quando ci sono, vi sono solo briciole, mentre a troppi proletari stanno addirittura ritardando risorse più che necessarie, per giunta a fronte di prezzi che continuano ad aumentare.
Le politiche dei governi ricercano tutte una ripresa produttiva a pieno ritmo ed a tutti i costi, per scongiurare le chiusure delle imprese, cercando di mantenere i livelli di PIL o di arginarne il calo. Aldilà di qualche variante, non possono che puntare tutti ad un rilancio dell'economia, che cerchi, nel contempo, di mantenere livelli “accettabili” di convivenza con il coronavirus per il proprio Stato borghese, in relazione al proprio specifico ruolo nella divisione capitalistica internazionale del lavoro.
In questa situazione, a partire da una intransigente difesa collettiva della propria salute, necessaria in tutti i Paesi (“La nostra salute viene prima dei loro profitti”), per i proletari si tratta di non fare passare l'aumento del saggio di sfruttamento sui luoghi di lavoro e le logiche nazionaliste e liberticide nel sociale, che impongono “doveri sociali”, vietando, nel contempo, assemblee e manifestazioni. Qua e là stanno scoppiando focolai di risposta proletaria, a partire dalla propria condizione materiale, come in Messico, Libano, Cile e altrove. Unità internazionalista degli sfruttati nel mondo significa, innanzi tutto, lottare contro l'aumento dei ritmi di lavoro, e per la garanzia del salario con o senza lavoro, rifiutando ogni discriminazione all'interno della classe. Riconoscere i propri interessi di classe significa anche lottare per un futuro per l'umanità. E' sempre più COMUNISMO O BARBARIE.

Alternativa di Classe

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