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25 aprile

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(25 Aprile 2012) Enzo Apicella

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(Ora e sempre Resistenza)

Paolo Berizzi, L’Educazione di un fascista

Milano, Feltrinelli, 2020, pp. 235, € 16.00

(26 Maggio 2020)

berizzi educazione

Cosa destava preoccupazione prima del lockdown, prima che il Covid19 permeasse il tutto? C’era la destra, oggi detta “sovranista” ma i cui protagonisti, per il vero, in barba ad ogni sovranità ora proclamata hanno appoggiato tutte le guerre imperialiste agli ordini degli Usa e della Nato negli anni passati, che rischiava di andare al governo, per via elettorale. Un rischio che, per il momento, è forse solo congelato, rimandato. Se il tentativo dei “sovranisti” di collegare la pandemia all’immigrazione non ha avuto gli esiti auspicati, c’è pronto, a portata di mano, da cavalcare il malcontento che si va inevitabilmente legando alla crisi economica e sociale in agguato.
A febbraio, a ridosso della quarantena, Paolo Berizzi, l’autore di Nazitalia, sotto scorta per le sue inchieste sugli ambienti dell’ultradestra, ha dato alle stampe questo volume, catalogabile come instant book, fotografia del recentissimo stato delle formazioni neofasciste, nella loro organizzazione e nel loro assetto ideologico corrente. Siamo, se si vuole, all’epilogo di un processo che, ormai, affonda le sue radici nella notte dei tempi, forse, volendo mettere un punto fermo nel passato, ad una trentina di anni fa, al post Ottantanove. Da lì, l’Araba Fenice del neofascismo, nelle sue varie sembianze e declinazioni, approfittando dei venti favorevoli, ha spiccato nuovamente il volo sino a riuscire ad egemonizzare oggi i quartieri periferici nelle lotte, va da sé, contro l’insediamento di nomadi e migranti. L’elemento di novità inquietante, ed è un po’ la cifra del libro, è che se un tempo determinate forze si muovevano fuori dai perimetri parlamentari o appoggiandosi a partiti istituzionali dal consenso, comunque, limitato, come l’Msi, oggi vivono in esplicita simbiosi con partiti che godono d’un consenso di massa, della sua maggioranza relativa, stando alla Lega.
Entrando nel merito, il lavoro è strutturato in tre sezioni concernenti rispettivamente: l’organizzazione ginnico - militare, la formazione dell’infanzia (le colonie di Forza nuova) e, sostanzialmente, i rapporti con la destra istituzionale, oggi Fratelli d’Italia e, appunto, Lega. Su quest’ultima l’autore si sofferma maggiormente, perché si tratta d’un partito che, sulla carta, aveva origini antifasciste (vedendo nel fascismo una forza centralista e statalista) che, a ben vedere, però, erano minate sin dagli esordi del Carroccio. Rapporti tra Lega e forze di matrice neofascista, segnatamente nel bacino elettorale storico del leghismo, erano in essere da diverso tempo. Molti leghisti storici hanno, tra l’altro, trascorsi nell’eversione nera e hanno indubbiamente fatto loro da battistrada per certe relazioni. Poi, l’elemento di mera xenofobia, essendo ormai impraticabile il feticcio del secessionismo, ha prevalso ed ogni plausibile argine contro il sodalizio con i fascisti è venuto a crollare.
La disamina riguarda le varie formazioni neonaziste, o neofasciste che dir si voglia, tra quelle storiche e quelle salite agli orrori, è il caso di dire, delle cronache in questi anni; alcune più di respiro locale, altre con ramificazioni in giro per il Paese. Tra quelle nazionali, il ruolo di protagonista spetta ovviamente a Casapound, il partito, attualmente chiamatosi fuori dall’agone elettorale, che ha meglio saputo orientarsi a livello mediatico e capitalizzare le adesioni della gioventù, cogliendo a pieno e con scaltrezza lo spirito dei tempi. Qui c’è stata l’intuizione di affrancarsi, magari solo tatticamente, dalle istanze tradizionali di stampo cattolico - integralista, ancora appannaggio di Forza nuova, infatti in un lento quanto lungo declino, ormai anacronistiche in una società nei comportamenti agnostica e secolarizzata.
La lettura, non c’è dubbio, appassiona e coinvolge: ci si sente come in una galleria degli orrori dove non c’è limite al peggio e ci si domanda fin dove si possa arrivare. Il filo conduttore, come da titolo, è l’educazione, cioè il dinamismo con cui l’estrema destra forma le nuove generazioni, riesce a fare proselitismo e a reclutare giovani e giovanissimi, garantendosi altresì un indispensabile ricambio generazionale.
A riguardo, la parte prominente è la prima, quella inerente la rete di palestre, associazioni sportive e quanto altro utile al consolidamento del consenso giovanile. Nella fattispecie, ci si sofferma sulle arti marziali e sulla preparazione di fatto culturistica. Un mondo di energumeni ed esaltati, tra esoterismo d’accatto e filosofia da frasette motivazionali che, con il paravento de “la politica resta fuori”, si guadagna spazio tra le federazioni sportive, finanziamenti e contatti con migliaia e migliaia di ragazzi. Un mondo ancora perlopiù sommerso, assai più esteso di quanto possa apparire in superficie. Preoccupante certo, sotto il profilo dell’agibilità politica, ma qui l’autore non affronta, o lascia che sia il lettore a giungerci, una contraddizione: queste istruzioni marziali restano, all’atto pratico, un elemento più estetico che altro. Le aggressioni fasciste, infatti, è assai difficile che non si verifichino a colpo sicuro, senza la netta superiorità numerica degli aggressori (altra vicenda è la violenza negli stadi o ad essi associata). In sostanza, per pestare un bengalese che vende rose al semaforo o per stuprare una donna in stato d’incoscienza - gesti in cui i discenti dell’educazione fascista si sono distinti in questi tempi -, non occorrono il Muay thai o il Jiu-jitsu brasiliano. Anzi, la reale conoscenza di determinate discipline scongiurerebbe tali soprusi e vigliaccherie. Qui invece, l’unica aggressione resa dalla testimonianza d’un alunno della scuola fascista, se pentito o meno non si capisce, riguarda un pestaggio d’un ambulante immigrato che se ne stava per i fatti suoi, compiuta solo come rito d’iniziazione.
Un elemento d’interesse che non è debitamente affrontato altrove e su cui invece Berizzi spende un paragrafo, riguarda i videogame. Sì, perché al netto di tutta la retorica sulla cultura di strada, sullo stare sulla strada, sulle regole della strada etc., dagli anni Ottanta del Secolo scorso è con i videogiochi che l’infanzia occidentale è cresciuta. Con il computer, con la playstation e via andare, fino ai giorni nostri, con le risorse on line. Anche questo è un mondo sommerso, dove però si propongono trame di sadismo e sopraffazione che il bambino e l’adolescente assorbono nella solitudine della propria cameretta e, certo potenzialmente, riversano sulla realtà effettiva. Nell’intelligence si parla di home-grown, in relazione al terrorismo di matrice islamista, di colui che ha acquisito dalla rete e da solo le proprie, spesso velenose, convinzioni che altri possono manipolare. Un bacino da cui l’estrema destra pesca con sempre più frequenza.
Cosa manca, infine, a questa esaustiva trattazione? C’è sicuramente un grande assente: il responsabile che ha reso possibile e facile quest’educazione. Non si tratta dei fascisti che, detto drammaticamente, fanno il lavoro loro ma di chi li ha legittimati prestando ad esempio il fianco alle politiche di revisionismo strumentale. Berizzi evidenzia come i momenti clou delle commemorazioni fasciste riguardino la questione foibe. Chi ha consentito che letture prive di qualsivoglia criterio storiografico e correttezza deontologica assurgessero a verità di rango istituzionale, se non i dirigenti del Centrosinistra succedutisi negli anni?
Considerando inoltre la legge per cui in politica gli spazi vuoti vengono inevitabilmente occupati da altri, non può non aver inciso sulla crescita dei movimenti fascisti l’abbandono delle istanze di lotta e di cambiamento sociale della parte un tempo avversa. Un abbandono teorico e pratico, che si è riversato nei quartieri, nella quotidianità delle persone. La lettura antropologica sui fascisti dei nostri tempi può certo tornare utile ma occorre contrapporre al loro squallore non disgusti morali ed estetici, per cui magari chi cura la forma fisica, fa sport o va allo stadio è automaticamente un fascista. Anzi, è utile a tal proposito sostenere le realtà sportive popolari e di base già esistenti o crearne di altre. Affiancare all’agonismo sportivo la preparazione culturale e gli altri interventi fattivi sul territorio Certo, niente è assolutamente nuovo e anche queste realtà possono mutare nei presupposti e logorarsi - ed è un altro affare - ma questa è indubbiamente una delle strade al momento praticabili.

Silvio Antonini

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