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La borsa o la vita

La borsa o la vita

(15 Giugno 2010) Enzo Apicella
Il ricatto della Fiat: "Sopravvivere da schiavi o morire di fame"

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I SENZA-RISERVE DEGLI STATI UNITI D'AMERICA SCENDONO IN CAMPO

LA FORZA DELLA RIVOLUZIONE "ANONIMA E TREMENDA" VIVE E PULSA!

(4 Giugno 2020)

rivolta usa 3

La rivolta di una parte dei nostri fratelli di classe senza-riserve statunitensi innescata dall’assassinio di George Floyd è una azione di combattimento sociale e di massa di assoluta importanza e valenza nel quadro di una lotta, di un combattimento per la vita o per la morte che la marea proletaria e dei senza-riserve del mondo intero è chiamata a condurre, ed in effetti già si svolge, sul piano internazionale. Dentro alla catastrofe capitalistica di cui l’emergenza sanitaria Covid 19 è stato solo elemento detonatore e precipitatore (del punto di rottura storico che si è prodotto e delle enormi implicazioni del cataclisma in atto daremo conto a brevissimo su queste pagine).

La tensione e l’energia fisica di cui sta dando prova soprattutto quella gioventù proletaria – nera, bianca e di ogni altro colore;– in prima linea nella lotta di difesa e di attacco contro le milizie armate dello Stato borghese e contro la proprietà e la ricchezza capitalistiche, è una scarica di energia che si trasmette ai senza-riserve del mondo intero. Scuote e modifica i rapporti di Forza fra la potenza del capitale e quella del Proletariato Internazionale, ancora allo stato latente, disorganizzata ed “incosciente di sé”. La lotta scaturita da Minneapolis rafforza le lotte di classe ed anti-imperialiste ovunque, da Santiago a Baghdad. Ovunque, anche in Hong Kong dove ciò significa che si avvicina il momento del severo castigo per chi, in quel (ex) paradiso del business, si prostituisce all’imperialismo democratico di cui gli Stati Uniti d’America sono bastione.

La carica di violenza espressa dall’azione dei senza-riserve rappresenta la necessaria risposta ad una intollerabile cappa di oppressione che certamente è di razza ma che è, insieme ed in aggiunta, oppressione di classe. Quella parte di senza-riserve bianchi che conduce la lotta insieme ai fratelli neri, sente sulla sua pelle la condizione di miseria materiale e di alienazione umana dentro ad una stessa prigione-società del capitale. minneapolis businessIl grido rabbioso che si alza dalle piazze americane: “siamo tutti George Floyd!” non ha quindi nulla di retorico ma è grido di battaglia di chi oggi distrugge le vetrine dei mercati ed espropria le merci cioè piega le sbarre di quella prigione nella determinazione di doverla fare saltare per aria, domani, quella prigione. Di farla finita con La Merce, con Il Mercato cioè con il capitale.

Molto probabilmente l’ordine sarà ristabilito senza immediati sconvolgimenti dentro le mura della superpotenza “faro del mondo libero” (ma il vortice della catastrofe nella quale siamo aspirati prepara una serie di eventi “inimmaginabili”, così sembra causa l’inerzia che ci portiamo dietro nel cervello e nel corpo…) grazie al dispiegamento della forza armata dello Stato (super-democratico e super-costituzionale! Lo ricordiamo a beneficio dei tanti infinocchiati da questi specchi per le allodole). E grazie al fatto che difficilmente la rivolta in corso riuscirà a trascinare nelle piazze la massa della classe lavoratrice americana una parte non trascurabile della quale ha accordato, e tutt’ora accorda, una fiducia passiva al “patriota” Trump. Alle lusinghe della sua politica volta a protezione “del lavoro americano” e per la riconquista di quel benessere e di quella potenza nazionale dei tempi che furono. Trappola patriottica dentro cui il topo-salariato si illude di trovare il suo bel pezzo di formaggio da sgranocchiare. Come ai “bei tempi” andati, dove il proletario (bianco) americano poteva guardare dall’alto in basso i suoi fratelli di classe, in forza dei suoi alti salari, straordinario welfare e possibilità di consumo (e straordinario cumulo di debiti!). Ma quei “bei tempi” non torneranno più! Davanti a lui, come a tutti noi, c’è la fine del topo che i poteri borghesi si preparano a farci fare. Oppure c’è la fine del topo che la Rivoluzione proletaria farà fare alla borghesia e ai suoi servi di ogni razza e colore politico.

Ci sono già comunque un paio di eventi altamente simbolici (qualcosa di più che simbolico per la verità) che vogliamo evidenziare della sollevazione proletaria non ancora sedata.

Il primo. Il fuoco della lotta arrivato sino alle soglie della White House, ha costretto il “comandante in capo” e patriota Trump a traslocare, almeno nei frangenti per ora più caldi, nel bunker interno a quel covo. Ciò ci ricorda il trasloco cui è stato costretto un altro “super-potente” di questa terra, il sig. Macron anch’egli rintanatosi nel bunker sotto l’Eliseo in un paio di sabati bollenti (1 e 8 dicembre 2018) nel corso dei quali i senza-riserve francesi con e senza gilet sono andati molto vicino a stringerlo d’assedio quel palazzo simbolo del “potere dei ricchi”.

Non è affatto di poco conto che, nel cuore delle metropoli imperialiste: Parigi come Washington, una massa proletaria e di senza-riserve sia riuscita a portare i tizzoni del suo fuoco sotto portoni di quelle fortezze che sembrano inespugnabili. Simbolo di un potere che pare invincibile. La sola presenza di massa, in attitudine da lupo (in questo tempo che è da lupi) certo non da pecora o sardina, sotto le mura di quelle fortezze è una dimostrazione fisica, materiale che sposta, modifica, il rapporto di forza fra la potenza del capitale e quella del Proletariato Internazionale. Come i colpi delle rudimentali katyusha e le raffiche di kalashnikov che, virus o non virus, tolgono il sonno alla soldataglia imperialista asserragliata nelle sue basi attorno a Baghdad piuttosto che in Siria. Qualsiasi cosa abbiamo in testa o non abbiano in testa i combattenti anti-imperialisti e i proletari che impegnano la sbirraglia nelle città americane piuttosto che sui Campi Elisi! Estranei, indifferenti (se non ostili) gli uni dagli altri, eppure partecipi e agenti di una stessa Forza storica. Che vive e pulsa.

Il secondo evento altamente “simbolico”. Sempre a Washington, non lontano dal covo/bunker di Trump il fuoco della rivolta proletaria ha toccato la sede centrale dell’Alf-Cio cioè dell’American Federation of Labor and Congresso of Industrial Organizations il principale SINDACATO COLLABO- RAZIONISTA americano. Devastando- la.

Sindacato collaborazionista non principalmente con Trump, ma collaborazionista con gli interessi nazionali “della Patria” americana cioè del capitalismo americano alla cui potenza esso lega a filo doppio la difesa degli interessi dei suoi associati lavoratori. Sindacato collaborazionista che “attacca” e accusa la borghesia americana di “tradire gli interessi nazionali” delocalizzando e investendo i suoi capitali fuori dai confini, invece di cavare il plusvalore dal lavoro salariato in patria. Un sicuro istinto di classe ha guidato l’azione “teppistica” dei rivoltosi: evviva i teppisti della lotta di classe!

A proposito di collaborazionisti. Merita dar conto della dichiarazione di solidarietà con la famiglia di George Floyd (“vittima del pregiudizio razziale e della brutalità in questo paese”) attestata dal presidente (nero) dell’UAW, sindacato dei lavoratori dell’auto. Un attestato di solidarietà e soprattutto un appello urgente alla conciliazione e alla pace sociale attorno “ai valori comuni as Americans”. Scrive il capo sindacale fedele servitore della nazione: we are ALL (in maiuscolo) Americans. Non dunque “we are all George Floyd” cioè oppressi, neri e bianchi, nella medesima prigione democratica e capitalista COME E’ NELLA REALTA’ ma “all americans” che “non possono essere divisi dal colore della pelle”. Difatti negli stabilimenti che egli rappresenta i salariati sono torchiati senza alcuna discriminazione come ancora vigeva fino agli anni ’70. Ora siamo tutti “liberi e uguali” alla catena di produzione, lo dobbiamo essere anche fuori dice il capoccia. Niente di nuovo nella litania dei pompieri sociali, se non che in questa circostanza nelle primissime righe della suo attestato di solidarietà il presidente dell’UAW mette in chiaro subito una cosa: i lavoratori americani devono assolutamente distinguere le mele marce (da punire esemplarmente) dai “nostri coraggiosi uomini e donne in divisa, eroi che lavorano ogni giorno per proteggerci tutti”. (Detto in questi giorni, con la Guardia nazionale mobilitata in decine di città!) La polizia, la Guardia nazionale e tutti gli altri “brave men and women in blue” non montano in armi la guardia alla proprietà e alla ricchezza capitalistiche. No: “ci proteggono tutti”!

Questa viscida e spregevole “solidarietà” espressa da un funzionario importante dello Stato (che svolge il suo lavoro dentro la classe operaia) significa due cose: che il livello della tensione e dello scontro sociale è davvero elevatissimo e vi è la assoluta necessità di evitare che la classe operaia sia contagiata dalla rivolta. Insomma ai super-bonzi brucia davvero il culo. Ma significa anche che essi sono pronti a dare tutta la copertura possibile all’opera di repressione, anche apertamente armata, contro “gli agitatori estremisti”, “i provocatori”, “i seminatori di odio nella nazione” ecc. ecc.

E’ ben possibile che la rivolta in corso sia sfruttata dalla parte liberal progressista della borghesia, nel confronto senza esclusione di colpi con l’opposta parte politica borghese del patriota Trump. E’ però certo, in ogni caso, che uno strato di proletari e di senza-riserve impegnato nella lotta attuale senza dubbio non si farà prendere per il naso e per il culo dalla verniciatura liberal progressista di una macchina di oppressione che intende spezzare.

Il corso della lotta di classe negli Stati Uniti d’America è tanto tortuoso e complicato all’inverosimile verso il grande sbocco rivoluzionario, quanto è enorme la forza potenziale della marea proletaria e dei senza-riserve che si muove nelle viscere del paese vertice della ricchezza e della potenza capitalistiche.

SIAMO TUTTI GEORGE FLOYD! VIVA LA RIVOLTA DEI NOSTRI FRATELLI DI CLASSE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA!

2 giugno 2020

NUCLEO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA

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