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Lo spettro del socialismo è riapparso alla Casa Bianca…

(31 Agosto 2020)

Langston Hughes

Langston Hughes

Avete ascoltato il discorso d’investitura di Trump? Oltre il prevedibile sciame di virus sciovinisti – la Brave Amerika, l’Amerika nazione eccezionale nella storia del mondo, il destino amerikano, e via nauseando - contiene una notizia sensazionale: oggi la grande, potente, invincibile Amerika, l’Amerika “per cui nulla è impossibile”, è ad un solo passo dal baratro, minacciata dal socialismo, dai marxisti, dalla sinistra radicale dall’anarchia. Che il miliardiario bianco Joe Biden possa essere l’uomo di paglia del socialismo marxista impersonato dall’inoffensivo Bernie Sanders, è una boutade degna di quell’impunito, efficace demagogo che Trump è. Resta però, il fatto sensazionale: gli Stati Uniti d’America, per un intero secolo il baluardo dell’anti-comunismo, il gendarme universalmente presente dell’ordine capitalistico dotato di inesauribili arsenali di merci, bombe, dollari, film, per bocca del loro comandante in capo, ammettono che il nemico di sempre, che sognavano di avere definitivamente schiacciato, è invece vivo, ed è ricomparso minaccioso addirittura dentro le mura di casa con i movimenti di piazza urbani e i suoi pericolosi agitators. Il rischio è che possa arrivare ad issare la propria bandiera sulla Casa Bianca oltraggiando a morte l’inviolabile tempio della sacra libertà (di sfruttare e assassinare esseri umani e natura non umana).

Non accadeva dai primi anni del secolo passato che la “sfida socialista” fosse indicata pubblicamente come qualcosa di incombente. Allora, come ha raccontato con rapide pennellate Howard Zinn nella sua Storia del popolo americano, “un gran numero di neri e di bianchi, di uomini e di donne divenne insofferente, antipatriottico e tutt’altro che moderato”. La collera della classe lavoratrice esplose nei grandi scioperi degli scaricatori e dei facchini di New Orleans (1907), delle operaie dell’abbigliamento della Triangle Shirtwaist Company di New York e dei lavoratori siderurgici della US Steel di McKees Rocks (1909), delle operaie e operai tessili di Lawrence (1912), dei minatori del Colorado (1913-’14) e altri feroci conflitti di classe, con morti (anche tra la polizia), montagne di feriti e arrestati, e condanne a morte di rivoltosi ad opera di una magistratura che, come le forze della repressione, prendeva ogni volta la parte dei ricchi. “Fu a quell’epoca che centinaia di migliaia di americani cominciarono a pensare al socialismo. (..) Il socialismo uscì dagli ambienti ristretti dell’immigrazione urbana – socialisti ebrei e tedeschi che parlavano nella propria lingua madre – e divenne americano”. Sono gli anni in cui nasce il Partito socialista, e si formano gli IWW, che immettono per la prima volta nelle fila dell’organizzazione sindacale gli immigrati, le donne, gli operai delle qualifiche inferiori, e diffondono una nuova militanza solidale fino allora sconosciuta. Sono gli anni della grande letteratura anti-capitalista di Upton Sinclair, Jack London, Theodore Dreiser, Frank Norris. Gli anni del primo movimento femminista e della prima critica, con Emma Goldman, al feticcio del suffragio universale. Gli anni in cui la stampa dell’establishment diffuse la paura della “marea montante socialista”.

Quella marea è poi rifluita per l’avvento del “secolo amerikano” grazie ai due terribili massacri del 1914-’18 e del 1939-’45 in cui si è forgiato il primato statunitense nel mondo, il primato del capitalismo finanziario e termonucleare. Negli Usa i conflitti di classe non sono mai scomparsi, sono stati accesi in particolare negli anni ‘30 e ‘60. Ma la risacca è stata profonda, specialmente sul piano politico-ideologico. Almeno fino a quando la “suprema razza dello spirito” (capitalistico) non ha trovato sulla propria strada l’insorgenza in armi dei “popoli di colore”, che da Cuba al Vietnam hanno iniziato a demolirne il mito e la supposta missione liberatrice. Il tracollo dei paesi del presunto “socialismo reale” a fine anni ‘80 ha dato alle élite del potere statunitensi l’illusione di poter inaugurare un loro “reich millenario”. Ma al contrario, in appena trent’anni, siamo passati da un “Washington consensus” apparentemente onnipotente ai molteplici segni di un incombente crack dell’Amerika: quelli che, del resto, hanno portato Trump là dove è ora, all’insegna del make Amerika great again. Il che registra appunto la diffusa sensazione, corrispondente al reale, di star perdendo colpi davanti ai propri concorrenti. L’altro nemico più volte evocato da Trump è stata non a caso la Cina, ma è chiaro che si tratta di un avversario – non di un nemico di classe.

E in questi trent’anni, a più riprese, si sono riaccesi conflitti operai, benché molto localizzati, e sono ricomparsi in scena, in un contesto nuovo, il movimento pacifista, il movimento nero, il movimento delle donne, il movimento “no global” nella duplice versione di Seattle e di Occupy Wall Street, ed infine il possente moto nato dopo l’assassinio di George Floyd (di cui abbiamo dato più volte conto). Ed ogni volta tali movimenti hanno avuto un’eco internazionale, ispirando lotte ovunque, come è stato con gli scioperi internazionali dell’UPS e di Google. Processi discontinui, è ovvio, come lo sono tutte le lotte, ma accompagnati – e questo ci appare fondamentale – da un netto risveglio del dibattito teorico intorno al declino e alla necessaria fine del capitalismo, da un ritorno a Marx e al marxismo che non è un’allucinazione del tycoon-presidente e del suo amico Bannon, ma una realtà.

Il direttore della Stampa M. Giannini, l’ex-direttore del Foglio G. Ferrara, appaiono inquieti, se non proprio angosciati, davanti al “dramma americano”, a “una nazione in fiamme e mai tanto divisa, impaurita e arrabbiata”, alla “polarizzazione selvaggia” di una contesa elettorale dominata da toni apocalittici, riflesso di una polarizzazione sociale ancor più brutale. Con atteggiamento di aperta sfida al movimento per George Floyd e al proletariato nero (anzitutto), bianco e brown delle nuove generazioni che lo anima, Trump ha promesso solennemente: ripristinerò la legge e l’ordine con il pugno di ferro e la polizia e, se serve, le forze armate. Ma non ha mancato di far baluginare agli occhi dei salariati milioni di nuovi posti di lavoro, scuola per tutte le minoranze, industrie di ritorno dall’estero, rilancio dell’economia.

Chiunque vinca dei due, dietro il decrepito mondo dei gruppi di potere democratico e repubblicano si affaccia d’improvviso lo spettro di un’altra America, quella evocata dal poeta nero Langston Hughes nei versi di Let America Be America Again:

Sono il bianco povero, ingannato e spinto da parte
sono il negro che porta le cicatrici della schiavitù
sono il pellerossa scacciato dalla terra
sono l’immigrante aggrappato alla speranza che cerco
mentre trovo soltanto la solita vecchia stupida solfa
cane mangia cane, potente schiaccia debole […]
oh, fate che l’America torni ad essere l’America
il paese che ancora non c’è mai stato

pungolorosso.wordpress.com

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