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I COMUNISTI E IL REFERENDUM SULLA RIDUZIONE DEI PARLAMENTARI

(16 Settembre 2020)

parlamento pieno

Il dibattito o meglio le prese di posizione su questo referendum da parte delle organizzazioni politiche che si richiamano alla storia comunista sono stati caricati di un ideologismo del tutto fuori luogo e diseducativo nel processo politico di formazione della coscienza di classe e dell’acquisizione dei principi fondamentali del marxismo rivoluzionario.

Le diverse prese di posizione, per lo più favorevoli al no ma alcune per il si, sono state motivate con l’argomento della difesa della democrazia. Una motivazione che ha una valenza strategica mentre nella realtà concreta questo referendum per i comunisti può solo avere un peso tattico.

Nella società in cui domina, oggi sostanzialmente incontrastato il capitalismo industriale e finanziario che i media chiamano democrazia, ci sono due forme di Stato, lo Stato autoritario e lo Stato ipocritica. Il primo che conosciamo nelle diverse versioni, italiana, spagnola, cilena e via dicendo, ha caratteri evidenti a tutti; il secondo, la “democrazia” liberale, al contrario nasconde dietro l’aspetto liberal, la dittatura di classe del capitale. Lo Stato per Marx e quindi per i marxisti non è uno strumento neutro, non è un arbitro, lo Stato è lo strumento di controllo politico della classe egemone e nella società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo governa gli interessi generali dei capitalisti. Il ping pong elettorale serve solo a nascondere la natura selvaggia e imperialista dei mercati.

Questo non significa che non dobbiamo fare i conti con le politiche di fase dei partiti della borghesia, per cui è necessario dotarsi di proposte che facciano fronte alle armi che di volta in volta il nemico di classe mette in campo, ma scambiare una mossa tattica con la difesa di presunti, quanto astratti valori democratici immaginati come incorporati nell’assetto politico dello Stato edificato dalla borghesia capitalista è un errore grossolano. Perché al di là degli equilibri istituzionali raggiunti (compresi quelli costituzionali dopo la vittoriosa lotta antifascista) che non ci sono stati regalati ma sono frutto delle lotte degli ultimi 75 anni, la costituzione materiale oggi parla una sola lingua, quella di chi ha gli strumenti per sfruttare, i soldi per comandare, i media per imbrogliare e la polizia per reprimere.

La ragione prima se non unica di queste righe non sta nel contestare l’una o l’altra presa di posizione, per il no oppure per il si, ma nel dire a voce alta ai compagni, quale è lo spirito politico per affrontare questo referendum, ovvero che qualsiasi fosse l’indicazione politica, essa non può che configurarsi come una scelta tattica di fase, nella lotta contro il capitalismo e il suo Stato.

Ne discende che l’accapigliarsi tra organizzazioni politiche che si richiamano alla storia e alla teoria comunista, le scomuniche reciproche, fino alla demonizzazione e alle grida di tradimento, sulla base dell’indicazione di voto data, sono da un lato l’ulteriore capolavoro della borghesia che divide ancor più quello che dovrebbe cercare di unirsi, fare fronte; e dall’altro l’ennesima dimostrazione di infantilismo scolastico perdente e autoreferenziale di tante organizzazioni politiche ideologicamente comuniste.

Voglio richiamare brevemente un mio precedente scritto in cui individuo corrette motivazioni tattiche per votare si. Non sto dicendo di votare si, sto solo affermando che date le condizioni obiettive di marginalizzazione politica dei comunisti, le motivazioni tattiche per recuperare un ruolo politico che abbia la capacità di incidere in modo significativo sulla realtà politica e sociale , possono essere le più diverse e nessuna a priori censurabile: “L'Italia non è democratica nè con 1000 nè con 500 parlamentari. La democrazia liberale non è la democrazia proletaria. Tutte le nefandezze sociali, securitarie e politiche, dal dopoguerra a oggi, sono state approvate da un parlamento di '1000' onorevoli. Con '500' non cambierà niente. La nostra lotta politica e sociale è fuori dalle istituzioni. Le elezioni sono solo un modo per amplificare le nostre battaglie. Ma le elezioni le vincono coloro che hanno il potere economico, politico,mediatico e militare. Non se ne esce. L'unica cosa che mi può interessare è una legge proporzionale pura che rappresenti il risultato elettorale del blocco proletario oggettivamente, per avere la tribuna parlamentare che si è conquistata nelle condizioni di inferiorità di ogni battaglia elettorale anticapitalista nella società di mercato.

Ne consegue che nella logica dei tatticismi politici, non potendo oggi i comunisti incidere in nessun modo sulle decisioni parlamentari, paradossalmente dovremmo sperare che vinca il si, perché la possibilità migliore di sfruttare le contraddizioni tra i partiti della borghesia in questa fase per avere una legge proporzionale (anche se non pura, con uno sbarramento che potrebbe arrivare al 3% ) è che il baratto riduzione parlamentari, legge proporzionale tra M5S e PD (che vede interessati anche altri partiti di maggioranza e di opposizione), rimanga in piedi “.


E’ una analisi non peregrina ma con elementi di verità suffragati da fatti concreti. Detto ciò senza alcuna intenzione di farne una indicazione politica dirimente per il referendum, la questione per i comunisti è come ho cercato di far capire fino ad ora, un’altra, questo referendum è sostanzialmente: “cosa loro”.

Che il referendum poi abbia a vedere con le congiure per “Palazzo Chigi” lo si capisce anche dal fatto che l’indicazione di voto divide trasversalmente tutti i partiti parlamentari, dalla Lega al PD e non solo i comunisti.

Non facciamoci dividere ancor più da questo referendum che hanno voluto i rappresentanti politici della borghesia e che secondo gli interessi prevalenti nelle loro diverse bande, ne decideranno l’esito, visto che hanno tutti i mezzi del potere reale nelle loro mani.

Io avrei fatto la scelta di una campagna politica forte per denunciare che il referendum è cosa loro e che qualsiasi sia l’esito saranno sempre loro a tirare le fila del risultato politico. Rispetto chi ha fatto scelte diverse, i tanti favorevoli al no e quelli favorevoli al si, ma nella chiarezza, non si vendano illusioni, non c’è nessuna democrazia da difendere.

Rilanciamo invece l’unità di lotta di tutti i soggetti politici anticapitalisti per costruire insieme le condizioni fondamentali per la ripresa del conflitto di classe e in prospettiva della realizzazione di un programma rivoluzionario.

Aurelio Fabiani

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