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DALLA TORNATA ELETTORALE DEL 20/21 SETTEMBRE UTILI INDICAZIONI PER LA BORGHESIA

Corsa contro il tempo per l'instaurazione di un "governo forte"

(23 Settembre 2020)

Vincenzo De Luca

Vincenzo De Luca, governatore confermato della Campania

Punto fermo di ordine generale da cui partiamo: la necessità imprescindibile per la borghesia italiana di dotarsi di un centro di comando politico cui affidare il governo nominale del potere in grado di gestire le feroci necessità dettate dal cataclisma mondiale in atto, mantenendo il controllo politico sulla società. Un governo autorevole e autoritario capace di imporre e difendere l’ordine borghese e capitalistico col massimo di consenso “popolare” e “democratico” possibile. I ritmi e i tempi per arrivare a tale imprescindibile obiettivo politico (pena la stessa tenuta unitaria dello Stato di Roma) dipendono in particolare da due fattori interconnessi: i tempi di precipitazione della crisi sociale interna (sino ad ora “magistralmente” governata dalla borghesia) e quelli della crisi e delle tensioni esplosive a tutti i livelli sul piano internazionale. Ad esempio il precipitare della crisi interna Usa (non è affatto fantascientifico mettere in conto dopo la “fatidica data” del 3 novembre, la proclamazione di uno “stato di emergenza” in quel paese e questa volta non per “motivi sanitari”) sarebbe un potente acceleratore del processo di centralizzazione autoritaria del potere borghese in Italia, come ovunque anche nelle altre metropoli imperialiste-democratiche.

Fatto il preambolo vediamo cosa ci trasmette l’esito delle consultazioni elettorali appena svolte.

Il taglio “a furor di popolo” delle rappresentanze parlamentari decretato dal referendum è senz’altro un fattore utile alla costituzione di quel comando politico borghese all’altezza dei tempi di cui sopra. E noi non ci frigniamo minimamente sopra, né chiamiamo ad una lotta dal carattere intimamente reazionario per il ripristino di una “vera democrazia partecipata” (e relativi maneggi clientelari con cui si materializza “nei territori”). Questa ristrutturazione del comando politico a cui la vittoria del SI dona slancio, è un passaggio complicato e accidentato per la borghesia italiana, non solo perché il taglio alle poltrone (e alle reti di influenze e poteri collegate alle stesse) prosciuga uno stagno di risorse a cui una miriade dei vari “potentati locali” potevano abbondantemente attingere e mangiarci alla grande, quanto e soprattutto perché questa diffusa ramificazione della “democrazia partecipata” era e rimane uno strumento utilissimo per il controllo sociale e politico “dei territori”. Spesa improduttiva (faux frais) certamente dal mero punto di vista economico, ma estremamente utile dal punto di vista politico generale del potere borghese italiano. Il passaggio dunque non è indolore e presenta un grado di pericolosità per la borghesia. Ma, cari amici, il fatto è che la razione di trippa a disposizione per i gatti non è più abbondante come ai bei tempi e “progressivi”. E così sia!

L’esito elettorale nelle sette regioni “consultate” consegna, a nostro giudizio, due motivi politici di fondo alla manovra borghese. Il primo: la battuta d’arresto registrata dalla marcia sino ad ora trionfale della Lega salviniana, Lega nazionale il cui presupposto stava nello sfondamento al Sud (con forti opposizioni sotterranee da parte delle correnti “padaniste”/”catalaniste” vive e vegete al Nord, dentro e fuori la Lega). Questa prima sconfitta politica del “progetto Lega nazionale” può finalmente far emergere la contestazione interna alla Lega, da troppo tempo trattenuta e rimandata. Può cominciare a prendere concreta forma allora il disegno politico di una Lega epurata dal pirla/fanfarone Salvini, la quale Lega epurata può benissimo essere interlocutore di un PD che è riuscito a salvarsi dal disastro confermando il controllo sul suo “spazio vitale” tosco-emiliano.

Si prefigura quindi, per la borghesia italiana, la soluzione rappresentata da un governo “di intesa e salvezza nazionale” cui appaltare la gestione del potere avente per assi portanti la Lega dei governatori “pragmatici ed efficienti” delle regioni del Nord ed un PD degli altrettanto “pragmatici ed efficienti” governatori alla Bonaccini e De Luca. Entrambe queste forze politiche portando in dote il necessario radicamento e “consenso popolare” sui territori. Ulteriore supporto a questo asse, altri rinforzi. Come quello del trionfatore ligure Toti, che non è della Lega né del PD, ma rientra a pieno titolo in questo possibile scioglimento politico a cui la borghesia italiana sbocca nel corso dell’accidentato processo in atto (sempre tenuto presente delle traumatiche precipitazioni, vedi preambolo, che possono verificarsi e scombussolare i piani).

Le dichiarazioni rilasciate dopo la vittoria elettorale dal buon Toti-Yoghi si predispongono (se il nostro criterio di decifrazione è corretto) su una simile direzione: egli ha sottolineato nella “pragmaticità” nel “premio alla concretezza” e nella “voglia di autonomia” i motivi del suo trionfo. E proprio sulla base di questi motivi non vi è ostacolo alcuno, anzi!, alla collaborazione e all’intesa di governo con una Sinistra altrettanto “responsabile, concreta, pragmatica”. Il problema sarà di farlo digerire al proletariato questo “sano pragmatismo” borghese che, sulla carta, potrebbe contare di un vasto consenso “popolare” e sulla forza di due organizzazioni politiche radicate nel territorio seppur soprattutto al centro-nord.

In fondo al tunnel in cui la borghesia italiana si è trovata dopo il terremoto politico del marzo 2018 essa può intravvedere la luce: comando politico centrale assicurato dall’asse Lega/PD più “contorni” centristi vari, taglio delle ali “estreme” (che si accomoderanno in panchina a volgere il compito di servi della borghesia dalla postazione di opposizione al governo) tanto a destra quanto a sinistra dove i superstiti 5 stelle ed altri relitti politici potranno dare il loro meglio e scatenare la loro demagogia populista, utile per imbrigliare e fare fessi i proletari (e dalla panchina: giù con la serie dei “facciamo piangere i ricchi” di infausta bertionottiana memoria).

Il secondo motivo a nostro giudizio saliente emerso (meglio: ancora una volta riconfermato alla grande) è il raggruppamento di forza e di consenso borghese attorno a poli di riferimento regionali. Così per la straordinaria raccolta di Zaia nel Veneto, di Toti in Liguria, di De Luca in Campania e via territorializzando e personalizzando. Il problema però ancora non risolto e di non facile e scontata risoluzione per la borghesia italiana è di riuscire a “sincronizzare” la congerie di spinte particolaristiche/autonomistiche dentro ad una unitaria e centralizzata guida politica nazionale.

Simmetricamente, il problema della frammentazione e della divisione su linee territoriali si pone innanzi acutissimo anche per il proletariato italiano la cui lotta di classe può essere deviata sui binari morti del particolarismo territoriale e dell’autonomismo e può essa stessa, paradossalmente, dare alimento a queste tendenze centrifughe borghesi (ne abbiamo parlato facendo esplicitamente l’esempio concreto della lotta dei portuali triestini, che deve valere come campanello d’allarme per tutto il movimento di classe. Vedi qui).

La borghesia italiana è stata sino ad ora abilissima, nelle precarie condizioni politiche date, a gestire il malessere sociale con particolare riguardo a non stuzzicare troppo e svegliare il cane-proletario che dorme. Notiamo il fatto che sono le classi medie a trovarsi in prima battuta, dentro la presente catastrofe capitalistica, scoperte e a manifestare il proprio malessere e malcontento. (La più grossa manifestazione post-lockdown è stata quella extra-proletaria tenutasi nel giugno a Firenze, 12.000 persone a riempire la piazza. In piccola scala la manifestazione italiana ha anticipato quelle grossissime “per la libertà e contro il potere delle èlites cosmopolite che tutto schiacciano e controllano” che si sono svolte a Berlino)

Abbiamo sotto gli occhi il fenomeno, esattamente descritto e definito nei testi della nostra corrente storica dove si anticipava i caratteri della crisi catastrofica “a venire” e che infine è arrivata: “il macello delle classi medie”! Un macello sociale che può portare questi strati sociali intermedi o verso il polo borghese per essere utilizzati come aguzzini del proletariato, oppure verso il campo di forza proletario di classe se in grado di mettere sulla bilancia la spada della sua lotta intransigente per il pane e il suo programma rivoluzionario per il potere.

Quello che le nostre antenne percepiscono di quanto bolle in questa pentola extra-proletaria è una crescente insofferenza di massa verso l’insieme delle forze politiche attualmente in campo. Una crescente insofferenza anche verso gli immediati e “naturali” referenti politici di questi strati intermedi della società: sia la Lega di Salvini che i Fratelli della Meloni sono sempre più spesso criticati per il loro “moderatismo verso il sistema”, sempre più spesso denunciati come “reggicoda e paraculo del sistema” (rilevazione peraltro esatta!). Non è detto che le forze della attuale “destra ufficiale” Lega salviniana e Fratelli d’Italia (che giocano la loro partita in maniera effettivamente “responsabile” cioè conoscendo bene i limiti oltre i quali non ci si deve spingere) riescano, anche in un futuro molto prossimo, a contenere e controllare il malessere che monta nel vasto ceto medio italiano alla ricerca di una rappresentanza e di uno sbocco politico al suo disagio sociale.

La cosa certa al puro limone in questo quadro è che ad essere scoperte e sempre più pericolosamente sotto tiro da parte della forza dello Stato democratico e costituzionale italiano sono quegli organismi di classe che si muovono fuori dal controllo borghese. Si pensi alla pressione e alla vera e propria persecuzione cui è sempre più sottoposto un organismo di classe come il Si Cobas: centinaia e centinaia di procedimenti giudiziari, manganellate a parte, per soffocare un organismo che “semplicemente” esercita con coerenza la sua funzione sindacale.

A questo proposito ci uniamo e rilanciamo l’appello per una partecipazione la più larga possibile alla manifestazione convocata a Modena sabato 3 ottobre in risposta al rinvio a giudizio di 120 (!) tra lavoratori e “implicati” nella lotta alla Italpizza.

Che il 3 ottobre sia un momento della ricomposizione di un campo antagonista di classe capace di rispondere tanto sul piano della lotta per gli interessi immediati dei lavoratori che su quello generale e politico alla complessiva manovra borghese e al “governo forte” cioè ferocemente anti-proletario che si sta fucinando!

23 settembre 2020

NUCLEO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA

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