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(Di lavoro si muore)

BASTA MORTI PER IL PROFITTO

(13 Novembre 2020)

Dalla rivista “nuova unità” di novembre N.6/2020

nemico in casa nostra

Unire le lotte operaie per la sicurezza e difesa della salute nei luoghi di lavoro a quelle contro le stragi sul territorio.
Le morti giornaliere, le mutilazioni, gli infortuni tra i lavoratori non dipendono mai dal caso o dalla fatalità, ma sono il risultato dello sfruttamento padronale della forza-lavoro, dell’organizzazione capitalistica del lavoro.
Allo stesso modo i morti, i feriti, i malati e gli invalidi per “disastri ambientali” (Vajont, terre dei fuochi, Tav, terremoti, ponti che crollano, stragi ferroviarie, avvelenamento dei territori come a Taranto), sono anch’essi morti del profitto.
Ogni anno nel mondo circa due milioni di persone muoiono a causa di un incidente sul la-voro o per malattia professionale, di cui 12.000 sono minori.
Su 250 milioni d’infortuni 335.000 sono mortali: 170.000 nel settore agricolo, 55.000 nel settore minerario e 55.000 nelle costruzioni. Oltre 100.000 sono i decessi causati dall’amianto (dati OIL-organizzazione internazionale del lavoro, agenzia dell’ONU).
In Italia ogni giorno per infortuni su lavoro perdono la vita 4 lavoratori, più di 1.400 ogni anno; altre decine di migliaia rimangono invalidi permanenti e perdono per la vita per malattie professionali, altri ancora per disastri ambientali evitabili con una normale prevenzione. Dal nord al sud il bollettino di guerra riporta giornalmente il numero dei morti e dei feriti, operai e lavoratori mandati al macello per il profitto.
A queste si devono aggiungere quelle per “disastri ambientali e territoriali”.
Per sminuire la gravità di questo massacro e le loro responsabilità, Confindustria, Governo, sindacati di regime e istituzioni chiamano queste stragi “morti bianche”, morti “sul” lavoro, come se loro non avessero alcuna responsabilità.
Nell’ultimo decennio sono stati registrati più di 17.000 lavoratori morti sul luogo di lavoro. Numeri impressionanti, drammatici; più morti sul lavoro che in una guerra, perché I MORTI SUL LAVORO SONO IL COSTO DEL PROFITTO.
Covid-19 - con il 65% circa delle fabbriche in cui si lavorava nonostante il lockdown (dati de Il Sole 24 Ore) - ha dimostrato la centralità della classe operaia nel processo di produzione di plusvalore, facendo tabula rasa di tutte teorie che da anni parlano di "scomparsa" della classe operaia.
Anche durante Covid 19 tutti i giorni e le notti della settimana, sabati e domeniche compresi, centinaia di migliaia di operai, di lavoratori di tutti i settori hanno continuato a varcare i cancelli delle fabbriche, degli ospedali, delle logistiche, dei vari luoghi di commercio, nelle campagne, costretti a lavorare senza sicurezza, senza protezioni individuali e collettive.
Nel settore della sanità e dell'assistenza sociale le denunce d’infortunio sono aumentate del 124% nei primi otto mesi (dai 18mila casi del 2019 ai 40 mila del 2020), con punte di oltre il +500% a marzo e del +450% ad aprile rispetto al 2019. Nel 2020, due denunce su tre del settore hanno riguardato il contagio da Covid-19.
Il conflitto capitale-lavoro si manifesta in tutta la sua violenza e brutalità nello sfruttamento e nei morti del profitto. La lotta per la sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita, contro le morti sul lavoro e di lavoro, deve diventare il primo punto di ogni piattaforma o rivendicazione sindacale, com'è già successo localmente in alcune realtà lavorative durante il coronavirus.
Il regime dispotico della fabbrica ormai è diffuso in tutta la società. I licenziamenti di chi ha infranto il “vincolo di fedeltà” aziendale per denunciare situazioni di pericolo, la repressione che ha colpito i compagni che hanno manifestato il 25 Aprile portando un fiore alle lapidi partigiane e manifestato il 1° Maggio e le manifestazioni contro la Regione e governo vietate con la scusa del contagio, sono prove generali di normalizzazione della società, una proibizione della socialità.
La repressione selettiva ha colpito i compagni, i militanti, ma anche persone che andavano a fare la spesa durante il lockdow deciso dal governo e regioni, o che andavano a trovare familiari in ospedale in macchina, attuando la logica terroristica di colpire alcuni per spa-ventare tutti.
I sindacati confederali Cgil-Cisl-Uil, ma anche alcuni sindacati cosiddetti di base, invece di accodarsi alle sirene padronali e di preoccuparsi del costo del lavoro, dovrebbero preoccuparsi di quanto sia alto il costo di vite umane che gli operai devono pagare per far arricchire i padroni.
Nella crisi la contraddizione capitale–lavoro salariato che investe tutti i settori della società genera movimenti di opposizione in vari strati del proletariato, ma anche di altre classi.
Intervenire nel movimento di massa del proletariato e delle classi sottomesse con posizioni anticapitaliste, partendo dal principio della solidarietà di classe, dimostrando che un mondo senza sfruttamento è possibile solo eliminando i padroni, con il potere in mano agli operai, può battere il cretinismo parlamentare e impedire uno sbocco reazionario al movimento di massa.
La nostra lotta non può limitarsi a combattere gli effetti dello sfruttamento capitalista, dobbiamo distruggere le cause che continuano a riprodurre i borghesi come padroni e i proletari, i lavoratori, come schiavi salariati. Per questo serve un’organizzazione politica di classe in cui i lavoratori siano il soggetto dirigente.
Tutti i governi di qualsiasi colore e i sindacati filo padronali hanno permesso che il capitalismo potesse disporre a suo piacimento della forza lavoro accrescendo i propri profitti. Il risultato è che il lavoro è diventato sempre più precario, senza protezioni e sicurezza. Con il continuo ricatto è aumentato lo sfruttamento e il totale disprezzo per la salute dei lavoratori: il “lavoro” è diventato sempre più fonte di alienazione, di disperazione, di povertà, di morte per migliaia di lavoratori.
Nel capitalismo la vita degli operai per i padroni non vale niente; per ottenere il massimo profitto risparmiano anche i pochi euro necessari a fornire misure di protezione individuali e collettive, mandandoli consapevolmente a morte certa.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il ricatto occupazionale, la mancanza di un’organizzazione politica e sindacale di classe, proletaria, lascia i lavoratori completa-mente alla mercé dei padroni.
Nel sistema capitalista tutte le istituzioni, i sindacati collaborazionisti e di regime che “rappresentano i lavoratori”, considerano legittimo e legale lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; quindi perché “ostacolare il progresso” da cui traggono le briciole e i loro privilegi? D’altra parte ogni giorno ci sono decine di morti sul lavoro e per malattie professionali, migliaia gli operai e i lavoratori che ogni anno sono assassinati sul posto di lavoro, e scioperare per costringere i padroni a bonificare gli ambienti e rispettare le misure di sicurezza antinfortunistiche significherebbe far perdere ai padroni decine di migliaia di ore di profitti.
Il conflitto fra capitale e lavoro fa morti, feriti e invalidi ogni giorno. È arrivato il momento per tutte le vittime del profitto, lavorativo o ambientale di scendere in piazza uniti a difesa della propria vita, della propria salute e di quella del pianeta, per gridare forte la protesta contro il sistema capitalista, unendo le lotte di tutte le vittime del profitto, sia del movimento operaio per la salute e la sicurezza, sia quelle sociali dei familiari delle stragi (ponti, case e scuole che crollano, disastri ambientali e ferroviari che hanno responsabilità ben precise), riconoscendole tutte come stragi del profitto. Dobbiamo lottare affinché tutti i morti per il profitto siano considerati crimini contro l’umanità.
L’unità delle lotte proletarie e sociali, oggi disperse in mille rivoli, è la nostra forza.
Per la sicurezza nei luoghi di lavoro e di vita, contro le morti del profitto, lavoriamo per organizzare una manifestazione nazionale operaia, proletaria, sociale a Roma contro governo, confindustria e il sistema di sfruttamento capitalista che uccide gli esseri umani e la natura.

Michele Michelino

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