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LA LOTTA INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI DI AMAZON

(29 Novembre 2020)

Dal n. 95 di "Alternativa di Classe"

amazonians united

Il 26 Agosto Jeff Bezos, padrone di Amazon, è entrato nella Storia come primo uomo ad avere raggiunto un patrimonio di oltre 200 miliardi di dollari. Il giorno stesso circa cento (100) lavoratori si sono presentati davanti alla sua enorme villa di Washington, ed hanno costruito una ghigliottina proprio di fronte al suo portone.
Mentre Bezos diventa l'uomo più ricco del mondo, i salari dei lavoratori di Amazon sono tragicamente sempre più bassi. I lavoratori americani di Amazon sono diventati sempre più espliciti riguardo alle condizioni di lavoro pericolose durante la pandemia, scioperando ripetutamente. Spesso si sono rivolti ai social media per sensibilizzare pubblicamente o per fare il punto sulle strategie in conversazioni private, riflettendo su come costringere l'azienda ad affrontare i vari problemi, ma, a quanto pare, Amazon ha origliato tutto.
A Settembre, Vice (una rivista fondata a Montreal, in Canada, nel 1994) ha riferito che Amazon ha monitorato dozzine di gruppi di social media privati e pubblici, gestiti da corrieri Flex negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Spagna. Ma tutto è iniziato con un annuncio di lavoro, in cui Amazon cercava due esperti di intelligence per monitorare varie minacce percepite dall'azienda, incluse quelle provenienti dall'attività sindacale. Allarmati, i lavoratori si sono rivolti anche alla Commissione europea, chiedendo un'indagine per attività di spionaggio.
Con la crisi provocata dalla pandemia, Amazon continua a esporre ai rischi i suoi dipendenti in tutto il mondo. I lavoratori sono costretti a svolgere mansioni estenuanti e sottopagate, e spesso senza adeguati presidi di sicurezza fisici e ambientali a tutela della propria salute ed incolumità. Costretti, qualora infettati, a congedi e quarantene non retribuiti.
Nei magazzini di Staten Island, a New York City, la mancanza di protezioni è preoccupante.
Ci sono guanti, ma non del tipo giusto. Sono di gomma, invece che di lattice. Non ci sono le mascherine, il disinfettante per le mani è scarso. I prodotti per la pulizia sono limitati.
In condizioni difficili i lavoratori di Amazon in tutto il mondo combattono collettivamente per le condizioni di lavoro, i salari e i più elementari diritti. Si organizzano per essere più incisivi ed efficaci. Il nostro ruolo è quello di pubblicizzare le loro lotte, supportarli, aiutarli a costruire un coordinamento internazionale dei lavoratori di Amazon.
In Germania 1500 lavoratori sono scesi in lotta il 13 e il 14 Ottobre nei magazzini di Bad Hersfeld, Werne, Coblenza, Lipsia e Rheinberg. La lotta riguarda il salario e il contratto collettivo. In Italia, presso la sede di Amazon a Brandizzo (vicino a Torino) i lavoratori del subappaltatore ICTS (SICUREZZA e CONTROLLO ACCESSI) hanno interrotto il lavoro per 24 ore, picchettando e distribuendo volantini. La lotta si è concentrata sul salario, con tariffa oraria congelata intorno ai 6-7 Euro lordi l'ora, con la trattativa salariale paralizzata; il contratto collettivo è scaduto nel 2013.
Nei mesi trascorsi della pandemia, l'organizzazione transnazionale dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon ha fatto un salto in avanti, con un'ondata di proteste e di scioperi, che ha scosso i magazzini di tutto il mondo, e una serie di prese di posizioni comuni e di rivendicazioni condivise a livello transnazionale, che hanno spaventato l'azienda.
Più di 19mila lavoratori e lavoratrici di Amazon si sono ammalati di Covid solo negli Stati Uniti. In Italia, a Piacenza, all'inizio della pandemia Amazon ha accettato di introdurre misure sanitarie soltanto perchè costretta da uno sciopero durato 13 giorni e da un rifiuto di massa di andare al lavoro per paura del contagio.
Del resto, il problema delle condizioni di salute nei magazzini di Amazon viene ben prima della pandemia, e l'azienda sta usando a proprio vantaggio le misure di distanziamento sociale, per irrigidire il controllo sui lavoratori e la disciplina padronale nei magazzini.
Il 23 Ottobre, giornata di sciopero nazionale della Logistica e del Trasporto, in provincia di Rovigo i lavoratori hanno organizzato un presidio all'esterno del polo logistico di Amazon tra San Bellino e Castelguglielmo. La protesta è stata organizzata per sensibilizzare l'opinione pubblica del fatto che la pandemia da Covid-19 viene usata come scusa o ricatto da parte delle aziende per bloccare le richieste di miglioramento delle condizioni di lavoro. Una protesta per far aprire gli occhi sul fatto che la logistica, in epoca di pandemia, ha avuto un aumento delle richieste, per l'incremento della movimentazione delle merci, in un quadro di crisi generale dell'economica globale.
Negli Stati Uniti il management di Amazon sta preparando la chiusura definitiva del magazzino DCH 1 a Chicago. Il 30 Settembre lavoratori precari sono stati ricattati: scegliere tra un orario di lavoro notturno dalle ore 1:20 alle ore 11:50, o essere licenziati il 6 Dicembre. I lavoratori organizzati nel collettivo “Amazonians United” chiedono la piena trasparenza per quanto riguarda i posti di lavoro disponibili altrove, il diritto a mantenere lo stesso orario di lavoro di prima.
Nella notte tra l'1 e il 2 Ottobre, dozzine di lavoratori del magazzino di Shakopee, in Minnesota, hanno lasciato il lavoro e si sono riuniti per protestare contro il licenziamento di un compagno di lavoro, accusato di non aver raggiunto i suoi obiettivi di produttività e tempo di pausa. L'emergenza sanitaria da Covid-19 ha travolto i magazzini di Amazon, dove il lavoro non si ferma continuano gli assembramenti obbligati, e lavoratori e lavoratrici hanno dato avvio a lotte spontanee per rivendicare la propria sicurezza.
Le assemblee transnazionali di lavoratori e lavoratrici di Amazon sono iniziate nel 2015, quando lavoratori polacchi e tedeschi hanno cominciato a confrontarsi dopo l'apertura del primo magazzino di Amazon in Polonia, pensato dai padroni di Amazon per rifornire il mercato tedesco in caso di interruzioni del lavoro in Germania, e riassorbire così gli effetti degli scioperi. Durante questi primi incontri, i lavoratori si sono resi conto di avere gli stessi problemi, che Amazon tratta tutti allo stesso modo, ma fa leva sulle diverse leggi sul lavoro dei vari Paesi per colpire tutti i lavoratori.
Da allora i legami si sono stretti e sempre più lavoratori di Amazon, provenienti da Polonia, Germania, Spagna, Francia, Slovacchia e Stati Uniti, hanno cominciato a partecipare alle assemblee. Iniziate come modo per conoscersi e avere un'idea delle diverse condizioni e legislazioni sul lavoro, queste discussioni sono andate ben oltre il semplice scambio di esperienze.
Nonostante che Amazon si sforzi di presentarsi come un modello di management lungimirante e capace di evitare le lotte e le vertenze sindacali, negli ultimi anni i suoi magazzini sono stati attraversati da scioperi e proteste ovunque. A partire da queste lotte, i lavoratori e le lavoratrici hanno capito che lottare per conquiste solo locali non è sufficiente. La convinzione, sempre più forte, che è necessario affrontare la dimensione globale di Amazon e la sua complessa rete logistica, ha portato i lavoratori a concordare sulla necessità di adottare una strategia transnazionale contro l'azienda.
La sfida è quella di elaborare una strategia comune e rivendicazioni comuni, che vadano oltre i confini nazionali. Nel discutere una strategia comune, i lavoratori e le lavoratrici di Amazon pongono il problema di come organizzarsi contro le catene globali della produzione, cioè contro il comando capitalistico globale sul lavoro. I lavoratori di Amazon riflettono su come costruire una comunicazione stabile ed efficace, capace di attraversare i confini, e su come superare la frammentazione, che oggi sembra rendere difficile la costruzione di una opposizione di classe ai padroni. I lavoratori di Amazon pongono domande ineludibili sulle forme di organizzazione che si possono usare per rendere transnazionali le lotte locali.
Si tratta di ampliare e approfondire la comunicazione, esercitando pressioni dal basso sulle organizzazioni sindacali esistenti, per superare la divisione dei lavoratori a seconda dei settori, dell'appartenenza sindacale e dei contratti. Uno dei principali strumenti messi in evidenza per costruire una strategia condivisa è quello di sostenere delle rivendicazioni comuni su salario, condizioni di lavoro e contratti.
Queste rivendicazioni devono servire a migliorare la comunicazione transnazionale tra i magazzini a livello globale e a superare le diverse legislazioni sul lavoro, le diverse normative riguardanti i contratti collettivi, i salari minimi, i privilegi fiscali, economici e legali, concessi ad Amazon da ogni singolo Stato.
La strategia di Amazon è quella di dividere e parcellizzare: negoziare eventualmente solo con alcuni sindacati, limitare le concessioni ad alcuni magazzini, concedere contratti a tempo indeterminato solo a gruppi specifici di lavoratori, aumentare i salari in un posto e contemporaneamente tagliarli in un altro. Fare leva sul razzismo istituzionale per ricattare i lavoratori immigrati. Tutti i lavoratori di Amazon devono affrontare la stessa mancanza di sicurezza, l'alto rischio di incidenti, la fatica fisica e mentale.
Il primo compito di un'organizzazione transnazionale contro Amazon è quella di rovesciare la sua capacità di sfruttare le diverse condizioni sociali, per produrre frammentazioni fra i lavoratori. Come dicono i compagni polacchi, 'mentre fino a qualche anno fa era inimmaginabile dire che vogliamo lo stesso salario dei colleghi tedeschi, oggi ha preso piede la critica della disparità salariale in Europa. Dopo tutto, il nostro lavoro è lo stesso che fanno i colleghi tedeschi'.
Chiedere un salario uguale dà la misura del potere che i lavoratori possono esercitare contro Amazon su scala globale. Il salario uguale è cruciale non solo per coloro che lottano all'interno di Amazon. La rivendicazione di uguale salario esprime un forte impegno condiviso contro le divisioni, lo sfruttamento e la passiva subordinazione, in direzione della piena uguaglianza. Uguaglianza che Amazon e tutti gli altri padroni negano ogni giorno.
Intanto, purtroppo, avanza veloce il contagio da Covid-19. A livello dei singoli Paesi i comportamenti dei governi nazionali e quelli degli amministratori locali si sono distinti per i ritardi nell'adottare misure di sicurezza e nel fornire i presidi sanitari necessari. Oltre che a concedere alle aziende di non interrompere la produzione e di riaprire alla svelta le fabbriche.
Il modo di produzione capitalistico non si pone l'obiettivo di garantire il bene per tutta l'umanità. Per il capitale quello che conta è realizzare un profitto. La pandemia colpisce prevalentemente il proletariato e le classi deboli. Bisogna costruire lotte con la consapevolezza che la borghesia non cederà mai il potere senza combattere. E la nostra lotta deve essere per una società nuova, senza classi, senza capi, senza mercato e senza frontiere.

Alternativa di Classe

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