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Covid-19 colpisce più duramente le aree industrializzate o legate ad agricoltura intensiva

Lo studio di ricercatori Bce e Università di Firenze

(3 Dicembre 2020)

Agnoletti: «Non è la densità demografica il fattore più determinante. È il momento di pensare a progetti mirati a rivitalizzare le aree rurali»

covid 19 map 2

Nelle aree meno industrializzate e dove resistono sistemi di agricoltura più tradizionale ci si ammala quasi tre volte di meno di Covid-19: 108 casi ogni 100 km quadrati, rispetto alle aree più industrializzate e ad agricoltura intensiva, dove la media è di 286 casi ogni 100 km quadrati, a fronte di una media nazionale pari a 145 casi ogni 100km quadrati. È questo il risultato dello studio Covid-19 and rural landscape: the case of Italy, pubblicato sulla rivista internazionale Landscape and urban planning e sulla Working paper series della Banca centrale europea (Bce).

In particolare le aree più colpite risultano essere il fronte adriatico dell’Emilia Romagna, la valle dell’Arno tra Firenze e Pisa, le zone intorno a Roma e Napoli e soprattutto la Pianura padana: emblematico da questo punto di vista il caso delle province padane dove, oltre ad aree urbane e industriali, si concentra anche il 61% delle aree ad agricoltura intensiva del territorio nazionale. Da sole queste 36 province registrano il 70% dei casi Covid-19 in Italia.

Come spiega Mauro Agnoletti, docente dell’Università degli Studi di Firenze e presidente del programma della Fao per la tutela del patrimonio agricolo mondiale, che ha condotto lo studio insieme al ricercatore dell’Ateneo fiorentino Francesco Piras e a Simone Manganelli, capodivisione della Ricerca finanziaria alla Bce, dalla ricerca emerge che «il virus non si diffonde secondo limiti amministrativi regionali, ma secondo le caratteristiche territoriali e non è la densità demografica il fattore più determinante».

Le conclusioni del paper sono infatti che «l’andamento dell’epidemia del Covid-19 presenta una forte relazione col modello di sviluppo territoriale. La correlazione è statisticamente significativa anche tenendo conto delle diverse caratteristiche demografiche, economiche ed ambientali: il virus segue i modelli di sviluppo economico», e corre di più nei territori dove si registrano elevati input energetici dovuti alle attività industriali e agroindustriali.

Lo studio si basa sui dati resi noti dalla Protezione civile nel mese di ottobre 2020, sebbene non siano ancora disponibili dati disaggregati che consentirebbero una maggiore precisione. Al di là dei margini di incertezza (che si auspica potranno essere definitivamente superati una volta concluso lo studio epidemiologico avviato da Iss, Ispra e Snpa nei mesi scorsi) l’analisi s’inserisce in modo coerente in quel sempre più ampio filone di ricerca che mostra un contributo significativo alla mortalità da Covid-19 legato all’esposizione a lungo termine ad alti livelli di inquinamento atmosferico.

«È il momento di pensare a progetti mirati a rivitalizzare le aree rurali, in particolare quelle oggetto di abbandono e recessione economica – conclude Agnoletti – non solo tramite le nuove politiche agricole ma anche tramite lo strumento del Recovery fund. Ciò contribuirebbe da un lato a una diminuzione del rischio, riducendo la densificazione che riguarda solo limitate aree del Paese, e dall’altro allo sviluppo di un diverso modello economico per le zone meno industrializzate».

greenreport.it

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