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Resolution: Revolution!

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(1 Gennaio 2012) Enzo Apicella
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Osservazioni e critiche a “Catastrofe o rivoluzione”

(un lavoro di Emiliano Brancaccio, docente all’università del Sannio)

(30 Novembre 2020)

Prima parte

Henryk Grossman

Cerchiamo di fare alcune osservazioni e alcune critiche – tutte scritte in grassetto – al lavoro di Emiliano Brancaccio “Catastrofe o rivoluzione”, tenendo conto che, essendo il compagno un accademico, il lavoro è stato scritto, appunto, con “linguaggio accademico”. Ci scusiamo in anticipo della nostra ripetitività, ma è dovuta alle osservazioni da noi fatte punto per punto, e al ribattere di certi concetti da parte di Brancaccio.
Iniziamo dal prologo, in cui Brancaccio, anticipando una sua tesi, dice:

' la libertà del capitale e la sua tendenza a centralizzarsi in sempre meno mani costituiscono una minaccia per le altre libertà e per le istituzioni liberaldemocratiche del nostro tempo. Dinanzi a una simile prospettiva Keynes non basta, come non basta invocare un reddito. L’unica rivoluzione in grado di scongiurare una catastrofe dei diritti risiede nel recupero e nel rilancio della più forte leva nella storia delle lotte politiche: la pianificazione collettiva '.

Ora, punto primo:
Marx, in relazione al modo di produzione capitalistico, ha sempre parlato, per quanto ne sappiamo, di “libertà per il borghese (innanzitutto libertà di sfruttare i proletari)” e di “schiavitù del lavoro salariato” per il proletario. Più estesamente: la libertà in ambito borghese è in ultima istanza libertà per il capitale; tutte le altre libertà devono, all’occorrenza, essere ad essa sacrificate, manifestando così la loro falsità, la loro apparenza soltanto, di verità. Ovviamente, quindi, Marx non escludeva vari “gradi di libertà” per le mezze classi, o anche “piccole apparenti liberà” concesse a settori proletari, ma ottenute con la dura lotta. Oggi, soprattutto (ma non solo) per le mezze classi piccolo-borghesi che si stanno rapidamente impoverendo a causa della crisi del capitale, queste mezze-libertà sono in pericolo; far tornare indietro il processo capitalistico per riottenerle (Keynesismo), oltre che impossibile, è reazionario. Sappiamo bene che in passato il Keynesismo è servito solo ad affasciare in un abbraccio reazionario tutte le classi di una nazione per condurle alla guerra contro altre nazioni.


Punto secondo:
“Keynes non basta”, dice Brancaccio; significa che egli è cosciente che una semplice redistribuzione della “ricchezza”, intesa come prodotti di consumo, rimane intatti i rapporti di produzione capitalistici ed ha risultati alla lunga reazionari? Vedremo cosa dice in seguito. Inoltre: questo rilancio della pianificazione collettiva come si dovrebbe fare? Si dovrebbe fare restando all’interno del modo di produzione capitalistico? Per ora non è chiaro.


Lo scritto vero e proprio inizia così:
' Per scongiurare una futura “catastrofe” sociale serve una “rivoluzione” della politica economica. Così parlò Olivier Blanchard, già capo economista del Fondo monetario internazionale, in occasione di un dibattito e un simposio ispirati da un libretto critico a lui dedicato (Blanchard e Brancaccio 2019 ..) '

Appartenendo Blanchard all’FMI non pensiamo che intendesse proporre una vera rivoluzione del modo di produzione, uscendo al di fuori del modo di produzione capitalistico, bensì proponesse delle “correzioni” al modo di funzionare del capitalismo .. o ci sbagliamo? Queste correzioni nulla cambierebbero di sostanza alla schiavitù del lavoro salariato, non eliminerebbero il rapporto di sfruttamento, avrebbero comunque lo scopo di mantenere il modo di produzione e non di affossarlo.

Proseguiremo commentando stralci estratti seguendo l’ordine delle pagine:

' non vi è motivo di ritenere che quella economica sia scienza “molle” rispetto alla fisica, alla chimica e in generale alle cosiddette scienze “dure”. Dato che la previsione può suscitare imbarazzo all’una e alle altre, che in entrambi i gruppi di scienze l’esperimento è a volte direttamente possibile e altre no, che in nessuno dei due ambiti il test può dirsi perfettamente controllato o isolato '


In realtà noi pensiamo che solo con Marx si adotta il vero metodo scientifico anche nell’economia. Per capirlo bene bisogna leggere i “saggi sulla teoria delle crisi” di Henryk Grossman, uno dei pochissimi studiosi ad approfondire realmente l’economia marxista dopo Marx.

' Misurarsi con l’incedere del processo storico, e quindi anche giudicare la tempestività di “catastrofe o rivoluzione”, è questione scientifica improba, che mai potrebbe esser ficcata negli angusti sgabuzzini della scarsità e dell’utilità neoclassiche. '

E infatti la scarsità e l’utilità neo-classiche fanno a pugni con la scientifica “legge del valore” di Marx

Proseguiamo:

' Se dunque in questa sede si intende decretare la presenza a pieno titolo dell’economia nell’empireo della scienza tout court, e con essa si pretende di indagare sulla biforcazione in questione, allora si dovrà per forza indicare un sentiero di ricerca diverso da quello prevalente (sulla diversità rispetto all’ortodossia neoclassica, cfr. Brancaccio 2010a).
Una via alternativa potrebbe consistere nel recupero di un’ardimentosa e mai rinnegata tesi di Althusser: che dopo avere inteso per “storia” la complessa totalità sociale dominata dal modo di produzione capitalistico e dopo aver situato l’economia nel suo mezzo, arriva a identificare nel Capitale di Marx il primo, pur incerto passo della conoscenza scientifica nel perimetro del fino ad allora inesplorato «continente della storia», come secoli prima il Dialogo di Galileo aveva fornito la chiave metodologica d’accesso nel «continente della fisica» (Althusser 1974). '

Noi pensiamo che quello di Marx non fu un passo incerto, come non fu incerto il passo gigantesco di Galileo del “Dialogo ..” e di altre opere, completato poi da Newton. La differenza di metodo con i precedenti e i contemporanei di Marx nell’affrontare i fenomeni economici fa il pari con la differenza di metodo di Galileo rispetto ai sapienti della sua epoca nell’affrontare i fenomeni naturali. E ancora oggi i risultati teorici di Galileo e Newton sono, ad es., alla base di tutta l’ingegneria edile; e in generale. La fisica classica da loro derivata è alla base della maggior parte delle cose che noi correntemente utilizziamo .. altro che superate. Tant'è vero che anche tutt’oggi, a livello di studi non universitari, non si insegna davvero molto oltre. Anche il marxismo – il metodo scientifico più che le conclusioni immediate – di Marx fu, come disse Bordiga, “una meravigliosa statua, GIA’ PRONTA, in cui solo vari dettagli erano da definire, da scolpire, meglio”. Noi quindi pensiamo che il paragone fatto da Althusser tra Marx e Galileo sia corretto, ma un po’ riduttiva è la valutazione del loro operato. Per il parallelo dei metodi tra Marx e Galileo, bellissimo leggere i soliti “saggi sulla teoria delle crisi” di Grossman.

Proseguiamo:

' Sulla storia, abbiamo detto, l’approccio neoclassico è intrinsecamente muto. Ma pure la scienza critica dell’economia e della storia, ispirata all’analisi marxiana e ai suoi continuatori, si presenta ancora oggi a uno stadio poco più che embrionale. Essa si sviluppa grazie a filoni di ricerca sotterranei che riaffiorano puntuali all’indomani delle crisi, ma il più delle volte restano sommersi e dimenticati, ai margini della grande accademia e delle sue ingenti risorse. '

Che continuare l’opera di Marx ed Engels riguardo alla ricerca storica e addirittura paleo-antropologica, oltre che economica e filosofica, sia stato e sia ostacolato non solo dalla mancanza di risorse, ma anche da interpretazioni dogmatiche come quella stalinista, e da persecuzioni ideologiche dal capitalismo è verissimo .. però non diremmo che lo stadio nei vari campi sia poco più che embrionale. In economia, a voler approfondire davvero, siamo, con Grossman (a nostro avviso il più coerente continuatore di Marx in questo campo) proprio alla spiegazione completa dei meccanismi di fondo che agiscono nel modo di produzione capitalista e lo portano alla sua catastrofe. Nell’analisi delle controtendenze del capitalismo ci sono vari lavori interessanti, ad es. anche di qualche americano (Loren Goldner) sulla finanza, cioè sul capitale fittizio. Ma poco di tutto questo è presente in ambito accademico-borghese. Per quanto riguarda la paleo-antropologia, purtroppo, oltre al meraviglioso lavoro di Engels “l’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”, non vi sono approfondimenti e ammodernamenti della sua analisi, per quanto ne sappiamo, nemmeno in ambito marxista (noi due stavamo facendo un tentativo, a partire dal lavoro di Engels .. ma è solo una bozza). Ma a studiare bene quest’opera, almeno, si capisce la fallacia di molte affermazioni di antropologi accademici. Per quanto riguarda la storia più recente, vi sono molte lacune nel fare il punto di quanto avvenuto nell’ultimo secolo. Ma di tutto questo passa ben poco, oggi, nell’ambito delle discussioni accademiche-borghesi. Come dice giustamente Brancaccio: “il sistema si guarda bene dal nutrire una serpe teorica in seno”.

' Eppure, nonostante le enormi difficoltà, la serpe cresce. .. i filoni di ricerca alternativi continuano a produrre avanzamenti dal punto di vista del metodo, della strutturazione logica e della verifica empirica delle teorie.
Da questi avanzamenti è venuto alla luce uno snodo della moderna scienza economica critica .. Lo snodo a cui mi riferisco è l’esigenza di stabilire un collegamento fra la teoria della “riproduzione” e della crisi capitalistica da un lato, e la teoria delle leggi di “tendenza” del capitale dall’altro. L’una e l’altra hanno finora quasi sempre proceduto lungo sentieri separati, come fossero oggetti impossibilitati a connettersi. '

Forse questo collegamento non c’è stato – ancora – nelle ricerche accademiche, ma in ambito marxista-ortodosso, per quanto ambito estremamente minoritario, il collegamento è molto chiaro. La tesi ortodossa è questa: il fenomeno di fondo che va sotto il nome – non esaustivo, perché il fenomeno è più complesso – di 'legge della diminuzione tendenziale del saggio generale di profitto' è la “molla” che innesca vari tipi di fenomeni DERIVATI da esso. Tra questi c’è la tendenza alla centralizzazione dei capitali, ma c’è anche la tendenza del capitale ad inceppare sua stessa riproduzione sistemica; cioè c’è anche la tendenza verso crisi non solo prettamente economiche, ma di sistema; crisi sempre più catastrofiche, sempre più pericolose per la sua stessa sopravvivenza.

' Una possibile via di collegamento fra le due teorie, allora, può provenire dalla decifrazione di un loro legame inedito, emerso da alcune ricerche recenti. Si tratta del nesso tra le condizioni di solvibilità sottese alla riproduzione del capitale da un lato, e la tendenza verso la centralizzazione del capitale in sempre meno mani dall’altro (Brancaccio … Moneta 2020).
C’è motivo di ritenere che questo nesso abbia valenza euristica generale: situato al livello della struttura economica capitalistica .. la nostra tesi fondamentale è che non è possibile porre interrogativi e rispondervi, se non dal punto di vista della riproduzione e della tendenza, in particolare della tendenza alla centralizzazione del capitale. '

Certamente ci possono essere, e ci sono, dei nessi tra due fenomeni che si originano dallo stesso fenomeno di fondo .. però bisogna stare molto attenti nell’analizzare i rapporti di causa-effetto: la causa principale di entrambi i fenomeni è sempre il meccanismo di fondo predetto.

' legge di riproduzione e tendenza, ovvero la tendenza alla centralizzazione del capitale .. Per quel che mi è dato sapere, la sola indagine che in certo modo vi si approssimi e che è salita agli onori delle cronache scientifiche recenti, è quella di Thomas Piketty (Piketty 2014). Criticabile nella esposizione dei dati, fuorviante nella ricostruzione storica del pensiero economico critico .. l’opera di Piketty ha tuttavia un indubbio merito: cercare di trarre una legge di tendenza da una relazione di riproduzione del capitale. Quest’ultima viene definita dall’autore «disuguaglianza fondamentale», e consiste nella differenza tra il tasso di rendimento del capitale e il tasso di crescita del reddito. La tesi dell’economista francese è che il secolo ventunesimo sarà contraddistinto da un tasso di rendimento del capitale sistematicamente più alto del tasso di crescita del reddito. Di conseguenza, sotto date condizioni, il capitale crescerà più rapidamente del reddito e questo determinerà pure un incremento continuo dei patrimoni ereditati rispetto ai redditi creati durante una vita di lavoro. .. è una tendenza incessante all’aumento delle disuguaglianze tra chi vive di ricchezza e chi vive di lavoro ..

Il padre della teoria neoclassica della crescita e premio Nobel per l’economia Robert Solow l’ha denominata «tendenza dei ricchi sempre più ricchi»..
Il tentativo di Piketty di inquadrare la sua tesi secolare in uno schema tradizionale, di tipo neoclassico, è fallimentare. ..
L’ambito appropriato, in questo senso, sembra esser proprio la scienza critica del capitale.

In questo contesto teorico alternativo, tuttavia, si fa subito una nuova scoperta. Dentro quella che Piketty chiama la «disuguaglianza fondamentale» sussiste un ulteriore elemento, nascosto e più profondo. Se scomponiamo il rendimento medio del capitale in due parti, quella che attiene al tasso medio di profitto e quella che riguarda il tasso d’interesse medio sui prestiti, possiamo notare che dentro la legge di riproduzione rappresentata dalla “disuguaglianza fondamentale” c’è anche una “condizione di solvibilità” del sistema. In questa cruciale condizione si innesta anche, .. la solvency rule del banchiere centrale. Ora, a date ipotesi, si può mostrare che quanto maggiore sia il tasso di rendimento medio del capitale rispetto al tasso di crescita del reddito, tanto maggiore sarà il tasso medio d’interesse rispetto al tasso medio di profitto, e quindi tanto più stringente sarà la condizione di solvibilità. Ossia, in altre parole, sarà più difficile onorare i debiti accumulati. Ciò porterà a un aumento delle insolvenze, delle bancarotte e dei fallimenti dei capitali relativamente più fragili

È questo, per l’appunto, il moto della centralizzazione capitalistica: un fenomeno pervasivo e forse più insidioso della “tendenza dei ricchi sempre più ricchi”, perché a differenza di questa può imporsi anche in base al controllo di un capitale di cui non si è formalmente proprietari. I dati indicano che questo moto di centralizzazione dei capitali è ancora frastagliato, con varianti nazionali e geopolitiche, ma che almeno in potenza non ha limiti né confini, ed è per questo in grado di estendersi all’intero pianeta. .. : il capitale non solo tende a crescere rispetto al reddito, come sostiene Piketty, ma tende anche, e soprattutto, a centralizzarsi in sempre meno mani.'

Il ragionamento è condivisibile .. ma nulla di nuovo sotto il cielo marxista. Che ci siano arrivati anche studiosi borghesi come Piketty è il segno dei tempi.

' .. esistono controtendenze? I capitali più piccoli e più fragili, a rischio di liquidazione e assorbimento, possono tentare di organizzarsi per imporre al banchiere centrale e alle altre autorità di governo una linea politica orientata a mitigare le condizioni di solvibilità e a contrastare la dinamica della centralizzazione. .. Ma l’evidenza disponibile solleva dubbi sulla possibilità che una simile reazione sia in grado di sovvertire la tendenza centralizzante di fondo. Una teoria della politica economica in grado di spiegare il perché è ancora di là da venire. Tuttavia c’è motivo di ritenere che proprio la crescita del capitale rispetto al reddito abbia qualcosa a che fare con la capacità della centralizzazione di soverchiare le sue controtendenze.

La legge di riproduzione e tendenza fin qui descritta ha riflessi su varie controversie teoriche del passato. Per esempio, essa rigetta l’erronea teoria della produttività marginale decrescente del capitale, mentre non si oppone ma nemmeno necessita della tesi di caduta tendenziale del saggio di profitto.
Più in generale, in chiave epistemologica, la legge descritta obbliga a cimentarsi nella difficile costruzione di quella teoria materialista della politica economica che tuttora manca all’appello nella storia della scienza. '

Certamente qui non siamo d’accordo. Che la controtendenza operata dai capitali più piccoli e fragili non riesca di solito, in genere, ad imporre la propria volontà ai capitali più grossi e forti è un portato stesso del processo di accumulazione capitalistico .. non lo capisce soltanto chi pensa che sia in genere la sovrastruttura politica a comandare sulla struttura economica, cioè chi non è marxista. E quindi si può pure arrovellare il cervello come i tanti che pensano che, cambiando le forme organizzative delle istituzioni (ad es. parlamentari) si possano davvero cambiare i reali rapporti di potere tra le classi sociali, oppure i tanti proletari che si sono arrovellati per decenni il cervello per capire chi sia il meno peggio tra i partiti borghesi da votare. Quindi:

Una teoria della politica economica in grado di spiegare il perché (i piccoli capitali subiscono la volontà dei grandi) è tutt’altro che di là da venire.


Inoltre, che la legge della produttività marginale sia erronea è facile da dimostrare, ma che la ' legge di riproduzione e tendenza ' non necessiti della “tesi” di ' caduta tendenziale del saggio generale di profitto ' additata da Marx in più di un suo lavoro come “la legge più importante di tutta l’economia politica”, oltre che ad essere una affermazione non marxista è – cosa più importante – completamente sbagliata. Marx in tanti punti spiega come, proprio per contrastare la tendenza alla caduta del saggio generale di profitto, una della controtendenze è appunto la centralizzazione del capitale.

' la tendenza del capitale a crescere rispetto al reddito e a centralizzarsi, costituisce in quanto tale una prova di tendenza del sistema verso la “catastrofe”? .. è possibile dare una risposta preliminare affermativa .. una tale dinamica del capitale non sconvolge soltanto l’assetto economico ma può avere enormi ricadute sul quadro politico e istituzionale, e più in generale sul sistema dei diritti .. erode la democrazia e la libertà, anche intese nel mero significato liberale. Al limite .. può arrivare a minare le basi stesse del liberalismo democratico .. La conquista del potere da parte dei capitalisti è oggettivamente un momento di sviluppo in senso liberale e democratico .. quella fase originaria è soverchiata dagli stessi sviluppi del capitale '

Tutto condivisibile .. ma, ancora, nulla di nuovo sotto il cielo marxista.

' Blanchard, con Larry Summers .. per rivoluzione, intendono non molto più che un recupero del vecchio lascito keynesiano .. un keynesismo così accorato ai vertici del pensiero mainstream non si vedeva da decenni. Tuttavia, da qui a considerarlo praticabile ce ne corre .. [all’epoca] di Keynes .. venne forgiato nelle asprezze di un gigantesco conflitto epocale, tra capitalismo e socialismo sovietico. .. Si avverte oggi quel pungolo? Esiste uno scontro di sistema paragonabile a quello degli anni trenta del secolo scorso? .. non vi è traccia nel mondo .. A ben guardare, però, la politica keynesiana potrebbe anche materializzarsi in senso diverso: non rivoluzionario ma reazionario '

Non condividiamo l’ultima affermazione: la politica keynesiana, come già detto, fu reazionaria anche al tempo di Keynes. Servì ad affasciare (parola davvero sinistra) anche i proletari alle altre classi della loro nazione, in ogni nazione industrializzata, perché si facessero scannare per gli interessi della borghesia presentati come gli interessi di tutta la nazione, nel secondo conflitto mondiale!

' È il caso in cui venga messa al servizio esclusivo dei capitali più deboli e fragili, al solo fine di allontanare il pericolo di una loro liquidazione e rallentare così la centralizzazione nelle mani dei capitali più forti. Questa possibilità esiste. Contrariamente a quanto sostenuto da Blanchard e Summers, e in generale dalla tradizione neoclassica, la “disuguaglianza fondamentale” fra il tasso di rendimento del capitale e il tasso di crescita del reddito non è la risultante di un equilibrio “naturale” ma è piuttosto l’esito di decisioni macroeconomiche .. una eventuale politica keynesiana interviene proprio su una componente cruciale della disuguaglianza fondamentale '

Premettiamo che intendiamo i capitali finanziari nel senso leniniano, mica sono padroni solo di banche o assicurazioni, ma di terreni, coltivazioni, industrie, miniere e quant’altro, dappertutto nel Pianeta; e non posseggono/gestiscono solo mezzi di produzione. Insomma, questi capitali finanziari che dominano l’economia planetaria, nella crisi assetati sempre più di profitti e di sangue dei proletari, come mostruosi vampiri, dovrebbero concedere ai capitali più deboli di non fallire?!! Ma in che mondo viviamo?!!


E’ proprio, invece, il dis-equilibrio naturale dell’accumulazione capitalistica (determinato dal suo meccanismo di fondo) che porta, “naturalmente”, cioè finché capitalismo ci sarà, sia al divergere tra “tasso di rendimento del capitale e tasso di crescita del reddito” (definizioni economiche borghesi, non certo marxiste, e per questo imprecise: tasso di crescita del reddito di quali classi sociali? Rendimento di quali capitali? Ma lasciamo stare), sia alla centralizzazione dei capitali.

Però, come Brancaccio dice giustamente nel seguito, la tendenza alla centralizzazione marxiana non si può invertire, ma si potrebbe frenare, con le conseguenze “di destra” che poi descrive:

' Manovrando allo scopo di tenere stabilmente il tasso d’interesse sotto il tasso di crescita, il policymaker keynesiano rende meno stringenti le condizioni di solvibilità del sistema, riduce le bancarotte e i fallimenti e pone così un freno alle liquidazioni e acquisizioni dei capitali deboli a opera dei forti.
Insomma, una sorta di helicopter money for the petty bourgeoisie anziché for the people .. difficile che questa linea di indirizzo possa soverchiare indefinitamente il meccanismo di centralizzazione del capitale. Ciò non toglie, però, che la “reazione keynesiana” può scatenare contraccolpi alla centralizzazione marxiana. In generale tenui, cioè tali da rallentarla in virtù di un compromesso tra le diverse fazioni del capitale. Oppure al limite così violenti e pervasivi da trasformare la contesa economica tra capitali in conflitto politico tra nazioni
.. da un lato capitali mediamente solvibili, più grandi e sempre più ramificati a livello internazionale, dall’altro capitali più piccoli e in affanno che operano invece maggiormente entro i confini della nazione e per questo tendono a identificarsi più facilmente in essa, magari riesumando una politica revanscista, potenzialmente xenofoba, al limite fascistoide, ma sempre a suo modo liberista. In questo rinculo keynesiano, allora, la reazione può farsi nazione, o quantomeno può chiudere la tendenza alla centralizzazione del capitale entro gabbie geopolitiche. Ossia in un senso nuovo rispetto alle vecchie controversie possiamo dire che nello scontro tutto interno alla classe capitalista, Keynes può muovere contro Marx. Una contrapposizione che all’estremo può sfociare in guerra '

La possibilità è reale, tale keynesismo può sfociare in guerra tra – potenti – nazioni; ma .. sarebbe una novità? Gira e rigira il concetto è quello .. un affasciamento delle classi intorno alla nazione non si fa solo con le parole, con l’ideologia, ma con i fatti: riempiendo, almeno per un po’, la pancia .. e non solo ai piccoli borghesi incarogniti, ma anche ai proletari o a suoi consistenti settori; e anche additando a queste classi un possibile arricchimento ai danni dei proletari di altre nazioni (soprattutto quelle ritenute più povere e indifese), come la prospettiva data a piccoli borghesi ma anche a proletari, di andare ad arricchirsi in Africa, di mussoliniana memoria.


Brancaccio poi mette in evidenza che la lotta politica resta confinata nella classe dominante e nemmeno nelle pur “corrette” considerazioni degli ambientalisti non viene citata la lotta di classe ma solo il problema generazionale:


' né l’uno né gli altri attori di questa disputa accennano alla divisione in classi insita nel rapporto sociale di produzione .. ci si concentra esclusivamente su un generico conflitto generazionale. La lotta di classe sembra del tutto estranea al discorso ecologista .. Eppure non ci vuol molto a capire che il conflitto sul clima è inestricabilmente legato al conflitto tra le classi sociali. '

Ma la cosa è perfettamente “normale”: la classe operaia, e in genere il proletariato, c’è solo quando si muove; solo allora i borghesi sono costretti a prenderla in considerazione .. e gli ambientalisti di cui parla Brancaccio non sono certo proletari.

' lo schema di riproduzione e tendenza mostra che le crisi ecologiche colpisc[ono] in misura preponderante le classi subalterne. Ma soprattutto, quello schema mette in luce che gli effetti prevalenti del cambiamento climatico non vengono catturati dai prezzi capitalistici: si tratta cioè di quella che gli economisti definirebbero una “esternalità” generale, un fenomeno che si pone al di là delle capacità di calcolo razionale del modo di produzione capitalistico. .. oggi .. si riesce a concepire persino la fine della vita sulla terra ma non la fine del capitalismo '

Gianni De Bellis e Mario Fragnito

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