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(29 Dicembre 2020)

prospettiva marxista

Sotto la sferza dell’emergenza pandemica è ormai ricorrente il caso di borghesi e di politici della borghesia che si lasciano sfuggire osservazioni e massime in deroga al bon ton, infarcito di ipocrisia, di norma seguito dalla classe dominante.
E così, di fronte all’imperativo di non mettere mai in discussione la sacralizzazione del profitto su cui si regge tutta l’impalcatura della società capitalistica, abbiamo assistito ad una triste sfilata di figuri che hanno disinvoltamente relativizzato la vita umana, soprattutto se poco produttiva e di scarso valore in termini di mercato. Si è andati dal governatore della Liguria, con la sua filosofia manageriale che assegna un valore ridotto alla terza età (tutte le manfrine, la retorica sull’apporto prezioso dei nonni, sull’esperienza degli anziani come inestimabile fattore di crescita della comunità, possono andare tranquillamente al macero quando si tratta di fare i conti sul serio con le esigenze dei grandi elettori del potere imprenditoriale) al dirigente confindustriale che esorta a non fare troppe storie di fronte alle morti per covid (non sia mai che ne conseguano intoppi e fastidi per la produzione e la competitività) fino all’europarlamentare leghista e al suo tariffario della vita su base produttivistica e regionale (nelle pieghe del più recente nazionalismo del “prima gli italiani” pulsano ancora i vecchi umori padani, ma l’importante è servire sempre sua maestà il capitale). Le eventuali correzioni di tiro successive, per placare le polemiche, contano poco. «Voce dal sen fuggita Poi richiamar non vale», scrisse il poeta settecentesco Metastasio. Semmai va notato come, a fronte della sostanziale assenza di quel ruolo di vigilanza civile, di argine al pubblico imbarbarimento, che solo la lotta di classe proletaria può esercitare con efficacia e coerenza su scala sociale, queste immonde parole possano fuggire dal seno marcio della borghesia pressoché impunemente o a lievissimo prezzo. Non è addirittura escluso che queste uscite contribuiscano, a conti fatti, a spostare ancora ulteriormente in basso l’asticella per un più incondizionato esercizio di prepotenza padronale, per una più disinvolta e spregiudicata manifestazione dei disvalori della classe dominante.
Se il tribunale morale della pubblica opinione si mostra tutto sommato molto indulgente verso questi fenomeni di plateale e quasi ostentato imbarbarimento, potrebbe sembrare che la giustizia dello Stato abbia più facilità a colpire gli interessi borghesi che minano le basi della convivenza civile e della salute collettiva. Dalle inchieste sulla tragedia del Ponte Morandi affiorano ormai abbondantemente giudizi severi e documentati sulla radicata tendenza dei dirigenti e dei manager delle aziende coinvolte nella gestione della rete autostradale a privilegiare sistematicamente il profitto, l’utile aziendale, il soddisfacimento degli azionisti (da cui dipendono i lauti compensi per il management) rispetto alla sicurezza degli utenti. Risparmiare sulla sicurezza per massimizzare il profitto è una prassi che è emersa brutalmente anche nel corso delle indagini sul rogo nel 2017 della Grenfell Tower di Londra.
Ma non bisogna farsi illusioni o lasciarsi ingannare. Le favole sulle mele marce del cesto padronale servono proprio ad occultare il dato di fondo, l’elemento portante e sistemico. Capitalisti, manager, amministratori delegati non finiscono sul banco degli imputati perché la società borghese infine dimostra di rifiutare e punire il comportamento che privilegia il tornaconto privato al benessere e alla sicurezza della collettività. È proprio su questa priorità che si fonda l’intero sistema capitalistico. Quando un capitalista o un agente del capitale finiscono nei guai con la giustizia per aver dato la precedenza al profitto rispetto alla vita di altri non è perché hanno male interpretato il proprio ruolo e la propria funzione sociale, non è perché hanno violato le regole di un presunto sano esercizio dell’attività imprenditoriale, rispettoso dei valori supremi dell’umanità. Ma perché esiste un apparato normativo che pone limiti, regole al singolo diritto di sfruttamento del capitalista in nome della salvaguardia del diritto collettivo allo sfruttamento di classe. Se un capitalista finisce condannato da un tribunale non è perché lo Stato, il potere giudiziario della borghesia abbiano tradito, smentito o superato la propria natura di classe. La legalità che disciplina lo sfruttamento capitalistico, la supremazia di classe della borghesia, che prevede regole riconosciute nel rapportarsi delle componenti borghesi con il proprio Stato, è in ultima analisi una garanzia per un efficiente esercizio del dominio di classe. È un quadro giuridico entro cui ricondurre i rapporti tra classi e quelli interni alla classe dominante per il bene ultimo della difesa, del mantenimento e della massima razionalizzazione possibile di questo ordinamento classista. La singola espressione capitalistica che viene condannata in tribunale ha forzato troppo le regole comuni della borghesia in nome del proprio singolo interesse borghese e in genere sconta una debolezza relativa nel confronto interno alla propria classe che rende il suo comportamento – essenzialmente comune a tutta la classe dominante e coerente con le leggi e le logiche basilari del sistema – oggetto di scandalo, riprovazione pubblica e sentenza di condanna. I manager, i proprietari delle società che hanno sacrificato la manutenzione della rete autostradale in nome dei profitti o che hanno impiegato consapevolmente e profittevolmente materiali pericolosi nella costruzione di abitazioni e luoghi di lavoro non sono mele marce della borghesia, ma suoi figli legittimi. La borghesia deve immolare talvolta qualcuno dei suoi appartenenti sull’altare di norme comuni che disciplinano i comportamenti individuali, il perseguimento degli interessi individuali, nel nome dell’interesse generale di classe. Ciò ovviamente non solo non impedisce che l’intero sistema si muova e si perpetui sacrificando il benessere, la vita degli sfruttati alle leggi del capitale. Ma sancisce anche continuamente che l’oppressione di classe, che le logiche omicide del capitalismo hanno varcato la soglia che separa il nudo e manifesto esercizio di forza di singoli potentati dalla maturazione in ordinamento sociale e politico in cui questa oppressione è in grado di presentarsi come normalità, disciplinata e normata, riconosciuta come scontata prassi al cuore dell’intera formazione economico-sociale. I processi ai singoli borghesi, presentati come eccezione delinquenziale rispetto ad una dimensione di classe costituita su altri presupposti sociali, sono una delle testimonianze che il potere di classe della borghesia sussiste e generalmente sono una dimostrazione della sua saldezza. Pensare di poter svuotare, procedimento dopo procedimento, con un intervento giudiziario finalmente svincolatosi dai suoi fondamenti storici e sociali, la borghesia del suo potere, neutralizzare le componenti di egoismo di classe, di interesse particolare nelle dinamiche del modo di produzione capitalistico, significa imitare – ma in una manifestazione di disperata illusione senza alcun significato di rivelazione teologica – il bambino che sulla spiaggia, di fronte a Sant’Agostino, cercava di travasare il mare in una buca.
La disumanizzazione intrinseca del sistema capitalistico può essere affrontata, condannata e superata solo se il processo è alla borghesia nella sua realtà di classe. Quel processo è la rivoluzione.

Prospettiva Marxista

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