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Per una critica dell’innovazione capitalistica: Il lavoro nella catena del valore delle armi

la sicurezza degli Stati passa attraverso il controllo capillare del territorio

(29 Marzo 2021)

la nozione di sviluppo tecnologico è una nozione inscindibile da quella di sviluppo capitalistico, si trattava pertanto di smascherare la presunta neutralità della scienza

Raniero Panzieri

Raniero Panzieri

Nell'Inghilterra di metà Ottocento Marx, nel pieno di una crisi finanziaria internazionale, comincia a scrivere dell'uomo come appendice organica del sistema delle macchine che definirà «mostro animato che comincia a "lavorare" come se avesse un amore in corpo». Nell'uso capitalistico le macchine si sono trasformate, hanno appreso capacità computazionali grazie alla costruzione di un rapporto profondo con il lavoro vivo. Tecnica e scienza, capitale e guerra, produzione e distruzione sono elementi della macchina capitalistica. Il libro "Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica" (DeriveApprodi 2020) è una occasione importante per capire meglio il capitalismo al tempo della crescente compenetrazione tra mondo fisico, digitale e biologico.

Già la scelta del titolo "Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica", che evoca il celebre passo dei Grundrisse laddove Marx prevede che la scienza sarebbe diventata forza direttamente produttiva, dà l’idea di quanto sia complesso il rapporto fra l’autonomia delle macchine, rese sempre più autonome dall’intelligenza artificiale, e quella dei lavoratori, indipendentemente dalla loro posizione nel processo produttivo globale. Nell’Italia delle grandi fabbriche organizzate sul modello fordista-taylorista, ci volle una figura come Raniero Panzieri per rompere con l’accettazione supina del sindacato nei confronti di quella strategia padronale che presenta ogni rivoluzione tecnologica come espressione del «bene comune». Impostazione ideologica tuttora presente quando sostiene la neutralità del progresso, della scienza e della tecnologia, anche quando si parla di produzione militare. Per Panzieri riprendere il marxismo significava riconoscere che la nozione di sviluppo tecnologico è una nozione inscindibile da quella di sviluppo capitalistico, si trattava pertanto di smascherare la presunta neutralità della scienza.

Circa vent’anni dopo, con l’avvento del postfordismo e l’introduzione dei sistemi informatici, cambia il ruolo del lavoratore che diventa il sorvegliante del sistema automatico delle macchine, mentre in seguito, con lo sviluppo della robotica intelligente o «robotica cognitiva» e di algoritmi capaci di evolversi in autonomia, saranno le macchine digitali a «pensare» accanto all’uomo coadiuvandolo nelle attività di ideazione ed elaborazione di soluzioni complesse. Dunque aprire un dibattito sul rapporto tra innovazione tecnologica e trasformazioni economico-sociali nel capitalismo contemporaneo è più che necessario, perché si conoscono poco gli effetti dovuti all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei sistemi produttivi e sulle soggettività, e perché è difficile prevedere come si evolverà il rapporto fra macchinario e lavoratore nella cooperazione produttiva. Per andare oltre il compito che si è dato il libro, mettere a confronto i contributi di Salvatore Cominu, Andrea Fumagalli, Bifo, Federico Chicchi, Christian Marazzi e Maurizio Lazzarato per trovarne nessi e distinzioni, questo scritto intende comparare ogni loro intervento con quanto accade a livello di geopolitica delle armi, cioè come si evolve la tecnologia bellica in funzione dei progetti geopolitici delle potenze e come avviene la loro produzione. È innegabile infatti che gli equilibri fra le grandi potenze vengano determinati dall’avanzamento tecnologico, e che non si può più sostenere con Karl von Clausewitz che la tecnologia non sia uno dei fattori fondamentali della strategia stessa: il peso del settore della difesa è decisivo nella definizione non solo delle traiettorie di sviluppo tecnologico, sociale ed economico, ma anche di quelle relative alla politica estera.

Il capitalismo come macchina da guerra globale

La relazione fra scenari geopolitici, economici, sociali e tecnologici viene sostenuta da Maurizio Lazzarato nel suo intervento "La guerra civile e la macchina sociale del capitale-mondo". Il capitalismo, macchina sociale complessiva o anche «megamacchina» che sviluppa al suo interno la macchina tecnica, è una macchina da guerra globale.
L’autore chiarisce meglio il concetto di macchina da guerra attraverso l’inversione della formula di Clausewitz operata da Foucault e Deleuze-Guattari, per cui è la politica a essere la continuazione della guerra con altri mezzi. Ma se per Foucault la «microfisica» del potere è un’attualizzazione della «guerra civile generalizzata», cioè fa parte del carattere guerreggiato delle relazioni di potere, per Deleuze-Guattari la macchina da guerra sussume l’intero globo, e il capitale è capitale-mondo che perpetua e trascina il conflitto all’intera società (guerra civile). In questo scenario, privilegiato da Lazzarato, la governabilità diventa uno dei dispositivi di funzionamento della macchina capitalistica, e la supremazia tecnologica uno strumento per ottenere il dominio sul mercato mondiale. Ecco perché bisogna pensare insieme produzione e strategia, produzione e conflitto, produzione e forme di guerra: così come la macchina del capitale si impone sulla potenza della tecnica e della scienza, così fabbrica l’individuo modellando il suo corpo e la sua psiche. Cioè il capitalismo contemporaneo non si limita più allo sfruttamento delle facoltà cognitive, ma al completo condizionamento delle forme di vita (asservimento macchinico). Se non c’è più alcuna potenza che resiste alla modellazione della vita della megamacchina, non resta che pensare ad una teoria della rivoluzione considerando che anche l’innovazione tecnologica non basta più ad aumentare la produttività del capitale: per funzionare ha sempre più bisogno di lavoro non pagato e di sfruttare le risorse naturali. In questo scenario Lazzarato non dimentica il ruolo della Cina che viene descritto come «l’unica grande potenza economica che ha integrato l’organizzazione mondiale della produzione e degli scambi, ma che rifiuta di essere inserita nei circuiti dei pescecani della finanza». In generale, eliminata la democrazia dai sistemi liberali, e senza alcuna forza rivoluzionaria alle porte, rimane solo lo scontro per l’egemonia fra capitalismo di Stato di stampo cinese e capitalismo di libero mercato statunitense.

Secondo le teorie delle nuove guerre globalizzate non vi è dubbio: in questa era post-bipolare non vi sono più le condizioni che Clausewitz delineava per definire il suo concetto di guerra. Oggi prevale il «communal conflict», ossia il conflitto comunitario che consiste nella guerra insurrezionale o secessione di gruppi sociali contro lo Stato di cui fanno parte. Laurent Murawiec, neoconservatore francese un tempo analista della difesa presso la RAND Corporation, in una presentazione sulla politica in Medio Oriente intitolata «Espellere sauditi dall’Arabia», ha sostenuto che nel mondo arabo la violenza non è la continuazione della politica con altri mezzi ma che la politica è violenza, e ha chiesto un ultimatum alla Casa di Saud. Altro concetto che riflette una discontinuità nel modo di condurre una guerra è «Revolution in Military Affairs». Introdotto dal processo di innovazione tecnologica, non ha solo portato alla costruzioni di sofisticati sistemi d’arma, ma ha innovato modelli organizzativi e dottrine operative sul campo. Tuttavia l’esito fallimentare degli ultimi conflitti, ha indotto a concludere che troppo spesso si abbracciano concetti in maniera acritica (esaltazione della guerra tecnologica e/o enfasi del modello flessibile, leggero e veloce). In Cina il presidente Xi Jinping ha sostituito la tradizionale politica estera, fondata sulla moderazione e cooperazione tattica, con una strategia fondata sul perseguimento della grandezza nazionale. Non è un caso che nella sua agenda politica «Made in China 2015» abbia espresso la volontà di portare la Cina in cima alla catena globale del valore, nella speranza di farla diventare leader nell’intelligenza artificiale e in altre tecnologie all’avanguardia.

L’argomento dell’intelligenza artificiale (e sua regolamentazione), e di conseguenza il ruolo dei giganti della rete o del digitale, è fondamentale per capire se si deve parlare di capitalismo delle piattaforme digitali o di macchina del capitale (espressioni presenti in tutti gli interventi del libro).

Lazzarato affronta questo aspetto sostenendo che «l’emersione delle piattaforme dipende dal progetto politico globale dei padroni, così come la finanziarizzazione rappresenta il livello di astrazione di questa loro organizzazione». In sostanza produzione, distruzione e autodistruzione descrivono l’andamento del capitalismo, «altro che capitalismo delle piattaforme». Alla distruzione segue il disordine e la guerra civile che può diventare scontro fra Stati.

Effettivamente vi sono elementi che agiscono in maniera contraddittoria: gli enti dell’Antitrust di Stati Uniti e Cina sono alle prese con i propri giganti della Rete, gli Usa con il Team GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e la Cina con il Team BATX (Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi), eppure entrambi i paesi hanno scatenato una guerra di know-how tecnico e data access su scala mondiale. Nel 2019 negli Stati Uniti si sono aperte diverse inchieste sui comportamenti di grandi aziende digitali che avrebbero illegalmente soffocato la concorrenza. A loro difesa i GAFAM affermano che le piattaforme possono essere interpretate come meta-nazioni digitali per cui, tranne che nei paesi dove è vietata la presenza, la competizione dovrebbe essere misurata su scala globale. A oggi non si è trovata una soluzione, tanto che si parla di questi giganti come centri di potere alternativi che riescono a esercitare influenze come quelle dei tradizionali organi governativi. Quando si troverà la soluzione si capirà se gli Stati Uniti considerano queste corporazioni un problema o una risorsa, e se si valutano attraverso gli interessi di sicurezza nazionale e proiezione strategica verso l’esterno. Di fatto il Pentagono, grande utilizzatore di servizi di cloud computing sviluppati proprio da queste società, si oppone ad un loro ipotetico smantellamento anche perché una decisione errata potrebbe favorire la Cina. Gli stessi uffici dell’Antitrust si muovono diversamente quando si attivano per approvare o meno fusioni e acquisizioni di imprese appaltatrici della Difesa. In questi casi le opinioni del Pentagono sono decisive, non fosse altro perché spesso hanno un solo grande cliente: il governo degli Stati Uniti. Anche in Cina si sono mosse le autorità preposte alla tutela del mercato per non permettere ai colossi tecnologici cinesi di creare una oligarchia digitale. Nel dicembre scorso è stata avviata un’indagine antitrust a carico di Alibaba Group per «sospetti comportamenti monopolistici». Chen Long, il presidente della Consob cinese, ha dichiarato che «gli imprenditori di internet, compreso Ma, non devono superare le frontiere dell’interesse del partito. Tang Jianwei, un economista della Bank of Communications (il quinto colosso pubblico del credito in Cina) ha spiegato che l’obiettivo del governo è obbligare queste compagnie a contribuire a finanziare in maniera determinante la ricerca scientifica di base, invece di continuare ad accumulare profitti grazie alla gestione di servizi in regime di monopolio: «Le grandi imprese tecnologiche in possesso di enormi quantità di dati e algoritmi avanzati devono farsi carico di maggiori responsabilità e spendere di più nell’innovazione tecnologica originale e fondamentale». La ricerca sarà infatti lo strumento principale per alimentare l’innovazione tecnologica, ritenuta centrale nel XIV Piano quinquennale, per cui la contraddizione sta fra i colossi come Baidu e Alibaba e la necessità di evitare che aziende private guadagnino troppo potere abusando delle vulnerabilità del sistema economico e finanziario nazionale.

Dal “corpo-macchina della forza-lavoro” alla “sconnessione tra corpo e mente”

Con Christian Marazzi non è più solo la conoscenza collettiva a diventare capitale fisso, ma il corpo stesso dell’uomo. In "La metabolizzazione del capitale fisso", il lavoro vivo incorpora una serie di funzioni del capitale fisso interagendo con il processo di produzione digitale e generando informazione (i dati) attraverso algoritmi, programmi e linguaggi. Dunque la vita come fonte di produzione di valore: da qui si produce un movimento circolare fra lavoro vivo, digitalizzazione, robotizzazione e finanziarizzazione. Ma come funzionano le tecnologie digitali che hanno modificato il modo di produrre, eliminato la distinzione fra tempo libero e tempo di lavoro, e come avviene quel processo di sussunzione che la macchina attua sulle forme di vita, dai gesti all’emotività all’interno di un settore come quello militare?

Il tema del rapporto tra mente e macchina viene ulteriormente problematizzato da Franco Berardi Bifo nel suo "Dentro gli automatismi della macchina globale". Nell’intervento si interroga sugli effetti causati dalla confusione fra realtà reale e realtà virtuale, perdita della dimensione fisica del corpo, percezione del tempo appiattita su un presente accelerato, indebolimento della memoria, e con essa della propria storia fatta di esperienze e di «senso».

Ma se la funzione delle tecnologie informatiche è quella di accrescere l’intelligenza artificiale, è legittimo pensare che con la digitalizzazione in ogni area delle relazioni umane l’uomo ne uscirà «macchinizzato», svuotato della propria singolarità, della propria cognizione umana?

Johann Von Neumann, padre della moderna informatica, nel 1950 durante una conversazione con Stanislaw Ulam parlò di «un progresso della tecnologia in continua accelerazione e cambiamenti nelle modalità della vita umana, che dà l’impressione dell’avvicinamento di una qualche singolarità essenziale nella storia della razza, oltre la quale gli affari umani, così come li conosciamo, non potrebbero continuare». In seguito, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, da I.J.Good sino a Stephen Hawking, la singolarità tecnologica viene intesa come il punto in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli essere umani. Sono decenni che DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) sovvenziona studi sull’Affective computing, ramo dell’intelligenza artificiale che sviluppa tecnologie in grado di riconoscere ed esprimere emozioni. L’uomo è una entità semantica (memoria semantica): esperienza, senso, ricordi, etica, emozioni, servono a costruire un mondo narrativo che si sovrappone a quello reale ed è radicato nella nostra totalità psicofisica. Rosalind Picard, fondatrice e direttrice dell’Affective Computing Research Group presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), scriveva nel 1995 che «le emozioni giocano un ruolo non solo nella creatività e nell’intelligenza umana, ma anche nel pensiero razionale e nel processo decisionale. I computer che interagiranno in modo naturale e intelligente con gli esseri umani avranno bisogno di riconoscere ed esprimere almeno gli affetti». È evidente che l’assenza della coscienza di sé, e l’incapacità di agire in base a motivazioni morali sentite come proprie, deve preoccupare tutti e non solo chi utilizza gli studi dell’informatica affettiva, perché se in futuro le macchine dovessero imparare a esprimere emozioni con un proprio pensiero intelligente, allora nascerebbero implicazioni etiche come già accade per le armi autonome letali. Nel campo della robotica, con la biomimetica (trasferimento di processi biologici dal mondo naturale a quello artificiale), che ha permesso l’imitazione della natura soprattutto nella sostituzione degli animali più che degli uomini, si rende ancora più urgente un controllo sociale sull’uso dei dati personali messi a disposizione per lo sviluppo di dispositivi di intelligenza artificiale e di materiale chimico-biologico. Quanto alla vendita dei dati personali e mappatura del nostro comportamento, questa viene effettuata soprattutto dalle multinazionali tech che operano in un regime di oligarchia.

Qui avviene ciò che Christian Marazzi descrive quando parla di lavoro vivo che incorpora una serie di funzioni del capitale fisso. Ogni volta che un utente visita vari siti aziendali regala (quasi) volontariamente informazioni preziose che vengono poi sfruttate (in questo senso si parla di lavoro gratuito da aggiungere a quello realmente esistente). Basta entrare nel sito di «Internet Live Stats» per capire quanto l’attività di profiling dati serva per profilazioni utilizzate per fini di marketing, sanità, pubblica sicurezza, politica, ecc. Tuttavia anche se saranno algoritmi a elaborare i dati, gli stessi algoritmi sono realizzati da essere umani, sono dunque frutto di una intenzionalità che non è di per sé neutrale.

Per quanto riguarda le fabbriche della Difesa, a differenza di quelle che usano piattaforme in cloud, la trasformazione digitale non implica quella generazione di dati e informazioni comprensivi di qualsiasi «gesto o tonalità emotiva». In questi ambiti si può parlare di valore generato dal lavoro cognitivo peraltro in condizioni di modalità di processo disomogeneo lungo le diverse linee di prodotto. Un esempio esemplificativo è dato da Thales Alenia Space, impresa spaziale che ha integrato l’applicazione di più tecnologie, da quella additiva, ai big data, realtà aumentata e virtuale, gemelli digitali, ecc. all’interno della zona clean room.

Finanziarizzazione dell’economia e capitalismo bio-cognitivo

Andrea Fumagalli, nel suo "Tecnologia e finanza: La morsa del capitalismo-biocognitivo", fa riferimento alle start-up tecnologiche della Silicon Valley degli anni Novanta che si sono quotate in borsa, visto crescere il valore delle proprie azioni, operato investimenti in ricerca e sviluppo e usato il credito bancario per acquisizioni e fusioni con altre aziende. D’altronde con l’avvento del neoliberismo e il passaggio da un capitalismo basato sulla produttività a un capitalismo finanziario, che ha determinato l’egemonia del capitale creditizio e della rendita finanziaria, le aziende industriali hanno subito un processo di ristrutturazione. Questa trasformazione ha investito anche il lavoro fra fordismo, post fordismo e rivoluzione digitale, e provocato una nuova forma di produzione e accumulazione in cui conoscenza e spazio sono divenute le due variabili economiche più rilevanti nel determinare le dinamiche economiche. Nella situazione attuale, continua Fumagalli, vi è stato un peggioramento delle condizioni generali di vita e un aumento dello sfruttamento non solo del lavoro nella sua produzione materiale e immateriale, ma di tutte le facoltà umane, dalla conoscenza a quelle relazionali-linguistiche e affettive-sensoriali. Non è un caso che la ricerca tecnologica miri ai settori che riguardano l’interfaccia fra vita umana e macchine utilizzando le risorse dell’intelligenza artificiale, della scienza dei materiali, biotecnologia, neuroscienze, scienza dell’informazione e della vita.

Anche il consolidamento del complesso militare-industriale si è realizzato tramite fusioni e acquisizioni ottenuto con il ricorso all’indebitamento e all’emissione di bond che ne ha finanziarizzato l’attività industriale. Questo processo di finanziarizzazione ha conferito una importanza speciale all’andamento dei titoli delle imprese in borsa che oscillano secondo l’andamento dei budget della difesa, o l’aumento di tensioni internazionali. Se si dà una occhiata ai principali azionisti delle più importanti multinazionali della difesa (escluse le russe di proprietà statale) si trovano i più importanti fondi d’investimento internazionali (Blackrock, SSGA Funds Management Inc., Vanguard Group,ecc.) presenti anche nell’italiana Leonardo che, sebbene abbia lo Stato come principale azionista al 30,2%, ha il 51,2% in mano a investitori istituzionali. Con la finanziarizzazione delle imprese non solo l’occupazione ha subito una forte precarizzazione e all’aumento del lavoro corrisponde una riduzione del salario, ma diminuiscono anche gli investimenti in macchinari mentre aumentano i dividendi per i soci. Un caso esemplare è la Boeing, una azienda aerospaziale il cui membro del Consiglio esecutivo è stato anche un ministro della Difesa con il presidente Trump. Boeing nel 2019 ha avuto nel giro di pochi mesi due tragici incidenti che coinvolsero i 737 Max in parte dovuti alla reticenza dei vertici nel condividere i dettagli tecnici dei propri velivoli. Un rapporto del Congresso Usa ha chiamato in causa la «cultura dell’occultamento» dei difetti di progettazione ben conosciuti dai dipendenti: - gli incidenti sono stati l’orrendo culmine di una serie di presupposti tecnici errati e dalla mancanza di trasparenza da parte del management Boeing -. Tuttavia mentre continuava a diminuire la forza lavoro, l’azienda nello stesso periodo destinava 43 miliardi di dollari per il riacquisto di azioni e premiava il suo Ceo Dennis Muilenburg con 23 milioni di dollari, il 27% in più rispetto all’anno precedente. In conclusione nelle società aerospaziali la produzione per la Difesa è ormai diventata un’attività secondaria perché non essenziale alla generazione dei profitti.

Dall’estensione della logica industriale all’intero agire umano alla libertà del consumatore

Con gli interventi di Salvatore Cominu su "La non neutralità delle macchine: Un’ambivalenza da indagare" e Federico Chicchi con "Macchine, valore del desiderio e logiche dello sfruttamento", si affronta l’argomento macchine e innovazione più dal punto di vista del rapporto tra processo produttivo, organizzazione e divisione del lavoro, e tecnologie digitali.

L’analisi di Salvatore Cominu si serve del concetto di Romano Alquati di «iperindustriale» per descrivere l’estensione delle modalità di comando tipicamente industriali sulla società. Il termine stesso di industriale deve essere inteso come «modalità trasversale di organizzare la produzione e l’agire umano anche nella sfera riproduttiva, dei consumi, dell’amministrazione». Ovvero la svolta tecnologica-organizzativa, resa possibile dalle tecnologie digitali, organizza con criteri industriali l’intero agire umano. In particolare l’introduzione nel processo produttivo di nuovi strumenti tecnologici ha realizzato un vero e proprio ecosistema integrato dall’interconnessione, comunicazione e interoperabilità tra lavoratori e macchine che hanno permesso di intensificare i fattori produttivi. Tuttavia nello stesso ambiente possono convivere diverse figure professionali e diverse generazioni di macchinari, ed è questa compresenza di diverse regole e schemi che rende difficile non solo individuare il livello della capacità di comando e controllo che permea l’intera filiera produttiva a livello globale (compresa la logistica, unico momento in cui si intravedono forme di resistenza operaia), ma anche la capacità di esprimere una propria autonomia da parte dei lavoratori. In questa società iperindustrializzata, dominata da un ipertecnologismo diffuso (esoscheletro che integra produzione, consumo, socialità riproduzione) che opera attraverso il web, robotica intelligente, big data, realtà aumentata, ecc., è proprio il lavoratore cognitivo al più alto livello a essere mezzificato, impoverito. Diventa allora importante la nota a pag. 35: «occorre non confondere le utopie capitalistiche con la realtà effettiva, che è molto più coriacea e impone sempre attriti, imperfezioni, irriducibilità e – si spera – anche contro-movimenti». È nel rapporto asimmetrico che permea la co-produttività, scrive Cominu, che Alquati sviluppa il concetto di ambivalenza: la capacità umana così come è produttrice di valore per il capitale, così può rifiutare di essere il principale motore del suo funzionamento.

Federico Chicchi si differenzia da Salvatore Cominu nell’analisi della figura del consumatore che, svincolato dal controllo esercitato sulle attività lavorative in quanto forza lavoro, rimane capace di esprimere bisogni e desideri liberi di immaginare e comprare merci allontanando, fra l’altro, possibili crisi di sovrapproduzione del capitale. Questa netta separazione fra soggetto produttore e soggetto consumatore permette a Federico Chicchi di tenere aperta una contraddizione nel meccanismo che regola gli squilibri nel sistema. In sostanza è nella contrapposizione fra produzione di desideri e produzione materiale (quest’ultima rimane sussunta dal capitale) che può agire il concetto di ambivalenza «non addomesticata» e si rende possibile, sebbene sempre dentro una logica di sfruttamento, l’uscita dal gioco del capitale. L’autore pone però a questo punto una domanda: «Ma per quanto ancora?».

Domanda più che lecita visto che le piattaforme in cloud, che rappresentano il legame tra digitalizzazione e personalizzazione dei prodotti, potrebbero sanare tale antitesi interna al capitale. Oggi un consumatore riesce ad acquisire prodotti personalizzati di qualsiasi genere con un «click» (abbigliamento, scarpe, mobili, moto, persino le chiavette USB, ecc.) su una start-up, una multinazionale o piccola-media impresa, e ricevere a casa la merce.

Si mostra invece d’accordo con Salvatore Cominu a proposito della proletarizzazione e dipendenza dalle regole tipiche della fabbrica anche del lavoratore cognitivo. Il lavoratore cognitivo è la figura centrale al tempo di una economia fondata sulla valorizzazione della conoscenza nel processo di accumulazione, ma differentemente da chi sostiene la tesi che nel momento in cui il sapere e la sua diffusione diventano la principale forza produttiva e il capitale fisso l’«uomo stesso», per cui è possibile una autodeterminazione del lavoro vivo nell’organizzazione del lavoro e nelle finalità sociali della produzione, ritiene che i fattori fondamentali del nuovo paradigma tecnologico e sociale devono essere letti all’interno dei rapporti sociali di produzione per evitare eccessi presenti nelle posizioni tecnofile o tecnofobe. Le macchine intelligenti devono essere considerate per la loro capacità di calcolo e di soluzione dei problemi perché, essendo sprovviste dell’inconscio, non sono ancora in grado di porsi «il problema della propria distruzione». Siamo cioè lontani «dall’immaginare una macchina che sappia agire in autonomia» così come è altrettanto difficile immaginare che l’integrazione uomo-macchina possa servire a potenziare nuove soggettività autonome.

Quest’ultimo aspetto deve farci ricordare che la ricerca militare serve più a distruggere denaro pubblico che a centrare un obiettivo preciso. Kary Mullis, premio nobel per la Chimica nel 1993, sosteneva che DARPA è «l’unico ente erogatore di finanziamenti ad avere una politica tale per cui il 90% dei progetti è destinato a fallire». Progetti come il super-soldato del futuro hanno come finalità il potenziamento delle prestazioni di un soldato sia attraverso strumenti sempre più all’avanguardia, esoscheletri e tessuti digitali, sia tramite l’innesto di microchip e sensori direttamente nel corpo. Ogni anno vari paesi finanziano il proprio programma con milioni di euro/dollari e ogni anno ne viene allontanata la conclusione (2050 e il 2080?). Le holding della difesa non possono che festeggiare ogni volta che un governo autorizza un nuovo progetto. Il loro settore però, per quanto definito «ad alta intensità di conoscenza», può e deve sfruttare l’intelligenza diffusa nelle università, centri di ricerca (perennemente sotto-finanziati) e giovani startup (ulteriore privatizzazione della conoscenza) perché la sicurezza degli Stati passa attraverso il controllo capillare del territorio. Dunque quando si parla di questa conoscenza in particolare, ci si deve riferire a quella tecnica, sistemica e strategica la cui garanzia è data dalla partecipazione a programmi di cooperazione internazionale, e la cui finalità è l’apprendimento cooperativo e competitivo capace di forgiare alleanze strategiche e nuove conoscenze tecnologiche.

Il lavoratore cognitivo impiegato in queste aziende passa indifferentemente dall’essere esaltato «ha un effetto moltiplicatore di circa 3,21 posti di lavoro altrove», alla sua denigrazione «abbiamo una ingegneria inefficiente», allo stesso modo del lavoratore più dequalificato del lavoro in generale, il lavoro «sans phrase» di marxiana memoria. Ovvero la svalorizzazione del lavoro vivo è ciclica come le crisi economiche/finanziarie. Non a caso Boeing, Airbus, General Electric, Rolls Royce, Leonardo, ecc., hanno cominciato a ridurre l’occupazione per la crisi del settore civile per via del Covit-19. Ma se solo gli scioperi spontanei (cavalcati e poi sopiti dai sindacati confederali) sono riusciti a svelare la sospensione dei diritti dei lavoratori durante il primo stato di emergenza, l’ideologia sviluppista presente nella sinistra e nel sindacato per cui è necessario finanziare di più la tecnologia militare, non viene contrastata da un pensiero autonomo, libero dal feticcio tecnologico, che sappia capire come uscire dalle contraddizioni e crisi del capitalismo. Differentemente dai lavoratori delle grandi imprese belliche, i lavoratori di Google hanno costruito un sindacato per concentrarsi su temi di natura etica, contratti con i militari, molestie sessuali e equità salariale. L’Alphabet Workers Union non ha ancora potere negoziale ma nasce proprio quando Google licenzia chi fa parte del gruppo di ricerca sull’etica nell’intelligenza artificiale, ultima Margaret Mitchell che ha criticato l’azienda per i potenziali pregiudizi nel linguaggio dei sistemi di intelligenza artificiale o per quelli razziali e di genere nei software di riconoscimento facciale. Per capire quanto sia importante aprire un dibattito su questa tecnologia basta riprendere le parole di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo: «dal settore della difesa abbiamo mutuato la capacità dei cosiddetti sistemi di comando e controllo. Come sul campo di battaglia, anche in città si può creare un sistema che poggi su sensori capaci di raccogliere informazioni». Si riferiva al progetto X-2030 concepito soprattutto per compiti di Protezione civile, per esempio nei casi di manifestazioni sportive, cortei o calamità naturali che richiedano rapidità d’azione e decisione.
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Nel 1921, data di nascita di Raniero Panzieri, andava in scena al Teatro nazionale di Praga un dramma utopico intitolato RUR – Rossum Universal Robots (I robot universali di Rossum), scritto dal giornalista e drammaturgo ceco Karel Ĉapek. Robot deriva dalla parola ceca robota che significa «lavoro faticoso, servitù»: «Il giovane Rossum inventò l’operaio con il minor numero di bisogni. Dovette semplificarlo. Eliminò tutto quello che non serviva direttamente al lavoro. Insomma, eliminò l’uomo e fabbricò il Robot».

Rossana De Simone

Fonte

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