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Naji Al-ali

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(23 Luglio 2011) Enzo Apicella

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    Il grande silenzio: il Covid in Palestina e in Israele

    (3 Aprile 2021)

    dalla rivista Nuova Unità n. 2/2021

    covid in palestina e in israele

    Israele sembra essere il paese dei primati: più di 50 anni di occupazione coloniale della Palestina senza che nessuno abbia mai pensato di difendere i diritti umani dei palestinesi; ha un arsenale che va dalle 80 alle 200 bombe atomiche (oltre a quelle chimiche e biologiche) senza aver mai ricevuto una visita dell’AIEA; ha creato il più grande campo di concentramento mondiale a cielo aperto a Gaza.
    Ora può vantare un altro record: con più di 2,7 milioni di persone (israeliane) vaccinate con la prima dose del vaccino Pfizer (su una popolazione di circa 9 milioni) e 500.000 che hanno ricevuto la seconda dose, è diventato il campione delle vaccinazioni contro il Covid-19 grazie ad un contratto esclusivo con la multinazionale Pfizer.
    Peccato che la grancassa mediatica dimentichi alcune cose: Israele è una società militarizzata e informatizzata, il controllo dei cittadini e dei non-cittadini è minuzioso e sistematico, la violazione dei diritti civili in nome della sicurezza è “normale”.

    Andiamo avanti.
    Domanda: come mai la Pfizer favorisce un piccolo paese mentre non rispetta i contratti con la ben più grande Unione Europea?
    Qu
    Tra l’altro la cessione dei dati personali dei propri cittadini e quelli dei non-cittadini (i palestinesi) ad un gigante farmaceutico il cui scopo è – ricordiamolo sempre – fare profitti per i suoi azionisti, non rappresenta certo un esempio di lotta al virus, ma un sinistro assaggio del futuro prossimo.

    Israele ha comprato 10 milioni di dosi del vaccino da Oxford-AstraZeneca, 6 milioni di dosi da Pfizer e 6 milioni da Moderna e le ha utilizzate anche nei territori occupati. Ma solo per vaccinare la sua popolazione e i coloni illegali israeliani, che godono – a differenza dei palestinesi - di ogni diritto, compreso quello alla vita, diritto invece calpestato una volta di più se riguarda i palestinesi .

    Su questo fatto è di nuovo in atto il patto del silenzio su tutti i media.
    In qualsiasi paese del mondo sarebbe impensabile che le autorità vaccinassero un gruppo di popolazione, escludendone un altro che vive sullo stesso territorio. Invece nessuno parla dei 2,7 milioni di palestinesi di Cisgiordania e altri 2 milioni a Gaza che sono esposti al virus, con un’incidenza del 30% di infezioni e la morte, a gennaio, di 1.700 persone in territori già devastati da anni e anni di guerra guerreggiata e dal blocco israeliano, dove mancano non solo gli ospedali, i medici e le medicine, ma anche l’acqua potabile.

    I palestinesi riceveranno – non si sa se e quando – i vaccini raccolti dall’ONU attraverso il sistema Covax per i paesi poveri. Non sono stati vaccinati, fino ad una certa data, neppure i lavoratori palestinesi del settore sanitario, come ha richiesto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, perché secondo il governo israeliano non sono sua responsabilità (violando così anche l’art.56 della 4° Convenzione di Ginevra che attribuisce la responsabilità della salute della popolazione occupata all’occupante).
    Intanto sono state devastate alcune installazioni palestinesi per le vaccinazioni.

    Ma .. c’è un ma. Non c’è bisogno di menzionare la “globalizzazione” per ricordare che israeliani e palestinesi vivono e lavorano gli uni accanto agli altri e che se una gran parte della popolazione non viene vaccinata il virus non si fermerà. Così il governo di Tel Aviv si è visto costretto – dopo un vergognoso dibattito alla Knesset - a fornire qualche migliaio di dosi (circa 5.000) da utilizzare per immunizzare almeno il personale sanitario e i pazienti a rischio della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

    Come si può definire un tale comportamento? Lo hanno già fatto lo storico e accademico israeliano Ilan Pappé e B’Tselem (organismo che si occupa dei “diritti umani”), dichiarando che da tempo Israele non è una democrazia che esercita una “occupazione temporanea”, ma “un solo regime dell’apartheid dal fiume Giordano al Mediterraneo, dove un gruppo di persone (gli ebrei) esercita la supremazia razziale sopra l’altro (i palestinesi)”.
    E come definire una politica che cerca attivamente di ridurre il numero della popolazione indesiderata – oltre che con le bombe delle varie missioni e la distruzione sistematica delle sua installazioni sanitarie e di igiene- lasciandola esposta ad un virus mortifero?
    Qualcuno – ad esempio l’ex presidente Jimmy Carter e il premio Nobel per la pace Desmond Tutu, un sudafricano che se ne intende – l’ha chiamato apartheid. Ma probabilmente “genocidio” è una definizione più calzante.

    Apartheid, il regime razzista di separazione delle popolazioni con differenze nei diritti e nei doveri. Quello applicato non solo dagli Stati Uniti ai ‘nativi’ americani chiusi nelle riserve, ma dal Sudafrica, grande amico di Israele e fornitore di uranio per le installazioni di Dimona, il sito nucleare più segreto al mondo. Apartheid, definito “crimine contro l’umanità” dallo Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale, che , bontà sua, il 3 marzo scorso ha dichiarato la sua competenza ad aprire le indagini “sulla situazione in Palestina” a partire dal giugno 2014 (Operazione ‘Margine Protettivo’), quando “esiste una base ragionevole per credere che l’esercito israeliano abbia commesso crimini di guerra”.

    Così come in tutto il mondo il Covid-19 ha strappato la maschera al capitalismo, mostrando il volto brutale di un sistema in cui il profitto ha il primato su tutto, compresa la vita – del pianeta e dei suoi abitanti - in Palestina il virus espone alla vista il razzismo sistematico del cane da guardia degli USA in Medio Oriente che, forte della sua posizione, non tenta neanche di nascondere le sue pratiche genocide più ributtanti.

    Nel 1995, abbattuto il regime razzista sudafricano e diventato presidente del paese, Nelson Mandela disse: “La nostra battaglia non sarà completa senza la libertà del popolo palestinese”.
    Parole che valgono ancor oggi. Combattiamo con ogni mezzo il mutismo e l’oblio sulla Palestina, non solo per dovere internazionalista ma perché è la strategia applicata contro ogni ribellione, contro ogni lotta, la strategia più difficile da combattere: il silenzio.

    Daniela Trollio - Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”, Sesto S.Giovanni

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