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La fatalità dominante

La fatalità dominante

(26 Novembre 2011) Enzo Apicella

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(22 Maggio 2021)

prospettiva marxista

Quanta memoria e quanti simboli si addensano nel mese di maggio. Ricorrenze, riti, tracce di un profondo nesso tra i ritmi delle comunità umane e quelli di una natura che si rigenera, in questo tronco antichissimo si è innestata la giornata mondiale di mobilitazione dei lavoratori nel nome della rivendicazione dei loro diritti storici.
Maggio si è sedimentato in una millenaria percezione collettiva come mese della vita (anche un moderno cantautore come Fabrizio De André ha saputo cogliere l’asprezza della condizione di chi deve morire a maggio) ed è del tutto coerente che in questo periodo si sia collocata la ricorrenza più tenace ed evocativa del movimento operaio, del moto emancipatore dei lavoratori coscienti, unica vera energia e speranza di vita per un’esistenza sociale altrimenti condannata alla barbarie della divisione in classi e dello sfruttamento di classe. Ma ovviamente il capitalismo e la sua barbarie non si fermano a maggio. Anzi, come fosse una brutale irrisione, poco dopo la giornata del Primo Maggio si è concentrata una sequenza spaventosa di morti sul luogo del lavoro. Operaie e operai divorati da un orditoio, schiacciati da una fresa, caduti da un ponteggio, arsi nell’esplosione di un capannone. Puntuale è sopraggiunto anche lo squallido sfoggio di retorica con cui i giornali, i mass media e i politicanti, in tutte le loro varianti ideologiche, della borghesia hanno cosparso il dolore operaio. Non sono mancati gli aggettivi roboanti (inaccettabile e simili) e le formule suggestive come “strage silenziosa”. Silenzio incomprensibile, misterioso (gli operai muoiono disciplinatamente senza emettere una parola, una voce? Le loro famiglie preferiscono regolarmente il più muto riserbo piuttosto che arrecare il minimo disturbo alla quiete sociale e alla continuità produttiva?) se non si affronta la questione dell’attuale marginalità politica della classe operaia, del bassissimo livello odierno della sua capacità di lotta, di organizzazione e di rivendicazione, dello strapotere padronale che oggi può esercitarsi con tutte le sue logiche e nefaste conseguenze. Ma di fronte a tale questione sono i cantori borghesi della silenziosa sofferenza proletaria a preferire, comprensibilmente, il silenzio.
Purtroppo, ma anche in questo caso assai comprensibilmente, non tacciono di fronte al compito di spacciare aria fritta, utilissima nella difesa dell’ordine capitalistico, quando occorre distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità nelle morti operaie capaci, per qualche giorno, di ritagliarsi un po’ di attenzione sugli organi di informazione nazionali. Affrontare il tema delle morti dei lavoratori sul luogo di lavoro senza toccare nemmeno la questione della lotta di classe significa rifilare agli stessi lavoratori aria fritta padronale, dispensare discorsi altisonanti e ipocriti, ingannare il proletariato, la carne da cannone della produzione capitalistica in modo che continui senza troppi fastidi ad essere carne da cannone. Le maggiori vette di quest’arte della magniloquenza e dell’inganno tendono, come sempre, ad essere raggiunte dalle varianti “progressiste” e “di sinistra” del mondo politico ed ideologico della borghesia. Basti pensare alle conclusioni a cui arriva Michele Serra su Repubblica, nell’articolo contrassegnato dal solenne titolo “La sacralità di chi lavora”: senza aver dimenticato di ricordare preventivamente il calvario degli imprenditori alle prese con le pastoie burocratiche previste dalle normative sulla sicurezza, la nota firma dello storico quotidiano della sinistra italiana indica la stella polare di «una nuova cultura politica, che veda nello Stato non solo il minaccioso latore di scartoffie, ma un dispensatore di buoni indirizzi, di cultura del lavoro, di scuola di salute».
Ancor più in alto (in realtà in basso nel sotterfugio per scantonare il nodo della lotta e dei rapporti di classe) vola Giuseppe Provenzano, vicesegretario del PD, su Avvenire. È nientemeno che l’artiglieria pesante del «modello sociale europeo» che viene schierata in campo. E avanti, quindi, con transizioni ecologiche e digitali, legalità contro la «strage quotidiana di lavoratori», progetti di «occupabilità» e di «reti inclusive», elogi al presidente Biden, autoincensamenti per vertici europei dedicati al sociale, accenni di sdegno sapientemente calibrati in modo che affiorino tra le righe senza disturbare le relazioni del progressismo borghese con i propri borghesi referenti, propositi di «ricucire l’Italia con il lavoro», il tutto a comporre un’autentica «svolta sociale».
Ma le “svolte sociali” senza lotta di classe, che non prevedono la lotta della classe sfruttata contro il sistema del proprio sfruttamento, sono una presa in giro. E lo sono in maniera ancora più feroce quando si chiamano in causa le morti dei lavoratori, sul fronte del rapporto tra capitale e lavoro. Perché gli incidenti, le morti sul lavoro sono un frutto, un risultato della lotta di classe, che non sussiste solo quando è condotta dal proletariato. Sono l’esito della lotta condotta dal capitale contro i lavoratori. Sono il risultato della supremazia, oggi schiacciante, della borghesia sul proletariato. Sono le conseguenze, coerentissime, dell’azione capitalistica nella guerra quotidiana per rendere la forza-lavoro sempre più sottomessa, ricattabile, produttiva, anche a scapito della sua sicurezza. Si muore in fabbrica, nei cantieri, nei capannoni, lungo le tratte quotidiane della schiavitù salariata, perché il capitalista è oggi sufficientemente forte per risparmiare sui dispostivi di sicurezza, per permettersi di rimanere sul mercato con macchinari obsoleti scaricando sul lavoratore i rischi connessi, per imporre ritmi e durate della giornata di lavoro che aumentano a dismisura i pericoli per l’incolumità della manodopera. Si muore, ci si ferisce, si rimane mutilati sul lavoro perché il capitale può risparmiare sulla formazione della forza-lavoro, può disporre di manodopera precaria, scarsamente retribuita, lavoratori usa e getta (la tanto celebrata flessibilità nella sua interpretazione autentica da parte della realtà dei rapporti di classe) che costano meno del lavoratore qualificato e impiegato con continuità nella propria mansione e che logicamente sono esposti a più gravi rischi. Si muore, ci si avvelena, si rimane storpiati sul lavoro, nel corpo e nel cervello, perché la concorrenza tra salariati, senza organizzazioni e coscienza di classe che possano porre un valido argine, favorisce la stessa esposizione volontaria (la volontarietà però che può esprimere una classe sottomessa economicamente, ideologicamente, socialmente) dei lavoratori al pericolo.
Di fronte a tutto questo, di fronte a questa offensiva di classe, all’interno della guerra tra classi, predicare interventi salvifici delle pubbliche autorità o dell’imprenditoria “illuminata”, indicare miraggi di svolte e agende sociali senza affermare la necessità che la lotta di classe dei lavoratori risponda all’azione padronale, contrastandola, depotenziandola, riducendone la carica aggressiva e la portata omicida, significa nient’altro che oliare il meccanismo che stritola e stritolerà le vite dei proletari. Senza riconoscere la necessità che la lotta della classe subordinata si faccia più forte e organizzata per poter far sì che la morte dei lavoratori non sia più un momento, un evento così “normale” nel ciclo produttivo e nell’attuazione delle logiche del capitale, le presunte soluzioni non saranno altro che aria fritta. E non è certo la prima volta che queste prediche svolgono il loro compito reale quando si tratta di sottomettere il proletariato in un conflitto condotto dalla borghesia. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, sul giornale del sindacato rivoluzionario americano IWW comparve una canzone che evocava le responsabilità dei socialisti rinnegati e parolai di fronte alla consegna delle masse lavoratrici nel tritacarne dell’immane conflitto imperialista: «E l’aria fritta s’è fatta cannone». Oggi come allora, le prediche “sociali” che non contemplano la lotta di classe, che la distorcono e la tradiscono nelle sue più coerenti ed essenziali implicazioni, sono testimonianza, confessione di essere parte di questa lotta, dalla parte degli sfruttatori.

Prospettiva Marxista

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