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Contro lo “smart working”, cioè contro il nuovo lavoro a domicilio

(8 Luglio 2021)

contro lo smart working

Il libro di Savino Balzano, edito da Laterza, intitolato “Contro lo smart working” è un testo utile perché aiuta a demistificare la manipolazione ideologica che le classi dominanti occidentali, per il tramite di accademici, giornalisti e presunti “esperti”, hanno costruito, negli ultimi decenni, intorno al lavoro digitale in generale, e al “lavoro agile” in particolare. Come ricorda l’autore fin dalle prime pagine, tale narrazione tossica contiene la pretesa che queste nuove forme di organizzazione del lavoro sarebbero intrinsecamente connotate da un senso di libertà e favorirebbero la riconquista di tempi e spazi a favore dei lavoratori, nonché la diffusione di un nuovo paradigma di vita potenzialmente in grado di sanare importanti problemi sociali come il traffico urbano, il congestionamento delle grandi città e l’inquinamento1. Da queste trasformazioni, dunque, tutta l’umanità, inclusa l’umanità lavoratrice, avrebbe molto da guadagnare.

Contro questa rappresentazione deformata e deformante, Balzano, aiutato dalla sua esperienza di attivista sindacale, sviluppa un ragionamento che parte dalla presa d’atto di come “lo smart working non sia né l’innovazione del secolo, né una trasformazione inevitabile ed ineludibile nell’organizzazione del lavoro, né un’opportunità per tutti” (pag VIII). A suo parere, infatti, dietro un’etichetta “accattivante” ed “esotica”, si nasconde la tendenza a rendere il tempo di lavoro sempre più rarefatto e meno rivendicabile, più sfibrato nei suoi diritti e mortificato nella sua essenza2. In questo modo, il lavoro da remoto3 si configura come il tentativo più ambizioso, più estremo, da parte padronale, di superare tutte le garanzie storicamente associate al rapporto di lavoro subordinato e che sempre più spesso sono considerate dal capitale e dalle sue personificazioni fisiche come ostacoli al processo in corso di ristrutturazione produttiva globale (capp. 2-4-5).

L’elemento più pericoloso di questo processo risiede proprio nel fatto che il “lavoro agile”, da modalità lavorativa pensata originariamente come straordinaria, residuale e circoscritta, rischia di trasformarsi, una volta passata la crisi pandemica, in uno strumento permanente volto a favorire un’ulteriore disgregazione ed atomizzazione della classe lavoratrice. In questo scenario, una sempre maggiore individualizzazione delle relazioni lavorative è ciò che può garantire ai capitalisti non solamente una lenta e inesorabile erosione dei diritti ancora in essere, ma anche una sempre maggiore difficoltà dei lavoratori ad organizzarsi collettivamente, a riconoscendosi come classe in sé, prima ancora che come classe per sé4. È attraverso questa modalità, infatti, che “l’uberizzazione del lavoro” esce dall’ambito relativamente ristretto dell’economia delle piattaforme per investire, con sempre maggiore forza, quote crescenti di salariati.

In effetti, non bisogna possedere particolari doti divinatorie per capire che se il rapporto di lavoro è essenzialmente un rapporto di forza tra i contraenti, del tutto squilibrato a favore dei proprietari dei mezzi di produzione, la generalizzazione dello smart working, oltre a scaricare una parte dei costi aziendali sulle spalle dei lavoratori (capitolo 8), mira, nelle intenzioni dei capitalisti, a destrutturare ulteriormente il “mondo del lavoro”, incrementare la precarietà del e nel lavoro, aumentare gli straordinari non pagati e favorire forme di controllo sempre più invasive e lesive della salute, della sicurezza e della privacy personale del lavoratore. Quindi, ha ragione Savino Balzano quando, dopo aver criticato la disciplina giuridica del “lavoro agile”, segnalando tra le altre cose un serie di punti oscuri sui quali le aziende potranno fare leva per favorire la ricattabilità dei lavoratori occupati (ad esempio, assegnando al lavoratore una sede di lavoro lontana dal suo luogo di residenza), propone un cambiamento di nome definendo più propriamente questo fenomeno come “home working” (pag. X), ossia, in lingua italiana: lavoro a domicilio.

Concordo in pieno con tale suggerimento, dal momento che una corretta valutazione delle “nuove” forme di lavoro digitale non può non partire dal riconoscimento di come, in forme sempre mutevoli, il capitalismo del XXI° secolo, nella sua incessante e più acuta che mai, brama di plus-valore, stia recuperando modalità di funzionamento tipiche del proto-capitalismo. In contemporanea, non solo il comando del capitale sul lavoro tende sempre più a centralizzarsi, ma anche a spersonalizzarsi e nascondersi dietro l’ingannevole “neutralità” di un apparato tecnico-informatico-digitale5. Questo nesso tra estrema precarizzazione del lavoro e nuove forme di controllo manageriale, mediate da strumenti tecnologici apparentemente sempre più sofisticati, sarà il principale aspetto da chiarire per offrire al nuovo movimento operaio in gestazione delle analisi adeguate alla fase post-pandemica che (forse) si sta aprendo.

Sarà anche sempre più importante capire come la subordinazione gerarchica del lavoro si modificherà negli anni a venire in relazione tanto ai nuovi modelli di organizzazione del lavoro, di cui lo smart working e l’uberizzazione saranno le punte di lancia più affilate, quanto di strutturazione interna delle imprese capitalistiche, che procedono spedite verso un processo di ulteriore “asciugamento” degli organici e di incremento dei ritmi attraverso un’applicazione, sempre più precisa, dei principi della lean production (la famosa produzione snella di origini toyotiste). In questo senso, il saggio in discussione è un utile contributo per cercare di capire in che modo l’implementazione delle tecnologie digitali andrà a modificare la composizione tecnica della classe lavoratrice6. Fermo restando che a fare luce meridiana sulla natura di questa vecchia-nuova forma di sfruttamento del lavoro salariato sarà l’esplosione delle lotte, come sta già cominciando ad avvenire, per il processo di uberizzazione del lavoro, con le proteste in varie parti del mondo. La volontà del capitale (dei capitalisti di tutte le nazionalità) di utilizzare la “quarta rivoluzione industriale” per rilanciare su scala mondiale un’accumulazione sempre più ansimante ai danni della classe lavoratrice è palese; questa volontà non potrà sfuggire alla resistenza e alla reazione avversa delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Rendendo “ancor più oppressiva l’oppressione reale con l’aggiungervi la consapevolezza dell’oppressione”, la critica serve ad aprire la strada alla lotta, all’organizzazione della lotta anche contro il nuovo lavoro a domicilio.

Note

1 In questo senso, l’autore si smarca da qualsiasi forma di “determinismo tecnologico” sostenendo che “sarebbe bene disfarsi una buona volta dell’idea così diffusa e deresponsabilizzante per cui la tecnologia avrebbe una direzione preordinata, incontrollabile e lineare, che da essa debba discendere un preciso modello di società e che la società stessa (e con essa il mondo del lavoro) non debba fare altro che adattarsi ai suoi sviluppi, senza opporre alcuna resistenza” (pag XII).

2 In sostanza, la generalizzazione dello smart working non solo rischierebbe di generalizzare una prestazione lavorativa sempre più isolata ed isolante, ma, grazie all’utilizzo sempre più invasivo delle ICT, potrebbe produrre una sua totale flessibilizzazione, superando il concetto di un orario di lavoro definito in favore di prestazioni rigidamente valutate in base ai “pezzi” da realizzare. Questa evoluzione non dovrebbe sconvolgere nessuno dal momento che, come faceva notare Karl Marx nel primo libro del Capitale, il salario a cottimo rappresenta la forma di retribuzione che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Questa preferenza si può facilmente spiegare sulla base del fatto che il lavoro a cottimo associa, allo stesso tempo, minimi costi di sorveglianza e massima intensità dello sforzo lavorativo.

3
Balzano si sofferma minuziosamente, in diverse parti dell’opera, sulle differenze, soprattutto in termini di garanzie giuridiche previste, tra smart working e telelavoro giungendo alla conclusione che questa modalità di organizzazione del lavoro “non introduce nulla di particolarmente innovativo alla normativa previgente: nella pratica, per come viene implementato dalle aziende, costituisce infatti una prestazione lavorativa svolta quasi interamente da casa, da un luogo fisso, in poche parole una specie di telelavoro, con tutti i suoi vincoli, ma senza le sue tutele” (pag 52, c. m.).

4 Egli vede come possibile conseguenza dello smart working il fatto che: “i lavoratori saranno soli, stretti nella morsa si un indesiderato individualismo, tante piccole marionette mosse da un filo lunghissimo e invisibile. Basterà un click: per essere adibiti a mansioni diverse, magari inferiori; per essere spostati in massa, freneticamente, da un settore ad un altro in base ai picchi di produttività, per inseguire le esigenze del consumo e del profitto; per essere preposti a coprire l’assenza di un lavoratore che lotta per migliori condizioni di lavoro e contro lo sfruttamento del più forte sul più debole. Basterà un click, e nessuno lo vedrà. È la fine dell’organizzazione del lavoro per come la intendiamo oggi: la fine della comunità, di un gruppo, di un insieme” (pag 79).

5 Questo aspetto è colto anche da Balzano, il quale paragona l’invasività del controllo che è possibile esercitare con le tecnologie digitali al Panottico progettato da Jeremy Bentham alla fine del XVIII secolo.

6 In relazione a questo argomento, un punto di partenza può essere offerto da questa citazione: “mentre si narra di libertà, di futuro, di modernità, di nuove e infinite potenzialità, già si pensa alla massimizzazione del profitto, alla negazione del diritto alla disconnessione, al sogno del lavoro gratuito. Il risultato, sempre lo stesso: l’ulteriore mortificazione del lavoro e del lavoratore, come se a compromettere la posizione di forza non fossero bastati gli ultimi trent’anni di attacchi unilaterali. Lo smart working, se non verrà governato a dovere dalla politica, sarà il cavallo di Troia nella cittadella del lavoro, l’espediente che mette fine al conflitto tra capitale e lavoro sancendo la definitiva vittoria del primo sul secondo” (pag 94-95).

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