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(16 Giugno 2010) Enzo Apicella
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Demolire le fonti energetiche del capitale

Una via rivoluzionaria per risolvere la crisi ambientale

(8 Luglio 2021)

capitalismo falai

Prima che la pandemia monopolizzasse l’azione dei governi, le classi dirigenti europee (e mondiali) discutevano se la crisi climatica fosse una opportunità per ristrutturare il sistema produttivo e rilanciare i profitti. Le grandi industrie erano pronte per una nuova tipologia di prodotti garantiti ecologici. Tuttavia mancava un quadro di riferimento tecnico e normativo per definire cosa fosse ecologico o meno; dato che i singoli stati incentivavano in ordine sparso le ormai tradizionali fonti energetiche rinnovabili: principalmente eolico, fotovoltaico, e veicoli elettrici a batteria e isolamento termico degli edifici, nell’industria delle costruzioni. Tali provvedimenti, però, non sarebbero stati sufficienti per sostituire gli idrocarburi nella domanda crescente di energia a livello globale. Era giunto il momento di attuare una politica che coordinasse e definisse gli ambiti della concorrenza; che fornisse alle imprese e alla ricerca una grande quantità di finanziamenti pubblici.

Sicché, quando nel 2015 nacque il movimento FFF (Friday For Future) il terreno era già pronto per essere seminato. Infatti, nel 2019 La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciava il Green Deal europeo: un insieme di iniziative politiche e una grande quantità di finanziamenti alle imprese, con l'obiettivo generale di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050. L'intenzione era quella di rivedere ogni legge vigente in materia di clima e di introdurre nuove leggi sull'economia circolare, sulla ristrutturazione degli edifici, sulla biodiversità, sull'agricoltura e sull'innovazione. Insomma, la crisi ambientale diventava una manna dal cielo per gli stessi inquinatori. Non c’è da stupirsi, il trasformismo delle classi dominanti non è una caratteristica solo italiana; solo che da noi è praticato scientificamente e continuamente: altro che inefficienza burocratica!

Insomma, tutto era pronto per la nuova era dell’industria ecologica ma l’irrompere della pandemia rimandò l’operazione a un futuro indefinito; ora, due anni dopo, quello che conta è rilanciare la produzione purchessia e la new green economy sembra dimenticata. Tuttavia, quando un meccanismo è avviato può rallentare ma non può essere fermato e d’altronde la crisi ambientale non può essere ignorata. Sicché, il problema del riscaldamento globale fornirà ai sistemi industriali il riferimento per le produzioni future, a prescindere dall’andamento pandemico.

Ma è proprio questo il punto: si può ridurre la crisi ambientale a crisi climatica? Nel vedere cosa passa il convento parrebbe di sì; tutto il discorso pubblico si concentra sulle eccessive emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, causata dalla combustione dei fossili. Non a caso anche la ricerca scientifica si concentra sulle nuove e quasi fantascientifiche fonti energetiche che non producono gas serra; ma che in quanto a compatibilità con l’ambiente naturale generano molti dubbi. Come i superconduttori, ad esempio, (batterie di lunghissima durata e costi contenuti). O l’idrogeno verde (prodotto per elettrolisi); o addirittura la fusione nucleare. A proposito della fusione nucleare, è di questi giorni la notizia che il reattore a fusione cinese Tokamak ha frantumato un altro record, raggiungendo una temperatura di 160 milioni di gradi Celsius per 20 secondi. La prospettiva auspicata è la produzione di energia infinita e assolutamente pulita; e questa e davvero fantascienza.

Tuttavia supponiamo che sia possibile ottenere moltissima energia senza danneggiare l’ambiente naturale. A questo punto, si tratterebbe di utilizzarla; ma per fare cosa? Continuare a produrre grandi quantità di merci destinate celermente a trasformarsi in rifiuti? Infatti, se si osserva il processo produttivo nel suo complesso si può facilmente dedurre che si tratta di una continua distruzione di materia con diverse tecnologie, la cui conseguenza è sempre la stessa: il consumo del pianeta, la sua progressiva trasformazione in scorie inutilizzabili. Per cui in fin dei conti la crisi ambientale è un problema di degrado materiale e non di energia e tantomeno di riscaldamento globale, che è solo una delle tante conseguenze della distruzione di materia. Allora, tenendo presente che siamo in grado di ricavare energia bruciando materia ma non di ritrasformare l’energia in materia, la lotta ambientalista diventa una lotta per la conservazione della materia naturale, compresi gli esseri viventi. Certamente anche ricorrendo alle fonti energetiche rinnovabili, ma senza rischiose e costose tecnologie. In sintesi, più si consuma energia più si distruggono le condizioni necessarie alla vita umana sulla Terra; e questo a prescindere dalla qualità dell’energia utilizzata, rinnovabile o meno: da idrocarburi, da fusione nucleare, fotovoltaica, idroelettrica, eccetera.

Ma la questione ambientale continua a essere vista come un problema di quantità di energia. Di conseguenza, com’è logico che sia in un sistema basato sulla crescita del consumo, gli investimenti, gli incentivi e la ricerca si concentrano sulle nuove fonti di energia così detta pulita, ignorando o quasi la qualità e l’efficienza autorigenerante della natura. Eppure la scienza ecologica negli ultimi decenni ha fatto enormi passi in avanti nello studio dei sistemi naturali e sul loro funzionamento, generando studi e sperimentando ipotesi di sistemi produttivi estremamente efficienti, all’opposto di quello attuale basato sulla frammentazione privata della produzione industriale e sullo spreco delle risorse.

I nuovi principi di ecoefficacia, potrebbero rendere possibile il passaggio verso un’industria di tipo rigenerativo e l’uscita dalla crisi ambientale e quindi sono un bel punto da cui partire. In particolare, si avrebbe una generale riorganizzazione dei sistemi produttivi e urbani con un rivoluzionario impatto positivo sull’ambiente e un aumento dei posti di lavoro. Per comprendere il principio di ecoefficacia occorre partire dalle caratteristiche del sistema produttivo capitalista che: 1) riversa ogni anno miliardi di chili di materiali tossici nell’aria, nell’acqua e nel suolo; 2) genera quantità enormi di rifiuti; 3) stipa materiali pregiati in buche disseminate su tutto il pianeta, dove non potranno mai più essere recuperati; 4) richiede migliaia di complicati regolamenti.

Un sistema, dunque, scarsamente efficiente che depreda le fonti della ricchezza, le risorse planetarie, da cui attinge fino all’esaurimento dei giacimenti e di cui si sbarazza in discarica, con smaltimenti illegali e attraverso l’incenerimento, rendendone impossibile la rigenerazione. La produzione industriale capitalista richiede, inoltre, una complessa legislazione ambientale che in realtà non riesce (né potrebbe riuscirci) a tutelare la salute né dentro le fabbriche né fuori. Al contrario, con i principi di ecoefficacia e biomimesi (imitazione dei sistemi naturali) si iniziano a concepire le industrie come se fossero una serie di ecosistemi interconnessi ed interfacciati con l’ambiente globale. In particolare, la simbiosi industriale è un processo che coinvolge industrie tradizionalmente separate con un approccio finalizzato a promuovere lo scambio di materia, energia, acqua e/o sottoprodotti.

Il principio di ecoefficacia fa parte delle sperimentazioni iniziate alla fine del Novecento sul ‘metabolismo industriale’ e sulla ‘simbiosi industriale’, volte ad introdurre analogie tra la ciclicità che regola gli ecosistemi naturali e la regolazione del sistema industriale. Le industrie ecologiche si possono immaginare come un solo organismo formato da una miriade di organismi sempre più piccoli, fino alle particelle elementari, dove ogni elemento interagisce nell’unicum in continua mutazione. Affinché un tale organismo possa funzionare sarebbe necessaria una collaborazione globale fra Stati, un piano di interventi commisurati alle caratteristiche degli ecosistemi locali, la riorganizzazione dei commerci globali e una selezione qualitativa e quantitativa dei prodotti. In sostanza una economia socialista pianificata, che al momento alle classi dirigenti borghesi appare inconcepibile, utopica nella migliore delle ipotesi, in quanto non accetterebbero mai di condividere i propri domini personali e i propri privilegi. Non si tratta dunque di una questione di inefficienza burocratica o di arretratezza culturale, o di legislazione insufficiente, che pur ci sono, ma una questione di lotta di classe fra borghesia e proletariato, fra proprietari saccheggiatori del territorio e coloro che posseggono solo se stessi, o poco più, e subiscono la catastrofe ambientale: nelle fabbriche insalubri, nel degrado delle metropoli, nelle campagne inquinate e nelle guerre per lo sfruttamento delle materie prime.

La nuova scienza ecologica, dunque, fornirebbe una soluzione credibile alla crisi ambientale, ma si scontra con una realtà che procede nella direzione opposta. A vedere la destinazione dei fondi europei all’Italia, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) verrebbe da mettersi le mani nei capelli. Infatti, ben 113 miliardi, ossia il 51% del totale delle risorse sarà destinato a una mostruosa colata di cemento. Quasi niente per la ricerca, per la scuola, per la sanità pubblica, per i salari, per la bonifica dei territori inquinati e contro il dissesto idrogeologico. E dunque la guerra per la difesa dell’ambiente naturale, non c’è altro termine adeguato, dopo decenni di ambientalismo piccolo borghese e fallimentare, si trova praticamente all’anno zero. Sarebbe necessario, sulla base di un programma minimo di lotta e resistenza, stabilire relazioni globali fra tutti i movimenti ambientalisti rivoluzionari, o in evoluzione critica verso l’economia di mercato. Globalizzare le lotte contro la deforestazione, la cementificazione, lo scriteriato commercio internazionale, l’industria del lusso e degli armamenti, l’agricoltura e l’allevamento intensivo, la distruzione degli ambienti che ancora consentono l’agricoltura tradizionale, diventa una priorità assoluta per ricominciare a sperare in un futuro migliore per la maggioranza dell’umanità.

Stefano Falai - pclavoratori.it

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