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Si apre una finestra sui metodi della polizia italiana

(14 Maggio 2010) Enzo Apicella
I TG trasmettono l'intervista a Stefano Gugliotta, che porta i segni del pestaggio immotivato da parte della polizia

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Luglio 2021 – Ricordando Carlo e la repressione, ma non solo

(25 Luglio 2021)

csa vittoria

A distanza di 20 anni dalle giornate di Genova 2001 e dall’assassinio di Carlo Giuliani notiamo un “risveglio giornalistico” in alcuni esempi basato su una “sensibilità democratica” ma che ripropone, nella stragrande maggioranza dei casi, una narrazione falsata della realtà quasi a giustificare la barbarie e la disumanità della repressione, nelle modalità omicida e “sudamericana” di quei giorni, come contraltare alla “violenza” dei manifestanti.

La verità è però un’altra, e vogliamo solo ricordare, oltre all’assassinio di Carlo Giuliani e ai danni permanenti riportati dai feriti della Diaz sgomberata manu militari da una squadraccia fascista in divisa, ci sono state condanne a più di 10 anni per numerosi compagni e compagne incappati nella vendetta di stato, mentre invece la direzione dei massacratori ha fatto carriera sul sangue di centinaia manifestanti.


Nel 2001, insieme a decine di realtà territoriali e ad un pezzo del sindacalismo di base, avevamo contribuito a fondare il “Network dei diritti globali” anche aggregando strutture politiche, sindacali e antifasciste europee su posizioni di critica alla globalizzazione da un punto di vista di classe.

Questo aggregato ha rappresentato a Genova le opzioni anticapitaliste più coerenti e certamente non proiettate alla ricerca smodata di forme di rappresentanza istituzionale, come altri pezzi dell’allora movimento.


Quell’opzione politica però, con il suo concentramento in Piazza Da Novi, fu la prima piazza tematica spazzata via della trappola ben orchestrata ma, insieme alla denuncia della mattanza e della scientifica repressione applicata per fermare quel generico ma evidentemente pericoloso immaginario collettivo, non viene mai accoppiata una riflessione, un fare i conti noi tutti, con quelle giornate per evitare errori da non più ripetere. Per chi vorrà farlo.

In molti, parlando solo di repressione e di “Black block”, si sono dimenticati di analizzare quelle giornate da un punto di vista politico, nel sondare le speranze eterogenee espresse da quelle centinaia di migliaia di manifestanti che hanno continuato a marciare sotto i candelotti, nel verificare le ipotesi costitutive, qualora ce ne fossero state in senso compiuto e condiviso, o se fosse il mettere insieme una generica protesta.


Riproponiamo a questo proposito delle brevi riflessioni del 2019 su quelle giornate perché ci sembrano ben calzanti e precise. Proprio in quell’anno incominciava a sedimentare il percorso del Patto d’Azione Anticapitalista che ha dato vita, in seguito, all’ Assemblea dei Lavoratori Combattivi e crediamo quindi che gli “anticorpi” di Genova abbiano generato qualcosa di positivo.

Genova 2001: 19 anni dopo.

Alcune brevi note per arrivare all’oggi.


Carlo Giuliani, del quale non potremo mai dimenticare il criminale assassinio, è stata incredibilmente l’unica vittima di un violentissimo gioco al massacro nel quale i “potenti della terra”, o più analiticamente e marxianamente parlando, le diverse borghesie nazionali che insieme decidevano i processi di globalizzazione dell’economia capitalista, decidevano di dare un segnale di forza contro i movimenti d’opposizione.

Un segnale che “manu militari” contrapponeva decine e decine di blindati e uomini armati alle manifestazioni internazionali partecipate da centinaia di migliaia di uomini e donne che, per le strade di Genova, l’uno a fianco all’altro volevano portare la protesta dentro la zona rossa come riproduzione immaginifica di un possibile “assalto” al potere.


Noi c’eravamo, come tutti e tutte, e abbiamo visto la quantità e la qualità di violenza utilizzata nelle strade contro i manifestanti, nei confronti dei fermati oltre che nel massacro della scuola Diaz, in un clima di sospensione quasi cilena di ogni caratteristica di democrazia formale.

Ma dire questo non basta.

Come già scrivemmo nel 2001 dopo la full immersion in un teatrino dove ognuno interpretava bene o male la parte assegnatagli, questo non basta, e non ci si può fermare solo alla denuncia dell’aggressione degli apparati repressivi, perché per onestà intellettuale e politica dovremmo anche aggiungere che Genova 2001 era una grande trappola/palcoscenico per la messa in scena di una rappresentazione nella quale c’era un perdente designato o più esplicitamente una vittima sacrificale.

Una trappola nella quale ci siamo tutti trovati, consapevolmente e coscientemente o inconsapevolmente. Tra gli infantili annunci di guerra ai “potenti della terra” lanciati in cerca di visibilità mediatica per poi rimanere disarmati dal quanto fossero stati invece prontamente raccolti dalla controparte, tra scudi finti e vera repressione, tra la finzione della riproduzione mediatica del conflitto, triturata dalla scientifica violenza repressiva degli organi dello stato e la successiva espressione di rabbia collettiva di tutto il composito corteo senza più alcuna mediazione come risposta all’assassinio di Carlo.

Tra divisioni politiche e di ruoli mediatici, tute bianche e tute nere e magliette a strisce dei portuali, tra la sovraesposizione mediatica del metodo e l’azzeramento del merito delle diverse opzioni politiche, tra scenografia delle finzioni e la violenza della realtà sulle quali è caduto azzerando e ammutolendo ogni opzione, il macigno dell’ assassinio di Carlo.

Purtroppo l’ingenuità di quei diversi movimenti che marciavano insieme nel fumo accecante dei lacrimogeni e sotto i colpi dei manganelli e calci dei massacratori in divisa, aveva in sé, e conseguentemente riproduceva, tutte le caratteristiche di un inevitabile vuoto di prospettiva.

Il percorso di avvicinamento e le stesse giornate del luglio 2001 a Genova sono state il triste banco di prova della definizione di una possibile alleanza per una nuova “sinistra di piazza e di governo” tra qualche componente di quel movimento che si contendeva la visibilità mediatica.

Ma non c’era solo questo, e guardando razionalmente oltre l’entusiasmo e la bella illusione da molti provata di un possibile movimento multicolore e multiforme che tutti potesse rappresentare, la realtà ci diceva invece che quei diversi movimenti non potevano far altro che rappresentare se stessi e cioè un contesto multiforme che esprimeva, pur positivamente, solo un giusto dissenso e una giusta rabbia contro un processo di globalizzazione dei profitti.

Contro la riorganizzazione del mercato capitalista mondiale per dare avvio ad un nuovo processo di accumulazione che lo portasse fuori dalla crisi, provocando l’acutizzazione delle contraddizioni sociali e divaricando la forbice tra potere e ricchezza e chi questa ricchezza la produceva ricevendone in cambio misera e lutto.

L’analisi strutturale della divisione in classi, l’ipotesi stessa della lotta di classe non era nell’agenda politica di quelle giornate se non da un settore che ha avuto poco spazio per esprimere una sua proposta politica sovrastato dalla mediaticità accattivante dei tamburini di guerra, come dalla ripresa in grande delle formulazioni del socialismo utopistico premarxista come elemento di congiunzione tra cattolicesimo avanzato, democrazia riformista, e settori di movimento in una traiettoria sempre più istituzionale.


Proprio questa condizione di critica generica ad un capitalismo, allora per qualcuno ancora riformabile, ha evidenziato l’inevitabile connotazione di movimento d’opinione con l’obiettivo di un’ appunto generica ridistribuzione delle ricchezze. Una genericità di allora che, come ancora in qualche modo anche oggi (utilizzando una figura retorica), contestava il “potere” parlando dei filtri antinquinamento da mettere agli scarichi della fabbrica capitalista, ipotizzando un capitalismo dal volto umano o “green”, senza piuttosto mirare alla questione centrale rappresentata dal modo di produzione capitalistico che di questo sistema di sfruttamento e di rapporto annichilente con la natura si nutre.

Il discorso qui si farebbe lunghissimo, ma vogliamo velocemente arrivare all’oggi.

A distanza di 19 anni forse qualcosa sta incominciando ad emettere qualche piccolo vagito per dire al mondo che, se non ora quando, qualcosa di nuovo è apparso e cerca di emergere e indicare un nuovo percorso unitario e collettivo all’agenda politica nazionale.

Qualcosa che parla la lingua del conflitto globale al capitalismo, qualcosa che ha il sogno di poter rappresentare uno strumento utile alla formazione ad un’alternativa di classe e di sistema al modo di produzione capitalistico. Ad una società di disvalori a alla quale va opposta, passateci il termine, una guerra di classe contro un nemico che ha colonizzato, o vorrebbe colonizzare, le nostre menti, e non solo le nostre braccia per produrre profitto.

Menti da decolonizzare dal modello di società patriarcale e sessista
che la società capitalista ci offre e che è ben sedimentato nelle nostre coscienze come anche delle forme di razzismo che spesso affiorano più o meno inconsciamente, come anche dalla meritocrazia e dall’ esaltazione dell’individualismo, come anche dall’accettazione supina dell’omologazione indotta da ogni proposta di consumismo o di mode sub “culturali”. Il Papeete di Salvini insegna…

La dialettica marxista ci ha insegnato che se il terreno centrale, motore della storia è certamente il conflitto capitale e lavoro, sbaglieremmo però strategicamente se non pensassimo a questo come un terreno globale di uno scontro che investe complessivamente ogni minuto delle nostre vite per una riproduzione di comportamenti di subordinazione ai modelli subculturali imperanti, riducendolo ad una dura lotta “operaia” che tout court vince o perde. Che ingrossa o meno le sue fila per lo scontro successivo, e così via fino allo scontro finale.

Stiamo costruendo insieme questo patto d’azione per un fronte anticapitalista ma la dichiarazione d’intenti non basta. Non basta dire che ora esiste perché non c’è ancora nulla se non coltiviamo con attenzione questa prospettiva. Se non la difendiamo nella sua autonomia, se non la valorizziamo per quello che può e potrà essere costruendo passaggi nei quali far sedimentare confronto come anche legittimo scontro politico ma alla luce di un metodo che definisca come si possano realisticamente calare nella pratica del conflitto. Ognuno con il suo ruolo e peso specifico diverso ma al servizio di una nuova opzione di classe.

Se la grande illusione di Genova 2001 ci ha insegnato qualcosa è che solo il porsi in un’organica direzione anticapitalista si potranno modificare i rapporti di classe.

Senza rassegnarci ed omologarci al mondo dei “flash mob” e dell’evento su facebook ma praticando il conflitto con intelligenza politica e capacità tattica. Unendo le lotte, generalizzando le esperienze e imparando ogni giorno dal confronto con altre modalità di esprimere conflitto.

Lasciando al passato la pulsione continua alla mediatizzazione dell’agire politico, opzione ben diversa dalla scelta del linguaggio di una seria comunicazione politica, come anche il basso livello della vuota estetica dell’antagonismo di piazza con l’ignorante ritualità e coazione a ripetere sempre gli stessi comportamenti di chi è incapace di adeguarsi ai diversi terreni di scontro.)

Ogni struttura e ogni compagno e compagna che sta aderendo al patto ha un proprio bagaglio di analisi e narrazione politica ma saremo insieme anche qualcosa di nuovo se riusciremo a parlare un linguaggio sempre più simile e trovare e precisare la prospettiva e il metodo del nostro cammino comune.

Vorremmo che il patto d’azione fosse l’espressione e il prodotto della valorizzazione delle diverse specificità proiettate in un’unica direzione come perno sostanziale della creazione di un fronte di classe anticapitalista.

Un percorso aperto da arricchire giorno per giorno sostanziato da una pratica comune.

Nel ricordare Genova 2001 e l’assassinio di Carlo Giuliani.

I compagni e le compagne del Csa Vittoria

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