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    UN RICORDO DI JACK HIRSCHMAN

    Il più grande poeta americano del dissenso

    (26 Agosto 2021)

    Ha concepito la poesia come strumento rivoluzionario per costruire una società comunista

    Il 22 agosto scorso è morto, nella sua casa di Union Street, a San Francisco, all’età di 87 anni, Jack Hirschman. La stampa italiana ha ripercorso le tappe della sua travagliata ed eroica esistenza, dalla nascita in una famiglia di ebrei comunisti alla sua esperienza di professore universitario di letteratura inglese all’Università della California a Los Angeles, alla sua defenestrazione dal mondo accademico, a causa delle numerose iniziative di protesta da lui intraprese contro la guerra del Vietnam, tra le quali la più eclatante fu quella di dare il massimo dei voti agli studenti per evitare l’arruolamento, sfruttando così una previsione normativa allora vigente, al suo accostarsi alla beat generation, alla sua presa di distanze da questo movimento per collocarsi su posizioni marxiste di alternativa di sistema economico-sociale e politico al capitalismo, alla sua torrenziale produzione artistica e, segnatamente, poetica, che portò alla sua nomina a «poeta laureato» della città di San Francisco, che il potere non riuscì ad impedire, in quanto la sua fama si era ormai estesa in tutto il mondo, grazie anche alle letture pubbliche alle quali egli soleva dar vita ovunque fosse possibile, in ogni angolo del pianeta, ove ci fosse uno spazio, anche piccolo, di libertà, e alla diffusione delle sue opere (circa 100 volumi) senza alcun confine geografico e umano.
    Nei commenti della stampa borghese leggiamo rispetto, omaggio formale a questo grande uomo e poeta, ma a chi ha condiviso e condivide le sue idee s’impongono riflessioni più ampie e profonde, che riguardano non solo il valore indiscutibile della sua opera artistica, da precisare ed approfondire, ma anche la funzione ch’egli ha inteso attribuire all’intellettuale, il ruolo che questi deve svolgere nella società, gli obiettivi finali che deve proporsi, gli strumenti operativi che deve utilizzare per raggiungere i fini che intende perseguire.
    Vorrei partire da una poesia che proprio Hirschman ha dedicato agli intellettuali tradizionali: «Quel poeta che ammiri tanto - // nei miei quindici anni / di lotta proletaria / non l’ho mai visto / partecipare a / una manifestazione contro / l’ingiustizia sociale, o alla / commemorazione di / un eroe rivoluzionario, / o a un raduno in favore / di un popolo in rivolta - // non è nemmeno un surrealista / che lotta / ma un ninnolo / che perde pus / obsoleto». Il poeta si scaglia con veemenza contro quegli intellettuali che rimangono a guardare dalla finestra ciò che accade nella società in cui vivono, senza prendere partito, senza muovere un dito per impedire le ingiustizie sociali di cui sono spettatori passivi, anche quando non appoggiano sfacciatamente il sistema per tornaconto personale e ricorrono alla cosiddetta «dissimulazione onesta», fanno finta di non vedere e non sentire tutto ciò che accade intorno a loro, chiudendosi in una sorta di stanza degli specchi, in cui le pareti riproducono e deformano in infinite varianti il loro «io», che è il centro esclusivo delle loro elucubrazioni.
    Hirschman prende anche le distanze da un’altra tipologia di intellettuali: quelli che danno vita ad un’opposizione meramente «estetica» alla società capitalistica, rivendicando per sé spazi di trasgressività, come il drogarsi, il condurre un’esistenza eslege che contrasta con i canoni morali della società borghese dominante. Perciò egli non si identifica con la «beat generation», nell’ambito della quale ha avuto pure diversi amici ed interlocutori culturali. Per lui le diseguaglianze economiche e sociali impongono un’opposizione dura al sistema capitalistico che lo attacchi sin dalle fondamenta, con l’obiettivo di abbatterlo e di sostituirlo con una società comunista. L’arte costituisce un formidabile strumento di lotta per l’affermarsi di quest’ultima società, che parta dalla rappresentazione della realtà così com’è, che costituisce l’abbrivio per la contestazione del reale, visto in tutta la sua drammaticità, e, conseguentemente, per la sua trasformazione radicale nell’esatto opposto, vale a dire in una società di liberi ed eguali. In Hirschman troviamo, dunque, una raffigurazione in termini poetico-letterari delle brutture della società capitalistica, soprattutto americana, attraverso personaggi che popolano le periferie degradate, quali prostitute, individui senza fissa dimora, bambini abbandonati e malnutriti, ma anche il centro della città, in contrasto con il finto benessere rappresentato dai grattacieli, dalle sedi delle grandi banche, dei grandi uffici commerciali ed economico-finanziari, dalle luci psichedeliche dei casinò e dei luoghi di divertimento riservati a chi ha soldi da spendere. Ma questa raffigurazione non è fine a se stessa, confinata al campo letterario, bensì costituisce la premessa per la rivolta, prima viscerale e poi razionale, organizzata, per la lotta, per la costruzione della società socialista e comunista. Così il poeta sintetizza efficacemente il legame che sussiste tra la belluinità del capitalismo e un’arte che ha il compito di descriverla e di superarla spingendo i diseredati ad assumere un ruolo rivoluzionario: «Quando una donna deve mangiare dal bidone dell’immondizia / e un uomo frugare la notte per uno straccio di spazio / e un bambino tremare per una ciotola o una tazza per spiccioli, / tutte le poesie, tutti i quadri e i film, / quale che sia il loro contenuto, / cadono sulla strada, / organizzano il cuore, / per resistere all’indifferenza compiaciuta e viziosa / di decadenza sistemica che si veste di virtù, / diventano casa, letti, mangiare caldo, buonumore, / prima nella solitudine del cuore, / poi nella domanda collettiva della mente, / poi con l’unanime tempesta del corpo / trasformano la censura nella libertà / che mai finisce di trovare casa e nutrimento a tutti».
    Hirschman reputa necessario ed inevitabile nella società capitalistica americana (ma non solo) uno scontro duro e netto, una lotta di classe senza quartiere tra il ceto dominante, espressione dei potentati economico-finanziari, e il popolo, escludendo ogni compromesso o «cesarismo» (per dirla in termini gramsciani), vale a dire ogni possibilità di affidare la gestione del potere ad un soggetto terzo, super partes, nell’impossibilità che una delle parti in conflitto possa uscire vincitrice nello scontro. Rappresenta la classe politica, abbarbicata alle istituzioni, come un esercito di maiali, intenti solo a divorare tutto ciò che produce il popolo. Le sue sono immagini molto forti, violente, piene di disprezzo e prive di ogni timore reverenziale: «Quando ho visto l’indifferenza di questo sistema / manifestarsi fisicamente / in quei maiali dell’amministrazione locale, / ho pensato: non può essere lontano il giorno / che verranno rinchiusi nel porcile a cui appartengono; / non può essere lontano il giorno / che verranno rimossi con la forza / dalle camere del popolo / e sostituiti da animali umani che, se non altro, / saranno in grado di sentire lo strazio dei cuori / e la dignità paziente del popolo americano. / Quei maiali sono peggio della più marcia carne di maiale / annerita nel fondo di quel bidone della spazzatura / che è Los Angeles. Uomini e donne affamati non avrebbero / mai dovuto essere sottoposti ai veleni della loro sporca muffa».
    Hirschnan esprime un giudizio altrettanto severo e un disprezzo totale per la schiera, abbastanza nutrita, di intellettuali che si mettono al servizio del potere con varie giustificazioni, ma che, in fondo, non ne hanno nessuna plausibile, e, tutto sommato, cercano solo il successo per sé o, quantomeno, l’autoconservazione. Il poeta è giustamente spietato nella denuncia e nella condanna di costoro, che costituiscono gli «apparati ideologici» (altra espressione gramsciana) del sistema, consentendo ad esso di reggersi in piedi, accampando «buone ragioni» che, tuttavia, tradiscono una falsa coscienza, come il lupo esopico. Scrive Hirschman, rivendicando orgogliosamente la propria partigianeria, che suona come condanna, per l’appunto, nei confronti dei comportamenti compromissori di ogni genere e gradazione: «Siamo partigiani, Signor Conservatore Ce-L’ho-Fatta / e anche tu, Signor Artista Tutto-Sempre-Nuovo, / siamo in guerra / con l’arte come privilegio, / con l’imbellettarsi dell’anima, / con il distorcere la verità / riguardo a chi cerca di far credere ai lavoratori / quanto bella la realtà / della loro immaginazione come classe / in movimento veramente sia».
    Jack Hirschman ha descritto in maniera brutale e spietata la realtà sociale americana, sprigionando una carica oppositiva molto potente, che dal piano prettamente letterario si trasmette a quello politico, mirando ad abbattere dalle fondamenta il capitalismo di marca nord-americana, come capofila dell’intero capitalismo occidentale, per produrre un effetto a catena che demolisca tutto il sistema a livello planetario. Per converso, l’intellettualità di sinistra, anche in Italia, è stata molto indulgente, sottolineando le storture, ma individuando, comunque, un tessuto democratico nella società americana. Al massimo, nelle sue forme estreme, ha assunto un atteggiamento «radical chic» di opposizione a livello estetico, riproponendo un «estetismo» di matrice decadente. Hirschman pratica, invece, un radicalismo molto concreto, che unisce piano artistico-letterario, piano ideologico, e piano storico-sociale, rappresentato, quest’ultimo, dalla prassi rivoluzionaria di stampo marxista.
    Il sistema capitalistico non è stato tenero con lui e lui non è stato tenero col sistema. Il poeta ha cercato in tutti i modi di far scoppiare le contraddizioni interne alla società capitalistica occidentale. Non si è rinchiuso in una torre d’avorio, né si è limitato a predicare dall’alto di una cattedra universitaria o di un qualsiasi cadreghino messo a disposizione oculatamente dallo stesso potere per selezionare esso stesso i propri oppositori di comodo. Ha scelto di condividere con gli umili una vita di stenti, il che gli ha consentito di capire fino in fondo le condizioni materiali e morali dei poveri e degli emarginati. Ha vissuto in un monolocale, al piano superiore del mitico bar Trieste, non per posa letteraria, ma in uno stato reale di sofferenza economica, se non di indigenza. Ha rappresentato l’esempio da imitare per un intellettuale autenticamente comunista. A tal proposito, vorrei precisare che il concetto di intellettuale comunista, per l’appunto, va rivisto nella società capitalistica. Costui non può essere partecipe degli agi dei ceti alti, in virtù di un privilegio che gli viene concesso dal potere, in cambio di una posizione accomodante, ma deve vivere la stessa esistenza tormentata del popolo dei diseredati, «essere popolo», per dirla con Cesare Pavese, non «andare verso il popolo», perché «verso il popolo» ci vanno i demagoghi e i fascisti, come precisa lo stesso scrittore langarolo.
    Hirschman, assieme alle donne che lo hanno affiancato nel corso della sua travagliata esistenza, è stato tra i diseredati, per le strade, distribuendo cibo, coperte, medicine: Leggiamo in una poesia dedicata a Sarah Menefee, arrestata per aver dato da mangiare ai poveri «senza permesso»: «Una donna dà da mangiare a una mano affamata. / La legge lo chiama contrabbando. / Quella legge deve cadere, deve perdere i denti, / deve rovinare lungo le strade desolate, / e venire a fare la fila dove la minestra benedetta / è portata di nascosto fra le labbra, / e conoscere la sovversione per ciò che veramente è / e come questa terra dalla legge cruda è morta senza di lei». Hirschman si è identificato con questo popolo sommerso, dimenticato dalla storia «ufficiale», ma non si è limitato a dare aiuti materiali in termini di cibo e vestiario, ha voluto dare, attraverso la sua opera, una coscienza di classe agli ultimi della società, affinché potessero (e possano) riscattarsi, liberandosi dal giogo capitalistico. E lo ha fatto con la sua grande opera letteraria e con il suo esempio di vita, che non vanno dimenticati.

    Antonio Catalfamo

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