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Usciamo di casa

Usciamo di casa

(28 Settembre 2012) Enzo Apicella
Sciopero generale del Pubblico Impiego

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(Lotte operaie nella crisi)

Appello per la costruzione di un fronte unitario contro licenziamenti, carovita e repressione

(31 Ottobre 2021)

appello contro licenziamenti e repressione

La scorsa settimana, nel silenzio pressochè totale della stampa e dei media asserviti ai padroni e al governo Draghi, sono stati pubblicati i dati OCSE sulle variazioni salariali medie nei paesi UE, dai quali si ricava che l’Italia è l’unico paese europeo in cui negli ultimi 30 anni i salari si sono abbassati del 2,9%: in pratica, nel nostro paese un operaio nel 2020 guadagnava di meno che nel 1990!

L’emergenza Covid, al di là della eccezionalità della situazione e dell’impreparazione colpevole del Governo nell’affrontarla, ha messo a rischio milioni di lavoratori costretti a lavorare senza le misure necessarie di protezione e consentendo a buona parte del padronato di usare la pandemia per accrescere i profitti e mettere in atto un nuovo processo di riorganizzazione capitalistica da far ricadere interamente sui lavoratori: in poco più di un anno oltre un milione di lavoratori precari e intermittenti sono finiti per strada, mentre lo sblocco dei licenziamenti ha portato non solo alla chiusura immediata o alla delocalizzazione di interi siti produttivi, ma anche a un attacco generalizzato ai salari e ai diritti attraverso la proliferazione senza controllo di manodopera a termine e priva di tutele.

L’oramai imminente scadenza dell’ultima tranche di Cassa integrazione Covid e il piano-Draghi di riforma degli ammortizzatori sociali, con una nuova stretta sulle pensioni e una probabile riduzione della platea del reddito di cittadinanza, va esattamente in questa direzione: l’obbiettivo di padroni e governo è, da un lato, quello di erodere ulteriormente il salario indiretto (servizi sociali) e differito (pensioni), dall’altro di sfruttare la “ripresa” per immettere sul mercato una nuova massa di forza-lavoro precaria, ricattata, superfruttata e con salari da fame, al fine di innescare un’ulteriore competizione al ribasso sia sul costo del lavoro, sia sul versante dei diritti.

E’ questo, non a caso, il contesto in cui si produce una moltiplicazione senza limiti di incidenti e di morti sul lavoro: una vera e propria mattanza quotidiana, di fronte alla quale lo stato e le istituzioni chiamate a vigilare sul rispetto dei protocolli e delle norme sulla sicurezza, al netto delle ipocrite dichiarazioni di cordoglio a uso e consumo mediatico, non sanno e non vogliono offrire alcun rimedio.

Il piano di ristrutturazione voluto da Draghi e dalla sua maggioranza bulgara su mandato di Confindustria e con il silenzio-assenso dei vertici di Cgil-Cisl-Uil, dietro la facciata della “rivoluzione green”, nasconde un nuova, colossale orgia di profitti a discapito delle condizioni di vita e di lavoro di milioni di proletari: le modalità di gestione privatistiche, clientelari e affaristiche dei fondi del PNRR ne sono evidente conferma.

Intanto, come se non bastasse, in queste settimane milioni di proletari con livelli salariali già da fame sono costretti a fare i conti anche con la maxistangata dell’aumento dei prezzi delle tariffe (luce +29,8%; gas + 14,4%), del carburante (benzina + 23,4%; gasolio +24,3%) e dei generi di prima necessità (farine, oli, burro, pane, pasta, latte, con rincari medi al dettaglio di circa il 20%)…

La pandemia è tutt’altro che alle nostre spalle, anzi: in gran parte d’Europa assistiamo già al proliferare di nuove varianti e ai primi segnali di una quarta ondata di contagi: un tale scenario dovrebbe suggerire la necessità di “rinforzare gli argini”, accompagnando la campagna vaccinale a vere misure di prevenzione (in primis i tamponi gratuiti per tutti), di tracciamento dei contagi e soprattutto con un rilancio massiccio di una sanità pubblica quanto mai disastrata.

Il governo Draghi si muove nella direzione esattamente opposta: in un contesto in cui si allenta ovunque la presa delle misure di prevenzione e in cui la medicina territoriale continua a versare in uno stato comatoso, l’introduzione del greenpass obbligatorio sui luoghi di lavoro, che non è una misura sanitaria, ha distratto fette minoritarie ma non indifferenti di lavoratori, creando una divisione al loro interno, scaricando su questi ultimi i costi della prevenzione e sgravando lo stato e i padroni di ogni responsabilità in ordine al rispetto delle misure di contenimento e di sorveglianza sanitaria.

E comunque non ha prodotto quell’aumento di vaccinati che l’introduzione dell’obbligo del green pass auspicava.

Fermo restando che il vaccino è ad oggi uno tra gli strumenti principali per il contenimento dei contagi, dei ricoveri e delle morti per Covid, la battaglia da portare avanti è quella per una vera campagna vaccinale, non solo nei paesi ricchi ma soprattutto in tutti quei paesi nei quali la percentuale di vaccinati non arriva alle due cifre, e che passi dall’abolizione della proprietà privata dei brevetti.

Per uscire dalla pandemia è necessaria un azione di prevenzione complessiva e collettiva, fondata sul consenso cosciente e consapevole della popolazione e non sul greenpass per andare a lavorare.

Le mobilitazioni di queste settimane nei porti, nella logistica, in alcune fabbriche metalmeccaniche, nel comparto della sanità e della manutenzione stradale, che in molti casi hanno portato alla stipula di accordi per la copertura del costo dei tamponi a carico delle aziende, devono essere un tassello di una più generale campagna contro l’utilizzo capitalistico della pandemia.

Solo partendo dalla ripresa di un confronto e di un’analisi seria del nesso profondo che lega l’attuale modo di produzione, le devastazioni sociali e ambientali da esso prodotte e l’esplosione di questa crisi pandemica, sarà possibile superare in avanti le polemiche e le divisioni che in queste settimane si sono prodotte anche all’interno del movimento di classe sul “nodo” dei vaccini; solo affilando le armi di una critica complessiva, radicale e anticapitalistica, al carattere classista delle politiche di “gestione” della pandemia adottate dai governi e dalle istituzioni (non solo in Italia ma su scala internazionale), alle loro contraddizioni e ai loro fallimenti, sarà possibile superare la finta dicotomia tra “si vax” e “no vax”, e partendo dalle lotte reali, ridefinire una piattaforma e un piano di rivendicazioni per la difesa degli interessi immediati e futuri dei lavoratori.In questi mesi abbiamo assistito a un’ulteriore rafforzamento delle spinte repressive nei confronti delle lotte dei lavoratori: ciò è la conferma di un pugno di ferro a cui assistiamo da mesi, se non da anni, contro gli scioperi e le mobilitazioni condotte dai lavoratori della logistica in gran parte d’Italia, e che quotidianamente si traducono in cariche della polizia fuori ai cancelli, denunce, arresti e fogli di via: di fronte a questi scenari diventa sempre più urgente rilanciare un battaglia a tutto campo contro quelle misure securitarie (su tutte i decreti-sicurezza) che in questi anni hanno ridotto e soffocato l’agibilità delle lotte sociali e sindacali.

La piena riuscita dello sciopero generale del sindacalismo di base dello scorso 11 ottobre ha rappresentato una prima importante risposta di massa all’attacco sferrato da padroni e governo contro l’insieme delle classi oppresse: i tentativi di dar luogo ad iniziative unitarie come nel caso della manifestazione del 30 ottobre contro il G20 a Roma e quella promossa dai disoccupati 13 novembre a Napoli si muovono nella giusta direzione.

Si tratta ora di dare seguito, continuità e forza alla mobilitazione, e di definire un’agenda di lotta comune che metta al centro i temi e i bisogni immediati dell’insieme dei lavoratori e dei disoccupati, in primis di quei settori che stanno pagando il prezzo più alto della crisi e delle ristrutturazioni.

Le lotte che si sono sviluppate in questi mesi contro i licenziamenti, su tutte quelle alla Gkn di Campi Bisenzio, alla Fedex di Piacenza, all’Alitalia, alla Unes, alla Logista e alla Texprint, possono e devono dotarsi di un collante comune che sia capace di rafforzare la solidarietà tra le singole vertenze e allo stesso tempo indicare la strada all’insieme dei lavoratori.

Riteniamo sia giunta l’ora di aprire un confronto tra tutte le realtà che sui luoghi di lavoro si pongono sul terreno dell’opposizione di classe al governo Draghi, per costruire una solida rete di collegamento che a partire dalle lotte in corso contro i licenziamenti si ponga l’obbiettivo di dar vita a una mobilitazione unitaria e coordinata su scala nazionale, capace di superare ogni steccato territoriale, di sigla sindacale e di categoria, e che possa portare alla convocazione di una manifestazione a Roma che rivendichi con forza la revoca dello sblocco dei licenziamenti, la cancellazione degli aumenti di bollette e tariffe e l’adozione di nuovi e più stringenti norme per la tutela della salute, la salvaguardia della sicurezza e la prevenzione degli incidenti e dei morti sul lavoro.

E’ GIUNTA L’ORA DI RIMETTERE AL CENTRO DELL’AGENDA POLITICA E SOCIALE LA BATTAGLIA PER GLI AUMENTI SALARIALI, LA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO, LA DIFESA DELLA SALUTE E DELLA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO E IL SALARIO MEDIO GARANTITO AI DISOCCUPATI.

Una necessità che abbiamo posto con forza attraverso le lotte e le vertenze di questi mesi, e che oggi ci appare non più rinviabile.

PER QUESTI MOTIVI INVITIAMO TUTTI I LAVORATORI CHE HANNO PRESO PARTE ALL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 19 SETTEMBRE, LE REALTA’ DEL SINDACALISMO DI BASE E COMBATTIVO, I COLLETTIVI OPERAI E I COMITATI DI LOTTA A UN’ASSEMBLEA NAZIONALE PER IL GIORNO 7 NOVEMBRE ALLE ORE 10,00 PRESSO LA SEDE DEL SI COBAS DI BOLOGNA (VIA AURELIO SAFFI 30).

Promuovono l’assemblea le seguenti realtà di lotta di lavoratori, cassintegrati, licenziati e disoccupati:

FEDEX-TNT PIACENZA

UNES- TRUCAZZANO (MI)

LOGISTA- BOLOGNA

MOVIMENTO DISOCCUPATI 7 NOVEMBRE- NAPOLI

TEXPRINT- PRATOGRAFICA VENETA- PADOVA

NEXIVE- BOLOGNAXP- BOLOGNA

TURI TRANSPORT- PORTO DI NAPOLI

UPS- BOLOGNA

AZIENDA AGRICOLA MANFRINI- VERONA

RASPINI- PINEROLO

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