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    Torino - Ancora morti sul lavoro
    Dare espressione alla rabbia proletaria

    (19 Dicembre 2021)

    i tre assassinati dal capitale

    Ieri a Torino, vicino al Lingotto, in un cantiere edile una enorme gru in montaggio è crollata sopra un’altra gru. Tre operai sono morti, precipitati e schiacciati. Il più giovane aveva solo 20 anni. È la più grave strage operaia in questa città dopo quella occorsa alla Thyssen Krupp 14 anni fa, sempre a dicembre, di cui il ricordo è ancora vivo nella classe operaia torinese.

    Il dolore, lo strazio, lo sgomento, la rabbia di Torino proletaria sono grandi. E certo non solo a Torino.

    In Italia, solo fra giovedì – giorno dello sciopero generale – e ieri sono morti sul lavoro 14 operai. Venerdì in porto a Trieste un lavoratore è morto allo stesso modo, schiacciato da una gru. Ieri, a fine turno, alla fabbrica Stellantis di Melfi un operaia è stata investita e uccisa da un autobus, perché l’azienda, per risparmiare, lascia al buio gli operai fuori dai cancelli.

    Il Capitale, il Profitto, il Capitalismo, possono sembrare concetti lontani e astratti. Ma mostrano tutta la loro concretezza infierendo quotidianamente nelle carni degli operai, schiacciati, precipitati, dilaniati, avvelenati, affogati, bruciati, per risparmiare sui costi, per accrescere il profitto e accumulare più capitale.

    Non è solo conseguenza del padrone particolarmente infame. È la legge intrinseca dell’economia capitalista, della sua concorrenza, in cui chi più sfrutta vince. E che non può essere regolata ma solo distrutta o subita.

    I padroni si sciacquano l’anima con la superficiale constatazione che spesso sono gli stessi operai ad assumere condotte imprudenti che determinano gli incidenti. Fingono di ignorare che questa è la massima espressione della loro oppressione sui lavoratori e del loro privilegio di classe dominante: sono la debolezza della classe operaia, il ricatto della disoccupazione e i bassi salari a spingere gli operai a cercare di affrontare individualmente la loro condizione di sfruttati, mostrandosi disposti a tutto sul lavoro.

    14 anni fa il corteo sindacale dopo il rogo alla Thyssen fu grande, teso, rabbioso. Ma nulla è cambiato da allora, anzi. Nonostante diminuisca il totale delle ore lavorate in Italia, i morti sul lavoro sono gli stessi se non di più. Non solo: aumentano provvedimenti e licenziamenti disciplinari. I nuovi assunti sono quasi tutti a tempo determinato, precari e ancora più ricattabili.

    I sindacati in genere invocano più regole e più controlli. L’Usb invoca l’introduzione del reato di “omicidio sul lavoro”. Il CLA l’abolizione della legge su “l’obbligo di fedeltà” del lavoratore all’azienda.

    Sono fattori che possono aiutare ma il punto centrale è il rapporto di forza fra classe borghese e classe lavoratrice. La paura nei lavoratori che vige nei posti di lavoro, il dominio incontrastato del padrone, dell’azienda, derivano da una generale condizione sociale di debolezza della classe lavoratrice.

    Meno operai moriranno sul lavoro quando i lavoratori inizieranno a ribellarsi, a lottare uniti, a ritrovare coraggio, senso di solidarietà e fratellanza reciproci, e passerà la paura di perdere il lavoro.

    Per fare un passo in questa direzione, oggi, a Torino, tutto il sindacalismo conflittuale dovrebbe chiamare a un nuovo corteo operaio che dia voce alla rabbia proletaria, che cova ma non trova modo di esprimersi. E dovrebbe organizzarlo unitariamente e prontamente, iniziando a dimostrarsi all’altezza di cogliere l’emotività e i sentimenti delle masse lavoratrici.

    La lotta sindacale deve servire a dar voce e corpo alla ribellione proletaria, a dar forza al suo movimento. Questo già aiuterà i lavoratori nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. E li incamminerà verso l’unica vera e finale soluzione alla loro condizione di oppressi e sfruttati, che non è la “regolazione”, il “miglioramento” del capitalismo, ma la sua distruzione.

    Partito Comunista Internazionale

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