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IL CONTRATTO COLLETTIVO DI LAVORO IN ITALIA
COMPIE 115 ANNI

(28 Dicembre 2021)

Dal n. 108 di "Alternativa di Classe"

camera del lavoro 3

Il 3 Dicembre 1906, esattamente 115 anni fa, veniva firmato a Torino il primo contratto collettivo di lavoro (CCL) tra la Società automobilistica Itala e la FIOM (Federazione Italiana Operai Metallurgici), che diede inizio alle moderne relazioni industriali. Fu uno dei primi esempi in Italia, forse il più importante, di accordo collettivo.
Il contratto conteneva alcune vittorie, e contemporaneamente il sindacato garantiva all'azienda, frenando le lotte che caratterizzavano la fabbrica, un triennio di quiete sociale. I punti più salienti di quel contratto furono il riconoscimento delle Commissioni interne, dei minimi salariali, delle dieci ore giornaliere su sei giorni lavorativi, e della famosa clausola del "closed shop", cioè l'azienda si impegnava ad assumere i lavoratori iscritti al Sindacato, che, di fatto, garantiva ad esso il compito di ufficio di collocamento.
Tale contratto, che segnava un salto importante nelle relazioni sindacali grazie alle lotte dei lavoratori, purtroppo ebbe vita breve, a causa di una forte recessione economica dell'azienda, ma senz'altro fu un primo passo importante per il proseguio del movimento operaio. Il 1906 fu una importante tappa, che i lavoratori avevano raggiunto a piccoli passi con la loro fatica, con la loro lotta, con la loro intelligenza, e con la loro coscienza di classe.
Già alla fine del '700 erano nate le prime Società Operaie, le quali avevano favorito una cultura di solidarietà. Queste Società erano in gran parte dominate dai Mazziniani, i quali rifiutavano il concetto di lotta di classe, e cercavano la collaborazione tra le parti. Le principali basi di riferimento erano gli artigiani del Centro e del Nord, che però cominciavano a confondersi con i primi nuclei del proletariato industriale (tessili) e con quelle categorie più combattive, come gli edili.
Queste Società di mutuo soccorso avevano principalmente, come scopo, l'assistenza e la devoluzione di sussidi in denaro per affrontare i periodi di disoccupazione, di malattia, di infortunio e di vecchiaia. I soci versavano, così, ogni mese una quota. Infatti, nell'Ottocento non c'erano la malattia pagata, la mutua e le pensioni statali.
Gli ultimi anni dell'800 furono per l'Italia un periodo di progresso industriale, e, con l'aiuto del capitale straniero e sotto la tutela dei dazi protezionistici, si sviluppò la grande industria, soprattutto nel settentrione, e in particolare nel triangolo Milano-Torino-Genova. Tutto questo comportò, però, anche la concentrazione e il consolidamento della classe operaia, un proletariato emergente, orientato verso ideali di trasformazione sociale. La borghesia liberale, pur mantenendo saldamente il proprio dominio di classe, accettava il principio sindacale nascente, e già nel 1889 dovette abrogare il divieto di coalizione, mentre lo sciopero non era più perseguito penalmente.
La giornata lavorativa di un operaio era massacrante, dove le ore di lavoro erano intorno alle dieci o dodici, e nelle filande, dove erano occupate massicciamente donne e bambini, si arrivava alle quindici-sedici ore. Le paghe erano basse, gli incidenti mortali frequenti, e il tasso di disoccupazione molto alto. Solo nel 1886 per legge si disciplinò il lavoro dei fanciulli; anche se lacunosa, fu un altra piccola conquista delle lotte operaie.
Anche la condizione dei contadini non era certamente migliore, nei latifondi meridionali gli affittuari dovevano consegnare al padrone sino ai 3/4 del raccolto. Il salto di qualità, in termini di lotta e di organizzazione, si ebbe negli anni '70 dell'Ottocento tra il movimento associativo ed il movimento delle leghe operaie. Alla fine del XIX° secolo, con l'espansione del proletariato industriale e delle idee socialiste, nacquero le leghe di resistenza, che avevano un programma politico e rivendicativo che si contrapponeva agli interessi dei padroni, e l'arma dello sciopero era lo strumento rivendicativo di pressione sugli industriali.
A fine secolo si formarono le Camere del Lavoro (le prime furono quelle di Milano, Torino e Piacenza, fondate nel 1891), il cui scopo era la tutela deli interessi generale dei lavoratori ed il compito di coordinamento e di direzione della resistenza. Esse persero i profili del mutualismo e dell'assistenza, per mettere al centro i salari, le lotte contrattuali e le lotte rivendicative, e di fatto si ebbe la fine del paternalismo ottocentesco.
Contemporaneamente si svilupparono le federazioni di mestiere, che ragguppavano i lavoratori per settore, e nel 1901 nacquero le due più forti federazioni; quella dei metalmeccanici (FIOM) e quella dei lavoratori della terra (Federterra). Il Primo (1) Ottobre 1906 si costituì la Confederazione generale del Lavoro (CgdL), che riuniva le strutture territoriali e le federazioni di categoria.
La borghesia liberale dapprima cercò di bloccare il tutto con le repressioni ed il contenimento; dopo, a fine Ottocento, e soprattutto con l'avvento di G. Giolitti a Presidente del Consiglio, cercò un'intesa sul piano del riformismo, cercando di conciliare il movimento operaio con lo Stato borghese, puntando attivamente a dividere il movimento operaio stesso, privandolo delle sue caratteristiche rivoluzionarie ed imponendogli l'ideologia borghese.
Giolitti, contando sugli elementi opportunisti e riformisti del Sindacato e del Partito Socialista, riconobbe alcuni diritti ai lavoratori, come quello di sciopero e il diritto di voto, anche se limitato, ed introdusse alcune leggi sulla tutela del lavoro.
I braccianti ed i lavoratori, specialmente a partire dall'ultima decade dell'800, espressero un potenziale di rivendicazioni e di lotte. Vanno ricordati lo sciopero del 1891, promosso dai metallurgici contro gli arbitrii padronali, legati all'utilizzo indiscriminato del cottimo, i Fasci Siciliani, con le occupazioni delle terre nei primi anni del decennio a partire dal 1890, lo sciopero dei tipografi a Milano nel 1896, per rivendicare le nove ore di lavoro giornaliero, un minimo salariale ed un freno al cottimo.
Infine, nel 1904 fu indetto il primo sciopero generale, proclamato dalla Camera di Lavoro di Milano, guidata dagli anarco-sindacalisti. Essa, dal 15 al 20 Settembre, coinvolse tutti i lavoratori, in particolare nei grandi centri. Lo sciopero era stato indetto per solidarietà ai morti (tre) ed ai feriti di Buggerru, in Sardegna, durante le loro lotte per mettere fine ai soprusi della società.
Lo sciopero del 1904 aveva praticamente fermato la nazione, ma i sindacati che capeggiavano lo sciopero, non lanciarono parole d'ordine conseguenti, e gli stessi dirigenti riformisti del Partito Socialista cercarono in ogni modo di fermare lo sciopero. Così, il 20 Settembre la Camera del Lavoro di Milano sospese lo sciopero “sino ad un momento più favorevole”...
Abbiamo visto che tra i due secoli ci fu il boom economico, ma sappiamo che la borghesia italiana era più arretrata rispetto a quelle di Francia, Germania, Inghilterra; stava sgomitando per conquistarsi uno spazio nel mercato mondiale, e non poteva permettersi di concedere le rivendicazioni che i lavoratori chiedevano.
Dopo aver provato con le repressioni, con i morti, i feriti e i carcerati, doveva tentare, per avere la pace sociale, un nuovo rapporto con i socialisti riformisti, che dicevano che Marx doveva essere rinnovato, e si doveva, prima di dichiarare sciopero, esaminare le condizioni generali dell'industria e della produzione, e appoggiare in Parlamento il borghese Giolitti.
Così, la mancanza di una direzione rivoluzionaria nello sciopero del 1904, e ancora più marcatamente nel biennio rosso del '19, portarono alle squadracce fasciste, pagate dagli agrari e dagli industriali, e successivamente alla dittattura fascista, non trovando alcuna resistenza sul piano delle lotte, se non alcuni casi, che furono a poco poco schiacciati.
Il contratto collettivo (CCL) firmato nel 1906 doveva essere una tappa, un altro tassello dell'emancipazione dei lavoratori, delle loro organizzazioni, della loro spinta, dovuta anche alla rivoluzione del 1905 in Russia; invece, divisioni interne e una non chiara linea classista portarono alla sconfitta dei lavoratori.
Il CCL è un accordo fra le parti sociali, che regola i rapporti reciproci in materia di lavoro. Solo nel 1927, sotto il fascismo, verrà poi istituito nella Carta del Lavoro il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), che risentiva dell'impostazione corporativa del regime. Il testo, poi recepito nel 1941 tra i “Principi generali dell'Ordinamento giuridico”, recitava così all'art. 4: “Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà tra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori, e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione”.
La Costituzione repubblicana individuerà poi il diritto di associazione anche sul piano sindacale, con l'unico obbligo per i sindacati di essere registrati, per acquisire personalità giuridica, e con i CCNL da stipulare per regolamentare i rapporti di lavoro.
Il ruolo dei contratti di lavoro è ancora oggi un problema aperto, con la FCA (ex FIAT, oggi Stellantis), che, in alternativa al CCNL, ha rilanciato ormai da dieci anni un Contratto Collettivo Specifico di Lavoro (CCSL), riguardante l'intero Gruppo, che introduce un sistema di relazioni sindacali a prescindere dal Contratto nazionale del proprio settore di riferimento, e i sindacati “maggiormente rappresentativi”, che puntano a trasformare in legge l'iniquo Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 Gennaio 2014, firmato con Confindustria, per sancire il proprio monopolio della rappresentanza.
Unico dato certo è il fatto che un contratto collettivo, ad oggi, congela e trasforma i rapporti di forza fra le classi, relativi ad un dato momento, in disposizioni che regolano i diritti delle parti contraenti per un periodo minimo definito.

Alternativa di Classe

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