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IL DIFFICILE GIGANTE

(15 Gennaio 2022)

gigante kazakistan

Intorno ai fatti in Kazakistan, agli scontri e ai morti degli scontri e della repressione di ciò che è stato indubbiamente e, in alcuni momenti e situazioni, principalmente, una protesta sociale, si è levato un gran volo di anatre.
Così – canards – erano chiamate (anche da Balzac) le notizie clamorose e clamorosamente false con cui l’industria dell’informazione della Francia ottocentesca manipolava la ricostruzione della realtà, seduceva l’opinione pubblica e il mercato dei lettori. Non meno difficile oggi è districare il proprio sforzo di comprensione tra gli stormi di notizie e credenze fasulle ma potentemente sorrette e diffuse, quando un formidabile sviluppo tecnologico dei mezzi di informazione non si è accompagnato con una crescita professionale ed etica dell’industria dell’informazione, con una sua crescente autonomia da interessi capitalistici feroci e pervasivi. Anzi.
E non deve sorprendere che il volo di anatre si sia prontamente fatto ampio e fitto intorno alla situazione kazaka. Questo Paese ha una sua rilevanza negli equilibri mondiali, per diverse ragioni. Viene immediatamente alla mente la sua notoria importanza dal punto di vista energetico e minerario. Ma non è solo questo. È uno degli Stati più vasti del mondo, relativamente poco popolato, che si incunea tra Russia e Cina e che si affaccia sul Mar Caspio, altro quadrante sensibile e strategico. È una delicatissima, gigantesca cassaforte energetica che non può passare di mano alla leggera. È un grosso tassello di un mosaico in movimento e carico di tensioni.
Tante domande si accalcano, importanti e sostanzialmente insolute, intorno ai fatti kazaki. È stato, anche, un tentativo di golpe o un momento di accelerazione di un ricambio ai vertici, connesso forse a mutamenti, o tentativi di mutamento, degli orientamenti internazionali del Governo? L’intervento militare russo – ancora da capire nella sua effettiva portata ed effetto – nel quadro dell’alleanza militare di ex Repubbliche sovietiche, contro chi o che cosa è stato principalmente rivolto? Contro un movimento di popolo che avrebbe potuto portare a nuovi equilibri politici potenzialmente favorevoli ad altre influenze imperialistiche? È stato un messaggio preventivo rivolto a potenze storicamente interessate al Kazakistan come Turchia o Iran? O un messaggio dalla valenza più generale in un momento in cui Mosca deve misurarsi con più situazioni di tensione (il versante ucraino su tutti) e incombe costantemente la questione della proiezione cinese? O addirittura è stato un intervento volto a garantire, rafforzando l’ipoteca russa, un corso politico già in atto in Kazakistan e che rischiava di deragliare? E ancora: tra la regione mineraria dell’estremo Occidente kazako dove la protesta si è accesa per prima, e la vecchia capitale Almaty, nell’estremo Oriente, con in mezzo un’area grossa quasi come l’Europa occidentale, la mobilitazione, la sollevazione, hanno avuto la stessa matrice di classe, lo stesso significato politico? Difficile oggi rispondere. Ciò che possiamo indicare, dal nostro angolo di visuale, sono alcuni elementi che appaiono incontrovertibili e significativi:
Si è incrinato platealmente il modello kazako, la formula di un regime autoritario ma profondamente integrato con il mercato mondiale, repressivo ma devoto alle opportune liberalizzazioni economiche, una cappa di piombo politica ma sorretta dal consenso per tangibili miglioramenti nella diffusa condizione economica, una borghesia dai tratti dispotici e cleptocratici ma capace di cementare una stabilità sociale con un sistema di ridistribuzione della rendita energetica e mineraria. In realtà, l’immagine del Kazakistan come Paese dell’apatia, galleggiante su un mare di risorse naturali era, già prima dello scoppio delle più recenti e vaste rivolte, una raffigurazione in gran parte di comodo, che doveva sottacere momenti importati e drammatici che hanno visto, a partire dai fatti del 2011, la classe lavoratrice kazaka, soprattutto del settore petrolifero ed estrattivo, opporsi coraggiosamente alle due ganasce della morsa in cui si è tradotto il “successo” del modello kazako: lo sfruttamento ad opera dei capitali stranieri coadiuvato e garantito dai capitalisti locali e dai loro poteri pubblici. Che la mitologica formula dell’Eldorado perenne per gli investimenti del capitale internazionale, nell’Eden della stabilità garantito dal pugno di ferro e dalle briciole un po’ più sostanziose di quanto evidentemente è giudicato “naturale” per i proletari locali, abbia tremato così profondamente, è un dato che non dovrebbe riguardare solo realtà come la Cina, con le sue ambizioni di trovare la quadratura del cerchio di una crescita capitalistica posta sotto la tutela di una formula politica che ne controlli ora e sempre le contraddizioni e i conflitti. Il Kazakistan del suo “padre padrone” Nazarbayev ha raccolto in passato imbarazzanti attestati di pubblica stima e concreti e vergognosi favori da parte delle maggiori espressioni politiche, dal centro-destra al centro-sinistra, della borghesia italiana.
La causa scatenante delle proteste e dei sollevamenti è stata generalmente indicata nel repentino aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto e di quello dei beni di prima necessità legato all’aumento dei costi energetici. Una perturbazione, quindi, avrebbe alterato il “normale” controllo politico del costo della vita, scuotendo così una formula di gestione sociale altrimenti destinata a durare a tempo indefinito. Se però osserviamo il fenomeno dall’altro polo, è possibile cogliere i segni di un processo ben più profondo e non confinabile esclusivamente alla specifica realtà kazaka: i prezzi sono diventati insostenibili perché i salari non li hanno seguiti, sono rimasti fermi. L’incremento dei costi di merci di prima necessità per gran parte della popolazione è diventato un fattore di grave disagio sociale perché negli assetti capitalistici della realtà kazaka si è continuato a puntare sulla carta del basso prezzo della merce forza lavoro. La formula che unisce basso costo della vita e bassi salari come chiave di volta della cosiddetta globalizzazione mostra segni crescenti di cedimento, e di certo non solo in Kazakistan. Cercare di tenere fermo il secondo perno della formula mentre il primo è saltato, significa mettere a repentaglio la tanto celebrata stabilità politica e sociale che ha costituto una delle condizioni dell’ascesa delle cosiddette “officine del mondo”.
Per tutta una serie di motivi, a cui abbiamo solo accennato, il mutamento politico, e anche la protesta sociale, in Kazakistan è questione delicata, che va inevitabilmente ben oltre i confini nazionali. Per questo, in assenza di una carta forte da giocare sul terreno del cambiamento, in mancanza di leve sufficientemente forti per pensare concretamente di reimpostare la situazione su un terreno così nevralgico, la scelta di molte potenze dell’Occidente democratico e liberale è stata quella di rifugiarsi in rituali appelli alla stabilità e alla pacificazione, in barba agli altisonanti e non negoziabili valori del mondo libero in altri momenti orgogliosamente branditi. Il Kazakistan è una grande cassaforte ma può diventare una grossa miccia in una gigantesca polveriera. Meglio evitare di soffiare sul fuoco, soprattutto se non si dispone di un progetto effettivo per subentrare, a prezzo di enormi tensioni, con una formula alternativa nella gestione di questo snodo strategico e se comunque si è titolari di diretti interessi sul campo che vanno prioritariamente tutelati.
Le specificità della situazione kazaka, la sua delicata collocazione in un crocevia di interessi imperialistici, rendono particolarmente marcato e aspramente evidente un problema fondamentale della lotta di classe. In una realtà in cui l’interazione, la dinamica delle influenze imperialistiche è così diretta e intensa, in cui la pratica dell’organizzazione e della lotta di classe deve farsi strada tra questioni di identità nazionale solo in parte storicamente risolte, tra contraddittorie esperienze di vecchie formule falsamente socialiste e nuove urbanizzazioni, tra divisioni religiose e appartenenze etniche, in ultima analisi collegate anch’esse al grande gioco imperialistico, la possibilità che una spinta iniziale sorta dalla classe operaia, dalle sue rivendicazioni, possa venire assorbita, snaturata e utilizzata su altri piani e in altre direttrici, è terribilmente presente. La questione dell’autonomia – organizzativa, teorica, in una parola politica – della classe diventa più che mai vitale, nel senso più pieno e potente, di vita e di morte.
Nel suo editoriale del 7 gennaio dedicato ai fatti in Kazakistan, il Financial Times ha scritto: «Senza leader o richieste chiare e con un’impennata nei saccheggi che suggerisce che potrebbero essere state infiltrate da gruppi criminali o provocatori», le proteste avrebbero dovuto compiere grandi sforzi «per ottenere la massa critica per trasformarsi in una rivoluzione».
Lo storico giornale della grande borghesia dimostra di saper cogliere alcuni elementi di fondo del problema della lotta politica quando diventa scontro aperto, di masse, di piazza e militare, per il potere. Dimostra di non ignorare l’importanza dell’organizzazione, della capacità di sintesi politica delle rivendicazioni, di orientamento della spinta spontanea della protesta di massa. Ma la loro “rivoluzione” non è la nostra.
Per noi non è solo questione di raggiungere la qualità politica di un cambiamento interno alle regole e alle condizioni del capitalismo. Per noi è questione di conquistare un’emancipazione da tutti i loro progetti di cambiamento per poter affermare il nostro. Non si tratta solo di arrivare a dotarsi di una strumentazione politica funzionale a sostituire una guida politica con un’altra, nella continuità della società borghese. Per noi è questione di raggiungere una coscienza di classe nuova, emancipata, su cui fondare l’azione rivoluzionaria, con la sua organizzazione, i suoi percorsi, i suoi quadri e le sue risorse.
La loro indicazione vale per noi due volte più che per loro.

Prospettiva Marxista

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