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    (Il saccheggio del territorio)

    Greenpeace: con Bolsonaro la deforestazione dell’Amazzonia è aumentata del 75%

    Le relazioni pericolose dell’Unione europea con il presidente neofascista del Brasile

    (25 Gennaio 2022)

    bolsonaro dangerous man

    Secondo il rapporto “Dangerous man, dangerous deals – Why the EU should not strengthen relations with Bolsonaro”, pubblicato oggi da Greenpeace International, «Da quando Jair Bolsonaro è diventato Presidente del Brasile, nel 2019, la deforestazione amazzonica è aumentata del 75,6%, gli allarmi per gli incendi forestali sono cresciuti del 24% e le emissioni di gas serra del Paese sudamericano sono aumentate del 9,5%». Il rapporto evidenzia «I crescenti impatti negativi causati dal sistematico smantellamento della protezione dell’ambiente e dei diritti umani da parte del governo Bolsonaro negli ultimi tre anni».

    Il rapporto dell’associazione ambientalista, che si basa sui dati raccolti dall’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (INPE), ricorda che «Nel 2019, anno in cui Bolsonaro entrò in carica, il tasso annuo di deforestazione in Amazzonia era di 7.536 km2. Tre anni dopo, l’INPE ha annunciato che, tra agosto 2020 e luglio 2021, sono stati distrutti 13.235 km2 di Amazzonia: un aumento del tasso di deforestazione di oltre il 75% rispetto al 2018. Un inesorabile peggioramento che si presagiva già durante il primo anno di governo, in cui la deforestazione in Amazzonia era aumentata del 34% rispetto al 2018, passando da 7.536 km2 a 10.129 km2 di foresta distrutta».

    Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia, evidenzia che «L’agenda politica del presidente brasiliano ha peggiorato le condizioni di ecosistemi preziosi per la salute del pianeta e di numerosissimi Popoli Indigeni che lottano per proteggerli. Nonostante ciò, l’Unione europea non solo ha continuato a fare affari con il Brasile, ma ha anche rispolverato l’accordo commerciale Ue-Mercosur, che rischia di inondare il mercato europeo di prodotti legati alla deforestazione e alla violazione dei diritti umani, come la carne, favorendo settori che aggravano la crisi climatica».

    A preoccupare l’organizzazione ambientalista è soprattutto l’impunità che ha accompagnato l’aumento della deforestazione che «Si è tradotta anche in un drammatico aumento degli incendi, spesso appiccati illegalmente per favorire l’espansione dell’agricoltura industriale e del settore estrattivo attraverso il cosiddetto “cambio di uso del suolo”, cioè l’eliminazione della vegetazione autoctona per fare spazio principalmente a piantagioni e pascoli, ma anche a infrastrutture e miniere».

    Per esempio, i dati triennali dell’INPE mostrano un incremento del 15% di incendi nel Cerrado, la savana più ricca di biodiversità del pianeta, e del 218% nel Pantanal, la zona umida più grande del mondo.

    Greenpeace ricorda che «Gli incendi hanno anche un impatto negativo sul clima perché causano il rilascio di grandi quantità di gas a effetto serra. I dati raccolti dal Greenhouse Gas Emissions and Removals Estimating System, un progetto sviluppato dall’Osservatorio sul clima brasiliano, costituito da una rete di oltre 50 organizzazioni non governative, mostrano che le emissioni di gas serra in Brasile sono aumentate del 9,5% dall’entrata in carica di Bolsonaro. Durante l’anno successivo, cioè il 2020, il Brasile ha emesso 2,16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, la quantità più elevata dal 2006».

    Con l’arrivo al potere del neofascista Bolsonaro e della Bancada Ruralista che lo sostiene c’è stato anche un considerevole aumento dei conflitti per la proprietà delle terre e delle violazioni dei diritti umani. »I dati diffusi dalla Commissione Pastorale per la Terra – dice Greenpeace – mostrano che i primi due anni del governo Bolsonaro sono stati caratterizzati da un aumento di circa il 40% el numero di conflitti per le terre, che in molti casi sono sfociati nella morte di coloro che si sono spesi per difenderle. Nel 2020 erano infatti in corso circa 1.576 controversie riguardanti la proprietà dei terreni (poco meno della metà riguardano Popoli Indigeni), il numero più alto dal 1985».

    A ottobre in Brasile si terranno attesissime elezioni presidenziali e il gradimento Bolsonaro negli ultimi 2 anni è sceso in picchiata, minato da scandali, accuse di corruzione che hanno riguardato lui, la sua famiglia e il suo entourage politico, e da una disastrosa “gestione” della pandemia di Covid-19. Basti pensare alle dimissioni dell’ex ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, indagato dalla Corte suprema per aver interferito nelle indagini sulle esportazioni illegali di legname. I sondaggi danno praticamente per certo il ritorno a Brasilia dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva del Partido dos trabalhadores, che la destra aveva fatto fuori politicamente, mettendolo in galera, con uno scandalo che non ha retto le prove giudiziarie-

    La Borghi conclude: «Se l’Unione europea vuole davvero proteggere foreste e biodiversità, deve fermare l’accordo Ue-Mercosur una volta per tutte e adottare politiche che portino alla diminuzione dei consumi ed evitino l’immissione sul mercato comunitario di prodotti e materie prime legati alla distruzione di ecosistemi preziosi per la salute del pianeta e alla violazione dei diritti umani, a partire dalla carne».

    greenreport

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