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Africa domani

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(23 Novembre 2011) Enzo Apicella

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Lo shock pandemico accelera la tendenza capitalistica alla concentrazione e all'espropriazione - prima parte

“ISOLATI ACCESSORI VIVENTI” (K. Marx)

(12 Febbraio 2022)

Ci è stato segnalato questo ampio contributo apparso su “il programma comunista”, n.3, maggio-giugno 2021. Ritenendolo utile ai fini del dibattito, lo pubblichiamo.

1) Emergenza permanente

La “pandemia” da Covid è senz'altro uno di quegli eventi che determinano delle svolte, non solo come emergenza sanitaria, ma come avvio di una nuova emergenza più generale e indeterminata nel tempo, elevata a metodo di gestione politica dell'emergenza sociale ed economica.
La portata dell'evento, per le ricadute che sta generando, è paragonabile a quello che, ad inizio millennio, ha dato il via alla lunga stagione della “guerra al terrorismo” di matrice islamica, di cui ancora oggi si patiscono i postumi. Se è vero che quella guerra non è servita, com'era nelle intenzioni di chi l'ha scatenata, a riaffermare il ruolo degli Stai Uniti come unica potenza mondiale e a interromperne il declino, oggi che gli attentati si vanno riducendo per portata e frequenza rimane intatta la legislazione emergenziale che si è instaurata un po' ovunque, a cominciare dal Patriot Act negli Stati Uniti. Come l'attentato alle Torri Gemelle – i cui risvolti rimangono per molti aspetti tutt'altro che chiari – generò a suo tempo delle conseguenze planetarie, altrettanto accade con l'insorgenza Covid, le cui ripercussioni sembrano però estendersi ben oltre l'indirizzo securitario e guerrafondaio che seguì all'11 settembre, e assumere una valenza più generale e un'incidenza più profonda. Non siamo in grado di affermare quale sia stata l'effettiva origine di eventi così straordinari, accomunati dalla manifesta, clamorosa inefficienza degli organismi civili e militari preposti alla prevenzione e al contrasto di simili catastrofi, organismi per altro forti di una potentissima dotazione di mezzi di previsione e intervento. Tuttavia, anche accettando le versioni ufficiali, non v'è dubbio che quegli eventi abbiano avviato una azione generale di contenimento e soluzione delle contraddizioni capitalistiche. Come dopo l'11 settembre, anche l'emergenza pandemica ha portato all'introduzione di elementi propri di una situazione di guerra.

Tanto per il terrorismo islamico quanto per la pandemia, la guerra è mondiale, ma il teatro decisivo è stata ed è l'Europa occidentale. Qui dopo l'11 settembre si sono verificati gli attentati più sanguinosi contro cittadini occidentali ed è nei suoi territori che la pandemia ha avuto alcuni tra i momenti più simbolici e di più intensa drammaticità. Entrambi gli eventi hanno prodotto una reazione a una minaccia di morte, la prima proveniente da un nemico in carne ed ossa, identificabile nel “terrorista islamico”, l'altra da un nemico ancor più subdolo e imprevedibile, di cui può farsi tramite qualunque nostro simile, più ancora se a noi legato da affetti e vicinanza. Con l'avvento del virus l'attenzione non si concentra più su una minaccia esterna che si insinua nella quotidianità del nostro mondo all'apparenza pacifico, ma su una minaccia del tutto interna a questa quotidianità, perfino domestica. La battaglia si combatte in casa. Non è più solo competenza dei servizi di sicurezza e polizia: è affare di ciascuno dare un contributo alla battaglia adottando i comportamenti stabiliti (non si dica imposti, è sgradevole). Ciascuno si deve attivare o, per usare un termine militare, mobilitare. Entrambi gli eventi hanno avuto fin dall'origine i loro morti, di cui – come avviene in guerra – si dà contabilità in quotidiani bollettini. Il fatto che ciò sia innegabile – perché i morti ci sono stati – rende innegabile la necessità dell'intervento d'autorità per contenere e porre fine al dramma con ogni mezzo. Su questo assunto di sicura efficacia emotiva si basano gli attacchi a chi osa avanzare una qualsiasi critica dei provvedimenti emergenziali. Chi mette in dubbio la necessità delle restrizioni fa prevalere un astratto diritto alla libertà sul diritto prioritario alla sicurezza e in definitiva alla vita; nel contesto pandemico, costui viene subito qualificato come negazionista, non tanto per l'accusa di negare l'esistenza del virus o la sua pericolosità, ma con l'accusa implicita di negare i morti o le sofferenze dei malati, esattamente come lo storico negazionista nega o ridimensiona l'olocausto. Un tal disgraziato appare senz'altro meritevole della galera, o quantomeno di un TSO in un reparto psichiatrico. Qualcuno ci è finito. Il motto veicolato in modo subliminale non è molto diverso dal credere, obbedire, combattere di buona memoria: credere nel racconto ufficiale sulla pericolosità pandemica del virus; obbedire alle regole ferree imposte dall'alto (in spregio alla stessa legislazione borghese); combattere la battaglia comune rispettando le disposizioni e stigmatizzando quanti avessero qualcosa da obiettare, non senza un grazioso invito alla delazione.

Riconoscere questo stato di fatto non implica né una sottovalutazione dell'impatto del virus né avallare tout court la tesi della “dittatura sanitaria” sostenuta generalmente da punti di vista democratico-borghesi ed espressione dell'umore dei settori delle mezze classi più colpiti dalle conseguenze delle restrizioni. Va però riconosciuto che un simile meccanismo psicologico di massa è analogo a quello che si verifica in caso di guerra: quando i giovani figli della Patria muoiono al fronte per difenderla, chi osa mettere in discussione la guerra è additato a criminale da perseguire con ogni mezzo, un rinnegato al soldo del nemico. La loro morte, la celebrazione del loro “sacrificio”, quasi sempre involontario, oscura la responsabilità di chi li ha mandati a morire. Non invocare la fucilazione diventa segno di magnanimità; allo stesso modo nella psicologia collettiva chi minimizza il Covid meriterebbe di morire di Covid, senza riguardo per le responsabilità di chi ha fatto poco o nulla per prevenire la strage. Stessa sorte merita chi si oppone alla vaccinazione: non è raro trovare sulla rete commenti che auspicano per coloro che non intendono vaccinarsi l'esclusione dalle cure. Questi sentimenti alimentati ad arte e sostenuti quotidianamente dai media hanno buon gioco ad impadronirsi delle menti di chi è stato istruito alla paura o semplicemente, macinato dai ritmi del quotidiano, non ha tempo per pensarci e deve sorbire la minestra che passa il convento.

Se dunque l'attacco alle Torri Gemelle fu la premessa per l'instaurazione di un clima che preludeva allo scatenamento di conflitti sul campo, la pandemia ha già in sé molti aspetti della guerra, una guerra combattuta in superficie contro il virus, ma in profondità con altri obiettivi. Il contesto di crisi pandemica favorisce un'offensiva contro gli ostacoli e le resistenze che si frappongono al progressivo affermarsi del capitale in ogni aspetto della vita sociale e ciò passa anche attraverso il disciplinamento e il condizionamento. La pandemia segna così un discrimine temporale e un passaggio di campo, l'ingresso in un contesto in gran parte nuovo dove si riaffermano i connotati della società capitalistica, e di conseguenza i termini dello scontro di classe, della battaglia, dagli esiti quanto mai incerti, tra la società morente e quella che sola può seguirle nella successione storica: il comunismo.

Dall'avvio della crisi pandemica, le diverse istituzioni dello Stato si sono attivate massicciamente a supportare i drastici interventi di contenimento, mettendo alla prova la loro capacità di controllo sulla società. Di fronte all'attacco della pandemia, i governi sono apparsi per lo più impreparati, e le strutture sanitarie dell'Occidente supersviluppato non in grado di affrontare l'emergenza. In realtà, stando ai documenti ufficiali (Nota 1) un evento simile era annunciato da lunga data, e i principali governi e le istituzioni internazionali erano ampiamente edotti fin nei dettagli delle caratteristiche, dei tempi e delle aree di diffusione di una pandemia. Se è vero – e non sarebbe certo la prima volta nella storia (Nota 2) – che chi sarebbe dovuto intervenire era a conoscenza di quanto si stava preparando, allora nella migliore delle ipotesi siamo di fronte alla manifesta incapacità delle classi dirigenti di trarne le opportune conseguenze in termini di organizzazione e di spesa per affrontare l'emergenza sanitaria. Ciò vale per quasi tutti gli Stati capitalistici colpiti, pur se in grado differente in ragione della maggiore o minore organizzazione dei sistemi pubblici. In una società comunista un'emergenza di questo tipo sarebbe, oltre che prevista, debitamente fronteggiata; l'eventualità di un lockdown a scopi sanitari rientrerebbe nel piano di specie e le ricadute sull'esistenza collettiva sarebbero ridotte all'indispensabile. Il sistema si chiuderebbe a protezione delle fasce più deboli, tutte le risorse sarebbero attivate a potenziare la capacità di risposta delle strutture sanitarie, le conoscenze scientifiche sarebbero orientate a trovare le soluzioni più efficaci per affrontare la malattia e debellarla, tutti i servizi essenziali sarebbero assicurati, gli approvvigionamenti sarebbero garantiti a tutti senza limiti temporali grazie alle riserve accantonate per affrontare le ricorrenti emergenze che segnano la presenza della nostra specie sul pianeta. Tutto ciò può derivare solo da una programmazione generale che il capitalismo non può nemmeno concepire. La crisi fa invece emergere clamorosamente i limiti del sistema capitalistico nel provvedere ai bisogni sociali, la sua connotazione disordinata, affaristica, violentemente classista, giacché è sempre più chiaro che nella pandemia c'è chi paga e chi ci guadagna. La fragilità del sistema ha come effetto la diffusione dell'incertezza, della paura, e per le classi dirigenti la scelta naturale obbligata è il ricorso a misure da tempi di guerra o che addirittura le superano, appoggiandosi sulle strutture dello Stato borghese, e in primo luogo su quelle preposte all'ordine pubblico, che non possono permettersi di difettare in efficienza. La disfunzionalità delle altre istituzioni pubbliche risulta invece obiettivamente funzionale alla messa in campo di interventi che preludono a radicali cambiamenti dell'assetto politico istituzionale e dell'assetto sociale. Non è difficile inquadrare questa ridefinizione complessiva nel percorso di trasformazione della società in senso neoliberista in corso di attuazione da decenni, e che trova nell'evento pandemico l'occasione di una accelerazione che avvicini la realizzazione di una società dove il Capitale possa esercitare il suo dominio senza limitazioni, ostacoli, e senza l’apparente mediazione con interessi altri. Una società del genere è impossibile a realizzarsi, poiché l’esercizio della dittatura impone alla borghesia la funzione (e finzione) di “classe generale”: ma a essa il Capitale tende.

Quella a cui assistiamo è dunque a suo modo una guerra, senza per questo volerci spingere a qualificarla come un tipo specifico di guerra, quella batteriologica, eventualità per altro da non escludere. In fondo in una guerra ciò che conta non sono i mezzi – per quanto alla fine risultino decisivi – ma i risultati conseguiti in termini di rapporti tra imperialismi e di rapporti tra le classi. Se in una guerra guerreggiata in pericolo è la Patria, nel cui nome c'è chi sacrifica la propria vita, nel caso della guerra al terrorismo sono in gioco la sicurezza e un modello di vita in nome del quale si sacrificano gli stessi principi di libertà che gli sono a fondamento. In definitiva anche qui è in gioco la vita delle persone esposte alla minaccia del terrore, ma è solo con il Covid che la minaccia si rivolge direttamente alla vita stessa, così da giustificare ogni forma di restrizione a supporto dell'intervento sanitario. L'azione politica si qualifica come intervento terapeutico di massa, un intervento ben più profondo e incisivo degli interventi securitari introdotti dalla “guerra al terrorismo”.

E' agevole riconoscere la sintonia di un tale intervento con l'ideologia politica neoliberista che si propone di conformare l'esistenza dei singoli alla logica del mercato: la “biopolitica”. Il suo oggetto non sono genericamente i presupposti della convivenza sociale, ma l'esistenza biologica dei suoi membri, che va orientata verso una “normalità” definita dalla disposizione alla realizzazione di sé come “capitale umano”. Tutta la vita del singolo viene ridotta a una specie di investimento su di sé che può portare alla valorizzazione del proprio capitale umano come al fallimento. L'esistenza dell'uomo si risolve nell'economia e ogni aspetto della vita, il lavoro e il consumo, gli affetti e la salute rientrano nella categoria dell'investimento (Nota 3). In questa visione, non esistono le classi: esistono solo gli individui, piccole monadi disperate votate a trarre profitto dal ciclo economico corrispondente all'arco della propria esistenza. Chi non orienta la sua condotta in tal senso non è da considerarsi “normale”, ma un “perdente” in quanto “deviante” e come tale bisognoso di intervento terapeutico. Povertà, disoccupazione, emarginazione non sono da addebitarsi ad una società infame, ma all'incapacità del singolo di fare di sé un capitale redditizio. La povertà è ridotta a “malattia dell'anima”. Questa concezione idiota fa parte integrante della fede neoliberista che guida le élites mondiali. Se si limitassero a professarla, se la racconterebbero tra di loro per compiacersi del loro essersi realizzati come “capitale umano”. Purtroppo, lavorano per farne la religione attiva del mondo. Se è vero che nel quadro della pandemia l'azione politica si va qualificando come intervento terapeutico di massa, coerentemente con l'ideologia dominante l'obiettivo dell'azione non è genericamente la salute pubblica ma la normalizzazione dei rapporti sociali attraverso il disciplinamento dei comportamenti sociali. Obiettivo prioritario dei provvedimenti restrittivi, la cui efficacia nel contrasto del virus è quantomeno dubbia, non è la salvaguardia della salute pubblica bensì il condizionamento dei comportamenti pubblici e privati. Questo condizionamento si configura come “intervento terapeutico” per indirizzare le esistenze individuali, attraverso l'isolamento e il distanziamento, ad una completa subordinazione, ideologica e reale, agli apparati di dominio e controllo.
Per far digerire la brodaglia ideologica che giustifica la riduzione dell'uomo ad appendice del capitale – riduzione che è già un portato reale del processo di sviluppo capitalistico che estende il macchinismo ad ogni aspetto della vita - è necessario isolare i singoli spezzando ogni legame comunitario, con priorità al senso di appartenenza a una classe che non si riconosca nei valori e nei comportamenti della borghesia. Qui siamo giunti al traguardo di un lungo percorso di demolizione a cui hanno dato un contributo fondamentale i sindacati di regime e i partiti “di sinistra” della borghesia. Ora viene il momento dell'attacco perfino alle forme comunitarie delle famiglie, della Nazione, della Chiesa, per demolire le quali il Capitale si ammanta del valore “progressista” della “diversità”, dietro cui si cela l'omologazione e la neutralizzazione di ogni forma di antagonismo degno di questo nome. Si capisce allora perché a gestire questa cupa transizione siano generalmente partiti di “sinistra”, mentre la destra è generalmente all'opposizione. (Nota 4)

Così trova una spiegazione l'impreparazione degli organismi pubblici di fronte all'attacco pandemico, impreparazione confermata – almeno per l'Italia, ma non solo – dal ripetersi delle stesse condizioni di inadeguatezza all'arrivo della cosiddetta “seconda ondata”, conseguenza inevitabile del fatto che, nei mesi in cui il virus latitava, la “spesa pubblica”, invece di convergere nel rafforzamento dei presidi sanitari, provvedeva a elargire bonus per monopattini, bici elettriche e vacanze per famiglie. Qui la disfunzionalità si conferma obiettivamente funzionale al ripresentarsi delle condizioni per un nuovo lockdown.
La prova è indiziaria, ma dovrebbe bastare quantomeno a indurre il sospetto che la salute pubblica, proprio quando si proclama il cosiddetto “diritto alla salute” - inesistente, poiché esiste solo il “diritto alla cura”, assai spesso negato - superiore rispetto a ogni altro diritto costituzionale, non sia al centro dell'interesse del governo dell'emergenza. La priorità che l'emergenza sanitaria assegna all'esistenza biologica, alla vita, comporta invece una serie di conseguenze sull'assetto politico e sociale che in definitiva permettono alle istituzioni dello Stato, espressione della classe dominante, uno spazio di intervento tendenzialmente senza limiti.
E' sempre bene ricordare – per distinguerci da quanti si stracciano le vesti per l'offesa alla libertà e alla democrazia - che questo “potere” non nasce con la pandemia o con altre manifestazioni della guerra, e che il Capitale esercita la sua dittatura a prescindere dalle forme politiche che adotta. Il ricorso all'emergenza è solo la chiave che permette una manifestazione aperta e dispiegata delle sue prerogative, dietro invocazione di una necessità presentata come evidente e indiscutibile. Anche qui i precedenti storici non mancano: è sufficiente richiamare l'utilizzo che fece il nazismo dell'articolo 48 della Costituzione di Weimar, grazie al quale Hitler poté ricorrere a una legge emergenziale e garantirsi un potere illimitato in modo sostanzialmente legale. Oggi la storia si ripete, manco a dirlo, come farsa, se si considerano tutte le assurdità e le menzogne che vengono propinate e che meriterebbero di essere seppellite con una sonora risata se non fosse che costituiscono a tutti gli effetti altrettante manifestazioni di un arbitrio del potere, tanto più pericoloso in quanto manifestamente grottesco.
La concezione neoliberista della funzione dello Stato è però ben diversa da quella del totalitarismo nazista e fascista. Laddove lo Stato totalitario svolgeva un ruolo decisionale nelle scelte politiche a difesa dell'ordine capitalista, allo Stato operante in regime neoliberista spetta il compito di assecondare decisioni prese in ambito sovranazionale, nei luoghi di coordinamento delle istituzioni del potere politico-finanziario internazionale. Non si afferma quindi il totalitarismo dello Stato in quanto tale, ma, attraverso lo Stato, è il totalitarismo del mercato ad affermarsi. A ben vedere, la soluzione fascista e quella neoliberista sembrerebbero rappresentare, all'interno della comune prospettiva di conservazione dell'attuale modo di produzione, l'una l'antitesi dell'altra. La nostra corrente ha sempre qualificato il fascismo come tendenza della politica borghese a infrenare e controllare lo sviluppo delle forze produttive per moderarne l'impatto sugli equilibri sociali, mentre il neoliberismo persegue il libero movimento dei capitali e delle merci e, per conseguenza, il libero dispiegamento della potenza distruttiva del Capitale, potenza disgregatrice dell'ordine esistente e in quanto tale meritevole della qualifica di “rivoluzionaria” (Marx, “Discorso sulla questione del libero scambio”). Qui il carattere “rivoluzionario” del libero mercato e delle forze che vi operano potrebbe essere tale solo in quanto dissolutore dei vecchi assetti, e pertanto, in prospettiva storica, dello stesso ordine borghese. Ed è questa possibilità che spinge le élites borghesi a prospettare un nuovo totalitarismo all'interno del quale quelle forze possano agire senza portare al crollo del sistema.

Sarebbe pertanto improprio e fuorviante parlare di “nuovo fascismo” di fronte al totalitarismo che avanza. Al confronto con il totalitarismo che si prospetta, il fascismo storico appare una manifestazione piuttosto rozza e molto meno pervasiva di potere totalitario, dotata di mezzi tecnici di controllo e condizionamento davvero primitivi a paragone di quelli che la borghesia può mettere in campo oggi. Da questo punto di vista, una mobilitazione che si qualifichi come “antifascista” secondo le vecchie categorie rischia di portare acqua al mulino di un nuovo, ben più feroce totalitarismo. La propaganda a senso unico affibbia anzi con grande leggerezza la qualifica di neofascisti o nazisti a chi osa manifestare posizioni critiche nei confronti di quanto viene imposto d'autorità col pretesto della pandemia, mentre ignora completamente la crescita minacciosa del vero e proprio neonazismo quando questo risponde agli interessi geopolitici occidentali contro la Russia (Nota 5). La dissoluzione delle vecchie categorie politiche del quadro borghese conferma che la nostra corrente, la Sinistra comunista, aveva colto nel segno qualificando l'antifascismo, in quanto ideologia democratico borghese, come il peggior prodotto del fascismo.

Nel nuovo contesto, al ruolo dello Stato ben si attaglia anche l'inefficienza di cui si è detto. In regime neoliberista lo Stato non si può proporre come risolutore dell'emergenza. Esso si affida ad agenzie e a esperti portatori di interessi di gruppi e sottogruppi di potere economico e professionale a volte ben definiti, altre volte meno riconoscibili perché dietro le quinte, in “irraggiungibili” centri decisionali. La soluzione dell'emergenza è demandata al privato, ai grandi gruppi economici e finanziari che, avvalendosi dei propri scherani nei gangli vitali delle istituzioni pubbliche e nelle varie “task forces”, con la pressione lobbistica e la corruzione sono in grado di sottomettere ai propri interessi gli Stati, più agevolmente se indebitati e quindi privi di indipendenza monetaria. Ecco allora lo Stato non intervenire con soluzioni efficaci nel contrasto alla pandemia, promuovere il vaccino come unica soluzione e propagandarla con il sostegno dei grandi mezzi di comunicazione pubblici e privati. (Nota 6)
Mai come in questo caso il termine “campagna”, sinonimo di guerra quanto di azione pubblicitaria, si addice alla situazione: la prima linea dell'offensiva è il bombardamento mediatico che esaspera la drammaticità degli eventi e diffonde notizie contrastanti. La confusione dominante nella comunicazione alle masse, amplificata dalla pluralità degli attori in scena, è funzionale al mantenimento di una condizione di incertezza prolungata. Ciò che si presenta come dibattito democratico, in realtà esclude o marginalizza tutte le interpretazioni devianti o che potrebbero semplicemente allentare la tensione e riportare la discussione entro i binari della razionalità. Frammenti di verità vengono imbozzolati e digeriti nel gran calderone della comunicazione e le letture critiche vengono distorte e proposte come farneticazioni di individui eccentrici, manifestazioni patologiche difformi dalla “normalità” emergenziale. La martellante comunicazione al servizio dello Stato non esprime una voce unica, come avveniva nei cinegiornali dell'Istituto Luce, ma una pluralità “democratica” di voci che dibattono, si contraddicono e si scontrano. Ma tutte le lingue della Babele mediatica evitano accuratamente di toccare argomenti sensibili che potrebbero far vacillare il baraccone. Il nostro Partito, espressione della Sinistra comunista, ha tenuto diritta la barra del marxismo qualificando la democrazia come la forma più confacente alla dittatura del Capitale.

Nondimeno il passaggio dalla “normalità” all'emergenza, o alla “normalità dell'emergenza”, non è puro arbitrio, ma è sempre il risultato dell'insorgere di gravi minacce alla stabilità dell'ordine costituito, della necessità di rispondere o prevenire il loro manifestarsi.
Non possiamo qui ricostruire le fasi della crisi profonda che attraversa il modo di produzione capitalistico e che è emersa in tutta la sua potenza nella recessione del 2008-2009. Il decennio da allora trascorso è stato segnato dal rafforzamento del peso del capitale finanziario, ma anche da una crescita inarrestabile dei suoi valori – in gran parte fittizi - che li allontana sempre più da una produzione mondiale che avanza a ritmi decrescenti. La crisi generale porta con sé l'inasprimento delle tensioni tra imperialismi, l'aumento del divario tra Stati dominanti e Stati ad essi subalterni, crescenti difficoltà nella gestione delle ricadute sociali della stentata crescita. In breve, le contraddizioni che attraversano il mondo capitalistico hanno raggiunto un livello tale che alla classe dominante si impone la necessità di disporre di una più ampia capacità di manovra che le consenta di imprimere capillarmente la propria logica e di estenderla oltre i limiti delle nazioni. Logica politica e logica economica vanno di pari passo: l'azione politica, proprio perché asservita alla logica mercantile, si libera dai vincoli legislativi e istituzionali che la frenano in vista del salto a una fase superiore in cui quella stessa logica mercantile possa incidere ancora più in profondità su tutti gli aspetti dell'esistenza e in ogni luogo. Le forme del dominio di classe si devono adeguare, meglio se in modo incruento e non percepito come passaggio ad uno stadio della dittatura di classe più oppressivo del precedente. Nelle dichiarazioni dei governanti si può cogliere, nemmeno troppo larvatamente, l'ammonimento alle manifestazioni di resistenza a questa deriva che la benevolenza fa presto a volgersi in repressione. Una parola sintetizza il clima che aleggia ovunque: coprifuoco. Il passaggio, improvviso e spiazzante, incontra resistenze episodiche e poco organizzate. Le forze che si oppongono vengono criminalizzate, le voci critiche marginalizzate e censurate.

2) Resistenti


L'emergenza pandemica si propone come una manifestazione della crisi che consente al Capitale di affrontarla attivando preventivamente i fattori che potrebbero risolverla a suo vantaggio, e di consolidare nel contempo i pilastri dell'ordine vigente. Abbiamo più volte ribadito come il capitalismo fosse in profonda crisi ben prima della pandemia e che le soluzioni adottate per affrontare le conseguenze del tracollo del 2009 non abbiano fatto altro che approfondire le distanze fra valori finanziari e produzione reale, tra gli Stati e tra le classi, tra vecchi e nuovi imperialismi. Dall'instabilità generale e dal clima di incertezza che ne è nato sono emerse forze di opposizione all'indirizzo neoliberista dominante da quarant'anni, riconducibili al variegato fronte “neopopulista” e “sovranista” (da qui in avanti, per semplicità utilizzeremo il termine “sovranista” per entrambe le posizioni), che ha toccato i maggiori successi con l'elezione di Trump e la Brexit.

Questo fronte, oggi visibilmente indebolito dalla controffensiva delle forze che sostengono gli interessi della finanza internazionale, dalle sue forme più moderate alle più estreme, ha il tratto comune della riesumazione del valori nazionali come argine alle conseguenze della mondializzazione. Gli stessi 5stelle si erano affermati grazie a proclami apertamente anti UE e anti Euro, e a favore di un utilizzo della macchina-Stato come strumento di redistribuzione del reddito. Oggi politicamente morti e identificabili col livello di categoria alberghiera che i loro esponenti sono usi a frequentare, sono rimpiazzati in questo ruolo da un ventaglio di forze che va dalla destra istituzionale (Lega e Fratelli d'Italia), antieuropea a singhiozzo e sempre disposta al compromesso, alle formazioni dichiaratamente fasciste. Rappresentano invece una relativa novità le varianti che perseguono una politica nazionale dai tratti socialisteggianti, che si proclamano forze “di sinistra” con valori “di destra” (Vox Italia) o che si fanno sostenitori di una politica nazionalpopolare per molti aspetti assimilabile a quella del vecchio PCI, a partire dalla difesa a spada tratta della Costituzione (Fronte sovranista). (Nota 7)

Questo, che si proclama “sovranismo democratico” per distinguersi vuoi dalla destra fascistoide vuoi da forme di sovranismo meno conseguenti, ha espresso critiche radicali ai provvedimenti emergenziali e alle loro conseguenze politiche, economiche e sociali. Va riconosciuto che – nel clima censorio creato dai mezzi di informazione - la loro è una denuncia coraggiosa del servilismo del ceto politico verso le élites finanziarie e le istituzioni europee a guida germanica, della compressione dei diritti costituzionali e dello svuotamento delle istituzioni democratiche; più in generale queste forze denunciano che, sotto il pretesto della pandemia, è in atto un attacco senza precedenti agli interessi popolari, in particolare alla piccola borghesia, da parte delle forze che rappresentano il grande Capitale. In questo esse colgono senz'altro un fenomeno obiettivo, ma non collegandolo alla dinamica sottostante del capitale ne danno una lettura soggettivistica che attribuisce le responsabilità a individui o a gruppi di potere. Ciò che manca è il riconoscimento che quella concentrazione di potere in poche mani e la polarizzazione in atto sono effetto inevitabile della dinamica irreversibile di sviluppo capitalistico e che pertanto la pretesa di contrastarla con soluzioni conservatrici è del tutto illusoria e in definitiva reazionaria. In ciò non vi è nulla di nuovo rispetto a quanto scrivevano Marx ed Engels nel lontano 1848:
“ I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l'artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l'esistenza loro di ceti medi... Essi sono reazionari, essi tentano di far girare all'indietro la ruota della storia” (Manifesto del partito comunista).

Nel rappresentare le istanze di questi ceti minacciati dalla dinamica inesorabile del Capitale, il sovranismo democratico accoglie alcuni contenuti classisti diluendoli entro rivendicazioni nazionali e fiscali sostanzialmente conservatrici, nostalgiche dei bei tempi in cui gli affari erano più facili e il welfare era più generoso, e ciò gli consente di raccogliere consensi anche tra le file del proletariato. Nella loro opposizione ai “mercati” questi movimenti ripropongono alcuni valori di riferimento che nell'arco di quarant'anni di neoliberismo la dinamica del capitale, agendo sugli assetti economici mondiali, ha progressivamente indebolito e conformato agli interessi mercantili. Al centro c'è la riaffermazione della mistificazione dello Stato politicamente indipendente e protagonista nelle relazioni interstatali, in grado di sostenere efficacemente il mercato interno e la posizione economica del Paese sul piano internazionale; uno Stato che, in virtù di questa forza, sia indipendente anche nell'azione di tutela e garanzia di prestazioni sociali essenziali; il ruolo della Banca Centrale come prestatore di ultima istanza libero dal condizionamento dei mercati internazionali; la mistificazione della Nazione come riferimento identitario collettivo. Nella visione sovranista, tali presupposti sono indispensabili per garantire l'assetto democratico del Paese e scongiurare derive totalitarie. Le caratteristiche dello Stato invocato dai sovranisti esprimono una buona sintesi della continuità storica tra fascismo e socialdemocrazia postbellica fino all'avvento dell'era neoliberista nei primi anni Ottanta. Se vi è discontinuità tra i due momenti è nelle forme, non nella sostanza. La forma totalitaria, in quanto prodotto dello scontro tra rivoluzione e controrivoluzione, è costretta ad assumere alcuni elementi propri della rivoluzione (antidemocratismo in politica e interventismo statale in economia); la forma democratica che si è generalizzata nel secondo dopoguerra è effetto di una fase espansiva del capitale e della conseguente crescita dei profitti e dei redditi, di per sé garanzia di relativa stabilità sociale, ma del periodo fascista conserva il forte intervento dello Stato nella gestione della vita sociale ed economica, l'integrazione nello Stato delle rappresentanze dei lavoratori, e sotto la benevolenza di facciata conserva la sua natura violentemente oppressiva che in alcune occasioni raggiunge la superficie in modalità clamorose (Genova 2001). La stessa forma democratica si è andata progressivamente svuotando di prerogative parallelamente alla dissoluzione delle organizzazioni riformiste, alla conversione delle socialdemocrazie al neoliberismo e alla concentrazione di potere nelle mani dei centri finanziari internazionali, sempre più capaci di condizionare pesantemente le decisioni dei governi. La crisi del 2008 ha segnato uno spartiacque oltre il quale si sono verificati eventi che hanno segnato altrettante svolte nella direzione di un nuovo ordine capitalista mondiale: per limitarsi all'Europa, la crisi greca – vero laboratorio di sperimentazione di politiche ultraliberiste e di asservimento di una nazione agli interessi dell'imperialismo – la crisi dello spread del 2011 con epicentro l'Italia, e ora la crisi pandemica.

Le forze che oggi si oppongono all'avanzata del Capitale a partire da una lettura del presente con lo sguardo rivolto al passato, coltivano la speranza di un irrealistico ritorno a fasi di sviluppo capitalistico ormai superate, con tassi di crescita oggi impensabili. Ciò non toglie che, pur con le loro contraddizioni e i loro limiti, queste forze costituiscono un ostacolo alla dinamica che procede ad imporre la logica mercantile ovunque non si sia ancora pienamente affermata. Esse esprimono una resistenza all'avanzare del Capitale nella sua opera di desertificazione e omologazione, e oggi potremmo aggiungere di sanificazione globale. La dinamica porta alla concentrazione, e la concentrazione, complice la crisi, spazza via ampi settori di piccola e media imprenditoria commerciale e produttiva, settori che costituiscono la composita base sociale di questi movimenti.
Ciò che i sovranisti democratici non possono vedere, a causa di una visione limitata e rivolta al passato, sono gli elementi esplosivi contenuti in questa dinamica. Riprenderemo questo aspetto più avanti.

Il grande dramma sociale in atto potrebbe rivelarsi solo un'anticipazione di prossimi sconvolgimenti ben più devastanti. Mentre scriviamo, la classe politica italiana ha da poco approvato la riforma del MES (meccanismo europeo di stabilità) scegliendo di aderire a quelle linee di finanziamento. Il MES è né più né meno lo strumento che, in ossequio all'“ordoliberismo” tedesco e agli interessi della banche tedesche e francesi, ha ridotto la Grecia a un paese di derelitti e morti di fame, oggetto di saccheggio ad opera delle grandi banche e dei grandi fondi di investimento internazionali.
Il voltafaccia dei 5Stelle su un aspetto che costituiva un punto di principio del loro programma elettorale, conferma la strutturale inaffidabilità di formazioni destinate inevitabilmente a farsi strumento dei poteri che in origine dichiaravano di voler combattere.
I voltagabbana si nascondono dietro la sospensione delle condizioni capestro imposte dalla UE per concedere i prestiti dovuta alla pandemia, ma quando questa emergenza sarà finita, c'è il serio rischio che l'Italia, anche qualora non facesse ricorso al MES, sarà considerata a tutti gli effetti dai “mercati” un Paese finanziariamente insolvente. C'è chi sostiene che la riforma del MES è stata concepita proprio allo scopo di indurre la ristrutturazione del debito pubblico italiano. Se questo è vero, ci sono tutte le condizioni perché l'Italia sia destinata a diventare in tempi più o meno brevi una Grecia all'ennesima potenza (Nota 8) anche se, considerate le dimensioni del Paese, potrebbe non essere del tutto improprio richiamare le condizioni della Germania del primo dopoguerra sottoposta ai diktat di Versailles. Sarebbe l'esito di una lunga guerra, combattuta questa volta con le armi della politica e dell'economia, per imporre definitivamente la supremazia tedesca sul continente europeo. (nota 9).

L'Italia, un paese capitalista di medio livello sempre meno dotato di una propria autonomia che lo renda soggetto attivo degli equilibri geopolitici di area e tra imperialismi, sta subendo un'aggressione equivalente a una guerra da parte delle istituzioni finanziarie internazionali che hanno nella Ue il braccio esecutivo. L'obiettivo, come fu per la Grecia, è mettere il Paese in svendita per far man bassa del suo notevole patrimonio industriale ed economico, senza disdegnare tutto ciò che attiene alla sua storia. Per il Capitale, la necessità che la logica predatoria dei “mercati” si affermi senza impedimenti è tanto maggiore in presenza di una crisi storica senza precedenti, che va ben oltre la contingente pandemia. Una crisi economica e sociale di vaste proporzioni quale quella che si va profilando costituisce per il capitale finanziario una splendida occasione per rafforzare la sua presa sulla società e per tentarne una ridefinizione complessiva, oltre che per trarne lauti guadagni. Di fronte a una prospettiva potenzialmente catastrofica, il PD continua a distinguersi per il suo europeismo servile e la CGIL invoca il ricorso ai finanziamenti europei. Anche in questo caso abbiamo la conferma che, nell'arco delle forze che rappresentano gli interessi della borghesia, il tentativo di opporsi alla consumazione di un vero e proprio crimine sociale, alla logica micidiale dei “mercati”, viene unicamente dalle file del cosiddetto sovranismo, nelle sue espressioni più conseguenti.

3- Morte della democrazia riformista ed esordi del nuovo totalitarismo

E' caratteristica tendenza del capitale l'incessante rivoluzionamento dei mezzi di produzione e, assieme ad essi, dei rapporti di produzione, delle modalità con cui gli uomini e le classi interagiscono tra loro. Il capitale non può sopravvivere senza tenere viva questa dinamica distruttiva/creativa che gli consente di ridefinirsi e riorganizzarsi su basi nuove e più avanzate. Così facendo, nel contempo, sviluppa al massimo grado le sue contraddizioni, e tuttavia queste stesse contraddizioni possono costituire un fattore di riorganizzazione e stabilizzazione. Le lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta furono la risposta di classe alla chiusura della fase di sviluppo postbellico e misero oggettivamente in discussione l'ordine capitalistico, ma si risolsero in una richiesta di maggior partecipazione ai benefici di quello sviluppo e di integrazione nel sistema. Il patto Capitale-lavoro che nei regimi fascisti si realizzava organicamente nel corporativismo statale, in regime democratico nacque dal compromesso che riconosceva una funzione alle organizzazioni operaie nella struttura dello Stato.

Ne derivò una ridefinizione dell'apparato statale e produttivo, le forme del dominio di classe si adeguarono e nell'occidente capitalistico furono concessi aumenti salariali e alcuni benefici in termini di welfare. I primi anni Ottanta segnano il culmine e la conclusione di questo processo: la “vittoria” del riformismo operaio decretò la crisi e spesso la liquidazione di tutte le organizzazioni rivoluzionarie, o pretese tali, che si appellavano al proletariato. Lo stesso notro Partito subì questo contraccolpo, e rischiò di scomparire. Da quel momento, il Capitale si dispose a smantellare quanto aveva dovuto concedere alla lotta operaia. Gli sconvolgimenti che sono seguiti nei successivi decenni hanno trasformato completamente l'assetto produttivo e di governo del capitale mondiale, hanno segnato l'apparente trionfo delle sue leggi inesorabili, ma hanno determinato scenari sempre più complessi e contraddittori. Oggi il caos più che essere dietro l'angolo fa già parte del presente, e diventa necessario per il Capitale imporre un ordine su nuove basi, un radicale adeguamento delle forme del dominio. L'ordine autoritario è la condizione entro la quale il caos sociale provocato dalla dinamica capitalistica lasciata libera di agire si può manifestare senza che vengano messi in pericolo i rapporti di classe. Lo “stato di eccezione” è un passaggio in questo adeguamento autoritario, è una tappa nello scontro epocale tra le classi che rafforza nuovamente l'iniziativa del Capitale e vede il proletariato subire, incapace ancora di manifestare una resistenza significativa. Chi nutre ancora dei dubbi sulla valenza di quanto sta avvenendo consideri la “Legge per la protezione della popolazione” , approvata dal Reichstag a novembre 2020, che richiama sinistramente la “Legge di difesa del popolo e del Reich” del lontano 1933, cui abbiamo fatto cenno sopra. Con il pretesto della salute pubblica, questa legge introduce provvedimenti draconiani che riducono o annullano le libertà personali, compresa l'inviolabilità del domicilio. I contenuti sono analoghi a quelli introdotti in Italia dal Dpcm di marzo 2020, con la notevole differenza che qui si tratta di una legge vera e propria, non un espediente “all'italiana” per aggirare i vincoli legislativi vigenti. La legge, approvata in tempi rapidissimi, è destinata a stravolgere completamente l'assetto democratico-liberale dello Stato tedesco, con ricadute inevitabili sugli altri Paesi della UE. E' notevole il fatto – in realtà chiaro segno dei tempi – che l'unica forza parlamentare apertamente e decisamente schierata contro la legge sia stata la destra di Alternative für Deutschland. Per contro, in Italia, un giornale come “il Manifesto”, che non ha vergogna a qualificarsi come “giornale comunista”, ha presentato la grande manifestazione di Berlino del 19 novembre come un “raduno dei neonazisti” contro i provvedimenti anticovid. La manifestazione – lo documentano i video sul Web – del tutto avulsa da connotazioni politiche evidenti, ha visto la partecipazione di gente pacifica, comprese famiglie con bambini, scesa in piazza perché cosciente che al Reichstag si stava consumando qualcosa di grave. Gli innocui manifestanti sono stati innaffiati di acqua gelata dalla polizia, alla faccia delle conseguenze sulla salute di gente rimasta fradicia al freddo a resistere a tanta violenza (Nota 10). Assistiamo dunque a un singolare ribaltamento, dove chi era fino a ieri additato a nemico storico dei “diritti” appare come loro unico difensore, e chi rappresenta la borghesia radicale di sinistra sostiene a spada tratta la logica antiumana del nuovo “potere” globale.
La tappa finale del percorso che il Capitale internazionale ha intrapreso fin dai primi anni Ottanta per imporre la logica mercantile in ogni aspetto della vita sociale alla scala mondiale si delinea ora con più chiarezza nelle sue implicazioni politiche e istituzionali. La storia fa le “capriole”: la sinistra borghese supporta la borghesia più infame, la destra sembra ergersi a “difensore del popolo”. La Sinistra comunista non vede in questo un ribaltamento dei “valori” dei due fronti, ma la conferma dell'omogeneità di entrambi con gli interessi storici del Capitale, i primi con quelli del grande capitale finanziario dominante, gli altri della piccola e media borghesia imprenditoriale in dissoluzione.

Un'ultima osservazione su questo punto: il Capitale sta per abbandonare a se stessa un'ampia parte della società che finora ha costituito un fondamentale fattore di stabilità e di conservazione, arginato la spinta del proletariato, fornito l'intellettualità, tanto “progressista” quanto conservatrice, che ha plasmato la cultura dominante, il senso stesso di una “civiltà” borghese. La scomparsa della classe media vale la scomparsa della cultura borghese così come si è manifestata fino ad oggi, scalzata da una concezione scientista, azzeratrice di ogni slancio che abbia il segno di un'umanità non ridotta a “mera vita”.
E' questo il nuovo Dogma, la nuova Religione mondiale. Si comprende allora perché alcuni tra i pronunciamenti più forti contro quanto sta accadendo provengano dalle file della Chiesa, anche contro il suo vertice che sembra aver abbracciato in pieno la logica del nuovo ordine in costruzione. All'abbandono della classe media al suo destino corrisponde la liquidazione della democrazia nella forma che ne rappresentava gli interessi e gli umori. Al Capitale concentrato, che ora dispone di potenti strumenti di controllo diretto della società, la funzione “conservatrice” delle classi medie, la loro forza inerziale non sono più così essenziali nella lotta contro il proletariato. Si tratta piuttosto di gestire con strumenti tecnocratici l'enorme massa di popolazione eccedente le possibilità di valorizzazione, accresciuta dalla decadenza dei ceti intermedi.
In questo quadro, le deboli forze che rappresentano gli interessi storici del proletariato sono marginalizzate e silenti. Non rientra tra i compiti storici del proletariato prendere le difese delle mezze classi in rovina. La loro dissoluzione è portato inevitabile della tendenza storica dell'accumulazione capitalistica, così come lo è la creazione di una sempre più vasta sovrappopolazione relativa. E' indubbio che da questi eventi il proletariato uscirà potentemente rafforzato nei numeri, e più ancora non dovrà fare i conti con il diaframma sociale di una piccola e media borghesia diffusa e ammorbante che lo separa dalla borghesia vera e propria, rappresentante gli interessi del Capitale concentrato. Si tratta di valutare se già oggi sia possibile gettare le basi della futura unificazione del proletariato accompagnando le mezze classi nella lotta che si apprestano a ingaggiare contro il grande capitale, non per assecondarle nei loro vani sforzi di conservazione, ma per opporre ad una prospettiva segnata da fallimenti annunciati – dai 5stelle a Trump - l'unica possibile: quella indicata dal Manifesto del partito comunista e dall'internazionalismo proletario.

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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