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Il predellino

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(29 Marzo 2011) Enzo Apicella
Guerra in Libia. Videoconferenza tra Obama, Merkel, Cameron, Sarkozy. Il governo italiano non è invitato

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Lavoratori di tutti i paesi, uniamoci contro la guerra in Ucraina! Mobilitiamoci contro il governo Draghi che la alimenta!

(26 Febbraio 2022)

no alla guerra all'ucraina

Dopo decenni di ininterrotta espansione ad Est della Nato e, in particolare, della presenza armata statunitense; dopo che Stati Uniti ed Unione europea hanno riempito l’Ucraina di armi di ogni tipo ai confini della Russia; era nell’ordine delle cose, nella logica capitalistica di potenza, che la Russia di Putin reagisse con un’iniziativa militare.

Ed infatti stanotte la Russia di Putin ha lanciato il grosso del terzo esercito del mondo contro le forze armate ucraine, per travolgerle, arrivando – ove fosse possibile – fino a conquistare Kiev, e insediarvi un governo asservito alla Russia al posto di quello attuale asservito alle potenze occidentali. Putin ha scommesso sul non intervento militare dello schieramento NATO ed è pronto a sostenere quante sanzioni saranno imposte alla Russia, forte del suo petrolio e gas, il cui prezzo sale alle stelle, e a cui l’Europa non può rinunciare, e della sponda economica e finanziaria della Cina, che ha sconsigliato l’aggressione, ma non lascerà isolata la Russia.

Sul popolo ucraino si abbatte un uragano di distruzione e di morte, dopo che da più di trent’anni, sotto la doppia spietata morsa dell’imperialismo occidentale e del Fondo monetario da un lato, degli interessi dei clan filo-russi dall’altro, è precipitato nella miseria; una miseria alla quale 7 milioni di proletari ucraini, soprattutto donne, hanno cercato di sfuggire con l’emigrazione in Europa occidentale. Se il conflitto per Donbass e Crimea ha provocato tra i 14 mila e i 30 mila morti e 1,8 milioni di sfollati, il bilancio della guerra ora iniziata con centinaia di migliaia di uomini in armi sarà molto più luttuoso.

Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Sahel, Ucraina: lo scontro tra le potenze imperialiste per la spartizione del mercato mondiale si attua con la guerra sulla pelle di milioni di proletari.

Putin vuole ridurre l’Ucraina a provincia della Russia. Nell’affermare che “l’Ucraina è una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura e del nostro spazio spirituale”, le ha negato il rango di nazione, accusando i bolscevichi, e Lenin in particolare, di avere creato la repubblica Ucraina, poi federata nell’URSS, come in realtà avvenne per dare seguito alla promessa rivoluzionaria di spezzare quella “prigione dei popoli” che fu la Russia zarista.

Attribuire alla posizione e alla decisione di Putin di entrare in armi in Ucraina una qualsiasi valenza “anti-imperialista” o “socialista” è semplicemente osceno. Al contrario, esse reincarnano lo sciovinismo “grande russo” nella versione moderna dell’imperialismo militare russo riverniciato di antichi “valori spirituali” cristiano-ortodossi, sesto paese quanto ad economia a parità di potere d’acquisto (dopo la Germania), ma secondo esportatore mondiale di armi dopo gli USA.

Sul fronte bellicista opposto, le “ferme condanne” dell’avanzata delle truppe russe quale “violazione del diritto internazionale”, da parte di Biden come dei leader europei, compreso Draghi, e di Erdogan, il massacratore dei curdi, trasudano ipocrisia e cinismo. Ipocrisia, perché osano parlare di “diritti dei popoli” da salvaguardare proprio i circoli imperialisti che da trent’anni hanno occupato e devastato l’Iraq riportandolo, come promesso da Baker, “all’età della pietra”; che per vent’anni hanno occupato l’Afghanistan salvo lasciarlo più povero di prima; proprio loro che hanno truppe dislocate in tutti i continenti a sostegno dei propri interessi di sfruttamento, depredazione e dominio, e con le loro guerre hanno provocato decine di milioni di emigranti; proprio loro che, insieme a Russia, Cina, Israele e le petrolmonarchie, stanno portando alle stelle le spese militari per preparare le prossime guerre di rapina. Cinismo, perché le prime sanzioni annunciate dopo il riconoscimento delle “repubbliche ribelli” del Donbass erano ben attente a non penalizzare gli interessi dei propri capitalisti, e abbastanza irrisorie da suonare come un via libera a Putin, fino al suo passo successivo, che è arrivato rapido e su scala più grande di quanto essi avessero previsto.

La crisi ucraina permette agli Stati Uniti di serrare le fila NATO degli alleati europei che Trump aveva alienato. Biden spera con ciò anche di scombinare le velleità degli imperialismi europei di dotarsi di un esercito comune per giocare in proprio anche sul piano politico militare. Velleità finora rimaste tali per le rivalità non sopite tra le varie potenze, che già diedero luogo a due guerre mondiali.

Sulle sanzioni più pesanti a fronte dell’invasione russa dell’Ucraina si apre una partita tra potenze europee e Stati Uniti, in cui i capitalisti europei hanno solo da perdere.

L’unica sanzione di peso adottata col primo round riguarda il gasdotto Nord Stream 2, già oggetto di scontro tra gli USA e la Germania: il suo blocco è una vittoria degli USA sulla Germania e altri paesi europei compresa l’Italia, che già stanno pagando prezzi esorbitanti per il gas rispetto ai concorrenti americani e asiatici. È questo un ricorso storico: l’annessione russa della Crimea nel 2014 fu utilizzata dagli USA per far saltare il gasdotto South Stream (che vedeva l’ENI tra gli attori principali), che avrebbe dovuto portare il gas russo nei Balcani e in Italia bypassando a sud l’Ucraina. Gli Stati Uniti vogliono impedire l’ampliamento della dipendenza energetica europea dalla Russia, che favorirebbe il consolidarsi di legami politici alternativi a quelli atlantici. Ma il mondo è rotondo, e se la Russia deve ridurre i legami con l’Europa, stringerà ulteriormente quelli con la Cina, rafforzando la potenza che maggiormente minaccia il predominio americano. Non è una bizzarria che Donald Trump abbia lodato come geniali e astute le mosse di Putin; il suo ragionamento sembra essere: meglio concedere alla Russia un buon boccone in Ucraina, che spingerla tra le braccia della Cina.

In questo mare in tempesta l’imperialismo italiano, come quello tedesco, fatica a conciliare la fedeltà atlantica e i rapporti con la Russia. Negli anni passati Roma ha fatto tutto il possibile per alimentare il nazionalismo e l’avventurismo ucraino, e incentivare i nuovi banderisti. il ministro della Difesa Guerini si è detto pronto ad inviare altri mille soldati ai confini orientali della NATO, in aggiunta a quelli già presenti in Lettonia e Romania, con cacciabombardieri. Dunque: l’Italia ha dato e sta dando tutto il suo contributo all’ulteriore accensione delle tensioni belliche da parte della Nato. Ma nello stesso tempo, è un classico comportamento dei capitalisti italiani, manovra dietro le quinte per cercare di ridurre i danni di questa guerra che ha contribuito attivamente a provocare. Perché in caso di più dure sanzioni finanziarie, le banche italiane sono quelle che rischiano maggiormente, essendo esposte verso il sistema finanziario russo per 25,3 miliardi di dollari (come la Francia, ma quasi il doppio degli USA e il triplo della Germania). E ai malumori degli industriali per l’aumento di elettricità e gas fa eco non solo Salvini che ha risfoderato le simpatie putiniane affermando “speriamo che l’Italia non sia l’agnello sacrificale”, ma anche lo stesso Draghi l’amerikano, attaccato dal Wall Street Journal perché ha detto che le sanzioni dovranno toccare settori limitati, ma non l’energia.

La nuova guerra in Ucraina è una scossa tellurica che segnala la crisi degli equilibri mondiali, col declino americano a fronte dell’ascesa cinese – e, al di là di questo, segna l’avvitamento inarrestabile della più grande crisi della storia del capitalismo. Altre scosse di questo tipo seguiranno perché la guerra è il modo con cui i predoni imperialisti ridefiniscono le sfere di influenza quando non trovano un accordo. E avere influenza su una regione significa potersi appropriare del prodotto del lavoro dei proletari di quella regione e delle sue ricchezze naturali. Sfruttamento, saccheggio e guerra sono facce della stessa realtà.

Noi internazionalisti rivoluzionari siamo contro la loro guerra così come contro le loro sanzioni, che sono un’altra forma di guerra e non servono certo a fermare la guerra, e che pure saranno pagate dai proletari, con l’imposizione di nuovi sacrifici, già in essere con il caro energia che taglia i salari, e con altri che si prospettano nei mesi e anni a venire (già oggi il prezzo del grano ha subito un forte balzo). Questa nuova guerra non potrà che alimentare, in nome dei “superiori” interessi della “nazione” e della “pace”, il massacro sociale e le disuguaglianze che sono sotto i nostri occhi.

L’opposizione alla guerra è inscindibile dalla opposizione di classe dei lavoratori ai governi che si armano per spartirsi brutalmente il mercato mondiale. Contro i governi occidentali che con le loro politiche belliciste hanno creato tutte le condizioni perché questa guerra divenisse inevitabile, e contro la Russia di Putin che l’ha iniziata.

Mentre esprimiamo la nostra piena solidarietà ai giovani che in Russia manifestano contro la guerra nonostante migliaia di arresti, per i lavoratori italiani il “nemico” è innanzitutto in “casa nostra”: è il governo dell’imperialismo italiano, parte attiva dello schieramento NATO come hanno rivendicato Draghi, Mattarella & Co.:

- NO all’invio di altri soldati verso l’Europa orientale! Ritiro di tutte le truppe italiane all’estero!
- NO alla NATO e all’ipotesi di esercito europeo, strumenti di oppressione e di morte.
- Azzeramento delle spese militari, aumentate del 20% in tre anni, e trasferimento integrale di quelle risorse alla spesa per sanità, istruzione, pensioni!

La nostra parola d’ordine è: guerra alla guerra! La porteremo nelle manifestazioni che stanno cominciando a formarsi e nella giornata dell’8 marzo, in strettissima solidarietà con le lavoratrici e i lavoratori costretti in questi anni ad emigrare in massa dall’Ucraina e dai paesi dell’Est, stretti nella morsa degli appetiti imperialisti.

Unione dei lavoratori di tutti i paesi contro i rispettivi governi, per fermare la guerra del capitale in Ucraina e ovunque essa già ora impazza (dall’Africa occidentale allo Yemen) e rilanciare, anche attraverso la lotta contro le guerre e il militarismo, la prospettiva della rivoluzione sociale anti-capitalista, per una società senza sfruttamento e senza guerre fratricide!

24 febbraio

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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