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Psicocomunista

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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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Oggi, a Livorno, secondo Congresso del PCI. Esclusiva intervista a uno dei protagonisti: Norberto Natali

Prosegue incessante la ricostruzione del Partito Comunista Italiano con 63 congressi provinciali e 20 regionali svolti negli ultimi mesi

(25 Marzo 2022)

Intervista a Norberto Natali
1. La tua prima tessera ad una organizzazione politica, la FGCI è del 1971. Scelta giovanile in che contesto di crescita critica?
I miei due nonni ed uno zio (tuttora vivente) sono stati Partigiani e comunisti. Quello paterno fu uno dei pochi superstiti del GAP di Torpignattara (Roma) perché la maggioranza di loro morì eroicamente al termine di una battaglia molto famosa, quella del monte Tancia, sul Terminillo. Mio padre iniziò a lavorare come fabbro a 13 anni, poco dopo si iscrisse alla FIOM e al Movimento Giovanile Comunista, più tardi FGCI. Divenne segretario del circolo FGCI di Torpignattara che aveva 1.000 iscritti. In seguito la federazione lo inviò a dirigere il circolo di Centocelle perché era considerato debole: infatti aveva “solo” 800 iscritti! Fu denunciato dalla polizia una volta per accattonaggio ed un’altra per commercio abusivo quando diffondeva L’Unità: questo gli costò un posto da operaio elettromeccanico dopo aver vinto un concorso alle Ferrovie. Un ramo della famiglia era prettamente operaio e l’altro contadino, o meglio mezzadrile. Quando spararono a Togliatti nel luglio del ‘48, mia madre non era ancora adolescente, lavorava in campagna e toccò a lei salire velocemente su un albero e da lì chiamare a squarciagola tutti i contadini sparsi nei campi di quel versante della collina e di quello opposto, annunciando lo sciopero generale e l’indicazione di correre tutti in paese per bloccarne gli accessi; cosa che fu fatta in poco tempo da centinaia di loro. Con questo “DNA” sono cresciuto in una borgata romana un po’ sui generis, Casal Bruciato. Per i miei coetanei c’erano essenzialmente due opzioni: la sezione comunista oo il giro della malavita. Ho già scritto delle vicende simbolicamente parallele mia e di un altro ragazzo che viveva vicino a me: Pino Pelosi, quello che si accollò la colpa dell’omicidio di Pasolini. Così mi iscrissi alla FGCI ad un’età non prevista dallo statuto e a 15 anni mi elessero segretario del circolo “Moranino” di Casal Bruciato.

2. Successivamente, nel 1982, fu da te rilasciata una intervista quale responsabile dei giovani lavoratori e studenti. Di lì fosti chiamato a dare un contributo di direzione politica nazionale, con quanto accrescimento per la tua formazione culturale e politica? Quell’intervista andrebbe sbattuta in faccia a certi mistificatori della storia del nostro Partito che hanno approfittato anche del centenario per continuare la loro opera velenosa. Non c’è spazio per farlo qui ma ricordo che “sparavo a zero”, sul giornale del Partito, contro i sindacati ed in sostanza anche contro la componente comunista. In pratica, senza nominarlo, era un attacco frontale a Luciano Lama. È vero che avevo affetto e forte ammirazione per il compagno Rinaldo Scheda, segretario confederale della CGIL e dirigente del Partito, il quale prima del compagno Cossutta fu portavoce autorevole e lucido di un malcontento tra i compagni per certe tendenze che si manifestavano ed in particolare per alcune posizioni del compagno Lama. Tuttavia, per come “funzionava” (cioè benissimo) il P.C.I. allora, un ragazzo come me non avrebbe mai potuto fare quegli attacchi su L’Unità senza che ciò fosse stato deciso dal centro per rendere più aperta una battaglia politica verso Lama ed alcuni settori del Partito e della CGIL. Quell’intervista, dunque, è uno dei pochi riscontri storici che il compagno Berlinguer (potendo contare in primo luogo sul sostegno di Natta) si era reso conto di alcuni errori commessi in precedenza e voleva lanciare una battaglia decisa contro tendenze opportuniste e liquidatorie, in definitiva contro Napolitano. Ho avuto il privilegio non solo di far parte di organismi dirigenti nazionali della FGCI (in seguito anche del Partito e della cosiddetta area cossuttiana” o “filosovietica”) ma soprattutto di essere stato impegnato direttamente in altre regioni. Dalla fine del novembre del 1980 mi trasferii a Salerno e poi nell’agro sarnese-nocerino in seguito al sisma di quell’epoca, per sostenere l’organizzazione della FGCI, coordinare la solidarietà e la distribuzione degli aiuti che giungevano da tutta Italia e per avviare le battaglie per la rinascita e contro la camorra. Soprattutto, nel 1983 -nell’ambito di una serie di misure assunte dalla direzione del Partito dopo l’omicidio di Pio La Torre ed altri compagni in Calabria e Sicilia, ad opera di mafia e ‘ndrangheta- ebbi l’onore di diventare segretario regionale della FGCI calabrese. Andai a vivere a Crotone e vi rimasi circa tre anni, collaborando informalmente anche con la segreteria regionale del P.C.I. e contribuendo alla direzione del Partito nel crotonese; nel frattempo, svolsi anche qualche incarico -ho già pubblicato dei ricordi- per la commissione centrale di controllo, in particolare nella vigilanza contro eventuali infiltrazioni dell’ndrangheta. In precedenza ero stato anche responsabile romano e poi nazionale del servizio d’ordine della FGCI. Avevo iniziato a lavorare a 15-16 anni, quasi subito entrai in fabbrica (a San Basilio) e venni licenziato dopo pochi anni: la FIOM fece causa e la vinse perché dimostrò che si trattava di una rappresaglia antisindacale. In seguito feci il facchino prima di divenire funzionario delle Botteghe Oscure. Per uno come me -avevo solo la terza media- quelle esperienze furono uno straordinario arricchimento culturale e morale forse migliore dell’università, mi diede la possibilità di comprendere le differenze e la complessità, mi liberò dal provincialismo e da visioni unilaterali, fu una potente spinta alla formazione marxista. Vantaggi per la mia crescita che furono ulteriormente arricchiti anche da alcune esperienze politiche internazionali. Tra queste -una per tutte- è toccante il ricordo del mio rapporto con l’ambasciatore afghano a Roma negli anni ‘80 compagno Nashrani (più o meno si pronunciava così) e col suo interprete, il compagno Shames. Dei veri comunisti: in Italia siamo privi della libertà di conoscere tante cose ma in Afghanistan c’è stata per decenni (e c’è tuttora, spero) una fiera e forte organizzazione comunista che affrontava rischi e peripezie di tutti i tipi. Il P.C.I. era questo: non solo rendeva più liberi gli operai ma era capace di consentire loro una straordinaria crescita e trasformarli anche in dirigenti: un tratto esclusivo della sua identità.

3. In una fase successiva hai ritenuto di dare vita ad “Iniziativa Comunista”: qual’era il cuore della critica di cui, con altri compagni, eravate portatori?
Come dicevamo con un certo orgoglio, Iniziativa Comunista proveniva dal “profondo P.C.I.”, benchè fosse un’organizzazione essenzialmente di giovani (la stampa ci definiva “i pulcini di Cossutta”), tutti proletari e in maggioranza donne. Per la verità aveva una sua “preistoria” che scaturiva dai comandanti Partigiani (e poi dirigenti del Partito) più vicini a Pietro Secchia e da personalità come Ambrogio Donini e Ludovico Geymonat: quest’ultimo parla di noi in modo commovente nel suo libro uscito postumo. Volendo semplificare al massimo le caratteristiche strategiche o politiche di Iniziativa Comunista indicherei sommariamente: per circa un quindicennio siamo stati l’unica organizzazione in Italia ad avere come fine la ricostituzione del P.C.I. (pochissime altre si richiamavano al P.C.I. ma non credevano nella sua ricostituzione); non credevamo che il PRC fosse o potesse diventare una vera “prosecuzione” del P.C.I.; ritenevamo che il posto dei comunisti fosse fuori dal centrosinistra e contro il regime bipolare delle “due orchestre che si combattono per suonare la stessa musica”; eravamo contrari all’euro e alla costante cessione di sovranità alla UE; eravamo per valorizzare il radicamento e l’identità di classe contro una presenza meramente mediatica ed istituzionale dei comunisti. Più che una critica, mi sembra che queste posizioni siano grosso modo le stesse assunte successivamente dalla stragrande maggioranza delle compagne e dei compagni di varia provenienza e collocazione e soprattutto fatte proprie dal nostro Partito, e confermate con questo congresso.

4. Quindi da parecchi anni hai incrociato, dopo lo scioglimento del PCI storico, di nuovo l’organizzazione comunista ed hai contribuito, anche qui a dirigerla, con una presenza forte a Roma. Perché, in un dato momento hai scelto una vacanza dagli impegni?
Direi che la vacanza la perseguivano il ROS dei carabinieri o meglio i burattinai che si sono serviti di loro. Questo reparto, particolarmente caro a Bush, tentò -come ricorderai- di mandare parecchi di noi all’ergastolo, circa venti anni fa, con quella che io definii subito “una patetica montatura destinata a naufragare nel ridicolo” ma che portò molti giornali dell’epoca a definirci letteralmente “i Valpreda del 2000”. Tutto ciò è sancito da tutte le sentenze che qualsiasi tribunale ha promulgato nei nostri confronti. Siamo sempre stati assolti tutti con la formula più ampia (“perché il fatto non sussiste”) ma anche altre sentenze hanno stabilito che era solo una montatura priva di qualsiasi fondamento. Secondo il ROS dei carabinieri dell’epoca noi eravamo le BR, i responsabili della morte di D’Antona e Biagi, nonché di altre violenze e nuovi omicidi in preparazione ed io venni dipinto perfino come una specie di capo del terrorismo internazionale. Diversi tribunali hanno stabilito che è reato, invece, parlare di noi in tal modo tanto che abbiamo fatto condannare Maurizio Belpietro otto volte, per diffamazione. A causa di diversi mesi passati in cella di isolamento (e poi altri ai domiciliari) ho perso la vista. Ma non fu solo per questa montatura -protrattasi per circa dieci anni a partire dal 1999- che nel 2008 Iniziativa Comunista celebrò il suo congresso di autoscioglimento. Il fatto è che la sinistra era stata spazzata via dal parlamento, purtroppo le nostre ragioni storiche erano state provate dai fatti e dunque il nostro ruolo si era esaurito, ovvero da quel momento saremmo diventati uno dei tanti gruppi, ancorchè -forse- il più numeroso e combattivo. Noi pensavamo che il miglior contributo che potevamo dare era consentire alle varie organizzazioni comuniste di appropriarsi un po’ anche della nostra esperienza e del suo significato: volevamo socializzarla con chi poteva ritenere che fosse utile. Questo, purtroppo, non fu recepito da molti e i risultati si vedono anche oggi. Tuttavia, le finalità del ROS (secondo la Corte d’Appello erano di annientare le potenzialità politico-elettorali di Iniziativa Comunista) anzi, dei burattinai che li manovravano, continuarono a manifestarsi a lungo -anche dopo il nostro scioglimento- con altri mezzi, ovvero con la sistematica discriminazione ed emarginazione di tanti di noi da ogni esperienza politica. Ora non voglio dilungarmi nell’indicare come ciò sia avvenuto e dimostrare come non sia spiegabile solo con i vizi e le bassezze che purtroppo attanagliano la nostra sinistra attuale: però non ci siamo presi alcuna “pausa” e tanti di noi hanno continuato la battaglia come potevano, sostenendo la lotta di classe e la causa della ricostituzione del PCI e nessuno ha fatto scelte opportuniste. Non a caso, per esempio, ancora oggi a Roma quelle che organizzo saltuariamente con l’aiuto di poche compagne e compagni, risultano essere tra le manifestazioni politiche più partecipate della sinistra attuale. E’ oggi una grande soddisfazione per me -e insieme una garanzia- poter riscontrare finalmente che nel gruppo dirigente del nostro Partito non si colgono quei pregiudizi discriminatori.

5. Ora appena riaffacciato, subito i compagni del PCI in ricostruzione, formato da chi come noi viene da Botteghe Oscure, ma anche da tanti con tante storie differenti, ti hanno chiesto nuovo impegno e l’hai accolto. Che novità, che prospettiva, vedi davanti a noi?
Da trent’anni, tutti gli indicatori (qualitativi e quantitativi) della situazione della sinistra e dei movimenti sono costantemente negativi. Siamo sempre di meno, sempre più divisi, isolati dalle grandi masse proletarie (specie delle fasce più giovani) e -se posso esprimere una opinione personale- anche abbastanza scollegati dalla realtà. La questione è che non solo i liquidatori che soppressero il Partito oltre trent’anni fa non credevano nella sua necessità; la pensavano allo stesso modo anche molte correnti o tendenze preesistenti nella sinistra italiana, comprese quelle “ultrarivoluzionarie” (benchè molti loro dirigenti finirono poi per governare con Mastella, appoggiare la NATO e assoggettare il paese alla UE e all’euro). Tutti quanti costoro furono determinanti nell’imprimere il senso di marcia alla sinistra e ai movimenti “post-PCI”: erano uniti dalla convinzione che non fosse prioritario ricostituire il Partito; molti, anzi, ritenevano che questo obiettivo fosse superfluo o addirittura dannoso. Ecco la reale origine delle nostre attuali condizioni che i dirigenti di questa sinistra (quanto meno nella loro maggioranza) cercano di negare, scaricando tutte le colpe sul PCI o sul compagno Berlinguer. In realtà, dovrebbero spiegare perché la sinistra che ancora era relativamente forte alcuni anni dopo la fine del nostro Partito ora si trova così: il “saldo” dell’ultimo quarto di secolo non ha eguali nel mondo, per quanto è negativo sotto tutti i profili. Ci sono altri paesi dove la sinistra o il movimento operaio sono deboli come da noi, tuttavia in nessuno di questi si registra un tracollo (giova ripeterlo: qualitativo e quantitativo) come il nostro. Per questo, a mio personale avviso, esiste una particolare, nuova “anomalia italiana”, la quale non può essere nascosta in una più comoda (ma non infondata) crisi del movimento comunista europeo. Si tratta di una questione che si intreccia con una parallela disfatta della classe operaia: del suo salario in tutte le forme, dell’orario di lavoro considerato nei suoi vari parametri, del suo rapporto di forza complessivo con il capitale, dai singoli luoghi di lavoro all’intera società e allo Stato.
Tutto ciò, inoltre, si accompagna con un bilancio analogo dello stato del paese, della repubblica democratica e della sua Costituzione, dell’indipendenza, del prestigio dell’Italia, la quale è sempre più in crisi e declinante. È la combinazione tra questi elementi succintamente richiamati che costituisce la nuova anomalia italiana: in questi trent’anni abbiamo provato le ricette di una sinistra o movimenti senza PCI. Le abbiamo provate tutte: dal PD alle BR, per così dire, passando anche per il M5S e movimentismi vari ma i risultati di tutto ciò sono evidenti. È da questo sommario riepilogo che emerge -con l’oggettiva testa dura dei fatti- la vera prospettiva del processo politico del nostro paese: solo con un forte e coerente PCI si potrà rilanciare la lotta di classe su tutti i piani e ridare slancio alla sinistra, ai movimenti, alla loro unità. Perché la forza di questi ultimi, è la lezione della Storia, è sempre stata proporzionale alla forza del PCI. Se c’è una novità, dunque, è che ora tocca a noi: è necessario in primo luogo lottare non solo (e non tanto, potrei dire in un certo senso) per elevare ed espandere molto il nostro Partito ma proprio per riavere un PCI forte e coerente, il quale riprenda il cammino interrotto oltre trent’anni fa, con la capacità (offerta dall’esperienza) di liberarci delle cause che portarono allo scioglimento ed anche consapevoli che non è un “altro” non meglio definito partito comunista che vogliamo.

6. Un ragazzo universitario, che non si definisce ancora comunista, mi ha sentito parlare di te e si è incuriosito. Se volessi invitarlo all’impegno cosa gli diresti?
Circa sessant’anni fa, su Rinascita, il compagno Togliatti rispose a un giovane senza partito che gli aveva scritto, esponendogli domande, inquietudini, incertezze. Prima di tutto il Segretario rispose che sarebbe stato facile (e giusto) dirgli di iscriversi alla FGCI ma non bastava. Da lì sviluppò un nobile e profondo ragionamento, parlò (come si suol dire) al cuore e alla mente di quel giovane e quella risposta ispirò fortemente i nostri dirigenti quando (pochissimi anni dopo) si misurarono con un fenomeno nuovo come il ‘68. Con tale premessa, non mi limiterei -benchè io sia convinto che ciò sia necessario- a esortarlo ad aderire all’attuale PCI o alla FGCI. Ci discuterei anche per ore, se lui volesse, soprattutto di fronte a un bel piatto di porchetta e a un buon vino dei Castelli Romani :-) ma ora, in poche parole direi: fai una scelta di vita perché è l’unica, autentica alternativa ad una vita non scelta. Diventa comunista perché è un atto di libertà, uno dei più significativi e concreti. Per noi comunisti la libertà non è quello che fa pensare il liberalismo, egoista e cinico, di cui una delle più recenti derivazioni sono certi movimenti “novax”, non a caso capitanati dai fascisti. Per noi la libertà è, in primo luogo benchè non solo, la “coscienza della necessità”. La coscienza non è sinonimo di conoscenza, non si riduce ad essa, bensì è la capacità (se così posso dire) di impiegare in modo idoneo ai propri fini le conoscenze. La necessità, al tempo stesso, non è solo il significato che ci appare più evidente: per esempio di mangiare o di fermare una emorragia, ecc. In senso più profondo, essa è la “coscienza” dell’interazione tra le varie leggi (fisiche, per esempio) che regolano la vita dell’universo, della natura ed anche della società umana. Non provo neanche, ora (ma resto in attesa di discuterne con porchetta e vino), a motivare di più ma potrei dimostrargli che -in base a leggi oggettive riscontrabili nella storia- il capitalismo (in questa sua fase l’imperialismo ovvero il dominio dei grandi monopoli finanziari internazionali) sta portando l’umanità alla fine (con la guerra e la devastazione ambientale) e nel frattempo provoca miseria, disoccupazione, criminalità, degrado culturale e morale, anche nei paesi apparentemente più ricchi ed “avanzati”. Da qui la coscienza della necessità -grazie al nostro insuperabile patrimonio teorico e storico- di battersi affinché sia dei lavoratori il potere politico ed economico, assicurando all’umanità la vita (salvaguardando pace e natura), la giustizia economica e sociale e l’elevazione onnilaterale della nostra personalità. Ecco perché essere (non dirsi) comunisti significa essere liberi. Aggiungerei anche un altro esempio. Immagina una spiaggia affollata, d’estate e un bambino che chiede aiuto nel mare: chi lo salverà? Chi ha la coscienza della necessità di correre in suo aiuto considerando alcune leggi, per esempio relative al nuoto, ecc. L’eroe, per noi, è un altruista che sa essere libero perché cosciente delle necessità (quindi delle leggi da considerare) e non essere sovrannaturale o un superuomo che ha qualità di cui altri sono privi. L’eroe è libero e come tale rivoluzionario. Ecco perché i Partigiani erano eroi e liberi, anche quando cadevano tra le mani del nemico. Tutto questo significa che i comunisti sono il “prodotto” più avanzato e moderno, più corrispondente alla “coscienza della necessità” attuale di quella parte della storia dell’umanità che ne ha segnato il cammino fin dalla fase finale della preistoria. Si tratta di quella parte che ha avuto sempre un ruolo di avanguardia, che ha spinto sempre più in alto il nostro spirito, la nostra specie e che tutti ricordano; come tutti ricordano Gramsci e nessuno i suoi aguzzini, anche se al tempo pensavano di essere più forti (e “furbi” e “vincenti”) di lui. È questa parte di storia dell’umanità, forse, a cui pensava il Poeta quando scrisse “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza". Già, conoscenza. Questa società, così luccicante e “tecnologica”, in realtà ci destina ad un ruolo di servi, alienati cioè estraniati dagli altri, costretti a vivere solo nel consumo della propria esistenza quasi fossimo animali. Per essere eroi liberi, per cambiare il mondo, per portare ancora più avanti e in alto il cammino della parte più spendente dell’umanità, bisogna scegliere di essere comunisti.

7. Invece, ai tanti compagni e compagne che credono di dover ricominciare a stagioni alterne, o magari – lo dico maliziosamente – a stormir di urne, a riproporre l’opzione fondiamo insieme tutti i comunisti ora, cosa rispondi?
Ahimè, da circa quindici anni più volte mi è capitato di dire pubblicamente che la formula “unità dei comunisti” è un imbroglio e talvolta chi la sbandiera è un imbroglione. È un’opinione molto impopolare ma io non sono contro l’unità, al contrario: evocare “l’unità dei comunisti” negli ultimi trent’anni ha provocato più divisioni di quante ve ne fossero già. Del resto, per esempio, quarant’anni fa cosa avrebbe significato un’espressione del genere? Avremmo dovuto unirci anche con gli assassini di Guido Rossa? In ogni caso, un paio di anni fa, scrissi un testo di diverse pagine titolato “contro l’unità dei comunisti”: siccome fu pubblicato online chi vuole può andare a verificare direttamente se le questioni e gli interrogativi che ponevo sono state risolte o superate successivamente. Oggi, in particolare, riproporre questa chimera significa non capire in che stato si trova la sinistra italiana: essa, ormai, è sostanzialmente regredita (salvo qualche eccezione) allo stadio del “regime dei circoli” come lo definiva Lenin o il “circo Barnum” come lo chiamava Gramsci. I bolscevichi sono sorti come negazione del “culto della spontaneità” e del “regime dei circoli”. Ciò è dovuto all’idealismo e allo spontaneismo imperante, il cui riflesso organizzativo è la “setta” (o circolo) limitata al particolarismo localistico o tematico. Chi da vita a queste sette non crede al principio su cui mi sono già dilungato prima, ovvero alla priorità del Partito, del PCI, alla necessità della sua ricostruzione per invertire la situazione attuale. Se non si chiarisce ciò, ovvero che queste sette devono sciogliersi per fondersi in un partito comunista autentico, non ci sarà “l’unità dei comunisti” ma dei gruppetti, al massimo ci sarà un “gruppo dei gruppi” ossia una riedizione del Partito Socialdemocratico russo contro il quale si batterono i bolscevichi. Sarebbe una “palude” (per continuare con le parole di Lenin), una sorta di franchising in perenne fibrillazione interna, continuamente soffocato dalla divisione tra lavoro manuale e intellettuale nonché dal politicantismo e personalismo, incompatibile col centralismo democratico. Per questo -volendo rimanere solo nell’asfittico campo delle formule- sarebbe assai più credibile una proposta di “unità delle forze che si battono per ricostituire il PCI”, corredata da un adeguato piano organizzativo che generalmente manca. Il nostro Partito, invece, deve continuare, articolandola e perfezionandola, la propria giusta politica di unità. Il nostro patrimonio teorico e storico considera -semplifico per brevità- almeno tre diversi livelli di tale politica, i quali devono essere ben coordinati tra loro, distinguendoli ed attribuendo con precisione, a ciascuno, il tipo di programmi e di caratteristiche organizzative che gli sono propri. La confusione e la sovrapposizione tra prerogative e finalità delle diverse politiche unitarie, mi sembra una delle cause dell’attuale frantumazione della sinistra e del caos politico ed organizzativo che impera. Anche per questo -senza voler inseguire troppe sottigliezze semantiche- ho molto apprezzato la parola d’ordine del nostro congresso che si propone di “unire i comunisti” ma ricostruendo il PCI e nell’ambito di una distinta politica di alleanze di sinistra: mi sembra intenda un significato un po’ diverso da quello -semplicistico ed illusorio- di “unità dei comunisti”. Prima di tutto, è ovvio, va continuamente consolidata l’unità del Partito: “l’unità dei comunisti” è il Partito, la sua costruzione e il suo incessante rafforzamento. La sua prima condizione è una linea politica sempre più organica al nostro patrimonio storico e teorico e sempre più ampia per interagire concretamente con le condizioni e le speranze delle masse popolari e in primo luogo del proletariato. Per questo Secchia definiva il Partito come un’organizzazione “di donne e di uomini che pensano e che lottano, che studiano e che lottano”. Le gambe su cui far marciare l’unità del Partito sono il centralismo democratico e il costante esercizio della critica e dell’autocritica: due caratteristiche concrete del “vecchio” PCI che mi sembrano abbastanza ignorate dalla sinistra attuale. In secondo luogo, un Partito sempre più unito e con una chiara visione della realtà, promuove l’unità con tutte le forze (nel caso anche sociali e culturali, non solo partiti) che si ispirano alla classe lavoratrice e vogliono impegnarsi per la difesa dei suoi interessi, per il riscatto e l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Infine c’è l’intesa (possibilmente l’alleanza) con le forze e le personalità democratiche ed amanti della pace, per unirsi sul terreno estremo della difesa della democrazia e della lotta contro la guerra: essa implica -secondo i casi- perfino tattiche unitarie nei confronti di forze borghesi anche moderate. Per fare esempi concreti, la battaglia di massa contro il governo Draghi non deve essere affare dei comunisti ma di tutte le forze politiche, sindacali, culturali disponibili; ancor di più, la battaglia contro la guerra e la NATO deve tentare di coinvolgere non solo le forze contrarie alla politica antipopolare del governo Draghi ma anche altre, per esempio di ispirazione religiosa o umanitaria, non di sinistra. D’altro canto, lo sanno tutti, proprio per far finire la guerra e portare la democrazia nel nostro paese, fummo promotori del CLN, ossia un’alleanza temporanea perfino con partiti borghesi moderati e conservatori. Al tempo stesso, la suddetta politica va accompagnata (anche per realizzarla meglio) con il pieno dispiegamento delle caratteristiche del nostro nome -PCI- ovvero coltivando ed aggiornando tutte le peculiarità che fecero grande ed unico il nostro Partito il quale, non a caso, vantava di essere “diverso da tutti gli altri” compresi gli altri partiti di sinistra. Dobbiamo puntare a svolgere nel paese le antiche funzioni internazionalista, rivoluzionaria, di classe e al tempo stesso nazionale, democratica, di massa.

8. Sono attuali o sono nostre “fissazioni” il mettere i temi del lavoro, della salute, della pace e dell’antifascismo prima di ogni altra cosa nel fare politica quotidiana e nelle lotte? E quanto peserà nel paese, per i lavoratori, per gli studenti, per le donne, questo congresso che terremo a Livorno il 25, 26, 27 marzo?
Marx ha dimostrato come il capitalismo è la struttura sociale nella quale è l’abbondanza a generare la miseria. L’abbondanza di capacità produttiva genera la disoccupazione e l’abbassamento dei salari da un lato ed una polarizzazione paradossale dall’altro: ossia chi lavora deve faticare sempre più tempo (per esempio giornata o settimana lavorativa oppure età di pensionamento) mentre aumentano sempre di più quelli che non lavorano per nulla o comunque possono farlo sempre meno (poche ore o ristretti periodi stagionali); l’abbondanza di scoperte tecniche e scientifiche si accompagna con una recrudescenza di malattie vecchie e nuove; lo straordinario progresso nei mezzi di trasporto e comunicazione non evita l’aumento dell’alienazione, dell’oscurantismo, della solitudine; e potrei continuare ancora. Il nostro congresso nazionale di fine marzo, dunque, in particolare con le tesi che discuterà, centra i nodi cruciali delle concrete condizioni di vita delle masse lavoratrici, dei giovani, delle donne. In primo luogo il lavoro -le tesi propongono sedici obiettivi concreti- inteso come lotta per la massima occupazione, per un lavoro stabile, qualificato, democratico ma anche per un consistente aumento dei salari e delle pensioni, il quale recuperi almeno in parte le enormi perdite (azzarderei almeno il 50%) subite negli ultimi trent’anni. Senza dimenticare che sono quasi quarant’anni che non diminuisce l’orario di lavoro anzi -in modi variamente mascherati- esso ha iniziato a riaumentare o comunque ad essere distribuito in modo da rendere più penosa e stentata la vita di tanti lavoratori, soprattutto giovani e donne. Ci sono alcuni partiti che vengono immediatamente identificati (nel senso comune) come quello che vuole togliere le tasse oppure come quell’altro che se la prende con gli immigrati: ecco, auspico che il nostro Partito ben presto sia considerato dalle larghe masse popolari come quello che in primo luogo denuncia l’abbattimento dei salari e delle pensioni, l’umiliazione di tante lavoratrici e lavoratori (specie giovani) e chiede con la massima forza l’aumento delle paghe, la riduzione dell’orario di lavoro, la dignità per tutte le lavoratrici e i lavoratori e il ripristino della Costituzione nelle aziende e nelle imprese. Tuttavia, il benessere delle masse popolari, anche sotto il profilo economico, viene assicurato -come reclamano le nostre tesi- dal pieno dispiegamento del principio costituzionale della tutela del diritto alla salute. Si tratta, certo, dell’assistenza sanitaria qualificata, capillare, permanente, accessibile e gratuito per tutti ma questo principio significa anche sicurezza dei lavoratori: fine degli incidenti e delle morti sul lavoro nonché delle malattie professionali e di altri rischi cui attualmente sono esposte alcune categorie o mansioni. La piena salute psico-fisica, va coltivata anche sviluppando da questa angolazione la scuola pubblica e gratuita ed una politica dei servizi sociali accessibili a tutti i quali favoriscano -oltre che l’istruzione a tutti i livelli- la socialità e l’elevazione culturale e spirituale multilaterale del popolo. Va da sé che la tutela della salute sarebbe ridotta ad un mero servizio “tecnico” se non si estende alla lotta per la difesa delle risorse ambientali, del patrimonio naturale e quindi del clima. In questo periodo non c’è bisogno che aggiunga molte parole sulla questione della pace: parlano a sufficienza le tesi ed anche le posizioni precise e lungimiranti che il Partito ha assunto negli ultimi tempi. Si può e si deve, invece, dire qualcosa sull’antifascismo. Soprattutto perché questo valore della nostra storia e della nostra cultura -aveva ragione il presidente della Corte Costituzionale quando disse: “essere italiani significa essere antifascisti”- è stato tradito dai partiti che hanno votato la risoluzione del parlamento europeo che equipara nazisti e comunisti e chiede la nostra messa al bando. L’antifascismo è un compromesso storico tra il movimento operaio e la parte più intelligente ed aperta della borghesia, dal quale sono scaturiti Repubblica e Costituzione. Tale alleanza (o compromesso) si realizza nella pace, ossia nella scelta di tenere il nostro paese fuori e lontano dalla guerra; nella democrazia e ricordiamo, con la sintesi di Togliatti, che essa è la coniugazione della libertà politica con la giustizia sociale, altrimenti democrazia è solo una banalità giuridica; con l’attribuzione al proletariato del diritto-dovere di concorrere per il governo e la direzione del paese. È chiaro, dunque, come quella infame risoluzione sia semplicemente una cartina di tornasole, peraltro replicata in alcune regioni ed enti locali. Il vero, prolungato, imperdonabile tradimento dell’alleanza antifascista è nelle scelte politiche guerrafondaie, antiproletarie ed antidemocratiche condotte da qualche decennio da quei partiti e non a caso il PD è stato spesso il primo della classe in questo sporco cimento. Per questo il nostro antifascismo è una priorità attuale rilanciata dal nostro congresso che si sostanzia in obiettivi concreti di giustizia, rinnovamento, democrazia, per il riscatto dei lavoratori, dei giovani, delle donne, del meridione. Naturalmente la piena giustizia sociale non può considerarsi pienamente dispiegata finché in tante periferie, in tante zone del nostro paese molti, soprattutto i giovani, sono privati di un vero diritto alla casa.

9. Con questo congresso che terremo a Livorno a fine marzo cosa auguri al Partito Comunista Italiano del 2022?
Spero che dal nostro congresso nazionale scaturisca un più intenso e deciso impegno di tutte le nostre organizzazioni per l’unità, il rinnovamento e soprattutto per il proselitismo, l’espansione del consenso e il radicamento di classe. Si tratta di tre direttrici di marcia che si alimentano e si garantiscono reciprocamente. Nel riflettere su cosa augurarmi per il Partito già dall’anno in corso, mi vengono in mente due frasi. Una pronunciata dal compagno Berlinguer il 22 giugno del ‘76, a Roma, di fronte ad una piazza san Giovanni strapiena dopo che il Partito aveva preso (il giorno prima) oltre il 32% dei voti dell’intero corpo elettorale: con i dati di oggi, sarebbe stata di gran lunga la maggioranza assoluta. Egli disse: “l’avanzata del Partito Comunista Italiano PUO’ (ma dal tono e dal contesto si poteva anche intendere “DEVE”) spaventare solo i corrotti e i prepotenti”. Un’altra frase è un brano del film Novecento (non dico con chi mi toccò vederlo al cinema :-) ), un’espressione artistica ma carica di suggestivo realismo, nella quale qualcuno dice, a un certo punto: il Partito è lì dove un operaio viene sfruttato, dovunque c’è chi viene oppresso dall’ingiustizia, ogni volta che qualcuno ha bisogno della libertà. Più o meno la ricordo così. Ecco, queste mi sembrano le coordinate affinché le proletarie e i proletari vivano sempre più il nostro Partito come la propria casa, come l’esperienza ed il processo che riconsegni loro la consapevolezza della propria potenza, che renda la classe lavoratrice capace di conquistare il potere politico ed economico, liberandoci dall’oppressione, dallo sfruttamento, dalla violenza e dare vita alla futura umanità.

Trasmesso da Maurizio Aversa

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