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Iraq

Iraq

(12 Agosto 2010) Enzo Apicella
Dopo numerosi rinvii, sembra che gli Stati Uniti rispetteranno i tempi previsti per il ritiro delle truppe dall’Iraq

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(Imperialismo e guerra)

SCELTE MILITARI ED ENERGETICHE
NELLO SCONTRO CAPITALISTICO GLOBALE

(21 Aprile 2022)

Editoriale del n. 112 di Alternativa di Classe

Olaf scholz

Con il Cancelliere O. Scholz la Germania intraprende la strada del riarmo

Sono ormai circa due mesi che continua la guerra in Ucraina con la Russia intervenutavi direttamente (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 111 a pag. 1). E' solo uno dei 59 focolai sparsi per il mondo, ma risulta in questo momento più determinante degli altri, dato il fatto che gli USA, in primo luogo, puntano forte su tale nazione, sia economicamente, che, oggi anche, militarmente, mentre da sempre la Russia, oltre ad averla ai propri confini, vi ha sviluppato e vi vuole mantenere rapporti stretti, favoriti anche dalla presenza di popolazione russofona, soprattutto nei territori del sud est.
L'Ucraina, inoltre, ha una forte produzione agricola, soprattutto di grano (è definita “granaio del mondo”), presenza di minerali e terre rare, soprattutto manganese, uranio, ossido di litio, nichel, cobalto, cromo ed altri, grosse riserve di carbone, e industria tecnologicamente avanzata, come le acciaierie, in particolare nel Donbass. La sua posizione strategica sul Mar Nero riveste grossa importanza sia per la Russia, che per l'Occidente, da poco affacciatovisi con l'ingresso nella UE dei Paesi Balcanici, in particolare di Romania e Bulgaria.
Sono gli interessi imperialistici in gioco, sia in termini di mercati, che di posizioni geostrategiche, che stanno determinando lo scontro bellico. L'invasione russa, di per sé certamente ingiustificabile, è avvenuta a seguito di una forte penetrazione degli interessi occidentali, cui il Governo di Zelenskij appare complementare e con un atteggiamento di rottura verso tutte le istanze politiche russe, dalle pretese territoriali, fino a richieste comprensibili, come il permettere anche il semplice insegnamento della lingua russa alle popolazioni russofone. Si tratta, cioè, di uno scontro interimperialistico, di interessi materiali sedimentati nel tempo ed arrivati ad un punto di rottura.
Il coinvolgimento degli imperialismi di Occidente risulta evidente già dal modo in cui vengono date le notizie sul conflitto, difficilmente distinguibili da una martellante campagna bellicista, come, del resto, è stato recentemente denunciato per iscritto anche da un gruppo di giornalisti indipendenti, ex inviati di guerra. In Ucraina sono ravvisabili perfino seri indizi di una presenza militare di supporto, precedente al conflitto, proveniente dai Paesi NATO. Ad oggi non è certo escludibile un allargamento del conflitto ad altri Paesi, da una parte e dall'altra, che potrebbe avvicinare, pericolosamente per l'umanità, anche una guerra totale, perfino biologica e/o nucleare.
Dopo una iniziale escalation, lo scontro è continuato all'interno del territorio ucraino, con un solo episodio sul territorio russo. Non sono mancate, però, da entrambe le parti, provocazioni, mentre, da parte degli imperialismi occidentali, pur non impegnati apertamente nel conflitto, vi sono stati singoli atti di guerra. In queste due categorie rientrano il raddoppio delle truppe NATO ai confini con l'Ucraina, già alla fine del primo mese di guerra, in Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria, controverse accuse di azioni infamanti agli occupanti russi, fino al ritiro di ambasciatori da Mosca, e alla cacciata di diplomatici russi da alcune capitali occidentali.
I più pesanti atti di guerra da parte occidentale restano, comunque, le sanzioni alla Russia, arrivate alla quinta tranche, con la sesta in corso di definizione, e le forniture di armi sempre più potenti agli ucraini, che, di fatto, come non manca occasione di ricordare il Presidente Zelenskij, stanno combattendo per la NATO, e per la stessa UE. In realtà, all'interno della UE la posizione anti-Putin, pur largamente maggioritaria, non è unanime, vista, ad esempio, quella del leader ungherese V. Orban, affiancata da modulazioni diverse fra loro nei diversi Paesi.
Il quinto pacchetto di sanzioni, adottato Venerdì 8 dalla UE, prevede, fra l'altro, il divieto di import e transito dei mezzi russi (via mare e su strada), eccetto prodotti agricoli, alimenti, aiuti umanitari ed energia: tutto ciò che interessa ai Paesi europei. Rilevante, in campo energetico, è il blocco totale sul carbone e gli altri combustibili fossili solidi, provenienti dalla Russia. La questione petrolio è in discussione, mentre il gas di Gazprom, multinazionale controllata dallo Stato e maggiore posseditrice mondiale di “petrolio equivalente”, che interessa soprattutto alla Germania, registra gli interessi finanziario-speculativi di importatori europei e americani, e finora non è citato.
La questione energetica è sullo sfondo di questa guerra, dato che la Russia è il primo esportatore mondiale di gas (con 250 miliardi di mc. esportati nel 2021), pur producendone meno degli USA. Lo scontro bellico ha fatto tramontare l'ipotesi di costruzione del gasdotto “Nord stream 2” sul Baltico, che avrebbe portato direttamente in Germania altro gas (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 110 a pag. 4). Ma l'aumento del prezzo da parte degli importatori (in Italia l'ENI), già del 550% nell'ultimo anno per diversi motivi (compresi quelli finanziario-speculativi), può continuare in maniera più “giustificata”, ora che c'è lo scontro con la Russia, la quale peraltro, come “controsanzione”, ne ha chiesto il pagamento in rubli.
La transizione “green” dell'economia europea ha penalizzato i combustibili fossili, ma ha tenuto in piedi, per i forti interessi commerciali che vi si giocano, il consumo di gas. Sono ormai storiche le controversie tra Russia ed Ucraina per il balzello sul transito del gas, prima che arrivasse in Germania attraverso il gasdotto sottomarino del Mare Baltico “Nord Stream”. La stessa scelta riarmista della Germania di O. Scholz, nell'ambito del “Progetto di Difesa europea”, sotto la spinta di questa invasione russa, va compatibilizzata con tale dipendenza energetica, e perciò non può che essere strategicamente un altro elemento di smarcamento da Washington.
Una eventuale maggiore durata e/o un eventuale allargamento del conflitto sono elementi che porterebbero seri problemi agli equilibri energetici europei, e questo, insieme alla ricerca della autonomia, spiega anche il tentativo di una politica energetica comune da parte della UE. Non potevano, perciò, gli USA lasciarsi scappare l'occasione di offrirle 15 miliardi di mc. di gnl in più entro l'anno, per arrivare a 50 miliardi entro il 2030. Oltre al prezzo imposto, non certo vantaggioso per l'Europa, si tratta di riattrezzare una rete di rigasificazione e stoccaggio del gnl, che alzerà i costi energetici, oltre all'aumento del transito di navi “metaniere” con i relativi problemi ambientali.
Mentre in UE il Commissario francese T. Breton introduce la “necessità” di riconsiderare positivamente l'uso del carbone e del nucleare, alla faccia della “svolta green”, finora sbandierata, e peraltro tutta da dimostrare, la guerra sta già portando il suo corollario di danni ambientali diretti in Ucraina, fatto di distruzioni di strutture, rotture di impianti idrici, con relativa mancanza di acqua, inquinamento dell'aria ed incendi. Danni indiretti sono poi rappresentati in Ucraina da residuati bellici ed inquinanti chimici, e in tutto il mondo sono legati a scelte energetiche indotte, come visto, ancora peggiori che nel passato.
Altro rilevante contributo in termini di danni ambientali è quello dovuto alla scelta riarmista in Occidente, una produzione energivora, con trattamenti termici molto resistenti e senza controlli ambientali. Da tempo gli USA spingevano gli alleati/concorrenti d'Europa ad aumentare l'impegno e la spesa nazionale per la NATO, che finora gravava troppo su di loro (3,74%), ed è arrivata, neanche a farlo apposta, l'occasione di un'altra guerra, questa volta proprio in Europa! E' così che il 2% del PIL, traguardato con altre tempistiche, è diventato un'urgenza per i Paesi UE. E la Germania ha, così, rilanciato, portando a circa il 2,5% del PIL la propria spesa militare...
Nel continente europeo, i Paesi con la spesa militare più alta (in percentuale del PIL) erano finora proprio Russia ed Ucraina, rispettivamente con il 4,26% e il 4,13%, ma in termini assoluti, i valori decisi dalla Germania la proiettano direttamente, come Stato singolo, al terzo posto a livello mondiale, dopo USA e Cina, con probabili ricadute sul ruolo della UE, se il progetto terrà. A livello, invece, di esportazione di armi, dopo gli USA, saldamente al primo posto con il 41,4% del totale nel 2021, seguiti, nell'ordine, da Francia e Russia, l'Italia, con un incremento del 102,7% nello scorso anno, ha superato Cina e Germania, in calo.
Il documento che sancisce la ricerca strategica di autonomia della UE dagli USA si chiama “Bussola strategica per la sicurezza e la difesa”. E' stato approvato dal Consiglio Europeo il 21 Marzo, durante la guerra ucraina, ma era in gestazione da tempo. Sconta la “competizione strategica” internazionale e mette in relazione gli aspetti economici con quelli militari. Riconferma la presenza nella NATO, ma punta ad andare oltre ad essa, individuando partner regionali nella Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), nelle zone di libero scambio della Unione Africana (UA) e della Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN).
La “Bussola” è perfettamente coordinata con la Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC) europea, ed istituisce una task force di pronto intervento di 5000 militari, esercitazioni terrestri e navali non solo in ambito NATO, forze militari di rapido intervento in teatri di guerra aperta, un comando unificato di missioni civili e militari, sovvenzioni e potenziamento di una industria armiera europea autonoma ed autosufficiente. L'uscita del Regno Unito ha certamente facilitato questa ricerca di unità UE sull'asse franco-tedesco, ma le contraddizioni interne sono forti e la riuscita di tale progetto è da verificare, in un quadro internazionale in rapida evoluzione.
Dopo l'ennesima sortita del Presidente USA, J. Biden, quella di Martedì 12, quando ha accusato V. Putin di “genocidio” in Ucraina, accusa peraltro ripresa da D. Trump, che ha mostrato di auspicare anche un intervento diretto, magari anche nucleare, e si sono, invece, registrate prese di distanza da Francia, da un lato, e Cina, dall'altro, il Presidente ucraino, V. Zelenskij, ha lodato il collega americano, aspettandosi altri 750 milioni di dollari in assistenza militare. Sempre il 12 ha rifiutato, invece, la visita a Kiev del Presidente tedesco F. Steinmeier, forse per ruggini legate al gasdotto, e nonostante il fatto che i più cospicui aiuti europei siano proprio quelli tedeschi.
La previsione NATO sulla lunghezza della guerra appare più che realistica, mentre i proletari in divisa, e non solo, di entrambi i Paesi continuano a morire, e mentre pare che sia oligarchi ucraini e sia oligarchi russi stiano cercando, molto poco nazionalisticamente, lussuose dimore “al sicuro” in Israele, uno dei pochi Paesi che non ha aderito alle sanzioni contro la Russia. Nel frattempo, con gran tempismo, Svezia e Finlandia, sul Mare Baltico, finora neutrali, hanno dichiarato di volere entrare nella NATO. In particolare, la Presidente della Finlandia, nel denunciare ora un, peraltro prevedibile, conseguente aumento dei mezzi militari russi ai confini, parla di “provocazione” russa.
La posizione italiana, perfettamente integrata e completamente allineata con la UE, oltre ad avere introdotto il concetto di “preparazione alla economia di guerra” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n.111 a pag. 3), ha da poco accettato la proposta del Ministro degli Esteri ucraino, D. Kuleba, di fare da Paese “garante” per l'Ucraina stessa in una prossima eventuale trattativa con la Russia, continuando, nel frattempo, a fornire armi. Del resto, la vocazione a tale commercio, così tanto incrementato ultimamente, ha portato il Governo Draghi a decidere anche di togliere l'IVA dal prezzo delle armi in vendita a Paesi UE.
Due categorie di business cui questa guerra conviene sono, infatti, i rivenditori di energia, con profitti e rendite finanziarie alle stelle, ed i produttori e piazzisti di armi. Tra questi in Italia spicca la holding Exor, della famiglia Agnelli/Elkann, che controlla la Iveco, con i suoi Iveco Defence Vehicle. Essa, in join venture con Leonardo, produce gli autoblindo Centauro II ed i veicoli da combattimento Vbm Freccia, venduti in Italia e all'estero. Anche Rolls Royce, sempre di Exor, in partnership con Leonardo, produce aerei da caccia, nell'ambito del Programma Tempest con Regno Unito e Svezia, già molto richiesti.
La corsa agli armamenti, cui l'Italia sta partecipando attivamente con l'aumento del 20% delle spese militari negli ultimi tre anni (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 110 a pag. 1), ed alla quale, secondo gli accordi NATO, va riservato il 2% del PIL, comporterà l'aggiunta di 13 miliardi in più (38 in tutto) a bilancio all'anno. Lo stesso PNRR andrà adeguato a tale priorità, come invocato dal PD, quanto da Fratelli d'Italia. Gli stanziamenti penalizzati saranno proprio quelli della istruzione, con 9 miliardi in meno all'anno, che passerà dal 4% al 3,5% del PIL, e la sanità, che passerà dal 7% al 6% del PIL. Com'era prevedibile, la stessa pandemia non ha insegnato nulla!...
Una mirabile sintesi della posizione dell'Italia l'ha fornita lo stesso Draghi, quando, senza nemmeno cercare di dissimulare, ha retoricamente chiesto “agli italiani” se importi loro più la pace o il condizionatore acceso. A parte il fatto che, con la povertà in aumento, sono sempre meno “gli italiani”, già pochi in partenza, a potersi permettere il condizionatore, il premier, così, ammette implicitamente che la guerra dovrebbe essere accettata per garantire più risorse: l'energia per “accendere i condizionatori” questa estate. Del resto, aveva già detto, poco diplomaticamente, che le guerre sono sempre esistite nello sviluppo dell'umanità, e quindi... tutti con l'elmetto!...
Per il fabbisogno “di imprese e famiglie”, usando il linguaggio dei politicanti, la compagine governativa si sta dando da fare per “diversificare le fonti” del gas, utilizzando i cinque gasdotti esistenti e dipendere meno dalla Russia. Il Ministro R. Cingolani, per quanto riguarda l'accordo di Lunedì 11, di cooperazione con l'Algeria, ha dichiarato che da essa "...avremo circa 3 miliardi di metri cubi in più di gas subito, altri 6 nel 2023 per arrivare a 9 miliardi, circa 3 miliardi di gas e 3 di Gnl". Poi resta la Libia, e l'Azerbaigian può potenziare le forniture.
Per il gnl, oltre agli USA, si guarda al Qatar, attuale primo fornitore, al Congo, all'Angola e all'Egitto, attuale primo acquirente di armi italiane. Con tale Stato Mercoledì 13, vista la freddezza formale a livello governativo, si è accordata direttamente ENI, per ricevere da 1 a 3 miliardi di mc all'anno con le navi “metaniere”, mentre i tre terminal saranno potenziati, e potranno essere usate anche “strutture galleggianti” per lo stoccaggio. A Congo e Angola penserà direttamente il comitato di affari, che ci governa.
Regna ancora molta confusione in tema di “lotta per la pace”. L'interventismo, comune a tutti i partiti parlamentari viene spacciato per “pacifismo”, mentre finanche nella sinistra di classe vi sono posizioni di sostegno, da alcuni, all'imperialismo russo e da altri, di fatto, a quelli occidentali, che, per ora, combattono tramite gli ucraini al fronte. Le logiche che si sono innescate, però, non appaiono contingenti, e, indipendentemente da eventuali, e ad oggi improbabili, tregue o accordi di pace per la guerra ucraina, la situazione generale è, purtroppo, destinata a peggiorare, ed a pagare le conseguenze delle scelte da clima di guerra sono, sempre e di certo, i proletari.
Necessariamente, l'atteggiamento da “tifosi” di molti finirà con le restrizioni che andranno a toccare le condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Il tentativo dei politicanti di maggioranza e di “opposizione” è quello di compattare la nazione contro il nemico esterno, ma la crisi, come sappiamo, è cominciata ben prima della pandemia, ed essa, insieme alla attuale guerra, non fa che acuirne le conseguenze. L'inflazione è aumentata molto, alzando i prezzi di molti beni, compresi quelli di prima necessità, mentre aumentano le povertà ed i morti sul lavoro.
La stessa repressione è in aumento, ed ha colpito, ad esempio, USB di Roma, con l'assurdo ritrovamento di una pistola in un bagno aperto al pubblico della loro sede. Forse proprio perché i lavoratori che si erano rifiutati di caricare le armi a Pisa (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 11 a pag. 4) erano iscritti a tale sindacato!... Solo a Modena, poi, si contano ben 481 processi penali a lavoratori, connessi ad attività di tipo sindacale, con o senza l'utilizzo dei Decreti Salvini. Media mainstream sono arrivati perfino a stigmatizzare la posizione di M. Landini, semplicemente contrario all'invio di armi in Ucraina, oppure ad attaccare l'ANPI, in quanto poco filo-ucraino!...
La riduzione degli stanziamenti per sanità e scuola corrisponde all'aumento delle spese militari: bisogna che la mobilitazione contro la guerra ne individui con chiarezza il carattere imperialista, che fa sì che a pagarne le spese sono e saranno comunque i proletari, qui in Italia, come in tutto il resto del mondo. Gli USA, visto il proprio declino su altri piani, stanno cercando di portare lo scontro per la supremazia a livello internazionale sul piano militare, sul quale puntano a coinvolgere l'imperialismo cinese.
L'alternativa di fondo oggi è sempre più tra comunismo e barbarie, e questa potrebbe derivare dal cambiamento climatico, da una possibile guerra con l'uso del nucleare, o da una combinazione di entrambi i fenomeni. L'escalation guerrafondaia è basata sul rilancio ideologico di tutti i nazionalismi. Solo la lotta internazionalista dei proletari contro la borghesia imperialista, a partire dall'indipendenza di classe, può rappresentare l'alternativa ad ogni barbarie. Ed è urgente.

Alternativa di Classe

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