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Austria 1934: insegnamenti da un'insurrezione operaia

(22 Aprile 2022)

Nel dicembre 2021, per le edizioni Movimento Reale, è uscito un testo sin qui inedito in Italia: La guerra civile in Austria, scritto da Kurt Landau (Vienna, 1903 -Barcellona, 1937). Curato e introdotto dal Circolo internazionalista "coalizione operaia", il libro si concentra su un evento ancora poco noto nel nostro paese: l'insurrezione spontanea con cui, nel febbraio 1934, il proletariato austriaco rispose ai soprusi del fascismo al potere. Una vicenda dal tragico esito e apparentemente lontana, ma da cui si possono ancora trarre delle lezioni. Per meglio coglierne la portata, abbiamo intervistato un compagno del Circolo internazionalista, che ci ha aiutato a collocare l'accadimento in oggetto in un quadro più ampio, concernente il movimento rivoluzionario europeo tra le due guerre mondiali.

la guerra civile in austria 2

In quale progetto editoriale si colloca questo libro?
Attraverso le edizioni Movimento Reale, intendiamo portare avanti un progetto di ampio respiro, che si dovrebbe articolare in 5 collane, ognuna distinta da un colore diverso. Al rosso corrisponde la storia del movimento operaio e va segnalato che il testo di Landau rappresenta, in tal senso, la prima uscita. Anche la collana verde, dedicata agli aspetti scientifico-filosofici del marxismo, ha già avuto il suo esordio, con il testo Il ruolo del caso e dei “grandi uomini” nella storia, scritto da Roman Rosdolsky. Poi vi saranno: una collana blu, dedicata all’analisi e agli aspetti teorici generali, una arancio, incentrata sulla teoria economica marxista e una gialla, che spazierà tra la letteratura legata al movimento operaio e le biografie di importanti rivoluzionari dell’ultimo secolo. Questo è il piano: verosimilmente verrà portato avanti con gradualità ma quel che è importante è che, in esso, un peso importante avrà la traduzione di testi inediti. Il dibattito italiano, anche nell’ambito della sinistra di classe, è caratterizzato anche da un certo provincialismo, che va superato.

Chi è Kurt Landau?
Landau è un rivoluzionario austriaco nato nel 1903. Giovanissimo, nel primo dopoguerra si è unito al piccolo Partito Comunista del suo paese, nel quale è ben presto passato all’opposizione di sinistra. In un secondo momento, all’interno di questa componente ha dato vita a un’ulteriore tendenza di opposizione, in parte convergente con l’elaborazione della sinistra comunista italiana di Amadeo Bordiga e altri. Ma il suo cammino, la sua esperienza politica risultano ulteriormente articolati. Sul finire degli anni ’20 è infatti a Berlino, dove milita in un’organizzazione vicina al trotskismo. Rimane in Germania sino all’avvento del nazismo, poi emigra a Parigini. Qui si avvicina politicamente a Mika Feldman, portatrice d’una visione libertaria e antistalinista nonché comandante di milizie del POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) durante quella Guerra Civile Spagnola (1936-1939) che vide contrapposti nazionalisti golpisti e repubblicani. Proprio durante l’esilio parigino Landau scrive il libro sull’insurrezione in Austria. Che peraltro si verifica nello stesso febbraio 1934 segnato, in Francia, da un tentativo di sovversione da destra. Ma per concludere il suo profilo, dobbiamo riferire del fatto che, dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, egli si trasferisce a Barcellona con la moglie (novembre 1936). Pur non condividendone totalmente l’impostazione politica, Landau collabora col POUM. Purtroppo, nel maggio 1937 a Barcellona gli stalinisti repressero nel sangue anarchici, militanti affiliati al Poum e altri internazionalisti. Landau venne costretto alla clandestinità, anche per la taglia emessa nei suoi confronti. Presto, però, gli stalinisti lo trovarono, facendolo sparire.

Quali sono, a tuo avviso, le specificità dell'insurrezione proletaria di Vienna?

Una dei tratti più significativi dell’insurrezione è il suo porsi alla sinistra del Partito Socialdemocratico Austriaco, che peraltro in parte si differenziava dagli altri partiti europei dalla medesima denominazione. Aveva infatti una sua specifica teoria, nota come Austromarxismo e delineata da intellettuali di prestigio come Max Adler e Otto Bauer. Ora, nell’attestarsi su una posizione assai più radicale di quella della loro organizzazione di riferimento, gli operai austriaci non trovarono una sponda nel partito comunista austriaco che, col tempo, s’era stalinizzato, risultando ancor più marginale che in precedenza. Ma tra le peculiarità del fatto storico che stiamo indagando vi è anche la sua natura difensiva. Il cancelliere Dollfuss, assai vicino al fascismo italiano, stava infatti notevolmente inasprendo le misure antioperaie e si trattava dunque di rispondere alla sua offensiva. Un’altra specificità di tale insurrezione è che il proletariato austriaco, pur disponendo di armi, era stato disarmato politicamente dall’austromarxismo. Il Partito Socialdemocratico in questione, a ben vedere, presentava diverse somiglianze con l’ala massimalista del Partito Socialista Italiano, a partire dalla pratica di far corrispondere una sostanza riformista al gusto per la frase rivoluzionaria. Esso aveva organizzato un proprio corpo di difesa, con migliaia di iscritti addestrati militarmente ed equipaggiati per il combattimento. Però, le iniziative di tale corpo erano, in fondo, poco più che delle parate o “rappresentazioni di forza”. A un certo punto, tuttavia, gli operai hanno preso sul serio il proprio addestramento per difendersi dagli attacchi di un governo borghese e reazionario. Il che è importante, ma non poteva condurre a esiti positivi senza una chiara direzione politica. E’ questo secondo elemento ad esser veramente costitutivo di un’organizzazione rivoluzionaria, perché esso consente di usare le armi nell’interesse immediato e storico della classe.

Perché i socialdemocratici austriaci erano così radicati nella classe operaia?
La presa del Partito Socialdemocratico Austriaco sulle masse si doveva anche a riforme concretamente realizzate. In questo senso, si registra anche una significativa differenza rispetto al massimalismo italiano, che era solo parolaio, senza la minima concretezza. E’ nota la politica portata avanti dalle amministrazioni socialdemocratiche viennesi, con tanto di realizzazione di episodi di edilizia popolare ancor oggi studiati in tutto il mondo. Ora, i teorici austromarxisti avevano convinto gli operai che con quelle armi avrebbero difeso la Costituzione del loro paese, ancorandoli dunque a una prospettiva borghese. Non a caso, nel febbraio 1934, la direzione del partito ha cercato in ogni modo di frenare non solo lo slancio spontaneo delle masse, ma anche l’azione di molti quadri intermedi, vicini alle istanze della base.

Come s'inscrive, questa sfortunata insurrezione, nella più generale sconfitta del proletariato europeo degli anni '20 e '30?
Anche questa vicenda conferma un dato di fondo: nella fase tra le due guerre le minoranze rivoluzionarie non furono in grado di comprendere a fondo le specificità (gli inediti) della complessa epoca in cui si trovarono ad agire. Tra questi inediti abbiamo una violenza reazionaria il cui esercizio non era più solo appannaggio di specifici corpi dello Stato, coinvolgendo parti della popolazione, soprattutto appartenenti alle classi sociali più sensibili ai messaggi di restaurazione dell’ordine. Per non dire della controrivoluzione stalinista, che portava avanti il suo disegno impugnando le stesse bandiere dei rivoluzionari. Ma forse quel che è stato maggiormente trascurato è la capacità di tenuta del capitalismo dopo l’assalto dell’ottobre 1917.

Puoi approfondire questo punto?
Per il capitalismo, la rivoluzione bolscevica è stata una parziale sconfitta, da cui però ha saputo trarre diverse lezioni. Lo indica tra l’altro la Seconda Guerra Mondiale, con la diversa strutturazione degli eserciti. Ad esempio, quello nazista era organizzato da commissari politici, che mantenevano un saldo controllo delle truppe e riuscivano a intervenire rapidamente in caso di spontanei fenomeni di disfattismo. Dunque, con finalità opposte avevano fatto proprio l’esempio dell’Armata Rossa, così come era stata organizzata da Trotsky tra il 1918 e il 1923. Attraverso i commissari, egli aveva ad esempio risolto il problema dell'integrazione nell'Armata di ufficiali provenienti dall’esercito zarista. Non va trascurato, inoltre, un mutamento che consegue al primo conflitto mondiale, con quella maggiore attitudine alla violenza e alla mobilitazione di milioni di persone che ha finito per incidere sul carattere dei partiti borghesi. Le forze reazionarie in particolare, non si accontentavano di schiacciare le masse, ma intendevano irreggimentarle, sì che rivolgessero le proprie energie contro se stesse.

Quali insegnamenti si possono trarre, oggi, da una vicenda come quella esaminata nel libro di Landau?
Una delle lezioni che ci consegna questa esperienza è la necessità di diffidare delle frasi rivoluzionarie che nascondono un contenuto riformista. L’Italia, a ben vedere, è tra i paesi dove questo radicalismo delle parole ha sempre più attecchito. Non meno importante è un altro insegnamento: quello di cogliere, in ogni evento, l’elemento principale che fa da tramite tra i principi e l’analisi della realtà immediata. Il che è possibile se si è forniti di un adeguato bagaglio teorico. La teoria del movimento rivoluzionario è, in ultima analisi, un prodotto della nostra classe e ad essa deve tornare, contribuendo ad individuare le contraddizioni su cui far leva e la linea da seguire in ogni specifica situazione. Ricorrendo ad essa si possono evitare due binari morti tipici delle minoranze rivoluzionarie. Il primo coincide con la scolastica insistenza sui principi, che spesso porta a disinteressarsi del mondo reale. L’altro è quello di rincorrere la realtà, abbracciando tutto quello che si muove alla spasmodica ricerca di risultati immediati che non vengono mai.

E in merito alla distinzione dall'antifascismo borghese?
Nel confrontarsi con il fenomeno fascista Landau è chiaro. Per lui l’alternativa non è tra democrazia e fascismo, bensì tra socialismo e capitalismo, di cui il fascismo rappresenta una delle possibili espressioni politiche. Certo, vi sono stati capitalismi così forti da non aver bisogno del fascismo per reprimere con la violenza il movimento rivoluzionario: penso agli Stati Uniti, alla Francia e all’Inghilterra. Ma tale forma politica è una delle possibilità e degli strumenti di cui, in generale, il capitalismo si è dotato in chiave antioperaia.

Questo discorso, in relazione alla storia del nostro paese, ha implicazioni notevoli...
Proprio quest’anno, cade in Italia il centenario della Marcia su Roma, l’evento che chiude definitivamente un periodo segnato da forte conflittualità, espressa in primo luogo nel Biennio Rosso (1919-1920). Ora, se si pensa a quella fase non si può sottolineare che, in caso di scontro diretto e “puro” tra movimento operaio e fascismo, non vi sarebbe stata partita e il secondo ci avrebbe rimesso le penne. Ma appunto, tale urto non è stato “puro” e a fare la differenza ci hanno pensato gli organi dello Stato, con gli arresti preventivi dei rivoluzionari e l’addestramento delle squadracce fasciste. Il nemico non era solo il fascismo, ma tutto quello che gli stava dietro, dunque in primo luogo il potere borghese. I rami nodosi del fascismo non erano la radice del problema, bensì una manifestazione dell’offensiva controrivoluzionaria post Biennio Rosso: ossia un problema radicale che non si poteva certo risolvere con una “potatura”. In questo senso, lasciano un po’ il tempo che trovano anche certe riletture sviluppate dal PCI togliattiano del secondo dopoguerra. Interpretazioni che non fanno che sconfessare la linea seguita dal Partito Comunista d’Italia, cui si rimproverano gravi carenze di direzione. Ma esso si poneva correttamente il problema principale, che era quello di risolvere il problema del fascismo attraverso l’abbattimento del capitalismo che lo aveva generato. Ciò, senza trascurare la concreta questione di una difesa anche armata del movimento operaio. Il punto era la situazione data, perché in fondo la miglior difesa dal fascismo avrebbe dovuto coincidere con l’attacco verso lo Stato borghese, ma le possibilità per portarla avanti non c’erano più. Quando il fascismo prende piede si è già nella fase di declino dell’ondate di lotte operaie. In questo senso, mi sento anche di obiettare a una linea di tendenza che si è affermata tra gli storici negli ultimi decenni. Quella di criticare aspramente il PCd’I per non aver collaborato con gli Arditi del Popolo. Ora, tale eterogeneo movimento combattente, composto da elementi dalla visione borghese come da anarchici e rivoluzionari di vario orientamento, spiccava certo per doti di determinazione nella lotta contro il fascismo. Ma aveva un limite di fondo: in ultima analisi, il suo obiettivo era quello di restaurare i rapporti politici precedenti all’affermazione dello squadrismo politico. Ma si trattava di una chimera, in una fase di aperta controrivoluzione. E purtroppo, come abbiamo sottolineato a più riprese prima, la determinatezza nel combattere non basta, se non si inquadra il momento storico in cui si sta operando.

Stefano Macera

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