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MARIA TERESA LIUZZO: DANZA LA NOTTE NELLE TUE PUPILLE

Una nuova raccolta poetica

(14 Maggio 2022)

La poesia d'amore al di là di Dante

danza la notte nelle tue pupille

Nonostante sia presente da tanti anni nel mondo letterario ed abbia alle spalle una produzione notevole, dal punto di vista quantitativo e, insieme, qualitativo, Maria Teresa Liuzzo ad ogni nuova opera continua a stupirci, proponendo novità significative nei contenuti e nelle forme, pur mantenendo intatto il filo rosso che la lega a quelle precedenti. Così accade anche in questa nuova silloge di versi: “Danza la notte nelle tue pupille” (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022).
Antonio Piromalli, nella prefazione ad una raccolta precedente, “Psiche” (Jason editrice, Reggio Calabria, 1993), ben descrive il meccanismo che sta alla base della poesia e della poetica della Liuzzo: «Non siamo solamente alla descrizione dei fenomeni (che non può mancare) ma all’interpretazione individuale di ciò che avviene nel teatro della storia. Anzitutto c’è una coscienza inquieta e ricca di dubbi. L’atmosfera è carica di timori, di ansie per il destino degli uomini nella loro storia mentre la “psiche” osserva (e patisce) la crescita della realtà nei suoi molteplici aspetti (spesso contrastanti), le tensioni verso il futuro» (p. 7).
Come al solito, Piromalli ha dato prova, se ce ne fosse bisogno, della sua acribia filologica, della sua capacità di condensare in poche righe concetti profondi, di cogliere l’essenza della poetica di un autore. La poesia di Maria Teresa Liuzzo è, infatti, sintesi tra realtà «oggettiva» e realtà «soggettiva»: la prima viene filtrata attraverso la seconda, per il tramite della ragione, che, però, è una ragione problematica, dubitativa, per nulla dogmatica e fondata su certezze e verità assolute, bensì relative, pronte ad essere sempre messe in discussione e superate in altre, anch’esse poi riviste e superate in un processo gnoseologico (e poetico) infinito.
Lo stesso avviene in questa nuova raccolta, ma con alcune novità. Non siamo in presenza di poesia «sociale», bensì d’amore. Ma opera lo stesso meccanismo compositivo e di poetica. E’ qui necessaria una precisazione. La poesia amorosa ed esistenziale, in Italia, in tutti i secoli, compresi il Novecento e questo nostro Terzo Millennio, ha pagato un prezzo troppo alto ai “modelli” delle origini della letteratura italiana, in particolare a Dante Alighieri ed alla sua opera, seppur monumentale. E’ prevalsa l’immagine dell’amore etereo, della donna «angelicata», simbolo dell’amore verso Dio, oggetto di venerazione da parte dell’innamorato. Questi “modelli” hanno subito, in più, un processo di schematizzazione e di conseguente banalizzazione, specie nel Novecento, fino ai giorni nostri, nei quali la poesia amorosa e, in generale, esistenziale assume spesso carattere dozzinale. Escono continuamente raccolte poetiche lacrimevoli, lamentose, che “fanno il verso” ai modelli originari, dando vita ad un sottobosco letterario che ci invade e pervade e che costringe il critico alla fuga.
Maria Teresa Liuzzo non appartiene a questo esercito di “imitatori maldestri”. Antonio Piromalli ne rivendica l’afflato novecentesco, e si riferisce, naturalmente, al migliore Novecento, a quello “laico”, libertario, fantasioso, talvolta “irriverente”. Ma la poesia della Liuzzo, segnatamente in questa raccolta, ha lontane e solide radici, che risalgono anch’esse alle origini della letteratura italiana, seguendo, però, filoni diversi da quello dantesco. Scrive il Petrarca in “Più volte già del bel sembiante humano”: «Mio ben, mio male, et mia vita, et mia morte». L’amore non viene visto più come tramite per il legame con Dio, ma come fonte di gioia e, nel contempo, di dolore, di vita e di morte. E c’è in Petrarca una nuova dimensione, «dubitativa», problematica, dell’amore, che rappresenta il «trait d’union» tra il “Canzoniere” e il “Secretum”, in quanto in quest’ultimo il sentimento religioso è vissuto anch’esso in maniera articolata, fondato sul dubbio, tutto da costruire, passo dopo passo. E la ragione è lo strumento che consente al Petrarca di filtrare la realtà per trasformarla in poesia. Una tappa successiva è costituita, nella nostra letteratura, dal Leopardi, dalla sua poesia nutrita di pensiero, dalla sua visione dolorosa dell’amore. Eppoi, nel Novecento, per l’appunto, Cesare Pavese, con le poesie de “La terra e la morte”, dedicate a Bianca Garufi, e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, dedicate a Constance Dowling, dal titolo già molto esplicito, nonché con i “Dialoghi con Leucò”, laddove Leucotea è una divinità marina che dà la vita, ma anche la morte, così come ogni donna, nella visione del poeta piemontese. E’ questo l’«urlo del Novecento», l’ascendenza novecentesca della poesia di Maria Teresa Liuzzo, alla quale fa riferimento, probabilmente, Antonio Piromalli.
Nella raccolta della poetessa, che qui prendiamo in esame, c’è un’esplicita dichiarazione di poetica nella poesia “Indossare la luna e porre…”: «E scrivo perché / la stagione me lo impone, / l’anima lo richiede / e la ragione mi riporta in vita» (p. 13). Da questi versi emerge il ruolo della ragione come filtro che consente di trasfigurare e transcodificare la realtà in poesia. Ne nasce tutta una riflessione, che dà concretizzazione, per l’appunto, alla poetica di Maria Teresa Liuzzo. Un ruolo fondamentale viene esercitato dagli occhi, dalla vista, come ci dice il titolo della silloge, “Danza la notte nelle tue pupille”, così come la poesia eponima: «Il colore dei tuoi occhi / veste la solitudine dell’ora / e sgomitola la sapienza dei corpi // ombre di un desiderio mai dissolto, / sulle labbra come graffi di memoria, che geme / in lenzuola di geometrie allo specchio». Gli occhi dell’amato, certamente, che racchiudono tutto un mondo di affetti, che riemerge come memoria, ma, nello stesso tempo, gli occhi di chi ama e che, attraverso la vista, costruisce (e ricostruisce) dentro di sé l’immagine della persona amata, e questa vista costituisce il primo momento del processo gnoseologico, e, insieme, poetico della Liuzzo.
E qui emergono altre “ascendenze” letterarie, legate alla poesia italiana delle origini, Mi riferisco al filone averroista, rappresentato da “Donna me prega” di Guido Cavalcanti e mediato attraverso il trattato “De amore” di Andrea Cappellano. La vista genera una «cogitatio immoderata», una fantasticazione illimitata, sulla persona amata, considerata nella sua dimensione sia fisica che “spirituale”, come tale che determini in chi l’ama gioia, ma anche dolore, fino alla morte. Troviamo nei versi della Liuzzo immagini ossimoriche come «e la gioia del pianto / scioglierà il mistero» (p. 6). Questi versi sono dominati da una forte passione, che viene filtrata dalla ragione, come dicevamo, che ne stabilisce i reali connotati: »Non saremo l’ieri / di un desiderio bruciato, / ma vento e fiori / che sfogliano passioni, / la ragione che si stringe ad ogni parte / di noi nel nostro cercarci e scomporci» (ibidem).
E in questa ricostruzione razionale, l’amore è sì morto con la persona amata, ma, nello stesso tempo, rivive in mille configurazioni diverse, come amore carnale, certamente, amore che ritorna, al pari di quello di Ulisse, che soddisfa le voglie a lungo sopite della sua sposa, a riaccendere e a spegnere fuochi vitali: «Ma tu non temere / ch’io possa non attendere / il ritorno di Ulisse, e il sole / che colgo nei suoi abbracci, fedele nel cratere di un papavero. // Il letto vesto come sposa / allo splendore della luna, / giacché ti sento come brezza / che cresce e mai non declina / in questa smania di vita / fatta voce» (p. 5). Ma anche come sogno, come silenzio che lo prolunga nel tempo: «Brucia il silenzio / sugli altari della parola, / come un lampo di fiaba / dove continui a cercarmi / in ogni colore dell’attimo» (p. 4). Amore come ricordo, nella doppia dimensione gioiosa e dolorosa: «Raccontami / quando ti addormentavi / sul mio seno / e il sole tramontava / sui cuscini. / L’ultimo raggio in essi / trattenevo e colmavo / di quel pianto, / che non serrava / le porte alla speranza» (p. 11). E poi: «Parlami ancora, / tra dolci tempeste / smarrite nell’argento / delle sabbie. / Ci umilia la stagione / nel fiume della notte. / Se le distanze / non oltrepassano memorie, / ti trattengo / in lunghi battiti di cigli, / al dolce tepore di ogni perla» (ibidem). Amore che si scioglie nella natura, nei suoi colori, nei suoi odori, nei suoi sapori: «Siamo primavere innamorate / del miele dell’inverno, / germogli sempre nuovi di un amore / che orbita nella memoria dei sensi / e nell’oro delle spighe. / E tu sei qui, nel mio candore, tu, / odoroso di melagrana, aperto / alla luce della vita» (p. 7). E ancora: «Nascere / dove i ciliegi offrono corolle / ad albe sconosciute / increspate d’acque. / Essere vento, nettare, farfalla, / strada fiorita di trine colorate. / Miele di luna avvolga / ogni mia culla» (p. 14).
Emerge qui, infine, la dimensione «orfica» della poesia di Maria Teresa Liuzzo, legata a quel mistero che da millenni circonda, per l’appunto, i riti orfici, nel loro impasto inestricabile con quelli dionisiaci, sospesi tra la terra e il mondo inferino, e che sta alla base della poesia, con le sue lontane scaturigini nel mito di Orfeo. Questo mistero caratterizza la poesia di Maria Teresa Liuzzo e circonda, nel contempo, la sua figura così piena di fascino evocativo di una femminilità calabra, che affonda le radici nei millenni, novella Persefone sospesa tra mondo ctonio e mondo ipoctonio.

Antonio Catalfamo

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