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POETI ARABI DI SICILIA

La nostalgia per la terra natia

(25 Maggio 2022)

Un'originale sintesi tra cultura araba e cultura siciliana a partire dall'anno Mille, per circa tre secoli

Ibn Hamdìs

Ibn Hamdìs

La dominazione araba ha lasciato segni indelebili in Sicilia, non solo in campo economico, ma anche culturale. Gli arabi introducono nell’isola nuove tecniche per l’irrigazione dei campi e per la coltivazione della terra. Nascono così giardini rigogliosi come quelli della madrepatria. Piantano limoni e aranci amari, i gelsi per il baco da seta, i semi di cotone, le palme che producono datteri, i pistacchi e i meloni, la canna da zucchero.
Sul piano culturale, oltre all’ingresso di molte parole arabe nella lingua siciliana, assistiamo ad una forte incidenza sul modo di concepire la vita. Alla visione fatalistica dei greci, che hanno dominato la Sicilia prima di loro, sostituiscono la dimensione della speranza, che conferisce dinamismo agli uomini. Assistiamo, inoltre, ad un’originale combinazione tra cultura araba e cultura siciliana in poeti che nascono in Sicilia, ma hanno origini arabe. Va citato, innanzitutto, il poeta Ibn Hamdìs, che nasce a Siracusa nel 1056, ma si sente particolarmente legato a Noto, città nella quale ha vissuto nell’infanzia, che così egli venera nei suoi versi: «La custodisca Allah una casa in Noto / e su di essa si aprano le nuvole! / La ricordo ogni sera e fluenti / le lacrime mi sgorgano per lei / […] dalle sue mura amiche partimmo un mattino / senza più fare ritorno alla sera».
La Sicilia viene occupata dai normanni nel 1085. Per quanto ne sappiamo, Hamdìs lascia l’isola a 22 anni, vale a dire nel 1078, cioè qualche anno prima della completa conquista normanna. Probabilmente il fatto specifico che lo spinge ad abbandonare l’isola è una delusione d’amore, come farebbe pensare un suo verso: «Per un’ombra d’amore il destino mi spinge». Ma egli, comunque, è partecipe della delusione di tutti gli arabi che, a poco a poco,vedono franare il loro dominio in Sicilia, terra alla quale si sono affezionati in misura tale da considerarla una seconda patria. Questo sentimento emerge da alcuni suoi versi simbolici: «Se fosse libera la mia terra / certo accorrerei / tutto oserei con animo per lei! / Ma com’io posso / dal giogo liberarla / che prostrata la tiene / nelle mani dei barbari rapaci? / Mancava alla mia terra il desiderio / di ritornar padrona di se stessa, / per questo, inorridito, disperai! / E l’animo si chiuse quando vidi / assuefarsi la patria / al diffondersi dell’alito mortale. / Così non l’han macchiata d’ignominia?».
Lasciata la Sicilia natia, Hamdìs va incontro ad un lungo esilio, che lo vede trasferirsi in Spagna, Algeria, Tunisia, nell’isola di Maiorca, dove muore, a 77 anni, nel 1133. Lo accompagna sempre in questo pellegrinaggio la nostalgia per la patria siciliana. Leggiamo in altri suoi versi molto intensi: «Ricordo la Sicilia ed è il dolore / che suscita nell’anima il rimpianto. / Di giovani follie, ormai deserto / paese, fece fiorire nobiltà d’ingegni. / Un paradiso! E io ne fui cacciato. / Così il mio pianto, di quel paradiso, / fiume lo chiamerei se non fosse amaro».
I giardini di aranci ch’egli ha lasciato in Sicilia sopravvivono, dunque, nella sua memoria, come un «paradiso». I normanni, che sostituiscono gli arabi nella dominazione della Sicilia, comprendono che i loro predecessori hanno inciso profondamente nel tessuto economico, sociale, culturale dell’isola, per cui ritengono opportuno e prudente non cancellare tutto questo patrimonio, bensì conservarlo, con i necessari adattamenti, e tramandarlo ai posteri. Ruggero I e, dopo di lui, Ruggero II sono più avveduti degli altri sovrani normanni che si insediano nel Meridione d’Italia. Essi cercano di garantire la convivenza tra le varie civiltà e le varie culture che si sono stratificate in Sicilia, di cui quella araba è una delle fondamentali. Assicurano anche una certa libertà di culto.
Ma, nonostante queste aperture, molti musulmani di Sicilia preferiscono l’esilio. La diaspora dà vita ad un genere letterario, che possiamo definire «poesia della nostalgia». Ibn Hamdìs ne è uno dei massimi rappresentanti, forse il più autorevole. Leggiamo ancora suoi versi nostalgici: «Anelo alla mia terra nella cui polvere / si son consunte le ossa dei miei padri, / come un vecchio cammello sfinito».
Accanto a lui possiamo citare altri poeti arabi che, invece, decidono di restare, come Abd ar-Rahmàn, di Butera, che vive alla corte normanna e così descrive le bellezze naturali della Sicilia: «Rugiada palpitava sui narcisi / come lacrime d’amante e fiori / di camomilla si schiudevano al sorriso / mentre le guance degli anemoni / mostravano un rossore di vergogna. / E sopra i rami, i frutti / tremavano qual seni di ragazze belle / e come rami di salice ben snelle. / Di sotto ai rami l’acqua dei ruscelli / spada fresca era all’ombra / mentre in alto / superbe s’innalzavano le palme / adorne in cima di datteri a collana».
Questi paesaggi siciliani sono uguali a quelli arabi. Dominano i giardini di aranci, che Rahmàn identifica come frutti della felicità. Leggiamo ancora: «Godi gli aranci che hai colti, / a loro devi la felicità! / Stelle degli alberi, gote in mezzo ai rami, / voi siete ben venute! / Pare che il cielo piovve un oro puro / e la terra plasmò sfere lucenti». Ricordiamo, ancora, Ibn Abi al-Abbas, di Trapani, che raggiunge una certa influenza alla corte normanna e così canta Favara (da Fawarah, fonte sorgiva): «Favara dalle duplici acque, / tutto ciò che si brama, in te / si trova […] / dove le tue acque s’incontrano / lì trova posto amore e sul tuo letto / s’adagia ogni passione». Assistiamo qui ad un impasto tra cultura araba e cultura siciliana simile a quello che si realizza nei poeti della Scuola siciliana di Federico II di Svevia, influenzati dalla filosofia di Averroè (Ibn Rushd), che supera la distinzione tra anima e corpo, realizzata dalla filosofia scolastica di san Tommaso d’Aquino nella versione cristiana del pensiero di Aristotele, e canta l’amore nella sua totalità, spirituale e naturale. Così nella poesia di Ibn Abi al-Abbas le arance ed i limoni evocano il corpo femminile e le sue passioni: «Le arance rigogliose / sembrano fuoco ardente / su rami di smeraldo / ed ha il limone / pallore di un amante».
Anche Ibn Hamdìs fu poeta dell’amore turbolento, che determinò molte traversie nel corso del suo lungo peregrinare.
I poeti arabi dell’esilio rivendicano la loro fede musulmana, che non intendono tradire, perché la considerano come il cordone ombelicale che li lega agli avi e alla loro stirpe. Scrive Al Ballanubi, rifugiato al Cairo, a proposito della morte della madre: «E dite all’Austro che Costei morì musulmana […] // sosta tu dunque alla moschea di Al-Aqdam / senza voltare a manca».
Abd al-Wahid appartiene alla generazione degli arabi che non sono nati in Sicilia, ma in essa si sono stabiliti successivamente. Insediatosi a Palermo, amò questa città come patria, ma rimase deluso nel vederla «trasformata in Gehenna ardente».
Nel 1243 Federico II di Svevia soffoca nel sangue la rivolta musulmana in Sicilia. Gli arabi sopravvissuti vengono deportati a Lucera, in Puglia.
La civiltà araba continua a produrre i suoi effetti benefici in Sicilia, ma siamo ad una svolta della storia, che incide negativamente sul prosieguo dell’esperienza letteraria dei poeti arabi che ha come centro d’irradiazione l’isola.
L’influenza araba nella letteratura siciliana continua sotto traccia e riemerge a distanza di secoli in poeti del Novecento, come Salvatore Quasimodo, Premio Nobel per la letteratura. Il cognome è di origine araba. Difatti il nome Qasim è frequente tra i poeti arabi dell’XI secolo. Se ne conoscono almeno tre, uno dei quali è Qasim Ahamad, che dalla Sicilia andò in esilio in Egitto. E nella poesie di Quasimodo rivive, appunto, il motivo della nostalgia della terra natia perduta proprio dei poeti arabi. Leggiamo alcuni suoi versi significativi: «Il mio cuore è ormai su queste praterie / in queste acque annuvolate dalle nebbie. / Ho dimenticato il mare, la grave / conchiglia soffiata dai pastori siciliani, / le cantilene dei carri lungo le strade / dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie / ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru / nell’aria dei verdi altipiani […] / Oh, il Sud è stanco di trascinare morti / in riva alle paludi di malaria, / è stanco di solitudine, stanco di catene».

Antonio Catalfamo

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