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IMPERIALISMO, GUERRA E SFRUTTAMENTO IN CONGO

(27 Maggio 2022)

Dal n. 113 di "Alternativa di Classe"

Joseph Kabila

Joseph Kabila Kabange

E' una guerra strisciante quella in Congo. In una fuga perenne da violenze e scontri armati, la popolazione civile della Repubblica democratica del Congo è esposta a costanti pericoli. I rapimenti, gli attacchi a scuole e ospedali, sono solo alcune delle violenze perpetrate dai gruppi armati che si contendono il territorio e le sue importanti risorse naturali.
In alcune parti del Congo lo Stato è pressochè assente, la popolazione è in preda a gruppi armati. Le milizie controllano molte miniere e il traffico illegale di minerali. Cambiamenti climatici che portano a inondazioni, invasioni di cavallette e quant'altro, contribuiscono a ridurre la popolazione rurale alla fame. La fame aggrava pesantemente la situazione nella provincia dell'Ituri, nelle zone colpite dal conflitto tra gli Hema e i Landu.
E, parallelamente a questo, si è registrato anche l'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e l'impossibilità di avere accesso a una dieta alimentare corretta per milioni di persone. Epidemie come ebola, morbillo, e ora anche la pandemia da COVID-19, sono altri importanti fattori destabilizzanti.
Quella della Repubblica democratica del Congo, resta una delle crisi umanitarie più complesse e prolungate dell'Africa, con oltre 27 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria. In tutto il Paese si contano oltre 5,6 milioni di sfollati interni, causati da conflitti inter-etnici e scontri fra l'esercito regolare e le numerose associazioni combattenti, almeno 130 nelle sole province orientali del Kivu. Circa un quarto degli sfollati (1,4 milioni) ha trovato riparo nel Sud Kivu e nel Maniema.
I conflitti, che lacerano il Congo, risultano da sempre trascurati tanto dai media, quanto dalla Comunità internazionale. Neanche l'arruolamento dei bambini-soldato da parte dei miliziani e gli abusi sessuali sulle donne e le ragazzine riescono, il più delle volte, a bucare il velo dell'indifferenza. La violenza di genere resta allarmante nell'Est del Paese, con oltre 4.600 casi registrati nel 2021 dalle Nazioni Unite. Un fenomeno alimentato da un sistema giudiziario, che garantisce impunità e un contesto sociale profondamente discriminatorio. Lo stupro è usato come arma di guerra. Le donne vengono violentate alla luce del sole, davanti alle loro famiglie.
Lo spostamento massiccio di persone in fuga dalle violenze mette sotto pressione i sistemi socio-sanitari, già precari, con gravi conseguenze sull'accesso ai servizi di base da parte della popolazione sfollata e delle comunità ospitanti.
Particolarmente critica è la condizione delle scuole nelle province del Sud Kivu e del Maniema. Gran parte degli edifici risulta inagibile o distrutta, a causa dei conflitti armati, con il risultato che a oltre l'80% dei bambini in età scolastica è negato il diritto all'istruzione. Sullo sfondo restano estrema povertà e insicurezza alimentare, a dispetto della concentrazione, senza uguali al mondo, di risorse naturali custodite nel sottosuolo congolese.
Secondo la Banca mondiale, oltre il 70% della popolazione (60 milioni di persone) vive con meno di 1,90 dollari al giorno. Si stima che siano 860mila i bambini e 470mila le donne in gravidanza, gravemente malnutriti. In una simile situazione si inserisce la guerra imperialista in Ucraina.
L'aumento esponenziale dei prezzi delle materie prime rischia di infliggere il colpo letale alla sicurezza alimentare di tutto il continente africano. Metà del grano e dei cereali, distribuiti come aiuti alimentari dal World Food Program nelle aree di crisi umanitarie, proviene infatti dall'Ucraina e dalla Russia.
L'organizzazione non governativa Global Witness ha accusato i principali colossi tecnologici globali, tra cui Apple, Tesla e Intel, presenti in Congo, di affidarsi allo schema di due diligence (si tratta di un'attività di indagine finalizzata alla raccolta e alla verifica di tutte le informazioni necessarie a valutare le attività di un'azienda), per facilitare il riciclaggio di minerali provenienti da miniere controllate da milizie, che utilizzano il lavoro minorile.
In un rapporto intitolato “The ITSCI Laundromat” (La lavanderia a gettoni ITSCI), l'Ong denuncia il sostanziale fallimento del cosiddetto International Tin Supply Chain Initiative (ITSCI), istituito con l'obiettivo di garantire che le attività minerarie nel Congo non alimentino i conflitti.
Dal rapporto esaminato da Global Witness, che si basa su ricerche sul campo, condotte in oltre venti aree mineraie nelle province del Nord e Sud Kivu, nell'Est del Congo, intervistando oltre novanta persone, e con dozzine di video registrati da ricercatori locali, emerge che grosse quantità di minerali provenienti da miniere non convalidate (illegali), comprese quelle con il coinvolgimento delle milizie o che utilizzano il lavoro minorile, entrano nella catena di approvvigionamento dell'ITSCI e vengono esportate.
La prova più schiacciante del fallimento del progetto ITSCI, secondo Global Witness, proviene dall'area intorno a Nzibira, un centro commerciale nel Sud Kivu, che rappresenta circa il 10% dei minerali etichettati nella provincia: qui, denuncia il rapporto, la maggior parte di minerali contrassegnati proveniva da miniere illegali dei territori vicini, comprese le miniere occupate dalle milizie e una dove lavorano i bambini.
Nella miniera di Lukoma una milizia ha usato la violenza contro la popolazione locale, e ha costretto i minatori a lavorare non retribuiti, il tutto con la benevolenza del Ministero delle Miniere. A Lubuhu, nel primo trimestre del 2021, è stata etichettata una quantità di assiterite (minerale di stagno) circa 15 volte maggiore rispetto a quella prodotta nelle due miniere convalidate nelle vicinanze.
Basandosi sulle interviste ai testimoni e sui rapporti dell'ONU e di altre organizzazioni, gli esperti di Global Witness hanno identificato fallimenti dello schema ITSCI in altri sette centri di etichettatura nel Nord e nel Sud del Kivu, e almeno dieci miniere controllate da gruppi armati, dove è emerso che i minerali vengono o sono stati recentemente riciclati nel sistema. Il rapporto della Ong afferma con determinazione che le aziende tecnologiche riciclano minerali provenienti da miniere illegali.
Da anni in Congo si consuma lo sfruttamento dei minori nelle miniere di cobalto e di coltan. I bambini scavano nelle miniere di cobalto a mani nude (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno IV n. 38 a pag. 5), e sono costretti a trasportare sacchi di 20 e 40 kg. La maggior parte di loro lavora 12 ore al giorno, senza alcuna protezione, per guadagnare 1-2 euro all'ora. Molti hanno dovuto abbandonare la scuola perchè i genitori non sono in grado di sostenere le tasse scolastiche. Tutto questo avviene nella totale indifferenza delle diverse multinazionali, che utilizzano il cobalto per produrre i prodotti elettronici.
Il cobalto è tra i minerali più richiesti dalle grandi industrie elettroniche. Secondo le stime del governo, il 20% del cobalto attualmente esportato dalla Repubblica democratica del Congo, proviene da minatori artigianali.
Il Congo è un Paese devastato dall'imperialismo d'Occidente e d'Oriente. Possiede il 33% dei giacimenti mondiali di cobalto, il 10% delle riserve mondiali di rame, un terzo delle riserve di diamanti, estesi giacimenti di uranio, zinco e manganese, e tre quarti delle riserve mondiali di coltan, indispensabile per la fabbricazione di computer, smartphone e di altri strumenti elettronici. Inoltre, nuovi giacimenti di petrolio sono segnalati nell'area protetta del Parco nazionale del Virunga.
Il Congo è al centro di una fitta trama di interessi economici ed energetici delle potenze imperialiste mondiali. Le risorse naturali del Paese attraggono le multinazionali dei Paesi imperialisti.
Nel 2008 la Repubblica democratica del Congo, guidata dal presidente Joseph Kabila Kabange, firmò quello che all'epoca fu descritto come il “contratto del secolo” tra un'azienda cinese e la società mineraria pubblica Gècamines per l'estrazione di rame, di cui il Paese è estremamente ricco. La Cina anticipò 6 miliardi di dollari, di cui una parte destinata allo sviluppo della regione, e nel corso degli anni ha recuperato l'investimento grazie alle entrate della azienda pubblica Gècamines.
Quattordici anni dopo siamo ancora lontani dall'estinzione del debito. Le popolazioni locali non hanno ricevuto un centesimo, e l'opacità regna sovrana nei confronti della Gècamines. Una clausola segreta nel contratto definirebbe la ripartizione dei dividendi, e il danno per lo Stato sarebbe senza precedenti nella storia del Congo. La vicenda mette in luce le pratiche predatrici delle aziende delle potenze imperialiste, che sfruttano la corruzione dei dirigenti locali, per ottenere il massimo profitto.
Nei prossimi anni l'Africa è destinata ad essere protagonista nello scontro interimperialistico e nello scenario geopolitico mondiale. La crescente presenza della Cina mette in stato di agitazione le più importanti e tradizionali istituzioni capitalistiche mondiali. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) teme che molti Stati africani possano vedere aumentare pesantemente il proprio debito pubblico a causa dei prestiti cinesi.
La Repubblica democratica del Congo è stato il primo Paese africano che ha riscontrato grandi difficoltà legate all'esplosione del proprio debito pubblico. Il Fondo Monetario Internazionale ha spinto il Paese ad una ristrutturazione di parte del suo debito con la Cina. L'esplosione dell'imperialismo cinese in Africa sul piano economico, industriale e militare, preoccupa non poco le altre potenze imperialiste, che stanno cercando di reagire aumentando anch'esse le loro presenze economiche e militari nel continente.
L'Italia aumenterà le sue importazioni di gas anche dal Congo. Proprio per siglare l'accordo, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e quello alla Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, lo scorso mese di Aprile sono andati in missione diplomatico-energetica nel Paese africano; con i due ministri c'era l'Amministratore Delegato di ENI, Claudio Descalzi.
Gli scontri sanguinosi fra milizie ed esercito regolare, contrabbandati come causati da ragioni etniche, sono invece provocati da questo scontro sotterraneo tra le potenze imperialiste mondiali.
Il proletariato congolese oppresso, oltre che dallo sfruttamento del suo lavoro nelle fabbriche, nelle miniere e nei campi, anche dalla guerra e dalla fame, dalle malattie causate da condizioni di vita insostenibili, deve costruire la sua unità e indipendenza di classe, per opporsi ai fuochi di guerra accesi dall'imperialismo dell'Ovest e dell'Est. La sua lotta contro la classe borghese d'Occidente e/o d'Oriente deve iniziare prima di tutto contro la propria famelica borghesia nazionale.

Alternativa di Classe

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2003