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(5 Settembre 2011) Enzo Apicella
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Ucraina: nei rapporti di lavoro si torna all’Ottocento

(31 Maggio 2022)

ucraina lavoratori in lotta

Manifestazione sindacale del dicembre 2019 per salari decenti e la difesa della legislazione del lavoro

Sui fatti sociali di Ucraina regna il silenzio. L’Ucraina è Zelensky. L’eroe Zelensky. Eroe post-moderno, beninteso. Titolare di 13 società offshore, e affaccio garantito su Forte dei Marmi (villa da 4 milioni di euro, 15 stanze), modeste soluzioni di riserva per il momento in cui i suoi padrini della NATO lo faranno uscire dal metaverso in cui oggi è attore protagonista, e che ci introduce, forse, alla terza guerra mondiale. Dunque: l’Ucraina è Zelensky. Il resto non esiste. O non conta. Specie se si tratta dei luoghi di lavoro, e dei lavoratori dell’Ucraina.

Attraverso questa spessa cortina di silenzio, però, è filtrata una notizia di rilievo. La Verchovna Rada, il parlamento ucraino, sta per esaminare in seconda lettura, e approvare in modo definitivo, una nuova legge sul lavoro dal timbro semi-schiavistico. Ce ne informa, con studiata cautela di linguaggio, il giornalista Serhiy Guz (*).

Si tratta della proposta di legge 5371, approvata in prima lettura dal parlamento una dozzina di giorni fa. A promuoverla sono stati un gruppo di deputati del partito al governo (Servire il popolo), con a capo Halyna Tretyakova, presidente della Commissione parlamentare per la politica sociale. A scriverla è stata l’ong Office of Simple Solutions and Results, fondata dall’ex-presidente della Georgia Mikheil Saakashvili, torbida figura di politico-faccendiere con “importanti relazioni personali negli Stati Uniti”. Condannato a 9 anni di carcere in Georgia, promotore della Legione georgiana, un’accolita di mercenari operante in Donbass poi integrata nell’esercito di Kiev, Saakashvili si è visto restituire da Zelensky la cittadinanza ucraina che gli era stata tolta per varie indegnità. Condividono il merito dell’eroica impresa le associazioni padronali ucraine e USAID, l’Agenzia statunitense “per lo sviluppo internazionale” incaricata di “promuovere il progresso umano su larga scala”. Una congrega di intrepidi difensori dei diritti umani, non c’è che dire.

L’operazione-progresso n. 5371 parte dalla constatazione che in Ucraina “i rapporti di lavoro sono ancora regolati dal codice del lavoro obsoleto adottato nel 1971 e formulato nelle condizioni dell’economia di comando amministrativa sovietica”. Ne consegue l’imperativo: de-sovietizzare. Abolire “i metodi antiquati”, ossia i contratti collettivi di lavoro, e sostituirli con contratti di lavoro individuali. Il campo è quello delle piccole e medie imprese (fino a 250 dipendenti), e riguarda il 70% circa dei salariati. L’innovazione di ultimo grido sarà la libertà di licenziare gli operai e i dipendenti senza specifico motivo.

Alcuni consulenti/esperti di diritto del lavoro (Vitaliy Dudin, George Sandul), non proprio intemerati bolscevichi, hanno obiettato: “Questo è un ritorno al diciannovesimo secolo. Introducendo il diritto civile nei rapporti di lavoro, si apre il vaso di Pandora” degli arbitrii padronali. “Tutto diventa possibile”: i licenziamenti arbitrari, una settimana di 100 ore, il taglio delle garanzie di welfare, etc. Come dargli torto?

De-sovietizzare, si capisce, è un riferimento surreale. Dopo trent’anni di radicali politiche anti-operaie, infatti, quasi nulla è rimasto in piedi del vecchio compromesso storico da “socialismo reale”, che prevedeva bassi salari (e bassa produttività) in cambio della stabilità del rapporto di lavoro e di limitate, ma effettive, garanzie di welfare. Quel passato sopravvive ora solo attraverso una residua forza d’inerzia. Ma agli oligarchi del capitale globale (e locale) disturbano perfino le sue evanescenti tracce normative e legali. Con l’aiuto della guerra e dello stato di guerra, vanno rimosse. Al più presto. L’orgia democratica del libero mercato e della flessibilità deve farsi più sfrenata – lo esige le legge della competizione globale, a cui l’economia ucraina è assoggettata senza ripari di sorta, come rispetto alla NATO.

Ecco perché l’approvazione di questa legge-capestro si è improvvisamente accelerata. Il parlamento ha scelto la corsia rapida. I voti ci sono, perché a quelli del partito di Zelensky si sono aggiunti i voti del partito Fiducia e di un gruppo di fuoriusciti dal partito filo-russo Piattaforma di opposizione-Per la vita. I sindacati, che la legge di fatto esclude dalle piccole e medie imprese, hanno reagito blandamente con una lettera-appello ai deputati nel tentativo di arrivare ad un “compromesso”. Le proteste e gli scioperi sono vietati, e – va aggiunto – se li sono vietati da sé gli stessi sindacati con la loro sciagurata adesione incondizionata alla guerra. Non resta loro che un appello-preghiera ai deputati della Verchovna Rada e ai carnefici dell’Unione europea…

Anche nelle grandi imprese lo scoppio della guerra ha prodotto iniziative unilaterali dei padroni. Nova Postha, un’impresa privata con 30 mila dipendenti e un discreto grado di sindacalizzazione, ha segato (“sospeso”) 30 norme del contratto collettivo concluso nel 2016 che riguardavano la fornitura delle divise ai lavoratori, l’orario di lavoro (immancabile), la disponibilità di un kit di pronto soccorso sul posto di lavoro, etc., e lasciato senza salario (“provvisoriamente”) o tagliato il salario a migliaia di dipendenti. Provvedimenti simili, definiti anch’essi provvisori, hanno preso Arcelor Mittal per l’acciaieria di Kryvyi Rih, la centrale nucleare di Chernobyl, la compagnia ferroviaria nazionale, il porto di Odessa, la metropolitana di Kiev. Movimento sociale, ci informa ancora Serhiy Guz, ha redatto una lista nera di queste imprese; ma forse non ha messo in conto che il “provvisorio” è destinato a durare molti, molti anni, poiché la NATO ha deliberato che la guerra dovrà durare a lungo.

Così, dopo la messa al bando dei movimenti e dei partiti politici sospettati di essere coinvolti in “attività anti-ucraine”, siamo ad un passo dalla messa al bando dei contratti collettivi nazionali e, nei fatti, dell’attività sindacale. Conferma eclatante della nostra tesi: questa guerra tra NATO e Russia, combattuta sul territorio ucraino “fino all’ultimo ucraino”, è, da entrambi i lati, una guerra reazionaria. Una guerra contro i proletari, ucraini e russi anzitutto, sospinti a farsi la pelle a vicenda in battaglie da prima guerra mondiale con posticce giustificazioni ideologiche da seconda guerra mondiale, ed esposti – in nome del conflitto bellico – all’intensificazione del loro sfruttamento e alla riduzione ulteriore delle loro libertà di movimento e di organizzazione. Una guerra rispetto alla quale quei proletari cominciano a dare segni di disaffezione, mano a mano che sono chiamati a pagarne i terribili costi con il proprio sangue e il proprio sudore. Una guerra contro cui batterci qui con tutte le nostre forze.

(*) https://braveneweurope.com/serhiy-guz-ukraines-new-labour-law-could-open-pandoras-box-for-workers

Il pungolo rosso

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