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(19 Luglio 2013) Enzo Apicella
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Bce, un cerotto sugli spread

(21 Giugno 2022)

european central bank 2

La Bce insegue i propri errori, ma non li raggiunge. Dopo aver sbagliato le previsioni sull’inflazione - che si è rivelata ben più alta e stabile delle attese - l’istituto centrale ha varato una stretta monetaria in due fasi. Prima ha chiuso, come stabilito da tempo, tutti i programmi di acquisto titoli (sia quello emergenziale, il Pepp, sia quello ordinario); poi ha annunciato due rialzi dei tassi d’interesse, uno a luglio e uno a settembre, precisando che, a seconda di quale sarà l’andamento dei prezzi, nei mesi successivi saranno possibili ulteriori aumenti del costo del denaro.

Gli interventi della Bce si sommano alle misure varate negli Stati Uniti, dove il problema dell’inflazione è ancora più grave, in quanto non è legato principalmente all’energia (come in Europa), ma è frutto in primo luogo di un’eccessiva distribuzione di risorse durante la crisi pandemica. La Fed ha già annunciato un primo aumento dei tassi da 75 punti base, il più alto dal 1994, e altri ne arriveranno in futuro.

La rivoluzione delle politiche monetarie sulle due sponde dell’Atlantico ha prodotto uno tsunami sui mercati finanziari. Abituati da anni a oceani di liquidità quasi gratuita, gli investitori hanno perso fiducia e le Borse non fanno che crollare. Tutti, ormai, hanno capito l’antifona: le banche centrali, sorprese da un livello d’inflazione che non si aspettavano (né per entità, né per stabilità), sono disposte ad accettare una nuova recessione (che sarebbe la quinta dal 2008 in Europa, la sesta in Italia) pur di riportare i prezzi sotto controllo.

E proprio questa evidenza, sommata al naturale rialzo dei tassi in una fase di stretta monetaria, rischia di mettere nuovamente sotto pressione i Paesi ad alto debito, a cominciare dall’Italia.

Per questo la settimana scorsa la Bce ha annunciato l’intenzione di creare un non meglio precisato “nuovo strumento” che sulla stampa è stato immediatamente ribattezzato “scudo anti-spread”. La notizia, per quanto vaga, ha avuto il merito di allentare immediatamente la pressione sui differenziali (quello fra Btp e Bund, dopo aver sfiorato quota 250, è risceso in area 200 punti base). Tuttavia, come spiegano alcuni economisti della Luiss in uno studio per l’Europarlamento, le rassicurazioni della Bce rischiano di rivelarsi illusorie, per almeno due ragioni.

Innanzitutto, qualsiasi “scudo anti-spread” non può che fondarsi su acquisti di titoli da parte della Bce, proprio le operazioni che l’Eurotower ha appena deciso di interrompere. In secondo luogo, uno strumento del genere esiste già, ma è di fatto inutilizzabile. Si tratta delle Omt (Outright Monetary Tansactions), varate dalla Bce nel settembre del 2012 – al culmine della crisi del debito – per respingere l’attacco speculativo dei grandi fondi internazionali contro l’euro.

In sostanza, si tratta di un programma che permette alla Banca centrale di acquistare sul mercato secondario i titoli pubblici dei Paesi in difficoltà, fino a riportare i differenziali sotto controllo. La caratteristica fondamentale è che questi acquisti sono potenzialmente illimitati: non esiste, cioè, una soglia massima stabilita preventivamente. Significa che la Bce difende l’euro a qualunque costo: “Whatever it takes”, come disse dieci anni fa Mario Draghi, all’epoca numero uno dell’Eurotower.

Questo particolare si rivelò tanto convincente che nel 2012 non ci fu bisogno di usare effettivamente le Omt: l’effetto-annuncio bastò a convincere gli speculatori internazionali che era il caso di interrompere le scommesse al ribasso, perché da un braccio di ferro contro un’istituzione che batte moneta non si può che uscire sconfitti.

Ora però la situazione è molto diversa. In caso di nuovi attacchi speculativi, per attivare le Omt i singoli Paesi dovrebbero accedere a un programma di aiuti gestito dal Meccanismo europeo di stabilità, il che significa impegnarsi con Bruxelles a risanare i conti e a rispettare un piano di riforme strutturali. Insomma, le care vecchie manovre d’austerità. Il problema è che - con la pandemia, la guerra e una nuova recessione all’orizzonte - è facile prevedere che nessun governo firmerebbe mai un accordo simile, a meno di non essere a un passo dalla bancarotta. Anzi, forse neanche in quel caso.

Carlo Musilli - altrenotizie

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