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Luigi Repossi – AGOSTO 1922: I COMUNISTI E LO SCIOPERO GENERALE

A 100 ANNI DALLO SCIOPERO GENERALE CONTRO L’OFFENSIVA BORGHESE E IL FASCISMO

(6 Agosto 2022)

Luigi Repossi

Luigi Repossi

Pubblichiamo la trascrizione del coraggioso intervento di Luigi Repossi – operaio metallurgico milanese tra i fondatori del Pcd’I, membro del suo Comitato esecutivo e in seguito esponente del Comitato d’Intesa – tenuto a Montecitorio, a nome del gruppo parlamentare comunista, nella seduta del 9 agosto 1922, affrontando la canea fascista e il resto della rappresentanza parlamentare borghese.

Gli avvenimenti descritti e le riflessioni riportate nel testo, pubblicato per la prima volta da L’Ordine Nuovo (anno II, n. 219, del 10 agosto 1922), sono significativi sotto diversi punti di vista.

Ciò che non può non saltare all’occhio, specialmente alla luce dei recenti tentativi di criminalizzare le attività di alcuni sindacati di base, è la sostanziale continuità del dominio borghese – quali che ne siano le forme e fatte salve le importanti differenze rispetto all’attuale fase – nello stabilire, con mezzi legali o illegali, i margini di tollerabilità delle lotte operaie in base agli interessi della classe dominante.

Leggendo il testo, fa persino sorridere vedere gli intrepidi “eroi” della “rivoluzione fascista” invocare la legge borghese di fronte all’“apologia di reato” costituita dalla rivendicazione comunista della necessità di una difesa proletaria – e dell’organizzazione di apposite Squadre comuniste – contro le violenze dello squadrismo fascista. Uno squadrismo tanto “sovversivo” da alternare prontamente la camicia nera e il manganello con la rispettabile marsina di un incarico ministeriale “per incarico del Re”. Fa quasi tenerezza vedere i “combattenti dell’idea nazionale” parlare di una “bestemmia” comunista che violerebbe la sacralità dell’aula parlamentare, certamente “sorda e grigia” ma anche “bivacco di manipoli” ben prima che vi penetrassero i fascisti. Molto meno divertente è la riflessione del compagno Repossi sulle responsabilità del socialismo massimalista nel fallimento dello sciopero generale del 1922. Uno sciopero mal preparato, mal diretto e sostanzialmente fallito a causa di un vizio mai perso dal riformismo in salsa radicale d’Italia: quello di usare ed abusare della classe operaia come di uno strumento per manovre parlamentari (o extra-parlamentari). Un vizio spesso privo di reale appagamento ma altrettanto frequentemente pericoloso per la nostra classe che ne subisce gli effetti catastrofici, come nel 1922.

L’intervento del compagno Repossi non ha nulla di retorico. È profondo, è meditato. Le valutazioni sulla capacità o meno del fascismo di rappresentare una soluzione durevole della crisi borghese non potevano prescindere dall’ottimismo rivoluzionario imposto dagli scopi per i quali quella tribuna veniva utilizzata. Di indiscutibile c’è che nella lotta conseguente al dominio borghese, anche nella sua forma fascista, i comunisti erano soli, soli contro tutti.

Soli contro tutti, i comunisti non erano disposti a convogliare la lotta del proletariato nella mera difesa di una democrazia nel cui ventre caldo suppurava, e niente affatto come un corpo estraneo, una violenza squadrista la cui spina dorsale era innegabilmente rappresentata dagli organi dello Stato borghese. Soli contro tutti – e sarebbe ora di finirla, una buona volta, con la moda costruita a tavolino e che dura da almeno mezzo secolo, di rievocare un “grandioso” quanto sopravvalutato movimento degli “arditi del popolo” – i comunisti erano disposti ad accettare tutti i terreni di scontro sui quali la borghesia stava conducendo il suo attacco contro il proletariato.

È bene ripubblicare questo documento anche in vista della prossima, da alcuni “attesissima”, tornata elettorale. Il limpido esempio di utilizzo rivoluzionario della tribuna parlamentare da parte del Pcd’I non può che risaltare per contrasto e collocare nella sua giusta dimensione l’attuale aspirazione non-rivoluzionaria alla tribuna da parte di “partiti”, gruppi e individualità di una certa sinistra “anticapitalista”. Aspirazione il cui unico risultato, se non venisse ogni volta miseramente frustrata, sarebbe unicamente quello di svilire anche soltanto l’apparenza di serie argomentazioni di classe in quello che oggi è un parlatoio borghese di livello infimo, in larga misura superato dalle masse ma non da chi presume assurdamente di rappresentarle senza aver minimamente compreso come si connoti oggi la democrazia imperialista.

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Roma, 9 agosto 1922

Alle 14.30 le tribune per il pubblico e delle famiglie dei deputati sono già gremite. I deputati non cominciano a giungere che qualche minuto prima delle 15. Alle 15 precise entra il presidente che dichiara aperta la seduta, mentre tra il brusio delle conversazioni i settori vanno rapidamente affollandosi. In breve la Camera assume un aspetto imponente. L’estrema è quasi al completo. Altrettanto dicasi delle sinistre e del centro. Meno affollata la destra, ma i deputati fascisti – tra i quali l’on. Capanni indossa la camicia nera – sono assai numerosi. Alle 15.05 entra l’on Facta. […] Il verbale dell’ultima seduta viene letto rapidamente dal segretario e non suscita alcuna osservazione. […] mentre l’aula si fa improvvisamente silenziosa, si leva a parlare il Presidente del Consiglio Facta. […] Il nazional-fascista on. ROCCO svolge quindi il seguente ordine del giorno:

«La Camera fa voti perché il Governo provveda applicando rigorosamente le leggi vigenti e proponendo d’urgenza al Parlamento le necessarie nuove disposizioni legislative ad impedire senz’altro d’ora innanzi gli scioperi politici, a punire severamente, colpendo in specie i capi e i promotori, lo sciopero nei pubblici servizi, a tutelare con ogni mezzo e con ogni sanzione la sicurezza del traffico ferroviario, ad imporre il rispetto all’esercito ed all’armata, alla bandiera nazionale ed ai simboli tutti della patria, a vietare la propaganda antipatriottica, l’esposizione di bandiere e di emblemi sovversivi, a garantire la libertà del lavoro e a dichiarare illeciti e nulli i monopoli di lavoro comunque costituiti».

Ha quindi la parola il compagno onorevole REPOSSI. Egli dice:

La crisi ministeriale che si è svolta in questi giorni, e molto più lo sciopero generale e le lotte a cui questo ha dato luogo, mettono oggi qui tutti in condizioni di perplessità. Tutti i partiti si avvolgono e si dibattono in un equivoco assai più di quanto, or sono tre o quattro settimane, quasi tutti avevano già dovuto confessare. Noi comunisti sentiamo di dovere soltanto continuare sulla diritta via del nostro programma e della nostra azione: programma che più volte abbiamo esposto da questa o da altre tribune alle masse proletarie e agli avversari stessi; azione che deve essere riconosciuta nella generosa battaglia che i lavoratori di tante città italiane hanno saputo condurre negli ultimi giorni a difesa di sé stessi e delle loro idealità di classe.

Dirò poche cose della crisi: qualche altra su un argomento in cui occorre essere rudemente sinceri: sullo sciopero nazionale, nelle sue cause e nei suoi effetti. Nel momento in cui si rinfacciano e palleggiano le responsabilità, non credo che non si vorrà qui dentro ascoltare la dichiarazione di quelle che noi fortemente e nettamente assumiamo.

Che la crisi sia crisi del regime politico, non è chi possa più negare. Lo si riconosce oltreché dalla parte nostra, anche dall’estrema destra che conduce una crociata contro la vigente costituzione dello Stato. È evidente che questo non offre più la piattaforma di una qualunque possibile amministrazione degli affari pubblici: ma poiché non vi è crisi di forma politica senza che le sue origini non si riscontrino nei rapporti sociali e nel regime di proprietà, noi non abbiamo molto a temere che la stabilità dell’assetto borghese che noi combattiamo possa essere salvata con una soppressione di date garanzie liberali e parlamentari. Non vi è posto per una soluzione di destra che ponga un punto fermo alla crisi dello Stato italiano. Se il fascismo, che dice di trovarsi al bivio fra un riformismo di destra e un rivoluzionarismo di sinistra, possedesse una simile soluzione da attuarsi sia col suo estendersi come partito parlamentare, che col colpo di Stato, esso dovrebbe mostrarci le premesse programmatiche di ordine amministrativo ed economico.

Noi contestiamo, perché i fatti lo contestano, che il movimento fascista, innegabilmente forte militarmente e capace di colpire rudemente i suoi avversari, contenga una simile potenzialità programmatica. I suoi atteggiamenti riformisti e sindacali non ci danno nulla di nuovo se non la concomitanza di mezzi di conservazione che prima agivano separati: la repressione violenta e la illusione del miglioramento per i lavoratori nel quadro dell’assetto capitalistico. Il fascismo in questo campo non sfuggirà al dilemma: o ricadere nella sfatata demagogia del gradualismo sindacale per cui non vi è più posto né nella situazione economica né nella esperienza politica della collettività, o lavorare, sia pure a non breve scadenza, per noi: per la liberazione dei salariati e la espropriazione degli imprenditori.

Un movimento per legittimarsi davanti alla storia non può accontentarsi di essere in grado di distruggere, di stroncare e di incendiare, e, nel caso, di imporre una dittatura delle sue armi: esso deve poter aprire con questi mezzi una via a nuovi sviluppi della organizzazione sociale se non vuol crollare sotto il peso delle sue armature. Ed è per questo motivo che solo attraverso l’armamento di uno squadrismo rosso si potrà arrivare alla rottura del bubbone che è costituito dalla presente decomposizione sociale. E se le forze che possono dare un tale inquadramento sono ancora limitate, questo prova soltanto che il percorrere tutto il tragitto costerà più caro, ma più caro a tutti.

Messo in questi termini l’equivoco in cui si muove il fascismo, che pure rappresenta il tentativo di creare una nuova via e un nuovo metodo, non vale la pena di indugiarsi sulla capacità delle risorse di un Governo come quello di cui l’on. Facta ci ha dato la seconda edizione e che si attacca alle scolorite e parassitarie clientele personali formanti le così dette democrazie e l’agonizzante liberalismo. Né gli uomini, né i gruppi su cui questa o l’altra combinazione vengano a poggiare possono essere minimamente considerati in grado di tracciare nuovi indirizzi: meno di tutti, quelli che fanno capo alle ambizioni dei solleticatori del collaborazionismo socialista, mostratisi poi così pronti a buttarlo a mare come zavorra pericolosa nelle tempeste dei giorni scorsi: e questi sarebbero poi i capitani da cui le masse dovevano attendere la crociata contro il fascismo!

Gli operai ne sanno abbastanza per giudicare le vecchie e le nuove imprese di queste volpi già corrive ad offrire alleanza ai lupi, essendo la loro avidità pari alla loro viltà.

Di poco su questa morta gora dei partiti tradizionali si eleva il Partito popolare. Su di essi ha il vantaggio di una organizzazione politica, come ha il fascismo quello di un’organizzazione militare: ma ogni potente organizzazione mal vive se non possiede una ideologia feconda storicamente che si traduca nel saper muovere con metodo sicuro e completo verso i punti di arrivo o, se si vuole, di tappa della storia.

E anche il Partito popolare si avvolge in contraddizioni ed equivoci; neanche esso possiede la ricetta per assumere con possibilità di successo il Governo del paese; ed ha a suo carico la sua impotenza a difendere dai colpi della reazione quelle masse contadine su cui dovrebbe poggiarsi. Queste organizzazioni, cattoliche o fasciste, dovranno un giorno affluire in un tipo di inquadramento che, sulla base di un intelligente programma di rivoluzione agraria – se pure non sia ancora una rivoluzione comunista – si alleerà con l’insopprimibile movimento del proletariato industriale, alimento incessante della fiamma della rivoluzione sovversiva. L’organizzazione, la preparazione del Partito popolare, se sono indubbiamente notevoli come serietà e come tecnica, non hanno dunque costituito, né costituiranno la tavola di salvezza del regime.

Resta a dire del Partito socialista. Questo argomento che più da vicino ci interessa, si combina con quello dello sciopero nazionale ultimo. Prima di dirne come esperienza dei metodi della lotta di classe, mi sia lecito di rivendicare la riuscita del movimento contro le menzogne che sono state diffuse. Dovunque la disposizione di sciopero è stata data in tempo e con decisione, i lavoratori hanno abbandonato il lavoro, e dovunque l’attacco avversario è venuto, se si è ceduto spesso a forze superiori, non è mancata la confortante dimostrazione di uno spirito di combattività nelle masse. Noi rivendichiamo di essere stati agitatori tra le masse dell’idea dello sciopero generale contro la reazione che presentammo e sostenemmo in modo chiaro e completo. Fu il nostro Partito ad ottenere che le masse premessero irresistibilmente sui capi dell’Alleanza del Lavoro perché un tale programma fosse attuato con la partecipazione di tutte le forze proletarie. Fu in nome del principio del Fronte Unico che noi, tra il consenso delle masse, invano chiedemmo che non si lasciassero soli i metallurgici, i lavoratori novaresi, quelli di Romagna, impegnati in lotte che non erano se non aspetti episodici delle lotte di tutte le categorie e di tutte le zone.

La propaganda del Partito comunista è l’artefice e la responsabile dello sciopero generale e delle sue più ardite manifestazioni; e questo, qui dichiariamo senza riserve. Ma questo non ci toglie di dire alle masse che da altra parte la nostra propaganda fu combattuta. Le masse non potevano immaginare che lo sciopero nazionale sarebbe stato proclamato, quando sapevano delle aspre polemiche condotte contro di noi nelle critiche di principio allo sciopero dei pubblici servizi. Si sapeva che la dirigenza della massima organizzazione operaia che deteneva, malgrado ogni nostra protesta, la maggioranza assoluta della Confederazione del Lavoro e che faceva e ha fatto la politica di essa, era fieramente avversa ad uno sciopero generale nazionale, come aveva sempre affermato nei dibattiti dei convegni proletari.

Ecco perché i comunisti, che hanno il merito di aver diffuso tra le masse l’idea dello sciopero generale, devono separare le loro responsabilità da quelle di chi ne ha avuto la direzione, ne ha scelto il momento, ne ha dettate le direttive, ne ha infine deliberata, quando non si doveva, la cessazione prematura.

Lo sciopero doveva essere innestato allo sviluppo reale dell’azione proletaria; avrebbe dovuto esserne proclamata pubblicamente la decisione e la preparazione e forse lo stesso ordine d’inizio; e nel tracciare gli obiettivi dello sciopero si doveva dire apertamente che esso non poteva non essere accompagnato da una lotta diretta e armata… [Repossi viene interrotto da urla provenienti dai banchi di destra]

MISURI (nazionalista): Ma questa è apologia di reato!

FINZI, GIUNTA, CIANO ed altri fascisti: Basta, basta, non deve parlare più, è apologia di reato.

Questa volta il tumulto non si esaurisce, come al solito, rapidamente.

GIUNTA, eccitatissimo, porta la destra alla tasca posteriore dei pantaloni e fa il gesto come per estrarre un’arma. Taluni affermano che il deputato fascista non solo ha fatto il gesto, ma ha effettivamente estratta la rivoltella che rimise però subito nella tasca laterale dei pantaloni. Parecchi colleghi lo trattengono e stentano a calmarlo. Ma il deputato fascista continua ad urlare: «Se continua qui si spara!». Una voce dai banchi di destra urla per tre volte nel tumulto: «Sparo, sparo, sparo». Appena queste frasi giungono alle orecchie del Presidente egli sospende la seduta e si allontana dall’aula. I popolari, rimasti impassibili durante l’incidente, scattano in piedi ed applaudono. Le tribune vengono sgombrate, ma l’eccitazione nell’aula è sempre intensissima. Si formano vari capannelli. A Destra, intorno all’on. Giunta, sono Sarocchi, Misuri, Cavazzoni, Sacchi, Federzoni ed altri. Il deputato fascista continua a discutere animatamente. L’on. Finzi tenta di avvicinarsi ai banchi ove siedono i popolari ed urla: «Quando si bestemmia in quel modo tutta la Camera dovrebbe uscire». I popolari ascoltano impassibili il deputato fascista. Poi alcuni di essi si mettono a discutere con lui. Perrone ed altri deputati di vari gruppi, presso il banco delle Commissioni, commentano vivamente l’accaduto. L’on. Torre investe i popolari. Il compagno Repossi resiste alla bufera e l’affronta serenamente. Nonostante che la seduta sia sospesa l’operaio metallurgico milanese rimane in piedi con le cartelle del suo discorso nelle mani, pronto a svolgerle. Intorno a lui un gruppo di socialisti tentano di persuaderlo a modificare, nella sua sostanza, il contenuto politico delle sue dichiarazioni. Ma Repossi, senza grandi gesti, afferma esplicitamente di no. Lo comprendiamo dalla nostra tribuna attraverso i suoi gesti, che non muterà una virgola di quanto ha stabilito di dire alla Camera. Egli continuerà ad esporre apertamente e senza reticenze il pensiero del Partito comunista.

Mentre queste discussioni si svolgono, l’on. Arpinati si reca sui banchi di estrema e si siede proprio alle spalle del compagno Repossi con aspetto inquietante. L’improvviso spostamento del deputato fascista sui settori di estrema sinistra è notato dal questore Rondani e dagli on. Rossini, Paolucci, Pietravalle ed altri. Secondo quello che poi ha narrato lo stesso on. Rondani, nelle tribune della stampa, il questore socialista si è avvicinato all’on. Arpinati e gli ha domandato:

– Perché lei è venuto su questi banchi?

ARPINATI – Perché quando sono stati uccisi dei fascisti non possiamo permettere che si inciti alla violenza.

RONDANI – Scusi lei, parlando da gentiluomo, è armato?

ARPINATI – Perché mi domanda questo? Lei chi è?

RONDANI – Sono Rondani, questore della Camera.

Anche l’on. Rossini, dubitando che l’on. Arpinati fosse armato, lo esorta a consegnargli l’arma. Dapprima l’on. Arpinati è riluttante, ma poi, alla preghiera dell’on. Paolucci, il deputato fascista bolognese si arrende alle esortazioni e consegna una rivoltella che è portata alla presidenza della Camera.

L’episodio ha dimostrato chiaramente che l’Arpinati premeditava di assassinare il deputato Repossi nell’aula.

I deputati socialisti ritornano a poco a poco ad occupare i banchi d’Estrema, ma dalle loro bocche non esce una parola di protesta. I fascisti sono anch’essi al loro posto. I settori del Centro e della Sinistra sono quasi completamente vuoti. La calma è ritornata nell’aula. Forse è dipeso dal tatto dell’on. Rondani se un turpe delitto è stato oggi evitato nel Parlamento italiano. Dopo circa un’ora e mezza di sospensione (sono le 20.20) il PRESIDENTE torna al suo posto e riapre la seduta. Al banco del Governo siedono quasi tutti i ministri. I settori rapidamente si popolano. Anche le tribune si affollano.

La seduta, sospesa alle 19, è ripresa alle 20.15.

FACTA chiede di parlare. Ma il PRESIDENTE avverte che un discorso non può essere interrotto per nessuna ragione. Non può perciò concedergli la facoltà di parlare se non dopo che l’on. Repossi avrà terminato il suo discorso. I social-comunisti applaudono vivamente fra le urla e le proteste della destra.

VOCI A DESTRA – Non parlerà.

PRESIDENTE – L’on. Repossi ha diritto di terminare il suo discorso ed io ho il dovere di far rispettare il regolamento. (Vivi applausi)

GIUNTA – Contro di noi in occasione analoga si agì diversamente!

DE NICOLA – Ricordi che io non volli sospendere la seduta (rumori a destra). I fascisti continuano a rumoreggiare gesticolando e gridando che Repossi non deve parlare. Ad un tratto, per impedire che il deputato comunista possa far udire la sua voce i fascisti cominciano a cantare il loro inno.

Questo non sconcerta affatto l’oratore comunista che prosegue fra i grandi clamori della Camera a svolgere il suo discorso. I rumori sono così assordanti che gli stessi stenografi della Camera non riescono a raccogliere le parole del compagno Repossi. Ma egli, imperterrito, prosegue ripetendo energicamente che lo sciopero doveva essere accompagnato da una lotta diretta ed armata e che se lo sciopero non poteva essere la vittoria finale rivoluzionaria, doveva essere la conquista di una posizione di sicuro appoggio per altre lotte. Invece si è innestato all’azione proletaria lo svolgimento degli intrighi della politica parlamentare.

Quando il piano collaborazionista, malgrado le ultime dedizioni, minacciava di fallire e le estreme profferte erano respinte, si è voluto seguire una tattica che combinasse i metodi antitetici della lotta di classe e della collaborazione: le masse hanno ricevuto una parola incomprensibile, contraddittoria poiché quelli che avevano combattuto il metodo dello sciopero generale con l’argomento che esso non può essere che il preludio dell’apocalisse sociale, pretendevano di imprimergli le insegne della legalità costituzionale e monarchica.

E quando, malgrado le incertezze determinate da una così assurda attitudine, i lavoratori, guidati dal sacro istinto della lotta di classe e dalla propria difesa, si erano lanciati nella battaglia, – siccome al tempo stesso era avvenuto quello che solo un cieco poteva non aver previsto, che cioè la borghesia chiudeva le porte in faccia ai questuanti di compromessi – allora, solo perché il raggiungimento dell’obbiettivo collaborazionista diveniva impossibile, si è fermato il movimento, abbandonando i più generosi gruppi proletari impegnati più a fondo alle rappresaglie del fascismo che ha potuto fare a suo comodo gli opportuni spostamenti delle sue forze, non più costretto a una lotta generale.

Con questi elementi decisivi di recentissima esperienza è possibile dire della funzione politica del Partito socialista. Esso era ieri al bivio tra due metodi: quello preconizzato dalla destra può dirsi liquidato dagli avvenimenti: per fare un compromesso bisogna essere in due, e la più buona volontà collaborazionista rimane sterile quando è unilaterale. D’altra parte, checché valga il metodo riformista, il Partito socialista ha la responsabilità fondamentale di essersi reso inadatto al riformismo e alla rivoluzione; e alla sua ala destra che ha voluto condurre fino all’ultimo il gioco della sua politica all’ombra della più accesa demagogia, va fatta anche la colpa di aver mancato, per voler troppo sfoggiare di abilità, alla sua stessa missione.

Quanto al programma della sinistra socialista, a cui guarda ancora con simpatia parte del proletariato, esso sembra finire per assommarsi nella negativa della collaborazione. Ma il processo al riformismo va fatto non per le sue velleità di collaborazione parlamentare cui rinunzierà senza alcun merito e con infinito rimpianto, ma per il suo atteggiamento nelle organizzazioni, nell’Alleanza del Lavoro, nello sciopero generale.

La sinistra socialista si pronunzierà essa sul problema dell’organizzazione della direzione dell’Alleanza del Lavoro in modo concreto e preciso e non con vaghi appelli ad una concordia platonica, cattivo surrogato di una concomitanza vigorosa su sicure linee d’azione?

Lo sciopero generale non è che un’arma che bisogna saper adoperare e che non deve affidarsi a chi ha mostrato di afferrarla per la punta.

Da esso non ci attendevamo il miracolo: ma la piattaforma su cui poteva realizzarsi un avviamento alla formazione delle altre situazioni indispensabili della lotta proletaria. Ma, nonostante tutto questo, qualche vantaggio si avrà, se la disastrosa esperienza dei metodi opportunisti condurrà ad una revisione dello stato maggiore e dei piani di guerra del proletariato. Qui è il centro del problema della riscossa. Se lo sciopero, che i suoi responsabili ufficiali chiamarono legalitario e collaborazionista, non ha dato i risultati che si attendevano, deve intensificarsi la preparazione dello sciopero non collaborazionista, ma classista e libero dalle pastoie attuali.

Portata violentemente fuori dall’illusione di una difesa della sua causa fatta nei quadri delle istituzioni, anche la parte più incerta del proletariato verrà ad unirsi alle avanguardie rivoluzionarie dopo di aver guardato in faccia la situazione. Questa presenta difficoltà tremende e ci prospetta un ben duro cammino; ma quegli che dubitasse della vittoria non meriterebbe di aver militato un sol giorno sotto la rossa bandiera del socialismo.

Il Partito comunista assume, in base a questo concetto la sua posizione in un dibattito su un indirizzo di governo; esso dopo aver mostrato con la sua critica l’impotenza dei programmi degli altri partiti, non può che annunziare alle masse come ingannevole ogni promessa che l’apparato statale agisca altrimenti che contro di esso e ogni illusione che i diritti e le conquiste proletarie possano essere garantite da una forma di potere che non sia un Governo poggiato sulla classe degli operai e dei contadini.

Il discorso di Repossi che, oltre al grosso incidente, ha suscitato sovente applausi dai comunisti e da parte dei socialisti, ed urla, proteste, interruzioni dai nazional-fascisti, è salutato alla fine da vivissimi applausi sui banchi dell’Estrema Sinistra, che soverchiano i rumori e le apostrofi scagliate dalla destra. […]

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

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