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(Imperialismo e guerra)

RANGHI SERRATI
CONTRO IL SOCIALIMPERIALISMO - A FUTURA MEMORIA

(20 Agosto 2022)

ranghi serrati marx

Le accelerazioni storiche costituiscono, per le formazioni e i soggetti politici che si richiamano al marxismo e alla lotta di classe rivoluzionaria, un banco di prova della loro reale natura, della loro effettiva assimilazione dei concetti cardine e degli assi portanti della strategia fondata sull’unica teoria rivoluzionaria nell’era dell’imperialismo.

È troppo facile profondersi in professioni di fede internazionaliste, dichiararsi rivoluzionari internazionalisti, quando le guerre sono lontane – fisicamente, politicamente, mediaticamente, ideologicamente – quando la mobilitazione della borghesia con cui si ha più direttamente a che fare, la “propria” borghesia nazionale, è tenue, modesta, senza una forte presa sull’opinione pubblica. Il momento della verità scocca quando la “propria” borghesia inizia a far squillare le sue trombe e a far rullare i suoi tamburi di guerra, quando sostiene, giustifica, celebra, lo sforzo bellico imperialista; quando la guerra dell’imperialismo si presenta, viene imposta come guerra “giusta” ad ampi strati della popolazione; quando chiamarsi fuori dal coro che sostiene questo impegno bellico – per la legittimazione del quale le maggiori frazioni della borghesia profondono grandi energie e dispiegano la loro capacità di influenzare le opinioni e i giudizi di gran parte del corpo sociale – inizia a comportare un costo, quando mantenere salda una posizione di classe incomincia a attrarre su di sé accuse sempre meno velate di diserzione, di sabotaggio della nobile causa comune, o addirittura di intelligenza con il nemico. La guerra in Ucraina ha costituito e costituisce uno di questi momenti della verità.

Lo ha costituito e lo costituisce, senza dubbio in maniera aspra e difficile, per le minoranze internazionaliste che operano negli spazi sociali dell’imperialismo russo, che hanno dovuto pagare indubitabilmente un prezzo assai amaro per la loro coerenza di fronte all’ondata nazionalista e alle repressioni che hanno accompagnato l’offensiva militare decisa da Mosca.

Ma questa guerra, in termini per ora certamente meno crudi, è un banco di prova anche per chi si dichiara internazionalista e agisce e milita negli altri Paesi imperialisti, nei Paesi dell’Occidente democratico, in varia misura e in vari termini coinvolti e partecipi del conflitto in Ucraina.

È possibile – bisogna comprenderlo e in una certa misura accettarlo come un prodotto oggettivo di un percorso storico – che minoranze rivoluzionarie immerse ormai da decenni (condizione comune a molte metropoli imperialistiche, senza dubbio di quella italiana) in una realtà stagnante che ha prodotto pochi, sporadici e marginali fenomeni di lotta di classe, di sviluppo della coscienza di classe del proletariato, che non sono più state beneficiate dal contatto vivificante di una fase di intensa conflittualità tra le due fondamentali classi della società capitalistica, abbiano faticato inizialmente ad orientarsi. È plausibile che queste minoranze, che hanno vissuto un sempre più accentuato ripiegamento della percezione collettiva del marxismo, del dibattito sul marxismo in spazi di nicchia, che hanno dovuto, talvolta con sforzo quasi disperato, tendere a mantenere un legame con la teoria, formarsi in essa, apparentemente con rari riscontri nella dinamica sociale, nonostante continue e vastissime campagne ideologiche di segno contrario, nonostante il trionfare di un senso comune (anche nelle fasce più ampie della classe operaia) profondamente avverso, abbiano attraversato una prima fase di esitazione, di stordimento politico, di fraintendimento di fronte all’accelerazione del conflitto ucraino con tutte le sue ricadute politiche e ideologiche sull’insieme sociale. Magari coltivando aspettative ingenue (come quella di un conflitto capace di armare il proletariato ucraino in condizioni di autonomia politica e di forza rispetto alla propria borghesia, ignorando così non solo le reali condizioni odierne dei rapporti di forza tra classi in Ucraina ma soprattutto quanto la borghesia ucraina, con i suoi poteri, in questa guerra imperialista sia solo una piccola e subalterna componente di uno schieramento ben più ampio e strutturato) e slegate dal corso reale degli avvenimenti, dai presupposti stessi della guerra. I fatti però si sono incaricati di fornire cruento e abbondante materiale per una sempre più chiara lettura di classe del conflitto. Oggi non è più possibile, a meno che non si siano voltate del tutto le spalle allo svolgimento reale della situazione storica, continuare ad ingannarsi circa la principale questione inerente al giudizio sul conflitto ucraino. Oggi, di fronte all’accumularsi dei dati, degli sviluppi e delle conferme, una coerente, autentica impostazione marxista non può che dare una risposta univoca alla questione circa il carattere più essenziale, determinante, pervasivo della guerra in Ucraina. Non sono solo gli ingentissimi flussi di armi e finanziamenti da parte delle centrali imperialistiche (strumenti destinati ad esercitare un’influenza imperialista anche al di là della fase di aperto e diretto scontro bellico); non sono solo gli interventi militari russi, il rafforzamento e radicamento della presenza e dell’influenza politico-militare russa in parti di territorio ucraino ben prima della più vasta offensiva di fine febbraio; non è solo il sostegno (ovviamente interessato) di potenze emergenti e regionali all’economia di un imperialismo russo minacciato nel suo status globale e in affanno di fronte al protrarsi dello sforzo bellico; non sono solo gli ormai generalmente riconosciuti come risolutivi apporti di varie potenze imperialistiche al riarmo, all’addestramento, al supporto logistico e di intelligence delle forze armate dello Stato ucraino; a dare sostanza a questa risposta sono soprattutto i molteplici intrecci, i nessi, le interazioni internazionali, le contese aperte, quelle sottotraccia e quelle latenti. È il processo di definizione e di registrazione di rapporti di forza imperialistici a qualificare il conflitto in Ucraina come una guerra imperialista su entrambi i fronti e nella sua più intima natura. Dall’esigenza dell’imperialismo russo di reagire ad un indebolimento sul piano dei rapporti internazionali, di segnare, a fronte delle mosse e degli avanzamenti dell’influenza di potenze rivali, cruciali linee rosse in un’area per esso di importanza strategica, all’intervento statunitense, volto a serrare le fila di un blocco europeo alternativo e concorrenziale rispetto ad una costruzione imperialistica continentale di impronta renana e guida tedesca. Dai molteplici versanti e dai vari attori della partita dell’allargamento della Nato alle mosse della potenza regionale turca. Dai propositi di riarmo tedesco e giapponese ai posizionamenti di giganti che peseranno sempre più nel confronto imperialistico, come Cina ed India. Dall’assertività dell’imperialismo britannico alle ambiguità atlantiste e alle servili ma feroci scaltrezze di un imperialismo italiano che alla tradizionale vocazione della propria borghesia all’intrallazzo e al più meschino mercanteggiamento unisce ormai le carenze e le passività di un declino evidente.

Liquidare tutto questo, tutte queste palesi manifestazioni della natura del conflitto, come “geopolitica” in contrapposizione ad un qualche “puro” metro di misura classista – quasi a voler suggerire che un punto di vista coerentemente di classe possa fare a meno dell’analisi marxista dell’imperialismo – significa solo fare sfoggio di radicalismo verbale e di compiaciuta superficialità, nelle quali inevitabilmente si annida e prende sempre più corpo il carattere opportunista di una interpretazione della guerra.

Ignorare disinvoltamente questa dinamica imperialistica, entro cui è pienamente inserita e da cui trae alimento la guerra in Ucraina, per proclamare che la natura essenziale e più significativa del conflitto sarebbe quella di una lotta di liberazione nazionale, di una battaglia per il diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino significa essere diventati, o essersi infine pienamente rivelati, socialimperialisti.

Pretendere di resettare anni e anni di serrato confronto interimperialista intorno alle sfere di influenza sullo spazio ucraino, anni e anni che hanno indiscutibilmente mostrato come questo spazio sia attraversato da una storica linea di faglia della contesa imperialistica, per decretare che dal 24 febbraio sarebbe iniziata una nuova storia, scevra dai condizionamenti, dalle presenze, dalle determinanti ingerenze delle potenze dell’imperialismo globale, una nuova storia in cui la classe operaia internazionale debba scegliere uno schieramento rispetto ad un altro, debba accodarsi ad uno Stato o ad un blocco di Stati delle borghesie in competizione, significa, di nuovo, essere sprofondati nel socialimperialismo.

Ricorrere alla formula – di chiara e puntualmente ipocrita matrice giuridica borghese – di aggredito e aggressore, dell’invaso e dell’invasore, ricorrere alla squallida retorica del “grande” e del “piccolo” belligerante (i Davide e i Golia che sistematicamente cambiano di ruolo a seconda dello spartito della specifica campagna borghese di riferimento) per cercare di nascondere tutta la dinamica, tutto il processo imperialistico che ha sorretto l’evoluzione storica che è sfociata in guerra aperta su gran parte del territorio ucraino, significa confinare vergognosamente una conseguente posizione internazionalista a quel mondo di pura fantasia nel quale si affronteranno, azionando in maniera rigorosamente simultanea i propri dispositivi militari, esclusivamente Stati borghesi di pari stazza e dimensione. Molto comodo, a ben vedere.

Ignorare, o voler ignorare, che lo Stato russo è parte integrante di una dinamica imperialistica globale e che è a pieno titolo un attore – per quanto indebolito – di questo confronto, magari ricorrendo a griglie di interpretazione e a schemi mostruosamente scolastici per sottrarlo alla definizione di “imperialismo”, attribuirgli una valenza in qualche modo più progressista o strutturalmente alternativa rispetto agli altri competitori imperialisti, vuol dire fornire il proprio piccolo – ma non meno nefasto – contributo nell’ingannare il proletariato internazionale, nell’aggiogarlo al carro di specifici interessi imperialistici. È, ancora una volta, socialimperialismo.

Ignorare, o voler ignorare, la natura imperialistica del conflitto ucraino, relativizzarla ad arte o sminuirla per poter poi indicare al proletariato ucraino la consegna di combattere prima il nemico straniero, il nemico della nazione (prassi che per il proletariato comporta, pena l’inadeguatezza di questo sforzo nella specifica, reale e concreta situazione data, l’essere irreggimentato dallo Stato della borghesia ucraina, a sua volta sorretto dalle armi e dai finanziamenti di un vasto schieramento imperialistico) per poi, in un secondo tempo da stabilirsi, affrontare il proprio diretto nemico di classe, il “nemico in casa nostra”, non equivale ad altro che a riproporre uno dei più vecchi e luridi copioni dell’opportunismo.

Non è cosa nuova. Più di un secolo di storia dell’imperialismo ci ha insegnato che i “migliori motivi” per esimersi dall’assumere un’autentica posizione internazionalista si trovano proprio in quei cruciali momenti in cui è più dirimente ribadirla con forza e senza esitazioni. In quei momenti, le roboanti professioni di fede internazionaliste, declamate nei periodi in cui costano poco o nulla e quando contribuiscono a costruire un’immagine di radicalità, si trasformano in contorsioni concettuali, in sottili distinguo, in emendamenti e in sospensive, ma sempre senza l’onestà intellettuale necessaria a confessare di aver cambiato vessillo. La radicalità priva di radici nella teoria rivoluzionaria del proletariato non regge al primo soffio di vento borghese ma non per questo smette di definirsi radicale.

Non è da escludere che la guerra ucraina stia passando in secondo piano nel mercato delle notizie e delle mobilitazioni mediatiche, che possa diventare, almeno per un certo periodo di tempo, un rumore di fondo nella percezione delle opinioni pubbliche occidentali. La macchina ideologica delle borghesie coinvolte in maniera meno diretta nel conflitto potrebbe perdere giri, ridurre la propria presa. In questo clima chi ha contrabbandato per internazionalismo l’indicazione al proletariato di scegliere uno degli schieramenti imperialisti in campo potrebbe lasciare scivolare in un delicato e pudibondo oblio quella che era stata la sua tristemente indicativa, rivelatrice, presa di posizione. In attesa di vecchie e nuove cause presuntamente “progressive” a cui subordinare lo schieramento di classe. Non importa. Il momento della verità c’è stato e ne rimarrà indelebile traccia. In realtà non importa più di tanto nemmeno se il fallimento, il cedimento, di fronte a questo momento della verità sia avvenuto per profonda incomprensione della realtà storica, per sincera incapacità di interpretarla con gli strumenti concettuali del marxismo o se invece abbia maggiormente pesato quella inesauribile matrice di opportunismo che è la paura di essere in minoranza come coerenti nemici di tutti gli interessi borghesi nell’era dell’imperialismo, la fobia di essere irrilevanti rispetto alle categorie oggi assolutamente dominanti e prevalenti delle campagne politiche e ideologiche della borghesia, rispetto alle dinamiche e alle logiche dei rapporti di forza interni al mondo politico borghese. Quella paura, quell’inconsistenza politica e umana che impediscono di mantenersi, di reggere in pochi e scarsamente rilevanti nel complessivo assetto sociale e politico di oggi, per poter essere, grazie alla continuità di una coerenza rivoluzionaria, decisivi in futuro.

Conta molto, invece, valutare gli esiti del confronto con il banco di prova della guerra in Ucraina nella prospettiva degli sviluppi futuri della contesa imperialistica. Il conflitto che ha conosciuto un salto di qualità con l’attacco condotto dall’imperialismo russo a fine febbraio ha detto qualcosa di estremamente significativo circa i ritmi e le forme di quel processo, di cui la stessa guerra in Ucraina costituisce una manifestazione, di emersione dei punti di attrito, di tensione dell’assetto imperialistico globale. Non sappiamo se altre linee di faglia si imporranno in un arco di tempo ravvicinato con pari, drammatica, evidenza. Non sappiamo ancora se le recenti tensioni intorno a Taiwan anticipano una più vasta prova di forza. Ma è chiaro che i molteplici centri nevralgici del tessuto imperialistico sono gravidi di potenziali sviluppi conflittuali perché sono diventati snodi cruciali del mutamento dei rapporti di forza imperialistici. Questa è la profonda, reale sostanza, della loro funzione come punto e momento di scontro internazionale. Se la tensione intorno a Taiwan, ad altre zone contese del Mar Cinese Meridionale, ad altri punti di rottura in Medio Oriente o in America Latina, dovesse precipitare, la scelta di ignorare, sminuire, trascurare la dimensione fondamentalmente imperialistica di queste crisi, per porre al centro di un’indicazione falsamente internazionalista questioni come l’autodeterminazione dei popoli o i sedicenti diritti di una madrepatria giocoforza borghese e inserita nel gioco imperialistico, avrebbe ancora una volta la valenza di un contributo alla subordinazione della nostra classe, di un intralcio nella lotta per la sua autonomia politica. Non si tratterebbe certamente di una pagina di marxismo, semmai della registrazione di un attivo sulle pagine del libro mastro socialimperialista.

Il banco di prova della guerra in Ucraina ci dice che questo nemico comparirà di nuovo, e in forze. Saremo, per un periodo di tempo iniziale che non possiamo nemmeno vagamente quantificare, ancora pochi nella difesa della coscienza rivoluzionaria, internazionalista della nostra classe. Questo non ci scoraggia. Anzi, conferisce ancora più convinzione e consapevolezza alla nostra militanza.

Prospettiva Marxista - Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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