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(28 Maggio 2011) Enzo Apicella
Fincantieri chiude gli stabilimenti di Sestri Ponente e di Castellammare di Stabbia e annuncia 2.500 licenziamenti.

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(Lotte operaie nella crisi)

Il favoloso mondo della Brexit – 5: una raffica di scioperi contro l’impoverimento di massa dei lavoratori

(29 Agosto 2022)

sciopero regno unito

Ritorniamo, con una quinta puntata, sugli stupefacenti miglioramenti che i lavoratori del Regno Unito avrebbero dovuto conseguire con la Brexit, e non hanno affatto conseguito. Al contrario!

Questa volta ci limiteremo in larga parte a trascrivere ciò che scrive oggi, 28 agosto, nientemeno che Il Sole 24 ore. La corrispondente da Londra Nicol Degli Innocenti verga un pezzo intriso di non innocente ironia sull’attuale condizione in Gran Bretagna, la cui stampa si diletta quotidianamente nel dileggiare le cose italiane. Ma gli elementi che porta sono dati di fatto incontrovertibili e parlanti.

Leggiamo:

“La Gran Bretagna sta facendo un tuffo nel passato. Non sta tornando alle lontane glorie dell’Impero tuttora rimpianto da tanti Tories, tra i quali Boris Johnson. (…) L’era verso la quale sta tornando la Gran Bretagna è più recente e decisamente poco gloriosa (…) Si profila infatti un altro ‘inverno del malcontento‘ come quello del 1978. La frase poetica, presa in prestito da William Shakespeare, è ormai associata a scene prosaiche come le migliaia di morti che non trovano sepoltura a causa dello sciopero dei becchini o le montagne di sacchi della spazzatura nelle eleganti piazze londinesi per la protesta degli addetti alla raccolta dei rifiuti”.

E qui comincia la descrizione (sommaria) della catena degli scioperi in corso o in preparazione.

A Edimburgo gli operatori ecologici sono in sciopero dal 18 agosto “e la loro protesta potrebbe allargarsi ad altre città”. “Non è stato facile raggiungere Edimburgo, o qualsiasi altra città britannica, a causa dello sciopero dei trasporti che ha segnato le ultime settimane. Oltre 45.000 ferrovieri si sono astenuti dal lavoro, bloccando i treni sia locali che intercity, mentre Londra è rimasta paralizzata per giorni per lo sciopero in contemporanea della metropolitana e degli autobus.”.

Partirà il 5 settembre, per la prima volta nella storia degli apparati giudiziari britannici, uno sciopero ad oltranza degli avvocati penalisti (oggi un giovane penalista, dopo le abituali “riforme”, guadagna meno di 15 mila euro l’anno). E “in autunno potrebbero scioperare altri dipendenti pubblici. I sindacati degli insegnanti e degli infermieri, ad esempio, hanno definito ‘patetica’ l’offerta di un aumento intorno al 5% degli stipendi, mentre i vigili del fuoco hanno respinto come un ‘insulto’ l’offerta di un incremento del 2%”.

L’elemento unificante di tutte le proteste è la rivendicazione di forti aumenti salariali
per fronteggiare un’inflazione che ufficialmente è oggi al 10% e potrebbe arrivare nei prossimi mesi al 18%, la più alta in Europa, nonostante l’indiscussa sovranità della sterlina e l’eroica “guerra di liberazione” vinta contro la UE. “Tutti chiedono aumenti in linea con l’inflazione e c’è una grande rabbia tra la gente per l’aumento del costo della vita dopo oltre dieci anni di tagli ai servizi pubblici. Per questo c’è una grande solidarietà con chi sciopera, nonostante i disagi“. Molto interessante.

“C’è fermento anche nel settore privato. Venerdì è iniziato lo sciopero di circa 100.000 postini e dipendenti di Royal Mail, il servizio postale privatizzato. Nei giorni della protesta, che durerà fino al 9 settembre, non verranno recapitate lettere”.

“Ci sono problemi anche nelle spedizioni di merci. Il porto di Felixstowe, che gestisce metà dei container in arrivo e in partenza dalla Gran Bretagna, è fermo dal 21 agosto per lo sciopero dei 2mila lavoratori, il primo da oltre trent’anni. Il sindacato ha respinto un aumento del 7% ricordando che CK Hutchison, la società che controlla il porto, ha distribuito quasi 100 milioni di sterline agli azionisti.”

Heating or Eating? Riscaldarsi o mangiare?

“La frase usata dai media inglesi in questo periodo sintetizza il problema: un numero sempre crescente di cittadini deve scegliere tra ‘heating or eating’, tra riscaldare casa o comprare cibo. Il vertiginoso aumento dei prezzi sia dei generi alimentari che delle bollette sta facendo precipitare milioni di persone sotto la soglia della povertà.

“A Londra, città all’apparenza ricca ma che nasconde quartieri con il più alto tasso di indigenza del Paese, le food bank (le banche del cibo) hanno lanciato un appello perché stanno finendo le scorte per l’impennata della domanda. Non sono più i senza tetto ormai a utilizzarle, ma famiglie, studenti e lavoratori che, pur avendo uno stipendio, fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.”

“L’inflazione ha già toccato il 10,1% in luglio, il massimo da oltre quarant’anni, e continuerà a salire. Secondo la Banca d’Inghilterra arriverà al 13,3% in autunno, secondo Citigroup supererà il 18% in gennaio”…

Possiamo fermarci qui, anche se l’articolo del Sole 24 ore mette in evidenza che anche un numero crescente di imprese è alle corde per il vertiginoso aumento dei costi dell’energia (toh, esattamente come nei paesi rimasti nell’UE). In luglio sono andate in bancarotta 1.800 imprese, il 27% in più del luglio 2019, l’ultimo anno prima della pandemia, il che comporta licenziamenti di massa e nuova disoccupazione già preannunciati per i prossimi mesi dalla Federation of Small Business che teme un vero e proprio disastro. Questo perché “oltre alle bollette, le imprese devono gestire l’aumento dei prezzi dei materiali e un mercato domestico in crisi. L’aumento del costo della vita ha fatto bruscamente calare i consumi, mentre Brexit ha reso più complesso esportare. La fiducia sia dei consumatori che delle imprese è ai minimi storici e non si intravvedono luci in fondo al tunnel. La recessione è ormai inevitabile anche secondo la Banca d’Inghilterra che prevede almeno cinque trimestri di crescita negativa”.

E quanto sia tesa la situazione sociale lo dimostra il rapido allargamento del movimento Don’t Pay che ha già raccolto l’adesione di circa 200.000 persone disposte a interrompere il pagamento automatico delle bollette come forma di protesta contro i rincari stellari, usurari, imposti dalle società dell’energia e tollerati dal governo – un movimento che gode di una simpatia di massa crescente


A fronte di tutto ciò, che propongono i due candidati alla successione del pagliaccio di corte Johnson (la sua ultima impresa da fiction: si è fatto ritrarre mentre si allena in Ucraina a dar battaglia ai russi…)? Per Sunak la priorità è “riportare l’inflazione sotto controllo”, e per centrare il risultato è necessario stroncare quella che i padroni amano chiamare la rincorsa dei salari ai prezzi, cioè la lotta dei proletari per non diventare poveri. La Truss, che già abbiamo conosciuta come un’invasata bellicista pronta a scatenare la guerra mondiale, in quanto “vera Tory” e autentica erede della Thatcher, si è dichiarata contraria a “fare l’elemosina” ai lavoratori a rischio povertà, mentre assicura che abbatterà la tassazione dei profitti al 19% (oggi al 25%). La sua convinzione da lurida negriera è che i proletari britannici abbiano bisogno di “more graft”, di lavorare più duramente, perché gli difettano “le competenze e la dedizione al lavoro” dei “foreign rivals”, dei concorrenti stranieri. Due differenti, ma convergenti, dichiarazioni di guerra al proletariato e ai salariati britannici in via di risveglio.

Esattamente come avevamo previsto noi: la Brexit avrebbe portato un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori britannici e una pressione intensificata ad essere sempre più produttivi e competitivi. Eravamo forse sostenitori del Remain? Macché! Né Brexit, né Remain: opposizione di classe intransigente ad entrambi gli schieramenti anti-proletari. Nessuna scelta del “male minore”, essendo entrambi mali maggiori. E quanto alla sola prospettiva risolutiva di lungo periodo alla condizione di merce dei proletari: “Non ci salverà uscire dall’euro e/o dall’UE per navigare ‘liberi’ e ‘sovrani’ (!?) nell’oceano in burrasca del mercato mondiale; serve, è sempre più urgente, ‘uscire’ dal capitalismo, delineare il cammino e il lavoro per preparare questo che è l’unico esito realmente liberatorio.”

Così scrivevamo il 2 luglio 2016. E ne siamo fieri, quand’anche nessuno dei nostri interlocutori favorevoli alla Brexit e all’Italexit immaginate da loro come un passo avanti verso l’indipendenza di classe dei lavoratori, abbia riconosciuto di avere completamente sbagliato indirizzo.

https://pungolorosso.wordpress.com/2016/07/03/ne-brexit-ne-remain/


Qui le precedenti puntate:


https://pungolorosso.wordpress.com/2022/05/12/il-favoloso-mondo-della-brexit-1/

https://pungolorosso.wordpress.com/2022/05/15/il-favoloso-mondo-della-brexit-2-militarismo-militarismo-folle-e-sanguinario-militarismo/


https://pungolorosso.wordpress.com/2022/06/22/il-favoloso-mondo-della-brexit-3-abbassamento-dei-salari-allungamento-degli-orari/

https://pungolorosso.wordpress.com/2022/07/07/il-favoloso-mondo-della-brexit-4-il-regno-unito-verso-la-disunione/

Il pungolo rosso

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