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Stefano Gugliotta

Stefano Gugliotta

(11 Maggio 2010) Enzo Apicella
Dopo che le tv hanno trasmesso il video di Stefano Gugliotta che viene pestato immotivatamente dalla polizia e poi arrestato per "resistenza a pubblico ufficiale", il capo della polizia Manganelli "dispone una ispezione".

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UNA SCELTA CONSAPEVOLE CONTRO FARSE, AUTOINGANNI, RITUALI E RESE

(23 Settembre 2022)

contro farse e rese

Il 16 settembre un altro giovane, lo studente 18enne Giuliano De Seta, è morto in fabbrica nel corso di quella che viene definita l’alternanza scuola-lavoro. Si tratta della terza vittima dopo Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, morti mentre – per legge – lavoravano gratis per arricchire qualche padrone a cui lo Stato borghese affitta i nostri figli. Ormai nelle famiglie operaie non si teme soltanto di non rivedere un padre o una madre, un marito o una moglie, caduti laddove sudano il proprio salario; ormai anche un figlio che va a scuola può andare incontro a tutti i rischi e i pericoli che deve affrontare quotidianamente la classe operaia.
La morte di Giuliano va ad aggiungersi a quella degli altri lavoratori immolati dalla borghesia sull’altare del profitto capitalistico, che solamente nei primi sette mesi dell’anno ammontavano a ben 569.
Per il proletariato, oltre a questi delitti senza castigo, si profila un autunno cupo. L’inflazione dovuta al rincaro dei costi dell’energia sta mettendo a dura prova il potere d’acquisto dei salari italiani, fermi al palo da 20 anni. Si ingrossano le code ai cancelli delle associazioni di pia assistenza, e seppure i numeri legati a questo grado di indigenza, per quanto vistosamente lievitati, sono ancora lontani dal coinvolgere masse significative di proletariato impoverito, di ben altro tenore sono quelli legati ai working poor.
Gli ultimi dati Eurostat certificano che i soggetti che rimangono a rischio povertà pur avendo un reddito da lavoro sono passati dal 10,8% del 2020 all’11,7% del 2021. E a confermare sempre più la ormai conclamata inversione di quella tendenza che dal secondo dopoguerra vedeva i figli raggiungere un tenore di vita migliore di quello dei padri vi è il dato secondo il quale la fascia anagrafica di working poor a più veloce incremento è quella compresa tra i 18 e i 24 anni, passata dal 12,7% del 2020 al 15,3% del 2021.
Ebbene, a questo abisso di impoverimento che si sta spalancando sotto i piedi del proletariato tanto più rapidamente quanto più accentuato è il ritmo di precarizzazione e di erosione del welfare famigliare, si accompagna il silenzio pressoché totale della politica borghese, impegnata sin dall’estate nella campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 settembre.
Salvo qualche generico accenno strumentale in taluni programmi elettorali (in altri, addirittura, neanche quello), le questioni che riguardano la nostra classe sono pressoché assenti da qualsiasi dibattito, e qualora emerga timidamente il tema della difesa del potere d’acquisto dei salari, esso viene affrontato unicamente evocando il taglio del cuneo fiscale in modo da non intaccare i profitti delle imprese e dunque non pregiudicare la loro committenza ai partiti borghesi.
Il più imbarazzante silenzio è calato, in campagna elettorale, sulla mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro o sul fatto che i salari italiani sono tra i più bassi in Europa a fronte di una media annua di ore lavorate tra le più alte. Anzi, a tal proposito, il Foglio ha invece scoperto che «Il problema dei salari italiani “bassi” è che non sono così bassi».
Qualsiasi accenno, per quanto timido (e spesso e volentieri fuori luogo), alle questioni che attanagliano la nostra classe, è stato letteralmente seppellito sotto l’enorme valanga di salamelecchi, inchini e gare di adulazione che i vari esponenti politici hanno rivolto, sgomitando tra di loro, al mondo delle piccole imprese. Stiamo assistendo ad una corsa cieca alla captatio benevolentiae nei confronti della piccola borghesia: promesse di sgravi fiscali, detassazioni, flat tax, pace fiscale, aiuti, incentivi, sottoscrizioni di intenti a favore di artigiani e partite Iva, atteggiamenti supini ben oltre la soglia della perdita di dignità di taluni capi-partito nei confronti dell’associazione datoriale di turno, il tutto in una girandola frenetica di partecipazioni a convegni e riunioni di Confcommercio, Confartigianato e simili.
Non si può non sottolineare ancora una volta come l’assenza delle istanze della nostra classe all’interno dell’agenda politica borghese, persino in un’ottica giocoforza riformista, altro non è che il riflesso diretto della debolezza raggiunta dal proletariato in quanto soggetto sociale titolare di interessi propri. Al contrario della piccola borghesia, che di fronte allo spettro del declassamento è riuscita ad esprimere una forza ideologica, mediatica, e politica tale da entrare, e con un certo peso, nel novero degli obbiettivi di rappresentanza di un partito solitamente accostato al grande capitale internazionalizzato come il Pd, il proletariato ha perso rilevanza al punto tale da scomparire quasi del tutto dall’agenda politica della classe dominante. Non deve quindi stupire se il proletariato italiano, privato della propria coscienza di sé, diseducato da quasi mezzo secolo di stagnazione della lotta, sia l’unico soggetto sociale che si recherà alle urne – quando non ripiegato in un astensionismo il più delle volte sintomo di disorientamento e apatia – senza che nessuno dei partiti in lizza gli abbia promesso vantaggi in cambio del suo voto.
Eppure, c’è chi, persino in una sinistra sedicente “di classe”, nelle attuali condizioni del movimento operaio e alla disperata ricerca di un qualche pulpito da cui declamare il proprio opportunismo, ciancia di tribune rivoluzionarie da conquistare (senza eserciti) e si getta per l’ennesima volta in un agone disonorato e disonorante riuscendo soltanto a far contare da chiunque la propria pochezza.
C’è chi, negli stessi ambiti, va mendicando urbi et orbi l’accettazione di improbabili blocchi elettorali facendo commercio dei pochi princìpi rimasti da svendere, per vedere le proprie patetiche avances immancabilmente e sprezzantemente rifiutate.
Ci sono poi quelli che, con autoinganno misto a furberia, vorrebbero spacciare tutte o la maggior parte delle schede bianche, o i “marameo” scarabocchiati su quelle annullate, per un consapevole rifiuto della democrazia imperialista borghese da parte del proletariato e che sono pronti a contare i non-voti come se decretassero una vittoria di classe e magari… implicitamente, anche una loro vittoria.
Intanto, la classe dominante continua a dominare, quale che sia il tasso di astensionismo – che all’occorrenza ha dimostrato persino di poter far rientrare, come si è visto con le ultime elezioni presidenziali nella prima potenza capitalistica mondiale –, quale che sia la confezione con cui verrà incartato il prossimo pacchetto di misure antioperaie.
Il nostro astensionismo, l’astensionismo dei comunisti internazionalisti, non è dettato dall’indifferenza verso la politica, dalla sfiducia verso l’impegno politico, è, al contrario, dettato dalla piena consapevolezza della comune natura borghese delle varie opzioni politiche offerte al proletariato alle urne e delle forme nelle quali il proletariato cosciente, dati gli attuali rapporti di forza, può condurre una lotta antiparlamentare. È una precisa scelta, non un rituale né una resa. Una scelta che oggi rappresenta un primo passo – in una fase storica in cui basilari elementi di coscienza di classe vanno spesso totalmente recuperati – nella comprensione della funzione di classe dello Stato, della rappresentanza democratica, delle sue logiche e dinamiche entro l’attuale quadro imperialista del dominio capitalistico. Il proletariato, e chi si sforza di rappresentarlo degnamente, in quanto unica classe rimasta ad essere storicamente rivoluzionaria, deve lottare per conquistare e mantenere la propria indipendenza teorica, politica ed organizzativa. Anche le elezioni borghesi sono in questo senso un momento di prova e di verifica.

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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