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Pace, lavoro e libertà

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(16 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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(Contratto Metalmeccanici)

Confindustria vuole cancellare il contratto

Perché la conclusione della vertenza assume un significato generale

(12 Novembre 2005)

Il 2 dicembre 2005, dopo un anno di scioperi e mobilitazioni per rivendicare il rinnovo del contratto, i lavoratori metalmeccanici manifesteranno a Roma per chiedere uno stipendio dignitoso e un posto di lavoro sicuro.

Un aumento di 105 euro lordi al mese (più 25 euro per la contrattazione aziendale) che va oltre l'inflazione programmata e contiene una quota della ricchezza prodotta; percorsi contro la precarietà, per un lavoro a tempo indeterminato: sono queste le richieste contenute nella piattaforma unitaria (approvata con il referendum dai lavoratori). E' questo che, da mesi, rivendichiamo in trattativa, è questo che i rappresentanti dell'impresa non vogliono neppure discutere.

Perché la posta in gioco per Confindustria è un'altra: la cancellazione del contratto nazionale, la modifica sostanziale dei rapporti tra le parti, privando i delegati sindacali nelle aziende del loro ruolo.

Tra gli imprenditori, infatti, ci sono due tendenze: la prima (prevalente) è la competizione al ribasso che prevede la drastica diminuzione del costo del lavoro e dei diritti; la seconda, (minoritaria) è quella all'investimento in qualità, formazione, ricerca.

Ma per "gareggiare" sui costi con la Cina o i paesi dell'Europa dell'Est, nei luoghi di lavoro dovrebbe affermarsi un unico comando, quello dell'impresa, che non tollera critiche, cancella la soggettività dei lavoratori, impedisce loro di contrattare condizioni di lavoro e salario, esclude il sindacato, impone precarietà e rapporti individuali, nega persino il diritto di sciopero, minando così il sistema democratico del paese.

Conquistare il contratto nazionale dei metalmeccanici sui contenuti della piattaforma, oltre a rappresentare una vittoria dei lavoratori e delle loro lotte, significa anche impedire che la tendenza autoritaria presente nelle associazioni padronali diventi dominante e dare una sponda a chi, nel mondo delle imprese e nella sfera politica, cerca una via di uscita dalla crisi fondata sul riconoscimento del valore del lavoro e sulla qualità dei prodotti e dei servizi. In questo quadro la conclusione della vertenza dei metalmeccanici assume un significato generale.

Da li si può uscire in due modi. Il primo, per noi inaccettabile, è lo scambio salario-flessibilità. Il secondo, viceversa, è l'affermazione del diritto a una giusta retribuzione nella cornice del contratto nazionale come strumento universale e solidale, il rifiuto della filosofia della precarietà con il rafforzamento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e reali opportunità di accesso alla formazione. Il contratto nazionale può segnare una nuova fase sia per i lavoratori che per l'impresa se saprà rispondere direttamente agli interessi dei giovani, offrendo loro la possibilità di accedere ad un lavoro a tempo indeterminato attraverso la formazione e garanzie per il futuro.

Se la trattativa si chiuderà con questo segno, il segno della valorizzazione del lavoro, del riconoscimento dei lavoratori come soggetti che hanno un passato (con le competenze e le professionalità accumulate), un presente (riqualificato dalla formazione), un futuro (non più oscurato dalla paura di perdere il posto di lavoro) allora sarà possibile, davvero, riportare le "risorse umane" e "gli esuberi" tanto cari alla maggioranza degli imprenditori alla loro condizione reale di donne e uomini che lavorano e, in quanto tali, rappresentano una forza collettiva indispensabile per far uscire il paese dal declino morale ed economico che lo attanaglia.

Per questo il 2 dicembre, a Roma, i metalmeccanici non possono essere soli.

Maurizio Zipponi

Liberazione 12 novembre 2005

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