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IL GOVERNO E' AL SERVIZIO DELLA BORGHESIA:
CON G. MELONI E' SOLO PIU' EVIDENTE!

(22 Novembre 2022)

Editoriale del n. 119 di "Alternativa di Classe"

guido crosetto

Il Ministro della Difesa, G. Crosetto

Il Governo Meloni si è subito presentato al Paese con un decreto che, con la scusa di colpire i “rave party”, prendendo le mosse da quello interrotto a Modena dalle forze dell'ordine, ha definito un nuovo reato. Il suo D.L. n. 162 del 31 Ottobre scorso, infatti, con l'art. 5, aggiunge al Codice Penale quello di “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”, previsto ora dal nuovo art. 434-bis.
E' un reato generico, che riguarda, perciò, la “pericolosità per l'ordine pubblico”, senza tratteggiarne le caratteristiche, e che apre, perciò, anche dal punto di vista giuridico, ad una grossa ed inaccettabile discrezionalità. Le critiche sono piovute immediatamente, e perfino dal P.D., ma Giorgia Meloni, forte della firma di Mattarella, non si è scomposta, e, nel dichiararsi disponibile a modifiche “migliorative” durante la trasformazione in legge del decreto, ha subito richiamato al “rispetto delle leggi”, compreso, evidentemente, il suo decreto...
A buon intenditor poche parole! E la norma va ad aggiungersi, in silenzio, ai Decreti Salvini. Poi ci penserà il “buon” parlamento a cambiarlo... Un assaggio sul futuro. Subito dopo poi, Venerdì 4 Novembre, nella giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Ministro G. Crosetto ha confermato, durante una intervista, l'invio, il sesto, di nuove armi in Ucraina entro la fine del mese, in perfetta continuità con l'esecutivo Draghi, che da poco aveva completato il quinto invio.
Nel frattempo, con il governo di destra, è ritornata in auge la priorità nell'informazione al tema dei migranti. Con l'arrivo del mese di novembre, il Governo Meloni è partito con il divieto di attracco nei porti italiani per le navi delle ong che li trasportano. Facendosi scudo della, peraltro reale, scarsa propensione degli altri Paesi europei ad accogliere nuovi migranti, il governo italiano, nella persona del Ministro dell'Interno, M. Piantedosi, ha attuato uno “sbarco selettivo” da tre navi di ong in Italia, facendo scendere solo le persone più “vulnerabili”, mentre ha definito gli altri, i rimanenti, come “carico residuale”.
La locuzione del Ministro ha giustamente dato scandalo, in quanto tratta di esseri umani come se fossero merci, ma lo scandalizzarsi appare strumentale da parte di esponenti del PD e del M5S, dal momento che il primo, ad esempio, con Minniti, ed il secondo con il Governo Conte 1, si sono comportati, nella sostanza, in modo non dissimile. Per quanto riguarda poi la nave “Ocean Viking”, della ong francese SOS Mediterranèe, vi è stato un vergognoso palleggiamento di responsabilità fra Italia e Francia, che ha tenuto in mare ben nove giorni in più i migranti raccolti.
L'odissea dei 306 naufraghi della “Ocean Viking” è terminata con l'attracco di Giovedì 10 a Tolone, in Francia, mentre la penosa disputa con l'Italia sulla loro pelle ha richiamato la UE ad una mediazione. Nel corso della disputa, la premier Meloni ha definito le ong come “scafisti”, lasciando intendere quali siano le sue visioni di fondo, mentre Crosetto, in una intervista televisiva, ha spiegato come, secondo il governo, gli africani vadano, in pratica, “aiutati a casa loro”, attraverso nuovi accordi con i governi locali: linguaggio diverso, ma stessa pratica (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 92 a pag. 4) del centro-sinistra...
Dal 6 Novembre a Sharm el Sheikh, in Egitto, si è svolta la Conferenza ONU, chiamata COP27, sui cambiamenti climatici, con la presenza di 200 Paesi e che si è protratta addirittura fino all'alba di Domenica 20. Aveva introdotto il Segretario Generale ONU, A. Guterres, con la proposta di uno “storico patto di solidarietà climatica” fra i Paesi presenti, che si ponesse l'obiettivo di "mettere fine alla dipendenza da combustibili fossili entro il 2030 nei Paesi ricchi ed entro il 2040 in tutto il resto del mondo". Mai come su questo tema, stante il sistema capitalistico operante in tutto il mondo, fra il dire e il fare c'è di mezzo il mare...
Mentre sono stati riportati gli allarmanti esiti del rilevamento scientifico sull'aumento della temperatura terrestre, ben lontano anche dalle riduzioni di incremento stabilite con l'Accordo di Parigi del 2015, e che induce la previsione di un CATASTROFICO aumento di 2,6°C per la fine del secolo, il fatto che l'appuntamento egiziano è stato sponsorizzato da Coca-Cola, una delle aziende più inquinanti al mondo, la diceva lunga fin dall'inizio su quali potevano essere le aspettative....
Anche la scelta dell'Egitto come sede della Conferenza era stata molto criticata, visto il “clima” antipopolare del Paese. Gli ospitanti, comunque, che la hanno definita “COP africana”, hanno sostenuto la richiesta di indennizzo per i Paesi africani, che producono il 4% delle emissioni mondiali di gas serra, e però sopportano la maggior parte degli eventi estremi (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 116 a pag. 4) causati dal cambiamento climatico. Si tratta del “loss and damage (perdita e danno)”, il cui riconoscimento, poco apprezzato dai Paesi più ricchi, è arrivato all'ultimo momento con l'istituzione di un Fondo per assegnare “ristori”.
Approfittando della Conferenza, intanto, G. Meloni si è incontrata col dittatore egiziano Al Sisi, con il quale, oltre a chiedere collaborazione contro l'immigrazione, in continuità con il Governo Draghi ha parlato di “sviluppare” le reciproche “relazioni economiche, commerciali e di investimento”, visto che, in tema di “guerra per l'energia” (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 117 a pag. 2), ENI proprio in Egitto ha il più grande giacimento di gas del Mediterraneo.
Sul “loss and damage” le conclusioni sono controverse, in quanto è stata istituita una apposita commissione per valutare quali debbano essere i Paesi che contribuiranno al Fondo e quali quelli che ne usufruiranno. Per le pressioni dei produttori di combustibili fossili, Arabia Saudita in testa, non vi è stato alcun accordo sulla riduzione delle emissioni. Del resto, anche alla UE il conflitto energetico ha suggerito “una certa flessibilità” nei fatti, con Austria, Italia e Paesi Bassi, che, a proposito di “solidarietà climatica”, hanno deciso un “temporaneo” e parziale ritorno al carbone, e la Germania già ne sta aumentando la produzione.
Lo scenario di fatto, che supera ogni “buon proposito”, è quello della guerra, oggi in Ucraina, ma che conta diversi focolai per una sua generalizzazione. Oltre alle numerose guerre locali sparse per il mondo, in Estremo Oriente continuano, infatti, lo scambio di missili nella acque territoriali della Corea, tra Pyongyang e Seul, le dispute e le esercitazioni navali cinesi e filippino-americane nel Mare Cinese Meridionale, ma soprattutto la annosa questione di Taiwan, repubblica “indipendente” e filo-USA, ma considerata parte integrante della “unica Cina” da parte di Pechino, che sta portando a frequenti tensioni tra le due “super-potenze”.
In Europa la guerra ucraina sta continuando, con morti da entrambe le parti e distruzioni prevalentemente, ma non solo, in Ucraina. La novità più rilevante è stato il ritiro dei soldati russi dalla città di Kherson, che, aldilà di ogni supposta motivazione, ha contribuito a rilanciare le ipotesi di una tregua. Dopo i recenti sussurri in tal senso, la Russia ha parlato apertamente di possibilità di negoziati, negli USA diverse voci li hanno sollecitati e perfino V. Zelenskij, durante la visita di Lunedì 14 a “Kherson liberata”, ha parlato di “inizio della fine della guerra”, pur ribadendo le solite condizioni a senso unico.
Risulta evidente come il cambiamento di atteggiamento del premier ucraino, seppure oggi soltanto nei toni, sia il frutto delle pressioni ricevute dall'Occidente, mentre la Turchia continua nella sua interessata (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 118 a pag. 2) opera di mediazione su diverse questioni, compresi incontri sulle armi atomiche fra USA e Russia. Il legame particolare tra USA e governo ucraino è testimoniato poi anche dalla votazione del 3 Novembre all'ONU sulla fine dell'embargo a Cuba, quando, contrari USA e Israele, solo Brasile e Ucraina si sono astenuti...
Va qui chiarito come, se è vero che accordi di pace, una tregua, o anche solo un “cessate il fuoco”, di questa guerra imperialista, siano augurabili, in quanto diminuiscono morti e distruzioni, è anche vero che tali atti non cambiano la sostanza dei rapporti sociali che stanno alla base della guerra, che si potrebbe, così, ripresentare in qualsiasi momento. Solo se accordi di pace avvenissero a valle di una forte mobilitazione degli oppressi di entrambi i fronti contro i propri rispettivi Stati, imperialisti o servi dell'imperialismo, avrebbero effetti e valenza incomparabilmente superiori!
In ogni caso, al G20 di Bali, in Indonesia, intitolato “Riprendersi insieme, riprendersi più forti”, Zelenskij, collegato da remoto Martedì 15, ha lanciato le sue “10 proposte per la pace”, che, pur in termini generici e vaghi, in pratica prevedono preliminarmente il ritiro da parte della Russia. La risposta del Ministro degli Esteri russo, S. Lavrov, presente fisicamente al G20, oltre ad attaccare gli USA per le loro responsabilità, le ha, ovviamente, giudicate “irrealistiche”.
Il giorno prima, a margine del summit indonesiano, si era svolto il primo incontro al vertice tra J. Biden e Xi Jinping, con una convergenza sul non utilizzo di armi nucleari per il conflitto ucraino. Più che l'avvio di una nuova distensione, il vertice è servito a verificare l'interesse di entrambi di non arrivare al momento ad uno scontro globale, ma senza negare l'aspra competizione in corso a tutti i livelli. L'obiettivo, che pare raggiunto, è quello di evitare a breve un ulteriore deteriorarsi dei rapporti reciproci. Gli imperialismi sono, infatti, accomunati, dal rallentamento in atto dell'economia mondiale, e cioè dalla crisi internazionale di valorizzazione del capitale.
Le conclusioni ufficiali del G20 di Mercoledì 16 portano una condanna, da parte della maggioranza degli Stati presenti, per la guerra in Ucraina, addossandone le responsabilità unicamente alla Russia. Sono stati, invece, unanimi la condanna sull'uso delle armi nucleari e l'impegno contro la crisi alimentare. In questo senso, con la mediazione turca, sono stati sbloccati, in particolare, altri carichi di grano.
Proprio durante il G20 di Bali è successo che un missile in Polonia ha colpito una fabbrica italo-polacca al confine con l'Ucraina, uccidendo due persone. Alle immediate accuse nei confronti della Russia, gli USA hanno opposto cautela, ed, infatti, successive indagini pare abbiano accertato che, pur trattandosi di un'arma fabbricata in Russia, sarebbe stata sparata dalla contraerea ucraina, ed avrebbe raggiunto la Polonia per errore. Si è rasentata la crisi internazionale. Questi fatti dimostrano come sia semplice per i principali imperialismi, se lo vogliono, trovare in qualsiasi momento qualsiasi pretesto per fare precipitare la portata degli scontri bellici.
La durezza anti-russa del Segretario NATO, J. Stoltenberg, risulta superata solo dalla pervicacia con cui Giorgia Meloni, al pari di Zelenskij, ha continuato, anche in questo frangente, ad attribuire ogni responsabilità alla Russia; più realista del re!
A latere del summit la neo-premier italiana ha incontrato sia J. Biden, che Xi Jinping, che N. Modi, R. Erdogan, ed altri leader. Con il Presidente USA ha ribadito soprattutto un impegno, ultra-atlantista, pro-Ucraina e contro la Russia, per ottenere il massimo dell'appoggio, di cui in Europa non gode, e... uno sconto sul gnl americano, mentre con Xi Jinping l'argomento principale sono stati gli scambi commerciali ed iniziative per fermare un'escalation armata. Con Erdogan la convergenza è avvenuta contro i “migranti irregolari” e per “normalizzare” la Libia, mentre a Modi ha promesso il sostegno italiano alla prossima presidenza indiana del G20.
A livello di politica interna, il Governo aveva presentato il 7 Novembre un aggiornamento della NADEF, che prende atto della crescita prevista per il PIL a fine anno del 3,7%, invece che del 3,3%, ottenuta sulle spalle dei lavoratori. Questo comporta 21 miliardi di euro in più, che “saranno utilizzati” solo per “contrastare il caro-energia” di “famiglie e imprese”, mentre la spesa sanitaria diminuirà. In vista della prossima Legge di Bilancio, che, tra l'altro, dovrebbe dirottare i risparmi, ottenuti dal “Superbonus edilizio” abbassato al 90% e dal taglio del Reddito di cittadinanza, verso l'alleggerimento delle bollette energetiche per “famiglie e imprese”.
Si annuncia, infatti, con tale Legge, il solito trasferimento di risorse verso le imprese, con l'aggravante che verrebbe pesantemente ridimensionato il Reddito di cittadinanza, secondo i programmi della destra. E, con i cosiddetti “aiuti”, si continuano a non toccare i lauti dividendi, ribattezzati “extraprofitti”, che ENI e gli altri importatori hanno incassato (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno X n. 117 a pag. 2) per le speculazioni fatte, e tra questi lo Stato, di cui ENI stessa è una partecipata. Mentre, per la Legge di Bilancio, già si parla di un'altra “pace fiscale”, che condonerebbe i debiti agli evasori.
Da diversi giorni, poi, è in atto un pressing da parte del Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che si erge pericolosamente a “paladino” dei lavoratori poveri, e che chiede il taglio strutturale del cuneo fiscale. Molto attivo, fin da prima dell'incontro di Mercoledì 9 del Governo con le parti sociali, aveva chiesto a CGIL, CISL e UIL di fare delle proposte comuni al Governo. E la prima doveva essere proprio questo taglio. Del resto, anche il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, A. Urso, ha poi precisato che intende fare un taglio graduale dei contributi, con i due terzi “a favore del lavoratore” ed un terzo a favore dell'impresa: la cosiddetta “riforma degli stipendi”.
Il provvedimento pare essere l'unico in ballo “a favore” dei lavoratori. Con la dichiarazione del 12 Novembre, C. Bonomi ha chiarito che il suo obiettivo è la riduzione del costo del lavoro, e parla di “riconfigurare” il 4 - 5% della spesa pubblica in tal senso; stante tale obiettivo, l'unico modo per “mettere soldi in più nelle tasche dei lavoratori” è quello di tagliare i contributi, avvicinando il netto al lordo con meno di 100 euro in più al mese per i redditi inferiori a 35mila euro. Rispetto a questa proposta, c'è il sostanziale accordo dei sindacati confederali, con la sola CGIL che si limita a rivendicare l'intero taglio a vantaggio dei lavoratori.
Sulla questione occorre essere chiari. Il taglio del cuneo fiscale, con la diminuzione dei contributi, finora utilizzati per i servizi, e nel momento in cui già il Governo Draghi non aveva esitato a tagliare scuola e sanità per un invio di armi, per giunta detassate, al Governo ucraino, è destinato a trasformarsi, soprattutto in questo momento, in stanziamenti inferiori per i servizi, a vantaggio dei privati, verso cui anche il Governo Meloni appare, ovviamente, molto sensibile.
La logica di G. Meloni di togliere il reddito di cittadinanza a chi è in età da lavoro e in grado di lavorare, è molto chiara: i proletari dovrebbero accettare tutti i ricatti padronali per poter lavorare e mantenere la famiglia; in alternativa, c'è la disoccupazione, con la speranza di qualche “sussidio” di assistenza, per non soccombere. E' questa la prospettiva che aspetta i lavoratori, qui, come altrove, se non rialzano la testa per difendere con la lotta di classe le proprie condizioni collettive di vita e di lavoro!
In questo senso, ad oggi, paiono andare concretamente solo i due giorni di mobilitazione indetti dal sindacalismo di base: lo sciopero generale di Venerdì 2 e la manifestazione nazionale a Roma di Sabato 3 Dicembre. Pur confermando diversi limiti, la gravità della situazione sta inducendo una positiva unità di fatto del sindacalismo di base, che è sperabile non si limiti a tali importanti scadenze e si vada estendendo a tutto il sindacalismo conflittuale.
La barbarie è dietro l'angolo, tra gli effetti del cambiamento climatico e i rischi di una guerra generalizzata. Questo sistema socio-economico è in crisi, e non ha più niente da dire all'umanità; le conseguenze, in un modo o nell'altro, rischiano di pagarle milioni di proletari nel mondo, senza un rilancio internazionale ed internazionalista della lotta di classe, che rifiuti le loro guerre, e la stessa pace se ad uso e consumo di lorsignori.

Alternativa di Classe

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