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Marchio Marchionne

Marchio Marchionne

(26 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Esternazione di Marchionne contro la scarsa produttività degli operai italiani

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NUOVI GOVERNANTI PER VECCHI PATTI DI CLASSE

(1 Dicembre 2022)

prospettiva marxista

Mentre si è concluso il cambio di Governo, nel segno di una continuità di dinamiche di ridefinizione e riassestamento interne al patto fondativo del capitalismo italiano che l’esperienza del Governo Draghi non ha minimamente incrinato e che il nuovo Esecutivo promette semmai di ricalibrare in chiave di ancora più marcata tutela di interessi piccolo borghesi, il processo di continuo aggravamento della condizione della classe lavoratrice non ha – come era facilmente prevedibile – conosciuto segnali di discontinuità e nemmeno di attenzione politica da parte dei freschi vincitori della corsa ai posti di vertice nei poteri pubblici della borghesia italiana. A ottobre l’inflazione su base annua ha raggiunto l’11,9%. Il carrello della spesa, il paniere che più incide sul potere d’acquisto delle famiglie proletarie, è aumentato addirittura del 12,7%. I salari reali a fine anno saranno scesi del 2,1%, mentre i profitti reali delle imprese saranno invece aumentati dello 0,8%. I contratti atipici sono cresciuti del 34% negli ultimi 12 anni, giungendo a rappresentare l’83% di tutte le nuove assunzioni del 2021. Questo insieme di fattori, oltre ad essere la base sulla quale la povertà assoluta ha raggiunto 5,6 milioni di individui e quella relativa altri 8,8 milioni, ha dato un impulso fondamentale all’incremento del fenomeno del lavoro povero, che attualmente rappresenta il 10,8% del totale (i moderni working poor sono ormai una realtà radicata e consolidata, per nulla residuale, anche nel quadro del capitalismo italiano). In Italia quasi 11 lavoratori occupati su 100 non riescono a far fronte alle spese essenziali, mentre il welfare famigliare dei restanti si sta erodendo. In questo contesto, in questa interazione di processi e tendenze che attraversano e plasmano concretamente la società capitalistica, emerge la profonda inadeguatezza dei salari italiani. Un’inadeguatezza cronicizzatasi nel corso degli anni e i cui effetti più gravi e diffusi sul tenore di vita sono stati procrastinati nel tempo essenzialmente grazie ai risparmi accumulati dalle famiglie in fasi precedenti, ma che ora, con l’acuirsi dei processi di deindustrializzazione e con il brusco e più pieno manifestarsi di grandi e profonde contraddizioni in connessione con accelerazioni storiche come guerre e pandemia, stanno investendo sempre più ampi strati della nostra classe. Se nei maggiori imperialismi europei come Francia, Germania e Regno Unito, parimenti colpiti da un’inflazione a due cifre, si stanno registrando rilevanti fenomeni di mobilitazione da parte di importanti comparti di proletariato (come portuali, metalmeccanici e lavoratori delle raffinerie), tesi a rivendicare sostanziosi aumenti salariali per far fronte al carovita, rifiutando talvolta proposte di adeguamenti che per quanto corposi risultano inferiori al tasso di inflazione, in Italia finora non si sono riscontrate agitazioni e lotte nemmeno vagamente paragonabili. I pochi focolai rivendicativi intesi ad ottenere adeguamenti salariali al carovita rimangono casi isolati, limitati nell’estensione (spesso mobilitazioni in singole aziende o in singoli comprensori, come il caso dei lavoratori dell’Atm di Milano) e nel tempo (in genere di scioperi di poche ore). Gli inneschi di lotte di maggior impatto (Ansaldo, Wartsila), non sono legati al carovita, ma alla difesa del posto di lavoro a fronte di crisi industriali o delocalizzazioni. Anche sul piano delle mobilitazioni sociali di stampo interclassista legate al carovita, l’Italia sembra essere tra i fanalini di coda. Se nel Regno Unito, ad esempio, il movimento Enough is Enough ha avuto una copertura nazionale, con momenti di notevole visibilità (il primo ottobre è stato protagonista di una mobilitazione che ha coinvolto 50 città nel Paese), in Italia fenomeni di protesta come quella dei Teleriscaldati di Torino riescono a mobilitare numeri drasticamente inferiori. D’altronde, nel quadro italiano, il tema del carovita è pressoché scomparso anche dal dibattito politico e mediatico, dove ha avuto spazio solo quando gli effetti dell’inflazione, intrecciati a scadenze elettorali, sembravano in procinto di erodere le basi economiche su cui affondano le radici piccola borghesia e parassitismo. Una volta che i colossali e ulteriori aumenti delle bollette energetiche previsti per l’autunno non si sono rivelati tali e che le aziende sono riuscite a scaricare in parte i rincari sui prezzi al consumo; una volta, poi, che il Governo ha rassicurato il mondo delle imprese ponendo loro a disposizione il solito corposo pacchetto di sovvenzioni tramite il decreto Aiuti quater e la Legge di bilancio, ecco che il problema è sostanzialmente scomparso dai radar. È repentinamente e clamorosamente ricomparsa, invece, la “questione migranti”, tirata fuori dallo sgabuzzino, spolverata alla bell’e e meglio, e mandata ad invadere ogni dibattito e ogni prima pagina di quotidiano. Non c’è da stupirsi. Il proletariato infatti, per il quale il problema del carovita continua a persistere in maniera sempre più grave, non solo non è tra i beneficiari del patto fondativo tra piccola borghesia, parassitismo e grande capitale antiriformista (di cui il Governo Meloni, in perfetta continuità coi precedenti Esecutivi, è una limpida espressione), ma ne è addirittura l’agnello sacrificale. Tramite una compressione salariale ormai ventennale che non è stata minimamente messa in discussione né dal grande trionfatore delle elezioni del 25 settembre, Fratelli d’Italia, né dagli altri maggiori partiti, protagonisti dell’ultima tornata elettorale, il proletariato italiano è, con il suo costante sacrificio in termini di scadimento della qualità della vita, di riduzione del potere d’acquisto e di morti e feriti sul lavoro, garante della sopravvivenza di quel patto e degli attori sociali che ne sono oggettivi contraenti. La principale funzione oggi della “questione migranti”, nei termini in cui è stata rilanciata da una campagna mediatica spesso caratterizzata da formule rivelatrici di un autentico degrado civile e da una sfera politica borghese disponibile ormai ad assecondare i più ottusi e feroci regressi, è quella di sfogatoio ideologico, di reazionaria e falsa “compensazione” per un proletariato sempre più calpestato, sotto ogni Governo e involucro ideologico possa assumere la borghesia italiana nel divenire dei suoi rapporti interni. Da questo punto di vista, il Governo Meloni non sembra essere per nulla da meno rispetto ai suoi predecessori. Con un ministro del Lavoro accuratamente scelto tra i soggetti parassitari più ostili alla classe salariata, ed un programma elettorale in cui indica un’ulteriore stretta al reddito di cittadinanza tra le priorità, la neopremier ha subito messo in chiaro le cose durante il suo discorso alla Camera: «Il nostro motto sarà “non disturbare chi vuole fare”». Tradotto: “le imprese (specialmente se piccole), in quanto colonna portante della società, saranno libere di fare grossomodo tutto ciò che vorranno”. Tra i suoi primi provvedimenti figura l’introduzione di un nuovo articolo del Codice penale che promette il carcere a chi si macchierà del nuovo reato di «invasione di edifici finalizzata a raduni di oltre 50 persone da cui possono derivare pericoli per l’incolumità pubblica, l’ordine pubblico o la sanità pubblica». Indicato come provvedimento per impedire i rave party, potrebbe in futuro essere utilizzato per punire picchetti, manifestazioni e occupazioni di fabbriche. Una norma repressiva in perfetta continuità con le ipotesi di reato associativo, formulate ai primi di agosto, e che hanno avuto come obbiettivo le lotte dei facchini delle logistiche piacentine. Nulla di nuovo neppure dal confronto con i sindacati confederali, ai quali la premier si è rivolta con la medesima retorica utilizzata da tutti i Governi precedenti, oltre che da qualsiasi associazione padronale, e che così può essere sintetizzata: c’è la crisi, per cui occorre un approccio responsabile (da parte dei lavoratori, s’intende). E nulla di nuovo nell’atteggiamento dei sindacati di fronte a questa retorica: qualche inconcludente e rituale borbottio da parte di Landini (Cgil) e Bombardieri (Uil), e parole di apprezzamento (e ovviamente responsabilità) da parte di Sbarra (Cisl). La “pace sociale” che garantisce la continuità, la saldezza del patto fondativo del capitalismo italiano è al tempo stesso garanzia di ulteriori e sempre più gravi peggioramenti delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. È una “pace” feroce, che sancisce l’intensificazione dello sfruttamento e del dominio di classe, che è al tempo stesso espressione e alimento di un imbarbarimento della società nel suo complesso. Solo la forza della classe lavoratrice potrà scuotere questa pietra tombale su cui la viltà, la grettezza della borghesia italiana hanno già inciso le formule per un futuro di degrado sociale e di asservimento sempre più spietato del proletariato. Questa forza operaia è in massima parte ancora latente nella realtà italiana, non si manifesta oggi nel vivo della dinamica dei rapporti di classe. Ma c’è. Dovrà scavare nuovi percorsi e rielaborare antichi insegnamenti, ma riemergerà. In quelle che sono state considerate a lungo le intoccabili, inalterabili, cittadelle dell’Eldorado asiatico dei mercati e dei profitti, si registrano segnali importanti di lotta: recenti sono le notizie della dura protesta operaia in un grande stabilimento Foxconn nella città cinese di Zhengzhou. Sono segnali importanti che confermano come le dinamiche del capitalismo globale, terribilmente contraddittorie, come i devastanti sviluppi dell’imperialismo, non racchiudano solo gli embrioni di nuovi e più distruttivi conflitti, di una competizione per i mercati e i profitti giocata sempre e sempre più sulla pelle dei lavoratori e degli esseri umani che non costituiscono un adeguato “mercato”. In queste dinamiche di morte e di negazione dell’umano pulsano anche le forze della vita, le forze del cambiamento rivoluzionario delle basi sociali dell’omicida mercificazione capitalistica. In questa consapevolezza non c’è nulla di fatalistico, nessuna scientistica attesa messianica, ma la lucida convinzione della necessità di lavorare perché a questa reale, necessaria, indispensabile forza sociale emancipatrice si saldi la coscienza politica, la conoscenza teorica, il frutto della storia grande e difficile della lotta di quella classe che ha ancora, più che mai, un mondo intero da guadagnare.

Prospettiva Marxista

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