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(17 Giugno 2011) Enzo Apicella

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Tecnologia e cittadino

(30 Dicembre 2022)

Se le aziende tecnologiche oppongono resistenza alle necessità e ai sentimenti mediamente umani, come quello di poter accedere all’account del parente defunto col suo corollario di foto e file personali, che possiamo fare? Intanto, ridurre drasticamente il nostro tempo sui social e ridurre altrettanto fortemente il nostro inserimento di contenuti.

Il problema, infatti, nasce dal ruolo delle grandi corporation che si servono dell’informatica e del web development per fare profitti, nonché dal nostro di ruolo, come “semplici” utenti/clienti del mezzo, ma che sostanzialmente quel mezzo lo fanno vivere, lo dotano di senso, mentre i profitti vanno interamente a chi tutto ciò non fa minimamente. Un rapporto ineguale, come tutti quelli che hanno a fondamento l’impresa capitalista largamente intesa, che non può essere risolto da una legge, per quanto buona, sul diritto di copyright o alla privacy. Il problema va ben oltre: si tratta di un rapporto sociale squilibrato, tendenzialmente antidemocratico. Una questione che non è stata affrontata seriamente da nessun politico, anzi.

Se, dunque, come nel caso descritto nell’articolo linkato, le grandi Corporation tecnologiche si rifiutano di ottemperare a quanto richiesto e, al netto delle sentenze dei nostri e altrui tribunali, ritengono di dover burocratizzare l’espletamento di un diritto, per quanto non del tutto legalmente pacifico, per renderlo di difficile soddisfacimento, allora non rimane altro che rivalersi non solo legalmente nei confronti delle Corporation stesse, ma anche nei comportamenti. Chiaramente, direte voi, come faccio a rimanere senza Facebook o Instagram? Una gran bella domanda che, però, potrebbe rispondersi da sola: postare meno o addirittura nessuna immagine che ci coinvolga, noi e i nostri familiari. È una soluzione.

E, tuttavia, la questione si pone anche su di un altro piano, strettamente correlato, quello della sovranità digitale? Ovvero i nostri dati e tutti i nostri contenuti gratuitamente inseriti, dove vanno a finire, chi controlla i proprietari dei dati così "generosamente" inseriti dai clienti/utenti? Da tenere presente che i server (quelli di Facebook, Instagram e compagnia cantante) che ospitano tali dati, che poi vengono venduti per intersecarsi con le campagne pubblicitarie, sono di proprietà delle multinazionali, spesso ospitate in paesi terzi.

Sergio Mauri

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