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(5 Novembre 2012) Enzo Apicella
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Foibe slave, lager italiani e… La Russa a Basovizza

(10 Febbraio 2023)

lager italiani kersevan

Nel giorno in cui il tam tam della menzogna di stato italiana sulle foibe slave approda al festival di Sanremo (!!) per ordine del governo Meloni e del suo sovrastante al Quirinale, pubblichiamo un testo che smonta pezzo a pezzo questa menzogna scritto parecchi anni fa da Paolo Turco, un valente compagno internazionalista che ci è stato e ci è caro – al di là di ogni possibile divergenza, relativa anche a qualche singolo passaggio di questo testo, il cui impianto è, peraltro, inattaccabile.

Storia passata? Nient’affatto. L’articolo è dell’aprile 1997 quando il Pds, progenitore dell’attuale Pd, cominciò a fare propria la campagna falsificatrice sulla reale vicenda delle foibe, che in precedenza era stata un monopolio assoluto delle destre più aggressivamente revansciste. E guarda caso, appena due anni dopo, partì dall’Italia – con il governo D’Alema, il capo del Pds – l’attacco criminale di Italia e NATO alla “piccola Jugoslavia” per disgregarla e fare del Kosovo “liberato” quello che è adesso: il 51° stato degli Stati Uniti, un narco-stato occupato dalla più grande base militare statunitense del mondo, Camp Bondsteel (un finto stato dal quale è fuggito il 60% circa dei giovani).

Il rilancio in grande stile di questa fetente campagna ultra-nazionalista dalla tribuna più “nazional-popolare” d’Italia avviene, non per caso, a poche settimane dalla dichiarata intenzione del governo Meloni (per conto del grande capitale italiano) di rivendicare un ruolo più attivo dell’Italia anzitutto, e della UE in seconda battuta, nei Balcani. “Più Italia nei Balcani, entrino in UE“, così un dispaccio Ansa del 25 gennaio sintetizza la Conferenza (di guerra) da poco tenuta a Trieste su iniziativa del governo italiano. Conferenza di guerra perché ripete il copione ucraino. Bisogna affrettare, ha sostenuto Meloni, il percorso di adesione all’UE di Serbia, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia, Montenegro e Kosovo: “ce lo chiedono tutti gli amici della regione”. Un puro atto di disinteressata amicizia… Un brandello di verità è però scappato dalla bocca del ministro degli esteri Tajani: “Vogliamo essere più presenti perché in politica quando si lasciano degli spazi vuoti, poi vengono occupati da altri“, citando come esempio la Serbia, “che rischia di guardare a oriente più che all’Europa”: un evidente riferimento alla Russia e alla Cina. Ancora Tajani: la prospettiva di Balcani “ancorati alla UE” è molto utile, in chiave italiana, “anche per la crescita economica in termini di presenza delle nostre imprese”. Da parte sua Meloni ha ricordato e lodato la missione a Pristina (capitale del Kosovo) di Crosetto, ministro della “Difesa”, decisa “per facilitare il dialogo tra questi due paesi”. Chiaro il contenuto del “dialogo”? Dalle canzonette di Amadeus e Morandi alla tragica musica di bombe a volontà (come nei 78 giorni di bombardamenti all’uranio impoverito che hanno sfigurato la Jugoslavia nel 1999). Occhio! Anche la marcia di avvicinamento all’attuale guerra in Ucraina è partita da lontano con i “più stretti rapporti” tra Ucraina e Unione europea, voluto naturalmente dai “nostri amici”…

Ma oltre che denunciare l’escalation di questa nuova campagna anti-slava e anti-comunista, vogliamo rivolgere un invito ai nostri lettori a studiare a fondo il passato della dominazione italiana nei Balcani. Potremmo cominciare, e dovremmo cominciare, da lontano, dal colonialismo di Venezia che tra il 1420 e il 1797 distrusse l’industria locale, impose il monopolio del sale per soffocare l’industria dalmata della conservazione del pesce, abbatté ulivi e gelsi per strangolare le locali industrie dell’olio e della seta, scoraggiò l’istruzione popolare per secoli, etc. Ma ci limitiamo qui a fare una sola segnalazione sui tempi più recenti, di un libro rigoroso e documentatissimo della storica Alessandra Kersevan sui campi di concentramento italiani (fascisti) di Gonars, Arbe, Treviso, Padova, Renicci, Colfiorito, Cairo Montenotte, Fiume, Visco, Fiaschette di Alatri, Melada, Mamula, Zlarin, Antivari, nei quali furono rinchiusi tra 100 e 150.000 deportati dai territori jugoslavi occupati dall’Italia, migliaia dei quali morirono per fame e malattie. Kampi di cui oggi nulla resta (salvo qualcosa per quelli di Gonars e di Rab, la dizione croata per Arbe) perché i governi Badoglio e poi la repubblica democratica “nata dalla resistenza” provvidero opportunamente a cancellare le loro tracce.

Come ha scritto Angelo Del Boca (nei suoi anni migliori): “Anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. […] Nei Balcani, il lavoro sporco lo hanno fatto interamente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del ogha dell’esercito: i generali Mario Roatta, Mario Robotti, Gastone Gambara, Alessandro Maccario, Vittorio Ruggero, Guido Cerruti, Carlo Ghe, Renzo Montagna, Umberto Fabbri, Gherardo Magaldi, Edoardo Quarra-Sito. Sio aggiungano i governatori della Dalmazia Giuseppe Bastianini e Francesco Giunta; l’alto commissario per la provincia di Lubiana, Emilio Grazioli; il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli”. Provate a vedere che fine hanno fatto questi macellai dopo la fine del fascismo, grazie anche all’ineffabile ministro della Giustizia Palmiro Togliatti, e avrete di che stupirvi se ancora credete alla favola della democrazia anti-fascista, anziché – ed è tutt’altra cosa – postfascista.

Oggi, vicina al suo ottantesimo anno di vita, questa repubblica capitalista ha totalmente cancellato il ricordo dei crimini fascisti contro le popolazioni slave dei Balcani, e in nome di una falsa ricostruzione della vicenda-foibe, si prepara a nuove manomissioni e nuove aggressioni ai proletari e alle popolazioni dei Balcani. Iconica la foto di La Russa, seconda carica dello stato democratico, a Basovizza: gli assassini tornano sul luogo del delitto attraverso i propri eredi legittimi. E anche in questa infamia non c’è distinzione tra maggioranza di destra e opposizione di centro-sinistra.
(Red.)

Foibe, ancora tu?



La campagna sulle foibe “slavocomuniste”, che vede accomunate destra e sinistra, non è solo un atto di mistificazione della storia passata, ma, attraverso ad essa, mira a porre dei puntelli (per ora “solo” storiografici ed ideologici) per il futuro: non contro un impossibile ritorno del “terrore slavo” (!), ma contro il possibile e necessario ritorno del terrore rivoluzionario rosso. Per costoro, da infoibare è il comunismo. E noi ci regoleremo di conseguenza.

La campagna sulle foibe “slavo-comuniste”, provvidenzialmente (per la destra) aperta dal segretario triestino del PDS in sede “storiografica”, non conosce soste. […]

In concomitanza con un forsennato battage revisionista condotto da circoli ultranazionalisti friulani e giuliani si è mosso un magistrato di Roma, Pititto, che, al termine delle sue indagini, pare abbia staccato o stia per staccare un’ottantina di avvisi di reato per “genocidio” a ex-resistenti sia slavi che italiani.

Il campo delle ricerche si è, nel frattempo, esteso dalle zone della ex-Jugoslavia allo stesso Friuli, dove, in febbraio, si è “scoperta” una fossa comune con ben sette cadaveri di fascisti, collaborazionisti e spie da mettere sul conto del “genocidio” anti-italiano. Si tratta, non a caso, della zona in cui operavano.. due resistenze, quella picista della “Garibaldi” e quella cattolica, capeggiata da un prete, dell’”Osoppo”; quest’ultima impegnata a “resistere” assieme ai repubblichini contro la “minaccia slavo-comunista” nella transizione dal vecchio regime fascista a quello, non meno antiproletario, della cosiddetta democrazia. (In questo clima maturò l’”eccidio di Porzus”, cioè la fucilazione di un pugno di componenti dell’”Osoppo” in odore di collaborazionismo da parte di un comando capeggiato dal picista “Giacca”: “eccidio” successivamente sconfessato dal PCI in nome dell’”unità nazionale” e fatto ricadere come colpa sulle spalle del solo “Giacca”, attualmente residente a Capodistria, il quale, anche di recente, se ne è assunto, rivendicandola con molta dignità, la responsabilità in nome delle ragioni belliche dell’antifascismo).

Storia vera e storia mistificata

Il caso degli “infoibamenti”, cioè dell’esecuzione e del “sotterramento” dei cadaveri nelle cavità delle grotte carsiche, ha conosciuto due momenti. Il primo risale al ’43, immediatamente dopo l’8 settembre, e coinvolse, per esplicita ammissione delle stesse autorità italiane, non più di 600 persone. Fu un fatto di “giustizia popolare”, certamente sommaria, da parte non dell’esercito partigiano di Tito, ma della popolazione, soprattutto contadina, dell’Istria slava che si rivaleva così di due decenni di dura oppressione (e morti), come già ricordavamo in un precedente articolo. Che la maggioranza, non la totalità!, di questi uccisi fosse italiana si può ben capire guardando alla carta geografica ed alla storia di quelle terre, dove il fascismo era diventato di casa -nel corso della guerra estendendosi sin alla “provincia (italiana?) di Lubiana”, coi suoi ben noti metodi di sanguinosa “pulizia etnica” antislava.

Non diciamo che tutte quelle esecuzioni abbiano colpito effettivamente solo dei responsabili diretti dell’oppressione fascista e che non siano occasionalmente intervenute delle ragioni d’interessi personali. Ciò che è assolutamente escluso è che si sia trattato: primo, di un’operazione ordita dall’esercito di Tito; secondo, di un tentativo di “genocidio” ai danni della popolazione italiana in quanto tale (la quale, tra l’altro, nella sua anima “rossa”, aveva largamente aderito alla “lotta di liberazione” titoista vista -inutile dire quanto illusoriamente!- quale reparto d’avanguardia d’una lotta internazionalista di liberazione di classe).

Dal ’43 al ’45, significativamente, non compaiono altri casi di foibe, il che già la dice lunga sul “disegno” genocida del titoismo.
Dal ’45, a fascismo abbattuto, comincia una seconda fase “epurativa”, e su questa i numeri si sprecano, moltiplicandosi col tempo.

Una pubblicazione del novembre ’46, a cura del sedicente “Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria” (L’Istria, oggi), dice che “dopo il 1° maggio 1945 si calcola che sono spariti circa 500 italiani: di alcuni si sa che trovarono la morte nelle foibe, altri furono gettati a mare con una pietra al collo, altri si crede siano deportati in Jugoslavia” e che “mentre i morti del 1943 poterono essere ricuperati, poco si è potuto sapere di quelli uccisi nel 1945”. Da notare due cose: non si trattava solo di civili (a prescindere dal ruolo giocato nella società… civile) e di essi si dice che sono “spariti”, senza poter fornire una anche approssimativa percentuale dei morti accertati e di coloro di cui non si è trovata traccia. Quanto all’italianità quale causa della loro eliminazione, va notato che proprio nel ’45 s’infittisce l’azione concorde di ex-repubblichini e di nazionalisti italiani comunque connotati politicamente contro la prospettiva di un passaggio di Trieste e dell’Istria alla Jugoslavia come coda bellica nella regione. Entrambi i fronti in lotta combatterono allora per le proprie bandiere nazionalistiche, anche se quelle titine potevano ostentarle quali “anche” socialiste, rivoluzionarie. E, ancora una volta, come nel ’43, tra gli italiani ci rimisero le penne fascisti, irredentisti ed anche gente comune senza colpe, com’è nella logica feroce delle cose. Di questa seconda ondata si può ben dire che fu attuata dall’Esercito di Liberazione di Tito con intenti nazionalistici, in certi settori di esso almeno, più evidenti che non in quella “spontanea” del ’43, a misura che s’andava dissolvendo l’illusoria “fratellanza di classe italo-slava” e, nell’ambito del movimento titoista, prendevano più corpo quelle tendenze nazionalistiche che, sin dall’inizio, avevano aderito alla lotta di liberazione per pure motivazioni “slave” (e persino micro-slave: slovene, croate, serbe “per sé”).

Da parte sua, il CLN istriano, che si presentava col “fiero carattere di sentinella contro la pressione degli Slavi” (vedi pubblicazione di cui sopra) avrebbe volentieri infoibato, ove avesse potuto, i “liberatori” titini, solo che le cose andarono diversamente (e malissimo per la prospettiva internazionalistica nostra, la cui opera di pulizia sarebbe stata necessariamente non meno cruenta, ma di tutt’altro segno, nella solidarietà di classe, come nel ’21, tra militanti proletari di tutte le nazionalità della regione per la propria emancipazione di classe).

Nel ’61 l’ex-sindaco di Trieste Bertoli pubblicò un Martirologio delle genti adriatiche, con l’elenco di un ben maggiore numero di scomparsi, sempre in conto dell’”italianità” offesa dagli slavo-comunisti, in cui si mescolano militari e civili di ogni tipo, caduti in guerra e giustiziati. Oggi, un presunto storico di famiglia RSI, certo Pirina, dà i nomi di 1458 scomparsi dati come “infoibati dai titini perché italiani”.

Un foglietto triestino dalle idee politiche non del tutto ben chiare, ma simpaticamente “indipendente” e battagliero (La nuova alabarda, n° 81, gennaio ’97) documenta come di essi ve ne siano 274 (pari al 18,8%) accertabili come morti per tutt’altre cause, dei quali 21 addirittura morti nei lager nazisti dov’erano stati deportati, in maggior parte, in quanto partigiani.

Ma poiché 1458 (meno 274) nomi non bastano, si fantastica liberamente di 5.000, 10.000 e, perché no?, 20.000 scomparsi, tutti regolarmente “infoibati”. E c’è da sperare che ci si fermi qui, senza voler far concorrenza alle cifre ebraiche, il che sarebbe troppo anche per un Pititto.

Maliziosamente, l’Alabarda conclude: “per mettere fine a tutte le strumentalizzazioni e le polemiche c’è un’unica soluzione: aprire le foibe, prima di tutte quella di Basovizza e di Monrupino e verificare cosa c’è dentro. In quella di Monrupino ci sono certamente i resti dei soldati tedeschi morti durante la battaglia di Opicina…; nella foiba di Basovizza, alla luce dei documenti noti, probabilmente non c’è più nulla. Ci chiediamo se forse è proprio per questo che non si sono mai volute aprire“.

“Scoop” e scopi

Ci si chiederà perché mai tanto rinnovato accanimento a proposito di vicende sulle quali neppure l’ex-MSI aveva osato esagerare sino a questo punto, soprattutto dopo l’indubitabile conversione del PCI (ma non da oggi…) al nazionalismo più spinto e dopo la fine del regime “comunista” di Tito, andato in polvere assieme a tutta la Jugoslavia. Che cosa diavolo si cerca, se non c’è più neppure l’ombra né di italo né di slavo-“comunismo”?

L’operazione-foibe serve, in effetti, egualmente. A uso esterno, per rovesciare sugli “slavi” in quanto tali l’accusa infamante di “popolo genocida” (un po’ come degli ebrei si diceva “popolo deicida”), in vista di (improbabili) soprassalti revanscisti futuri. A uso interno, per gettare il discredito sulla fin più pallida ombra di “comunismo” (e si sa che per qualcuno lo stesso D’Alema, ovvero la sua base sociale proletaria d’appoggio, può tuttora passare per “bolscevico”), in vista del regolamento di conti a venire, che già si prospetta, contro la minaccia d’ogni e qualsiasi ritorno rosso: uno stato borghese forte, per affrontare le crisi catastrofiche che incombono, deve farla finita con tutte le ipoteche proletarie di classe, quali quelle che si son dovute sopportare nel trapasso fascismo-democrazia e nei trascorsi decenni affluenti di quest’ultima.

Operazione squisitamente ideologica, finora, e in attesa degli sviluppi a venire. I rossi sono infoibatori per definizione (ecco perché si ritorna da sempre su Porzus, i “triangoli rossi della morte” etc.) e mettiamo bene le mani avanti: guai se dei veri rossi dovessero ritornare; nessuna paura per i Massimo e i Fausto, ma frugare tra i loro vecchissimi armadi può servire per veicolare il messaggio che più conta come messaggio terroristico in nome della Legalità, dello Stato, della Patria, del Dio Capitale.

Il PDS abbocca, pensando di “accreditarsi”, ed ecco che da sé, col suo responsabile triestino Spadaro, risolleva la vicenda delle foibe… altrui e con Violante rende omaggio a “tutti i caduti” della guerra civile, chiarendo che, in fondo, tutti hanno combattuto sostanzialmente per la stessa causa patriottica, anche se da opposte sponde (il che, purtroppo, è vero), e venendo a Trieste a ribadire che gli unici assassini stavano fuori casa, erano i “comunisti slavi”…

La sola Rifondazione, tra i partiti istituzionali, si dissocia, ma senza poter dire una parola chiara sul senso sociale e politico degli avvenimenti di allora e sulle sue inevitabili proiezioni all’oggi e sul domani: e che senso ha “difendere la comune resistenza italiana e slava” quando non si capisce perché la prima è andata a finire, come doveva, a pro dell’imperialismo nazionale e la seconda si è tragicamente conclusa, come doveva, nello sfacelo della Jugoslavia e perché, sin nel cuore della lotta di liberazione, le due anime “concordi” in oggetto si siano reciprocamente contrapposte e, poi, scannate (dopo la “svolta” del Cominform nel ’48)? Gli aborti non si possono rivendicare. Occorrerebbe poter rivendicare qualcosa di vivo, la prospettiva comunista rivoluzionaria fiaccata nel resistenzialismo, ma questo non è pane per le protesi dentarie di Rifondazione.

La “Repubblica nata dalla Resistenza” ripaga così gli autentici resistenti di allora, reclutati quasi esclusivamente tra le file proletarie comuniste, contestando ad essi di aver voluto portar comunque dentro il “nuovo” Stato post-fascista delle istanze autonome di classe pur nell’ambito del più bolso patriottismo nazional-borghese, imputa ad essi di aver esagerato in termini di guerra civile e, ad Est, addirittura di aver pencolato verso le rivendicazioni territoriali titoiste. I repubblichini, essa dice, facevano parte del nostro stesso fronte, sia in quanto italiani sia in quanto difensori dell’ordine borghese e se, allora, malauguratamente ci si è divisi quanto ai modi di ristabilire la sovranità nazionale, l’ordine statale, la continuità del sistema sociale, oggi questi “valori” devono essere rimessi sul piedistallo, col concorso di tutti (tutti i “nostri”). Questo, d’altronde, il senso della campagna per la “pacificazione nazionale” lanciata dai missini sin dalla loro nascita (e, prima ancora, dai repubblichini della RSI). Non si potrebbe esprimere con parole migliori il concetto da sempre difeso dalla Sinistra Comunista: l’attuale democrazia è l’erede diretta del fascismo, battuto in guerra, ma vittorioso sul piano dei contenuti economico-sociali e politici di fondo.

Velleità imperialistiche e muscoli da strapazzo


Più problematico l’uso esterno dell’attuale campagna. In Slovenia e in Croazia han subito capito l’antifona: qui non si vuole colpire retrospettivamente Tito e i suoi, ma i popoli slavo-balcanici nel loro complesso, quale oggetto di un contenzioso imperialista. Lo hanno proclamato netto le associazioni partigiane locali e i capi-governo Kucan e Tudjman. Non ci sentiamo di dar loro torto, tutt’altro!, anche quando a protestare contro l’imperialismo italiano sono coloro che, come Tudjman, gli hanno aperto concretamente la strada affossando la Jugoslavia in qualità di mandatari (tanto più se arrogandosi il vanto di esserne i soli protagonisti e per sé): questa più che legittima protesta, semmai, dovrà servire ad aprire gli occhi ai proletari della ex-Jugoslavia per riconsiderare passato recente e lontano sulla via della riacquisizione dei propri programmi e della propria organizzazione di classe.

Quello che è ridicolo da parte dell’Italia è che, se la campagna sulle foibe potrebbe avere un senso concreto in una situazione di proiezione imperialistica diretta ed aggressiva ad Est, finisce per rivelarsi un boomerang quando si limita al vilipendio gratuito dei popoli slavi. Col che diventa semplicemente un ostacolo alla stessa penetrazione capitalistica “pacifica” oltre le terre di confine e si è poi visto come i vari Fassino siano dovuti andare a scusarsi quasi di tali “intemperanze” pubblicitarie coi vicini “partner” sloveni e croati.

(Un piccolo particolare aggiuntivo: i capi della Lega, che già svolgono per conto loro una politica industriale e commerciale ed una politica estera “padana” verso l’Est si sono ben guadati dal prendere questa gaffe: i “nostri cari amici slavi”, ai quali intendiamo spremere il sangue, sono stati subito assolti da ogni sospetto in materia; casomai questo è un problema che riguarda i “comunisti”, coi quali abbiamo, con loro, un comune conto aperto.

Il nostro punto di vista, non storiografico

A noi interessa poco fare il computo “storiografico” dei “delitti” di guerra. E’ per noi scontato che la guerra stessa, in quanto guerra del capitale, è un delitto, anzi: il delitto. I vincitori che pretendono di giudicare gli specifici “delitti” dei singoli vinti (come nel caso dell’Italia sconfitta nella seconda guerra mondiale, ma ritornata successivamente vittoriosa rispetto ad una Jugoslavia che presenta invertite le parti) non fanno che statuire i propri diritti di vincitori sulle proprie vittime, allegramente infischiandosi delle proprie atrocità. Così si osa oggi rimproverare retrospettivamente ai titini le foibe, ben guardandosi dall’interrogarsi sui mille fatti di oppressione e di massacri operati dall’Italia repubblichina, di cui implicitamente si difende la continuità con lo stato attuale, ai danni delle popolazioni slave ed altrettanto si fa, trasferendosi al quadro delle classi, per i partigiani italiani “fondatori” della Repubblica chiudendo tutti e due gli occhi sul ventennio di sofferenze proletarie prodotte dal fascismo, posto che i proletari italiani sono, o devono essere, dei vinti e trattati come tali.

In contrapposizione a quest’ottica da pescecani, noi intendiamo ristabilire due ordini di verità di classe.

Primo: la guerra di liberazione nazionale, e perciò democratico-borghese, anche se rivestita di impropri panni “comunisti”, di Tito non aveva di mira l’italiano in quanto tale (tant’è che numerosissimi italiani militarono nelle sue file), ma un oppressore nazionale e di classe, e in ciò si distingue dal carattere di scontro imperialista diretto tra le due alleanze imperialiste in lotta nella seconda guerra mondiale. Il problema è che l’obiettivo, di per sé legittimo, della liberazione nazionale, coi suoi legittimi compiti democratico-borghesi, non poteva, nell’epoca dell’imperialismo, risolversi in sé e di per sé stesso, ma nel quadro di una generale offensiva comunista internazionalista contro l’insieme dei rapporti di dominazione capital-imperialistica. Al di fuori di ciò, anche la migliore lotta di liberazione nazionale, anche quella a più forti connotati popolari e persino proletari (e la resistenza jugoslava fu, in un certo senso, entrambe le cose), non poteva che inserirsi quale elemento secondario di manovra nel gioco dei contrapposti imperialismi, pagandone tutti gli scotti (come in effetti avvenne). Perciò, anche al top delle sue prestazioni, il movimento di Tito vide, sin dalle origini, l’elemento nazionalista preponderante su quello di classe e strangolatore di esso, a scala jugoslava e internazionale: il “fronte patriottico” interclassista e nazionalista, che i “comunisti” di Tito pretendevano di “egemonizzare”, si sarebbe presa una bella rivincita sulle chiacchiere socialiste e rivoluzionarie nel momento in cui gli interessi nazional-borghesi della Jugoslavia venivano a scontrarsi con l’opposto “fronte patriottico” borghese italiano. Di qui i confini statali, su cui misurarsi, tra i popoli e le classi; di qui l’inizio della slittata del nazional-comunismo, dopo il ’48, verso l’Occidente.

Secondo: è proprio in questo elemento che noi vediamo l’autentico delitto storico operato dal titoismo. E ciò al di là del fatto delle foibe, che non poté assurgere, come altrove (vedi gli eccidi di Hiroshima e Nagasaki o il bombardamento sui civili di Dresda), a paradigma di vendetta (imperialista) contro popoli nemici per la natura stessa del movimento di liberazione nazionale titoista. Paradossalmente, proprio la sua iniziale coloritura sociale “comunista” fece sì che attorno ad esso si raccogliesse inter-nazionalmente un concorso di energie proletarie di slavi ed italiani (provvisoriamente) uniti, il che agì da deterrente contro un revanscismo puramente nazionalistico “slavo” (cosicché, sotto questo aspetto, andrebbe dato atto ai partigiani italiani schierati con Tito di aver impedito il peggio).

Quel tanto residuale di una tradizione comunista sfigurata, tradita e rovesciata che ancora sopravviveva nell’animo dei combattenti partigiani tanto slavi che italiani (e, soggettivamente, forse, nella testa di alcuni loro capi) poté offrire allora uno squarcio di quel che altrimenti sarebbe potuta essere una vera guerra internazionalista di classe e, quanto meno, impedire gli orrori di cui seppero fregiarsi i “civili” democratici imperialisti. Altro che “barbarie slavo-comunista”! Un residuo, nondimeno, destinato alla definitiva scomparsa sotto l’ala dei Tito e, più, dei Togliatti, dei Vidali etc. Questo il delitto!

In connessione a ciò c’è una questione ulteriore, di cui nessuno, o quasi, ha sin qui parlato, ed è la repressione spietata da parte del titoismo di tutte quelle sparute voci, slave ed italiane, che sin da allora seppero ergersi contro la deriva nazionalista in atto disegnandone le conseguenze. Gli autentici internazionalisti furono fatti fuori, anche fisicamente, da Tito senza troppi complimenti, in piena concordanza con la dottrina di Mosca (e di Washington). Qualcuno, di recente, si è provato a riesumare anche questa pagina buia, ma per ricordare solo le “vittime italiane” ed ascriverne l’eliminazione al solito “nazionalismo slavo”: Eh no, bari e delinquenti! Internazionalisti slavi ed italiani furono eliminati dallo stalinismo per conto dell’imperialismo, quel caro imperialismo che vi sta tanto a cuore, ed abbiate perlomeno il pudore di non fingere di piangervi sopra oggi né, tantomeno, di utilizzarne il sacrificio per l’ennesima sporca operazione sciovinistico-imperialista!

Queste sono le nostre “foibe” e di esse chiediamo conto, prima ancora che a Tito, all’ideologia e alla potenza materiale del nostro mortale nemico di sempre, il capitalismo, col suo putrido cuore qui, in Occidente.
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Epurare

E’ il titolo dell’editoriale del 16 maggio 1945 del Nostro avvenire, “giornale degli italiani di Trieste e del Litorale”. Lo riproduciamo quasi integralmente, perché da esso traluce il sacrosanto bisogno che il proletariato militante sentiva di esercitare la repressione di classe contro i responsabili dell’oppressione (di classe e di nazione) del fascismo. Un sentimento che fu poi tradito da quel PCI di Togliatti che allora diceva di volerlo raccogliere e che quei responsabili mandò liberi.

“I residui di fascismo di fronte ai quali dobbiamo stare all’erta e che dobbiamo combattere conseguentemente, sono molti e vari e non a tutti facilmente identificabili. C’è una quantità di gente che in questi giorni, per sola ignoranza e in buona fede, si rende docile strumento di quei fascisti che ancora non sono sfuggiti alla giustizia del popolo, o che ancora non sono stati tolti dalla circolazione e messi nell’impossibilità di agire. (…)

Ci sono di quelli cui i fascisti arrestati fanno compassione e vorrebbero che li rilasciassimo. La migliore risposta a tali espressioni d’ingiustificato pietismo la danno gli attentatori. Dovremmo lasciare in libertà i compagni di coloro che già più d’una volta, anche nella nostra città, hanno sparato, dopo la capitolazione nazifascista, sui nostri? Eh no, cari amici, poiché non si tratterebbe più di generosità ma di stoltezza.
Il problema è noto a tutti coloro che, in un campo o nell’altro, hanno avuto a che fare con l’epurazione. Le masse lavoratrici esigono ch’essa sia condotta a fondo, ed hanno perfettamente ragione. Troppo abbiamo sofferto noi e le nostre famiglie, per troppi lunghi anni, perché si possa oggi perdonare a coloro che instaurarono o contribuirono a instaurare il regime maledetto, a coloro che da tali nostre sofferenze trassero piaceri e privilegi, a coloro che operarono ai danni dei colleghi di lavoro, e furono servili ed ossequiosi verso i padroni e brutali e prepotenti verso i propri pari e specialmente verso i sottoposti.
Nell’epurazione, che si sta compiendo da parte di operai e impiegati nelle fabbriche e negli uffici, i nostri lavoratori stanno mostrando una maturità politica, una decisione e nello stesso tempo un chiaro e profondo senso di giustizia, per cui talora si sono sentiti in dovere di lasciare al suo posto qualche squadrista che non si era macchiato di infamie, s’era anzi ravveduto e s’era comportato bene, mentre hanno a ragione eliminato dalle loro file individui che, anche se non iscritti al partito fascista, si erano comportati vigliaccamente nei confronti dei colleghi. (…)
Dobbiamo, dunque, essere giusti e non compassionevoli. Non dobbiamo dimenticare. Non dobbiamo ignorare che fascisti ancora circolano ed hanno ancora ucciso e tentato d’uccidere. Noi non siamo vendicativi né fautori dell’odio (…). Non si restituisce alla salute il corpo piagato della società, se tutto il marcio che infesta la piaga non viene accuratamente ripulito.”


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Il dovere della scuola borghese: educare all’anti-comunismo.

Abbiamo notizia che l’ala dura, “sociale”, di Alleanza Nazionale ha creato “Il Comitato per il diritto alla verità storica” che si propone la messa al bando dei libri di testo scolastici colpevoli di “ignorare o negare l’Olocausto degli italiani infoibati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia ad opera degli slavocomunisti“. Niente di strano, è un mestiere che ben si addice ai nostalgici dell’incorrotta Grande Italia dei Mazzini, dei Cavour, dei Garibaldi, dei… Mussolini e del Polo delle Libertà.Più “strano” è che a questa iniziativa abbiano potuto concedere la propria firma due ulivisti quali Maurizio Costanzo, il tenutario del bordello-show che reca il suo nome, e l’Annunziata (anche se c’eravamo accorti che Telekabul sta sempre più assomigliando a Telepredappio, soprattutto quando si tratta di consigliare moderazione e tirate di cinghia agli operai). Niente di strano, in effetti, se si tien conto del pistolotto di Violante sui “fratelli italiani” della RSI. E per nulla strano che il ministro Berlinguer abbia subito assicurato che si provvederà a colmare la “lacuna”. Perciò, storici del regime, siete avvisati: prendete carta e penna e trascrivete quel che vi detta la Voce del Padrone!Sappiamo da sempre qual è la funzione della scuola nel presente sistema sociale: educare i propri polli all’ideologia del regime ed alle sue menzogne. Sappiamo da sempre che la vera educazione si fa altrove, coi testi delle lotte di classe e le pagine scritte in grado di chiarirle a sé stesse. Finalmente cade anche l’ultima (?) illusione di una scuola educatrice “neutrale” e se ne vede l’osceno volto fronteunitariamente schierato a favore della reazione. Noi abbiamo già pronti i nostri “libri di testo” e siamo intenzionati a difenderli dal rogo degli Alemanno, degli Storace, dei Violante, dei Costanzo e dell’Annunziata. E sapremo anche noi usare i nostri lanciafiamme.

L’Italia fascista “infoibava” anche in tempo di pace. Nessuno lo ricorda.

Il pungolo rosso

Fonte

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