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PROFITTI E PERDITE

24 FEBBRAIO 2022 – 24 FEBBRAIO 2023. UN ANNO DI GUERRA IMPERIALISTA IN UCRAINA

(25 Febbraio 2023)

trevor

Sebbene fosse chiaro anche un anno fa, oggi è drammaticamente evidente quali siano le cause della guerra in Ucraina. Quella del John Reed cinematografico è però una risposta lapidaria che oggi molte realtà che si ritengono ben più radicali di un circolo liberale non sono più in grado di comprendere. Che la guerra in Ucraina sia parte integrante, inscindibile, di un confronto imperialistico su scala globale lo dimostrano platealmente i flussi miliardari di armi, i colossali finanziamenti, i programmi di addestramento messi in cantiere da alcune delle maggiori centrali imperialistiche del pianeta. Lo dimostrano le mosse, le iniziative, le logiche manifeste e le preoccupazioni espresse dai vertici delle potenze che intorno alla crisi ucraina si muovono e si misurano, calcolando gli effetti del conflitto sui vari quadranti critici, sui nodi nevralgici degli assetti e delle spartizioni internazionali.

L’imperialismo russo, in difficoltà nella competizione per quote e posizioni della spartizione mondiale di mercati e plusvalore, ha messo mano alle armi in operazioni di ampia portata, cozzando contro forze ucraine da tempo equipaggiate, addestrate e armate da un poderoso schieramento imperialistico a guida statunitense.

La Germania, uno dei principali bersagli politici di questa guerra, subisce la pressione dell’iniziativa americana che, facendo leva sul conflitto ucraino, punta a compattare ulteriormente un’”altra” Europa che ostacoli e contenga i tentativi tedeschi di centralizzare politicamente lo spazio continentale, e ad allargare sempre di più il fossato apertosi con la Russia e con l’Asia (esattamente nella direzione opposta rispetto alle tendenze dell’imperialismo tedesco e russo degli ultimi decenni). Seppure Berlino tenti faticosamente di impostare una reazione, è evidente che lo stop imposto al varo del gasdotto Nord Stream 2 e la non chiarita distruzione del Nord Stream 1, insieme alle pressioni per l’invio di armamenti sempre più potenti all’Ucraina, non fanno pensare attualmente – se non a chi è costretto a difendere schemi precostituiti sempre più distanti dalla realtà – ad una Germania nella posizione di chi l’abbia “spuntata” nel confronto con gli USA.

Ad un anno circa dall’avvio dell’offensiva russa, dal palco della conferenza di Monaco sulla sicurezza, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica (che ad un mese dall’inizio della guerra indicò apertamente il ruolo centrale svolto nel tempo da quest’organizzazione nel rafforzare in maniera determinante l’esercito ucraino) ha apertamente chiamato in causa la Cina, quale destinatario del messaggio insito nella capacità di arresto e di ridimensionamento della spinta militare delle forze di Mosca. Dal medesimo consesso si è levata la voce del massimo esponente della diplomazia dell’ascendente imperialismo cinese che, a conferma dell’ampiezza del confronto e della molteplicità di forze e versanti coinvolti, ha denunciato come potenze rivali di Pechino stiano utilizzando la crisi ucraina per perseguire obiettivi strategici che si situano ben oltre i confini del conflitto nell’Europa orientale. Quella attuale si rivela una guerra imperialista “per procura” non soltanto dal punto di vista dell’Ucraina che la combatte sul campo. È sempre più evidente che anche i reali avversari di questo confronto sono suocere che devono intendere le lezioni inferte alle nuore.

Intanto, sulla stampa internazionale compaiono scenari sempre più definiti di una corsa internazionale alla ricca ed insanguinata torta della ricostruzione ucraina. Gruppi economici stanno sgomitando, sostenuti dai rispettivi Stati, per “investire” nell’Ucraina del dopoguerra – e nella tumultuosa gara per assicurarsi il massimo profitto possibile dalla distruzione di un Paese non poteva mancare, confinata in uno spazio marginale e declinante ma non per questo meno squallida e feroce, la borghesia italiana – mentre i poteri di Kiev, alacremente all’opera nell’implementare una legislazione del lavoro sempre più apertamente antioperaia, incontrano i dirigenti delle maggiori banche e dei più grandi fondi di investimento al mondo, in attesa che si consumi la spartizione dell’economia ucraina e della sua forza lavoro, come è in gran parte già avvenuto in settori come quello agricolo.

Nel frattempo, i profitti delle risorse energetiche, seppure ridotti dalle sanzioni, continuano ad affluire in Russia, mentre quelli del gas liquefatto, generosamente fornito all’Europa a prezzo di mercato se non maggiorato, scorrono verso gli USA. Ciò che diminuisce è il livello delle condizioni di vita della classe operaia di tutto il mondo, a causa dell’aumento generalizzato dei prezzi, mentre in un’area ancora limitata di questo stesso mondo è la sua esistenza fisica ad essere minacciata dalle bombe e dai proiettili.

Parole altisonanti come “vittoria” e “sconfitta”, “libertà” e “indipendenza” assumono significati molto differenti per le varie classi, in Ucraina come in Russia. Oggi solo una disperata ignoranza dei più evidenti, dei più decisivi fatti concernenti il conflitto ucraino può spingere a considerarlo ancora come uno scontro imperniato essenzialmente e principalmente sulla questione dell’indipendenza nazionale, dell’autodeterminazione del popolo ucraino, come uno scontro che trova nella contrapposizione tra due nazioni, tra i loro diritti e le loro pretese, la sua ragione di fondo. Solo una deriva ideologica ormai sprofondata nell’assurdo può conferire alla Russia e ai Paesi che in vario modo ne sostengono lo sforzo bellico, o che ne appoggiano l’attuale azione politica, una valenza di alternativa, di contraltare rispetto ai caratteri imperialisti dello schieramento che sorregge l’apparato militare di Kiev. Solo una spaventosa cecità, un’inguaribile ottusità dottrinaria o una consapevole adesione al coro propagandistico di uno degli schieramenti imperialistici, i cui interessi e rivalità hanno determinato lo sviluppo del conflitto sulla scala attuale, possono portare ancora a negare che le leve di questa guerra sono ben oltre Kiev e non si trovano soltanto a Mosca. La guerra in Ucraina è la risultante di un lungo agire delle forze dell’imperialismo, della competizione e dell’interazione tra potenze nella dinamica dell’attuale stadio supremo del capitalismo.

Un anno fa iniziavano le operazioni russe su vasta scala sul territorio ucraino. Spesso indicare l’inizio (e la fine) di un conflitto è un’operazione convenzionale, una scelta che astrae alcuni momenti particolarmente significativi da un insieme, da un flusso di avvenimenti e di sviluppi. Sicuramente l’avvio dell’invasione russa, il 24 febbraio del 2022, ha rappresentato un salto di qualità in una già lunga vicenda di tensioni e spartizioni intorno all’area coinvolta. È in questo senso, quindi, che si può affermare che quel giorno è iniziata la guerra in Ucraina. A patto di non trascurare come questo conflitto sia parte integrante di una dinamica, di un confronto storicamente più ampio che ne ha delineato i presupposti e definito le condizioni. Questa dinamica è una dinamica imperialistica e quella ucraina è – e non solo da un anno a questa parte – una linea di faglia degli assetti imperialistici. Separare questo momento, per quanto rappresenti un salto qualitativo rispetto agli sviluppi precedenti, dalla dinamica di cui è parte e da cui è alimentato è la condizione di base per non comprendere la guerra e finire, quindi, per essere accorpati in uno degli schieramenti che in essa, direttamente o indirettamente si confrontano. La guerra in Ucraina è una guerra imperialista. In questa affermazione non c’è alcuna propensione sloganistica, alcuna vocazione alla tonante dichiarazione di principio. È la sintesi teorica di un processo storico, di un momento di concentrazione, di precipitazione delle tensioni, delle criticità e della conflittualità di questo processo. È la sintesi politica di un’individuazione dei caratteri essenziali e determinanti, delle cause più profonde del conflitto. Anni di analisi della dinamica imperialistica lungo la linea di faglia ucraina ci hanno permesso di arrivare attrezzati politicamente al banco di prova costituito dalla guerra su ampia scala in Ucraina. Quando è partito, anche in Italia, il sabba della campagna ideologica e propagandistica volta a sostenere l’ennesima guerra “giusta”, la guerra per motivi “più alti” rispetto alle logiche della spartizione imperialistica e della definizione dei rapporti di forza tra potenze, la guerra che impone compiti di stringente “priorità” per assolvere i quali è necessario accantonare le divisioni di classe e i differenti interessi di classe, avevamo già potuto mettere a fuoco i passaggi e i fondamentali interessi che questa guerra avevano preparato e reso possibile. Ciò ha consentito di rivestire di carne e sangue, di riaffermare nella concretezza storica del confronto intorno all’Ucraina, i concetti di imperialismo e di internazionalismo proletario.

È da questo punto di vista che, per usare il linguaggio della partita doppia borghese, dai profitti capitalistici è doveroso passare al conto perdite del movimento operaio.

Gran parte del mondo trotskista – anche se non tutto – dal 24 febbraio dello scorso anno ha vissuto il proprio “4 agosto” (e non per la prima volta). Alcuni raggruppamenti si sono schierati “incondizionatamente” al fianco della “lotta di liberazione nazionale” ucraina, mentre altri, dopo “attente analisi”, sono giunti alla conclusione che il vero aggredito è la Russia e che la sua guerra è antimperialista. Queste capitolazioni di fronte ad una guerra imperialista non sono casuali, sono, tra le altre cose, il frutto avvelenato di una concezione non marxista che confina l’internazionalismo proletario nella denuncia delle aggressioni imperialiste. Non si ripeterà mai abbastanza che nelle guerre imperialiste per i marxisti non sono le nazioni e gli Stati borghesi i soggetti aggrediti e aggressori, ma le classi sociali, rispettivamente il proletariato e la borghesia. Solo coloro per i quali questa non è una vuota frase da esibire in tempi pacifici, quando non costa nulla, hanno il diritto di definirsi internazionalisti. L’internazionalismo non si esaurisce nella denuncia delle aggressioni militari. Si possono persino denunciare le aggressioni militari del proprio imperialismo, dei suoi alleati o di Paesi terzi, magari inscenare proteste parlamentari o pacifiche manifestazioni di piazza contro l’aggressione, ma se si considera la dinamica aggressore-aggredito come il cardine dell’internazionalismo nel corso di una guerra imperialista, si può facilmente finire, abili e arruolati, nello schieramento imperialista che sostiene il Paese aggredito e, soprattutto, si lascia la porta aperta alla giustificazione dell’Union sacrée e della difesa nazionale, qualora la propria “patria” venisse “aggredita”. La storia del secolo dell’imperialismo è piena di “internazionalisti” che non volevano la guerra, non volevano che il loro Paese la scatenasse o che vi entrasse, ma che, una volta “aggrediti”, hanno risposto alla “chiamata” arruolandosi in servizio ideologico attivo.

Molti raggruppamenti e individualità della galassia anarchica – anche in questo caso con delle preziose eccezioni – si sono trovati ad inneggiare ai manipoli di anarchici ucraini che partecipano alla “resistenza” antirussa… armati e coordinati dallo Stato Maggiore della borghesia ucraina nel quadro strategico dei comandi militari statunitensi. In questo caso l’operazione di “restyling” del tradizionale antimilitarismo anarchico e del rifiuto della guerra borghese è passata tramite la descrizione della guerra come una “presa delle armi” da parte del “popolo” per difendere la “società” ucraina. Nessuno stupore. Parlare di mobilitazione bellica, di arruolamento e di conseguente distribuzione di armi da parte di uno Stato borghese sarebbe stato a dir poco imbarazzante per questo genere di anarchici, mentre la sostituzione delle parole Stato, nazione e interessi capitalistici con il termine “società ucraina” conferisce l’illusione lessicale che non si sia consumato il tradimento dei propri princìpi… la faccia è salva e la bandiera della “purezza” anarchica, da contrapporre al marxismo “autoritario” e “statolatra”, rimane “pulita”… più o meno.

D’altro canto, anche alcuni cascami del maoismo hanno fatto propria la battaglia dei “machnovisti con Zelensky”, condividendo la mistificazione di una guerra di popolo – o di operai – che imbracciano le armi nella “resistenza” contro lo straniero invasore. Una guerra destinata a evolvere senza soluzione di continuità in lotta anticapitalista. In un anno di guerra, le favole sulle “ipoteche” che il “proletariato in armi” avrebbe posto sul dominio borghese in Ucraina si sono confermate tali… la partecipazione del proletariato ucraino alla guerra contro l’invasore, ideologicamente e militarmente inquadrata dalla borghesia, non si è trasformata per le sue intrinseche virtù in mobilitazione di classe. E non perché sia ancora troppo presto, ma perché una guerra imperialista può trasformarsi in guerra civile rivoluzionaria solo se il proletariato possiede quella coscienza teorica e politica organizzata indispensabile a rendere tale opzione possibile, una coscienza che non si costruisce con il socialimperialismo.

In questo susseguirsi di “perdite” si possono considerare tutto sommato positivamente in Italia quelle forze sindacali e politiche che, per loro stessa onesta ammissione, esprimono ancora soltanto una “tendenza” all’internazionalismo rivoluzionario e che, pur con molta fatica e qualche ambiguità, hanno espresso una posizione di opposizione alla guerra imperialista su entrambi i fronti. Una maggiore lucidità nel riconoscere le proprie incertezze iniziali – soprattutto nel sovrastimare l’elemento nazionale presente all’interno della guerra imperialista in Ucraina –, una minore tendenza a giustificare come superate solo dall’evoluzione della realtà posizioni che erano errate fin dal principio e ad estendere retroattivamente le proprie successive acquisizioni politiche – attitudine dettata probabilmente dall’ansia promozionale di attribuirsi patenti di “uniche” soggettività internazionaliste operanti – gioverebbe a queste realtà molto più dell’autoproclamazione di attualmente improbabili nuove “Zimmerwald”.

La stessa caratterizzazione sintetica del conflitto come una guerra tra Nato e Russia, proposta da queste realtà politiche, può rivelarsi fuorviante nella misura in cui sembra delineare il quadro di un’Alleanza Atlantica come blocco imperialistico monolitico, compatto nella sua contrapposizione alla Russia, quando nella realtà non soltanto non tutti i membri della Nato stanno sostenendo economicamente e militarmente l’Ucraina contro la Russia ma anzi la stessa posta in gioco della guerra vede contrapposti gli interessi imperialistici di medio e lungo periodo di diverse potenze che fanno parte dell’Alleanza. La Nato è un’alleanza militare definitasi originariamente in un quadro molto preciso di rapporti di forza tra le potenze. Rapporti di forza che alla conclusione dell’ultimo conflitto mondiale vedevano potenze vittoriose e potenze sconfitte; potenze economicamente dominanti sul mercato mondiale e potenze subalterne; potenze per le quali l’Alleanza era un’opportunità e altre per le quali rappresentava un giogo, così come ogni alleanza imperialistica. Non si può seriamente ritenere che l’Alleanza Atlantica elimini i permanenti contrasti di interesse tra le potenze grandi e medie che ne fanno parte e che non venga utilizzata dalle potenze ancora in posizione predominante per cercare di condizionare l’inevitabile mutamento dei reciproci rapporti di forza. Non si tratta di “geopolitica” ma della semplice applicazione della teoria marxista, che, a partire dall’analisi della legge dell’accumulazione capitalistica permette alla classe rivoluzionaria di comprendere la dinamica dell’imperialismo e dei rapporti fra le potenze, delle crisi e delle guerre. Quanto alla definizione della guerra in Ucraina come di una guerra “inter-capitalistica”, il rischio è quello di fornire una formula di comodo per chi è interessato a negare il carattere imperialista della guerra su tutti i fronti, rischio che può essere evitato solo chiarendo che la natura inter-imperialistica di un conflitto non è messa in discussione dall'esistenza di differenze quantitative tra i contendenti all’interno di un contesto capitalistico che è oggi qualitativamente imperialistico nel suo complesso.

Ad ogni modo, l’incoraggiamento rivolto a queste realtà politiche a proseguire nel cammino internazionalista verso il quale tendono non può non accompagnarsi all’auspicio che si faccia pubblicamente chiarezza con le altrettanto pubbliche posizioni inequivocabilmente socialimperialiste espresse da alcune delle loro componenti minoritarie. Posizioni che, almeno fino alla metà del 2022, pur definendo la guerra in Ucraina come una guerra imperialista su entrambi i fronti ritenevano che il proletariato ucraino dovesse prima cacciare i russi e poi saldare i conti con i propri “oligarchi” (non è più di moda chiamare i borghesi con il loro nome). Una versione molto “aggiornata” del disfattismo rivoluzionario che, a quanto pare, non consisterebbe più nell’auspicare ed eventualmente favorire, non concedendo alcuna “tregua sociale” nella lotta di classe, la sconfitta del proprio Stato borghese nella guerra imperialista (che in cos’altro consiste se non nella “vittoria del nemico del proprio governo”?) al fine di creare le condizioni per un sollevamento rivoluzionario della classe operaia… ma in un generico “utilizzo” delle sofferenze della guerra per far “maturare” nel proletariato la consapevolezza che per ottenere una “vita migliore” il sistema va rovesciato. Non è falso, ma è vago e non impegna, dal momento che le sofferenze del proletariato in guerra e una sua generica consapevolezza che “un altro mondo è possibile” non sono sufficienti ad indebolire il proprio Stato borghese. Senza perseguire la disfatta – anzi con la consegna di “cacciare prima il nemico” e quindi di continuare a combattere la guerra della propria borghesia – questo “disfattismo” somiglia in modo preoccupante al “vittorismo” socialimperialista[1].

Era inevitabile attendere che le maggiori centrali imperialistiche del mondo affondassero apertamente le loro dita rapaci nella ferita ucraina, infettandola sempre più, per cogliere la natura imperialistica del conflitto? Era destino ineluttabile quello di attraversare un iniziale momento di sbandamento, di offuscamento della coerenza internazionalista prima che il sempre più pieno dispiegarsi dei fatti e degli sviluppi della crisi ucraina consentisse di intravedere la strada di una reale autonomia politica di classe? Non lo crediamo. Semmai la guerra in Ucraina si è mostrata come un banco di prova anche rispetto al reale processo di assimilazione del marxismo, dei criteri e dei percorsi attraverso cui fare dell’unica teoria rivoluzionaria una reale guida per l’azione politica. Solo se gli strumenti concettuali del marxismo diventano gli elementi fondamentali e l’ossatura di un costante impegno nella comprensione della realtà storica in divenire, di uno sforzo per decifrare la complessità delle forme e dei nessi della formazione economico-sociale capitalistica, dei movimenti unitari e al contempo degli urti e delle frammentazioni di un organismo capitalistico articolato nella dimensione globale imperialistica, è possibile perseguire veramente l’obiettivo di costituire un soggetto politico proletario e rivoluzionario di fronte alla aspre scadenze, ai momenti della verità che il procedere della storia capitalistica incessantemente prepara. Chi pensa che la coerenza rivoluzionaria del marxismo possa prescindere da questo continuo e severo tirocinio, con le sue rigorose esigenze di verifica, e che possa tradursi in formule dottrinarie da sventolare al momento buono senza che siano l’espressione, la sintesi politica, di una comprensione profonda della dinamica storica, è un illuso destinato inevitabilmente ad essere utilizzato – e ad esserlo con risultati tanto più nefasti e velenosi quanto più è in buona fede – da parte delle pervasive forze del mondo borghese.

Infrantasi sui campi di battaglia d’Ucraina, sepolta sotto le macerie delle sue città e delle vite che le popolavano, sparsa tra i corpi dilaniati dei soldati russi mandati a morire dal verbo del capitale per la grandezza di una madre patria corrotta fino al midollo – come tutte le patrie odierne, l’illusione di una fine delle guerre “vere”, tra nazioni ormai incardinate nei benefici del mercato globale e nella pienezza della legge del profitto, la dinamica dell’imperialismo dimostra al contrario e più che mai i nuovi e ancor più devastanti conflitti che ha in serbo.

Non sappiamo quanti banchi di prova, della gravità, della vastità e della capacità di essere dirimenti come quello ucraino, riserverà ancora il corso dell’imperialismo alle soggettività rivoluzionarie. È necessario, quindi, misurarsi con gli snodi, i fatti, i problemi sprigionati da questo momento di verifica con la più rigorosa coerenza, con la più severa onestà, anche e soprattutto nei confronti di quelli che potrebbero essere i propri errori, le proprie carenze. È urgente cercare di trarre da questi momenti il massimo possibile in termini di crescita, di maturazione. Per questo gli errori, i cedimenti di chi aspira, di chi si propone di costituire una soggettività cosciente nella lotta contro il capitalismo – di chi magari pretende di rappresentare un punto di riferimento nel processo di formazione della coscienza di classe rivoluzionaria mentre in realtà veicola ideologie e interessi della classe dominante – devono essere indicati, messi a fuoco con estrema nitidezza, senza ipocriti riguardi. La storia delle crisi, delle guerre, degli inganni e delle distruzioni dell’imperialismo è tornata ad accelerare. Non siamo in grado di prevedere quanti altri momenti di crisi parziale renderanno possibile un’accelerazione nella crescita politica, prima che l’orizzonte del pianeta divampi in conflagrazioni di dimensioni tali da mettere a nudo l’attuale ritardo della coscienza organizzata del proletariato e di estromettere dal novero delle opzioni storiche la risposta liberatrice della nostra classe. Prima che trionfi irrevocabilmente la barbarie, che oggi si pone esclusivamente nei termini di un regresso del genere umano a stadi di abbrutimento nei quali si sostanzierebbe la condanna per non aver sottratto la potenza delle forze produttive sociali alla schiavitù omicida del capitale. Sospinti dai fatti storici lungo questa prospettiva, i marxisti conseguenti non possono permettersi di far passare difficili ma preziose occasioni di rafforzamento della propria identità rivoluzionaria, del proprio spessore politico. Per questo non si può concedere indulgenza – meno che mai autoindulgenza – verso ciò che deve essere superato in vista dei grandi compiti che spettano ai militanti rivoluzionari.

Dal canto nostro, ad un anno di distanza, in quanto soggettività politiche non possiamo che confermare ogni singola parola della nostra presa di posizione comune, contro una guerra imperialista che sarebbe scoppiata il giorno successivo alla sua pubblicazione. E possiamo farlo con coerenza, senza aggiustamenti, emendamenti e correzioni, al contrario di quanti pretendono oggi, che la marea della propaganda borghese è in temporaneo e parziale riflusso, di aver sempre detto ciò che ieri invece tacevano, proni sotto la sferza della marea montante e dell’opportunistico timore dell’isolamento.

Possiamo rivolgerci alla nostra classe a testa alta, perché non possiamo essere strumentalizzati da nessuno. Non dalla Russia, di cui abbiamo condannato l’aggressione imperialistica. Non dagli Stati Uniti, dei quali abbiamo messo in evidenza gli interessi imperialistici nell’Europa orientale; non dalla Germania, dalla Francia o dalla Gran Bretagna, non dal nemico in casa nostra, dall’imperialismo italiano, del quale abbiamo denunciato l’allineamento all’interno di uno degli schieramenti imperialisti che si fronteggiano in una guerra finora combattuta dall’esercito ucraino e da quello russo. L’imperialismo può cercare, e trovare, i propri servi altrove, non c’è che l’imbarazzo della scelta.



NOTE

[1] Cfr. Per un intervento internazionalista contro la guerra, Pagine Marxiste, giugno 2022, pp. 34-35: «Ci sono i carri armati russi in Ucraina, non viceversa, e questo pone problemi politici e sociali (prima che geopolitici)». Ci domandiamo se con “geopolitica” l’autore si riferisca ad una coerente posizione classista ed internazionalista, dal momento che anche all’inizio del Primo conflitto mondiale c’erano truppe tedesche in Belgio e in Francia, non viceversa, truppe russe in Prussia orientale, non viceversa… «Disfattismo rivoluzionario. Questa parola d’ordine non può significare augurarsi la vittoria del nemico del mio governo (nel caso dei russi, sarebbe la vittoria di Zelensky e Nato, nel caso nostro, la vittoria di Putin (ciò tra l’altro renderebbe impossibile una posizione comune)». «… i comunisti [devono] lavorare tra le centinaia di migliaia che partecipano alla mobilitazione di solidarietà e di resistenza dicendo: adesso cacciamo i russi, poi sarà la volta dei “nostri” oligarchi». Ci limitiamo a confrontare questa “interpretazione” del disfattismo rivoluzionario con la concezione che ne aveva Lenin: «La classe rivoluzionaria, nella guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggior facilità di abbatterlo. Soltanto il borghese, il quale crede e desidera che la guerra iniziatasi tra i governi termini assolutamente come una guerra tra governi, trova “ridicola” od “assurda” l’idea che i socialisti di tutti i paesi belligeranti manifestino e augurino la sconfitta di tutti i propri governi. Al contrario, proprio una simile azione corrisponderebbe ai segreti pensieri di ogni operaio cosciente e si accorderebbe con la linea della nostra attività diretta a trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Indubbiamente, la seria agitazione contro la guerra di una parte dei socialisti inglesi, tedeschi, russi ha “indebolito la potenza militare” dei rispettivi governi; ma tale agitazione è stata un merito di questi socialisti. I socialisti devono spiegare alle masse che per esse non c’è salvezza senza l’abbattimento rivoluzionario dei “propri” governi, e che le difficoltà di questi governi nell’attuale guerra devono essere sfruttate appunto a questo fine». Lenin, Il socialismo e la guerra, Opere Complete, Vol. 21, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 288.

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista “coalizione operaia”

2209