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In Iran le proteste interclassiste non scuotono la teocrazia borghese

L’assenza di rivendicazioni proletarie indebolisce il movimento
L’economia in mano ai Pasdaran è la base materiale del consenso della Repubblica Islamica in cerca di alleanze

(28 Febbraio 2023)

il partito comunista

Le proteste che da metà settembre scuotono l’Iran sono ancora lontane dal trovare uno sbocco politico e di mettere in discussione i rapporti di forza fra le classi e gli equilibri di potere consolidati da tempo all’interno del regime della repubblica borghese teocratica.

IIl movimento di protesta, nato spontaneamente dall’uccisione da parte della “Polizia Morale” di Mahsa Amini, non ha saputo darsi una direzione in grado di unificare ed estendere le lotte. Questo si spiega con l’incapacità, o anche la non disponibilità, di questo movimento di saldarsi col malcontento di tipo economico del proletariato e degli strati più deboli della società iraniana.

Dal maggio del 2022 si erano intensificate le proteste e i tumulti che sin dalla fine del 2017 hanno turbato la pace sociale del paese. Alla fine del 2017 ci fu una rivolta spontanea dovuta a cause economiche in cui la componente proletaria fu assai importante. La successiva repressione non la placò del tutto e negli anni successivi il proletariato iraniano e gli strati semiproletari e diseredati hanno continuato a esprimere un certo grado di turbolenza sociale.

Lo stesso stava accadendo a partire dal maggio del 2022 quando il carovita e la miseria aveva dato vita a proteste in cui la componente operaia non era affatto assente. Ad ampliarle nella provincia del Khuzestan anche la mancata fornitura di acqua corrente.

Tuttavia il proletariato iraniano, indocile e combattivo, sprovvisto come è degli organi della propria indipendenza di classe, che sono il partito comunista e il sindacato, non è riuscito a imporre la propria direzione nelle lotte, che hanno finito per assumere un carattere interclassista.

Nei mesi successivi si rafforzato questo carattere delle proteste. L’oppressione della donna e l’umiliante imposizione del velo suscitano indignazione, che però resta senza sbocchi in assenza del protagonismo della classe lavoratrice, saldamente unificata sul piano delle proprie rivendicazioni economiche di classe.

La borghesia e le mezze classi, che mal sopportano gli eccessi dell’occhiuta “polizia morale”, non sono interessate ad alcun moto del proletariato, anzi preferiscono che resti fermo a subire in silenzio il ferreo e terroristico dispotismo, in fabbrica e fuori.

Questa lotta contro il regime non coinvolge soltanto le mezze classi, se con sapiente efferatezza la repressione teocratica si è abbattuta con maggiore violenza sugli elementi proletari o semiproletari, come lo erano i quattro giovani giustiziati. La repressione nei confronti delle donne che rifiutano il velo è assai più blanda nei quartieri dei ricchi che in quelli proletari.

Altro elemento delle proteste è la questione delle minoranze etniche, soggette a gradi difformi di oppressione. Curdi e beluci vi hanno dato un contributo significativo. Come gli arabi del Khuzestan, subiscono, oltre alla discriminazione linguistica, anche quella religiosa dato che, sunniti, restano minoritari e subalterni nell’Iran delle gerarchie chiesastiche sciite. Una certa inquietudine si avverte anche fra la componente turca sciita degli azeri, la minoranza linguistica più importante del paese, la cui borghesia guarda con sempre maggiore interesse al “modello” della Turchia.

Per un paese a capitalismo maturo, sul quale pesano il rallentamento della crescita industriale e le difficoltà per le sanzioni economiche imposte dall’Occidente, al fine di limitarne la produzione petrolifera, esiste evidentemente un problema di gestione della crisi da parte del regime politico teocratico borghese. Il problema della turbolenza sociale rischia di farsi sempre più complesso, con la disoccupazione al 10% della forza lavoro e al 25-30% per i giovani. La costante svalutazione della moneta si fa sentire con rialzi repentini dei prezzi (l’inflazione si attesta sul 40%) e la miseria alligna fra le grandi masse. Il 45% degli iraniani vive al di sotto della soglia di povertà e il 10%, sprofondato nella povertà assoluta, deve fare i conti con seri problemi di denutrizione.

Anche l’andamento demografico non asseconda la stabilità sociale se su una popolazione complessiva di 88 milioni circa il 51% ha meno di 30 anni, mentre la popolazione attiva non raggiunge neanche i 25 milioni di persone. I dati sulla disoccupazione, in particolare giovanile, sono fortemente sottostimati nelle aree rurali, dove risulta occupato nell’agricoltura ancora oltre il 17% della forza lavoro.

Per altro l’Iran è entrato ormai da alcuni decenni nelle piena maturità capitalistica. Da molti anni oltre il 30% della forza lavoro è addetta all’industria. Il settore manifatturiero è abbastanza sviluppato, mentre l’intensità industriale del paese, secondo la produzione di elettricità stimata dall’Onu, vede l’Iran con un indice di 107, in lieve vantaggio rispetto al 106 della Turchia.

In questo contesto di modernità strutturale un elemento lega la stabilità politica a reti di interessi possenti: i pasdaran, i cosiddetti “guardiani della rivoluzione”, oltre che il braccio militare più affidabile della teocrazia borghese, controllano una parte cospicua dell’economia del paese. Un’analogia si trova con l’acquisizione del controllo dell’economia da parte dell’esercito egiziano, che va avanti da alcuni decenni. Come in Egitto i Pasdaran, secondo alcune valutazioni, attraverso le “bonyad”, letteralmente “fondazioni”, esercitano un rigido controllo su oltre il 60% dell’economia iraniana.

Questo indica una netta tendenza al capitalismo di Stato e spiega anche come le lotte dei lavoratori precari del settore privato, in primo luogo quello petrolifero, trovino spesso indifferenti i proletari impiegati nel settore controllato direttamente o indirettamente dallo Stato, i quali contano su maggiori garanzie, come uno stipendio compatibile col livello di sussistenza e una maggiore stabilità del contratto di lavoro.

Questo processo di rafforzamento del ceto militare dei pasdaran segna una lotta politica interna alla classe dominante iraniana, delineando schieramenti in cui gli orientamenti di politica estera hanno avuto riflessi notevoli sui criteri di gestione dell’economia nazionale.

Negli anni ’90 e nei primi anni del nuovo secolo le presidenze di Rafsanjani e di Khatami hanno sviluppato tendenze di politica economica “liberista” e un atteggiamento conciliatorio nei confronti dell’Occidente “capitalistico”, pur nei limiti consentiti dalla cornice della Repubblica Islamica. Essa era nata dal rovesciamento del regime monarchico dei Pahlavi, restaurato nel 1953 dal colpo di Stato pianificato fra Londra e Washington che pose fine al governo di Mossadeq, unico tentativo di politica nazional-liberale espresso dalla borghesia iraniana.

La politica di Khatami che fu presidente fra il 1997 e il 2005 fu di privatizzare gran parte delle imprese di proprietà statale, frutto anche della confisca dei beni della corona successiva al suo rovesciamento. Il carattere tendenzialmente statale assunto dal capitalismo iraniano successivo alla cosiddetta “rivoluzione islamica” del 1979 aveva dato vita a una forma di dirigismo economico che non disdegnò l’adozione di piani quinquennali.

Nel 2005 le elezioni portarono alla presidenza Ahmadinejad, fautore della tradizione più “rigorista”, anche in senso economico, della Repubblica Islamica. La politica economica del suo governo non poté tuttavia discostarsi dal “liberismo” dei due precedenti presidenti e quando si arrivò alla privatizzazione di 300 aziende controllate dallo Stato, per un valore di 70 miliardi di dollari, avvenne che soltanto il 13,5% di esse finì nelle mani dei privati, fra cui i grandi capitalisti iraniani. Quasi tutta la parte rimanente passò nelle mani dei pasdaran.

Questa “militarizzazione” dell’economia iraniana va vista come un elemento di determinazione delle scelte politiche dello Stato in due sensi: 1) i pasdaran hanno bisogno di conservare la presa sulla società iraniana a vantaggio della propria rete di interessi economici, e questo si riflette anche nella necessità di imporre alle masse i canoni di comportamento previsti dall’interpretazione della legge religiosa propria degli ayatollah sciiti; 2) la ripresa del dialogo con l’Occidente implicherebbe necessariamente un rafforzamento degli scambi economici con America ed Europa, indebolendo fatalmente il peso della porzione dell’economia iraniana controllata dai pasdaran, i quali possono giustificare la loro onnipresenza ai posti di comando con la tensione permanente e con la guerra portata avanti dalle milizie filoiraniane in Iraq, Siria, Libano e Yemen.

Da queste premesse e dalla politica delle sanzioni imposta dalle potenze occidentali, in primo luogo dagli Stati Uniti, deriva che le principali risorse di esportazione iraniane, il petrolio e il gas, hanno attualmente un peso ridotto rispetto al passato, sia nella economia del paese sia nelle esportazioni.

QQuesto per vari motivi. La popolazione è cresciuta enormemente negli ultimi decenni passando dai 28,45 milioni del 1970 agli 87,92 del 2021. Negli anni ’70 la produzione di petrolio ha sfiorato in alcuni periodi i sei milioni di barili al giorno. Nel 1978, ultimo anno del regime monarchico, la popolazione iraniana si contava in 36 milioni. Dunque al momento del passaggio al regime teocratico – non possiamo parlare di alcuna rivoluzione sociale per l’Iran, ma di un violento cambio di regime in uno scontro fra fazioni borghesi – l’Iran produceva un barile di petrolio al giorno ogni sei abitanti, e gran parte della produzione era destinata all’esportazione. Nel dicembre scorso, in una fase di ripresa dopo due anni di ribasso dovuto alla pandemia, quando venivano estratti circa 2 milioni di barili al giorno, la produzione nazionale di greggio si è assestata sui 2,8 milioni. Ma nel frattempo la popolazione iraniana è aumentata ad 88 milioni: dunque abbiamo un barile di petrolio ogni 31,4 abitanti. A questo è da aggiungere che oltre due terzi della produzione di petrolio sono attualmente destinati ai consumi interni.

L’andamento delle esportazioni di petrolio getta luce sullo stato attuale delle relazioni internazionali dell’Iran. Sulla carta il petrolio iraniano sarebbe messo al bando dalle sanzioni imposte nel 2018 da Trump quando denunciò l’accordo sul nucleare iraniano raggiunto a Vienna nel 2015. Nel 2020 l’effetto combinato delle sanzioni e della pandemia aveva fatto crollare le esportazioni iraniane di greggio a circa 100.000 barili al giorno. In seguito il volume si era assestato fra gli 800/850.000 barili al giorno.

Il paradosso apparente è che una impennata delle vendite di petrolio all’estero si è avuta dopo l’inizio delle rivolte. A dicembre del 2022 l’Iran ha esportato 1,4 milioni di barili, quasi il doppio dell’estate scorsa. A chi sta vendendo il petrolio l’Iran? Fatto è che la Cina ha aumentato assai le importazioni dalla Malesia: a dicembre 1,2 milioni di barili al giorno, quando la produzione malese è inferiore al mezzo milione di barili.

Forze materiali, non ideologiche, spingono il regime teocratico iraniano a guardare verso oriente. Sono motivi economici, dunque politici, a spingere gli ayatollah a vendere droni alla Russia per proseguire la guerra in l’Ucraina. E cause economiche determinano la politica degli Stati Uniti per i quali il cosiddetto “rispetto dei diritti umani” è solo una formula ipocrita che serve a giustificare crimini di Stato di ogni genere o atteggiamenti compiacenti anche verso quelli che la propaganda fa passare come i peggiori nemici.

Gli Stati Uniti avevano intavolato trattative con l’Iran per alleggerire le sanzioni. L’esplosione delle proteste ha sospeso il negoziato. Il tira e molla da parte dell’amministrazione Usa nei confronti dell’Iran è un modo per continuare a esercitare una pressione, ma senza voler arrivare al rovesciamento del regime, alla qual cosa non necessariamente sono interessati. Intanto il regime concede una parziale amnistia per alcuni intellettuali e manifestanti...

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