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Chen Duxiu. APPELLO A TUTTI I COMPAGNI DEL PARTITO COMUNISTA CINESE - Prima Parte

DOCUMENTI DELL’INTERNAZIONALISMO IN CINA

(12 Marzo 2023)

Prima parte

Chen Duxiu

Chen Duxiu

Nell’ambito del lavoro di riscoperta e di valorizzazione delle esperienze internazionaliste in Cina, riteniamo di grande importanza rendere maggiormente fruibile ai militanti marxisti in Italia la digitalizzazione della lettera aperta indirizzata da Chen Duxiu ai membri del Partito comunista cinese nel dicembre 1929 – in seguito all’espulsione dal partito stesso –, pubblicata nell’antologia Chen Duxiu – Il mondo nel dopoguerra, Prospettiva Edizioni, Roma, 1999. Nel digitalizzare questa lettera, oltre a correggere alcuni refusi, abbiamo aggiornato la traslitterazione dei nomi propri di persona e delle località, eccetto che nel caso di Chiang Kai-shek, la cui traslitterazione tradizionale è quella più nota.

Nato nel 1879 e morto nel 1942, Chen Duxiu – come ricorda Zheng Chaolin – ha vissuto 64 anni «… ricchi di significati simbolici. Partecipò attivamente alla Rivoluzione Xinhai del 1911 come dirigente del movimento Guangfu (Rinnovamento) nell’Anhui; fu uno dei principali dirigenti del Movimento del Quattro Maggio e dell’Illuminismo cinese. Ha trascinato la direzione del Movimento della Nuova Cultura, guidando la sua ala sinistra verso il socialismo. Ha avviato e guidato il movimento operaio cinese nella sua fase iniziale ed ha fondato il Partito comunista cinese. Guidò la Rivoluzione del 1925-27 e, rifiutando lo stalinismo che aveva seppellito la rivoluzione, aderì alla teoria della rivoluzione permanente di Trotsky. Divenne il leader dell’opposizione cinese unificata e, come rappresentante dei trotskisti cinesi, fu imprigionato per cinque anni dal governo controrivoluzionario del Guomindang. In questa veste, divenne anche bersaglio di attacchi da parte del partito di Stalin [il PCC] e fu in questa stessa veste che morì. […] Chen Duxiu è riuscito a passare dagli insegnamenti di Rousseau al giacobinismo, da qui al marxismo e poi al leninismo e al trotskismo. Questo processo complesso e drammatico è stato portato a termine nel corso della vita di un solo individuo […]. Chen Duxiu è stato, in ultima analisi, un prodotto dello sviluppo particolare della Rivoluzione cinese. Sappiamo che esiste una distanza di mezzo secolo da Rousseau a Robespierre e Babeuf e un altro mezzo secolo da Robespierre e Babeuf, attraverso Fourier, fino a Marx. Da Marx ed Engels a Lenin e Trotsky passa ancora un altro mezzo secolo. […] la Cina ha accorciato questo sviluppo racchiudendolo nell’arco della vita di una singola persona e la distanza è stata di soli pochi anni»[*].

Nel convenire con le generose parole spese dal suo compagno di battaglie Zheng Chaolin, non possiamo fare a meno però di evidenziare brevemente anche gli importanti limiti dell’assimilazione del marxismo da parte di Chen Duxiu, limiti indubbiamente connessi parzialmente a quella stessa sconvolgente rapidità con la quale la Cina dell’arretratezza millenaria venne gettata nel XX secolo, il secolo dell’imperialismo.

Il documento che riproponiamo getta ampia luce sulle responsabilità del Comintern stalinizzato nel corso tragico della rivoluzione cinese del 1925-27 e sulla debolezza manifestata dalla direzione del partito cinese – riconosciuta con grande onestà intellettuale dallo stesso Chen Duxiu, che di quella direzione era a capo – nel rinunciare a condurre una conseguente opposizione alle solo apparentemente contraddittorie direttive di un’Internazionale ormai espressione della politica estera dello Stato russo; tuttavia, verso la fine della sua esistenza biologica e politica, Chen Duxiu manifestò innegabilmente un ripiegamento verso posizioni democratico-borghesi, che, per quanto sincere e disinteressate, non potevano che allontanarlo dalla concezione marxista.

Con il procedere della Seconda guerra sino-giapponese e con il deflagrare della Seconda guerra mondiale Chen Duxiu, pur evidenziando un esaurimento delle concrete possibilità autonome delle rivoluzioni nazionali dei Paesi dominati dall’imperialismo, colloca la propria limitata azione politica dal punto di vista dello sviluppo economico e politico nazionale cinese, proponendo per questa via una ridefinizione dei rapporti di forza all’interno del blocco imperialista che maggiormente renda possibile questa stessa ridefinizione. Nei primissimi anni ’40 Chen Duxiu insiste sulla necessità di difendere la Cina dall’aggressione giapponese da un punto di vista nazionale, ed auspica la vittoria degli Stati Uniti nel conflitto mondiale, in quanto garantirebbe alla Cina – in virtù della forma democratica dell’imperialismo americano – quantomeno uno status semicoloniale, piuttosto che la sua cancellazione come nazione in caso di vittoria del Giappone o più in generale dell’Asse. Per l’ultimo Chen Duxiu le nazioni coloniali o semicoloniali non possono liberarsi con le proprie forze dall’imperialismo nel suo complesso, solo la rivoluzione proletaria nei Paesi imperialisti può farlo. Ma nel frattempo queste nazioni possono “resistere” all’imperialismo “peggiore” con l’aiuto di quello “migliore” … e finire nella sfera d’influenza di quest’ultimo. È più che evidente che, declinata in questi termini, la posizione internazionalista assume un valore puramente verbale e non impegnativo, mentre l’unica proposta concreta, nella sostanza, è la partecipazione effettiva ad una guerra imperialista al fianco di uno degli schieramenti, nella fattispecie di quello che si presenta come il “più democratico”.

L’approdo finale di Chen Duxiu non inficia però i notevoli contributi elaborati nel periodo in cui la sua vita politica è transitata sotto il cono di luce del marxismo. Va riconosciuta a suo indiscutibile merito la formazione di una prima opposizione internazionalista allo stalinismo in Cina, un’opposizione che, nella figura dello stesso Zheng Chaolin, avrebbe prodotto una feconda evoluzione dal punto di vista teorico. Purtroppo, il pensiero di colui che aveva rappresentato l’ingresso del marxismo in Cina – e nonostante abbia continuato a ritenersi un sostenitore della Rivoluzione d’ottobre e abbia negato la pretesa “natura socialista” dell’URSS – rifluì verso il nazionalismo democratico-borghese dal quale si era elevato (per quanto la voce diffusa dal maoismo di una sua adesione al Guomindang non sia altro che una calunnia). La parabola di Chen Duxiu è in parte il prodotto della formazione culturale di un’intera generazione di intellettuali cinesi, alle prese con la necessità di aggiornare con frenetica rapidità le proprie concezioni filosofiche, sociali e politiche con gli insegnamenti di scuole di pensiero espressione di uno sviluppo capitalistico plurisecolare, solo di recente penetrato con violenza in Cina. Evidentemente, su un terreno composto da una mescolanza e da una giustapposizione di illuminismo, di darwinismo declinato in chiave positivista, di Nietzsche e di Bergson, il marxismo, incontrato da Chen Duxiu nella maturità, non aveva potuto mettere radici profonde. Fu necessaria un’altra generazione, quella degli Zheng Chaolin e dei Wang Fanxi, affinché il marxismo attecchisse saldamente in Cina.

10 dicembre 1929

Cari compagni,

da quando nel 1920 (il nono anno della repubblica) ho contribuito con i miei compagni alla fondazione del partito [**], ho sempre fedelmente applicato la politica opportunistica dei dirigenti dell’Internazionale Comunista Stalin, Zinov’ev, Bucharin e altri, conducendo la rivoluzione cinese ad una vergognosa e triste sconfitta. Sebbene abbia lavorato giorno e notte, i miei demeriti sono tuttavia maggiori dei miei meriti.

Naturalmente non vorrei imitare l’ipocrita confessione di qualche antico imperatore cinese: «Io solo sono responsabile di tutti i peccati dei popoli», caricandomi sulle spalle l’intera responsabilità di tutti gli errori che hanno portato alla sconfitta. D’altra parte, avrei vergogna di adottare l’atteggiamento di alcuni compagni responsabili di questo periodo che criticano soltanto i passati errori di opportunismo escludendo se stessi. Ogni volta che i miei compagni hanno evidenziato i miei precedenti errori di opportunismo, io li ho onestamente riconosciuti. Rifiuto assolutamente di ignorare l’esperienza della rivoluzione cinese che è costata un così alto prezzo al proletariato (dalla conferenza del 7 agosto fino a ora, non solo non ho respinto le giuste critiche ma ho persino mantenuto il silenzio sulle accuse esagerate nei miei confronti).

Non solo sono disposto a riconoscere i miei errori passati ma oggi o in avvenire, se avessi compiuto errori opportunisti nel mio pensiero o nelle mie azioni, spero che i compagni mi criticheranno senza mezzi termini con argomenti teorici e fatti. Accetto umilmente e accetterò ogni critica, ma non le dicerie e le false accuse. Non posso avere la stessa auto stima di Qu Qiubai e Li Lisan. Riconosco chiaramente che non è mai facile per gli uomini e i partiti evitare gli errori di opportunismo.

Anche dei veterani marxisti come Kautsky e Plechanov sono stati colpevoli di un imperdonabile opportunismo quando erano anziani; anche coloro che seguirono per un lungo periodo Lenin, come Stalin e Bucharin, praticano ora un vergognoso opportunismo; come potrebbero dei marxisti superficiali come noi essere soddisfatti? Un uomo sempre soddisfatto di sé impedisce a se stesso di evolversi.

Neanche la bandiera dell’Opposizione possiede l’incantesimo «dell’insegnante celeste» Cangi (capo della religione taoista). Se coloro i quali non hanno capito a fondo l’ideologia della piccola borghesia, pienamente compreso il sistema dell’opportunismo passato e partecipato attivamente alle lotte si limitano a schierarsi sotto le bandiere dell’Opposizione per denunciare l’opportunismo di Stalin e di Li Lisan, immaginando che i demoni dell’opportunismo non si avvicinino più, costoro soffrono di una pericolosa illusione. Il solo modo per sfuggire agli errori dell’opportunismo consiste nell’apprendere con perseveranza gli insegnamenti di Marx e di Lenin nelle lotte delle masse proletarie e nella reciproca critica tra compagni.

Riconosco chiaramente che le cause oggettive sono da considerare un elemento secondario nel fallimento dell’ultima rivoluzione cinese. La causa principale sta nell’errore di opportunismo, errore di politica nei confronti del Guomindang come partito della borghesia. Tutti i compagni responsabili del Comitato centrale dell’epoca e io specialmente dovrebbero apertamente e coraggiosamente riconoscere che tale politica era assolutamente sbagliata. Ma non è sufficiente riconoscere solo l’errore. Bisogna sinceramente e onestamente comprendere che l’errore passato sta nel contenuto centrale della politica opportunista, esaminare le cause e i risultati di questa politica e rivelarli pienamente. Solo allora potremo sperare di non ricadere negli stessi errori ed evitare la ripetizione del vecchio opportunismo nella prossima rivoluzione. Nei primi tempi della fondazione del nostro partito, benché fosse ancora molto giovane e guidato dall’Internazionale leninista, non commettemmo grandi errori. Per esempio, prendemmo nettamente la direzione delle lotte operaie e riconoscemmo la natura di classe del Guomindang. Nel 1921 il nostro partito spinse i delegati del Guomindang e di altre organizzazioni sociali a partecipare alla Conferenza dei Lavoratori dell’Estremo Oriente, che era stata convocata dal Comintern. La conferenza sanciva che nei paesi coloniali dell’Oriente bisognava condurre una battaglia per la rivoluzione democratica e nel corso di essa si sarebbero dovuti organizzare i soviet contadini.

Nel 1922 al Secondo congresso del partito cinese, fu adottata la politica del Fronte unico della rivoluzione democratica e su questa base regolammo il nostro atteggiamento nei riguardi della situazione politica. Allo stesso tempo il rappresentante dell’Internazionale Comunista giovanile, Dalin, venne in Cina e suggerì al Guomindang la politica del Fronte unico tra le formazioni rivoluzionarie. Il leader del Guomindang, Sun Yatsen, bruscamente rifiutò, permettendo ai membri del Partito comunista cinese e della Lega dei giovani di aderirvi solo a titolo individuale e di obbedire, ma negando ogni convergenza al di fuori del partito stesso.

Poco dopo la conclusione del congresso del nostro partito, l’Internazionale Comunista inviò il suo delegato in Cina, Maring. Questi invitò tutti i membri del Comitato centrale del Partito comunista cinese a tenere una riunione presso il lago occidentale di Hangzhou, nella provincia di Zhejiang, dove suggerì ad esso di aderire al Guomindang. Egli era categoricamente convinto che il Guomindang non fosse un partito della borghesia, ma un partito che raggruppava varie classi e che il partito del proletariato avrebbe dovuto aderirvi per migliorarlo e spingerlo verso la rivoluzione.

In questo periodo i cinque membri del Comitato centrale del Partito comunista cinese Li Dazhao, Zhang Tailei, Cai Hesen, Kao Chunyu e io stesso unanimemente si opposero a questa proposta. La ragione principale era questa: entrare nel Guomindang significava introdurre confusione nell’organizzazione di classe e intralciare la nostra politica indipendente. Infine, il delegato della Terza Internazionale chiese se il partito cinese si sarebbe adeguato alle decisioni dell’Internazionale.

Posto in questa situazione, il Comitato centrale del Partito comunista cinese in nome dell’inviolabilità della disciplina dell’Internazionale non poté che accettare la proposta dell’Internazionale comunista di entrare nel Guomindang. A partire da questo momento, il delegato dell’Internazionale e i rappresentanti del partito cinese impiegarono quasi un anno nel tentare di riorganizzare il movimento del Guomindang. Ma fin dai primi tentativi il Guomindang si mostrò decisamente ostile. A diverse riprese Sun Yatsen disse ai delegati dell’Internazionale Comunista: «Dal momento che il Partito comunista cinese ha aderito al Guomindang, esso deve rispettare la disciplina del Guomindang e astenersi dal criticarlo apertamente. Se i comunisti non obbediscono al Guomindang io li espellerò; se la Russia sovietica si schiera dalla parte del Partito comunista cinese, io prenderò subito posizione contro la Russia sovietica». Così Maring ripartì per Mosca molto deluso. Borodin, che prese il posto di Maring in Cina, portò con sé un’ingente somma per aiutare materialmente il Guomindang. Fu allora nel 1924 che il Guomindang cominciò a riorganizzarsi e ad adottare la politica di collaborazione con la Russia sovietica.

Durante questo periodo i comunisti cinesi non erano quasi per niente condizionati dalle pratiche opportuniste. Fummo infatti capaci di dirigere lo sciopero dei ferrovieri del 7 febbraio 1923 e il movimento del 30 maggio 1925, dal momento che non eravamo limitati dal Guomindang di cui, a volte, criticavamo la tendenza al compromesso. Ma non appena il proletariato alzò la testa con il movimento del 30 maggio la borghesia subito si staccò da noi. In questo contesto, nel luglio fu pubblicato l’opuscolo anticomunista di Tai Chitao.

Alla conferenza allargata del Comitato centrale del Partito comunista cinese, tenuta a Pechino nell’ottobre dello stesso anno, sottoposi la seguente proposta al comitato politico per le risoluzioni: «La pubblicazione dell’opuscolo di Tai Chitao non è casuale ma indica che la borghesia tenderà a rafforzare tutto ciò che è in suo potere per sbarrare la strada al proletariato e prepararsi alla controrivoluzione. Dovremo essere pronti a uscire immediatamente dal Guomindang. Dovremmo mantenere la nostra autonomia politica, dirigere le masse e rifiutarci di rimanere nelle spire della politica del Guomindang».

In questo periodo il delegato del Comintern e i compagni responsabili del Comitato centrale si trovarono unanimemente d’accordo nel respingere la mia proposta dicendo che essa incitava i compagni e le masse a prendere la via dell’opposizione al Guomindang. Io, che non avevo un carattere intransigente, non potei mantenere con insistenza la mia proposta. Rispettai la disciplina internazionale e l’opinione della maggioranza del Comitato centrale.

Il colpo di Stato di Chiang Kai-shek del 20 marzo 1926 si rivelò come l’attuazione dei principi di Tai Chitao. Dopo aver arrestato un gran numero di comunisti, disarmato le guardie del Comitato di sciopero di Canton-Hong Kong organizzate per la visita del gruppo sovietico (di cui facevano parte membri del comitato centrale del Partito comunista russo) e dei consiglieri sovietici, il Comitato centrale del Guomindang decise che tutti gli elementi comunisti sarebbero stati rimossi dagli organismi dirigenti del Guomindang, che ogni critica al Sun Yatsenismo da parte comunista andava proibita e che la lista nominativa dei membri del Partito comunista cinese e della Lega della Gioventù che erano entrati nel Guomindang doveva essere consegnata al Guomindang stesso. Tutte queste condizioni furono accettate.

Ma allo stesso tempo decidemmo di preparare le nostre forze indipendenti militari per portarle al livello di quelle di Chiang Kai-shek. Il compagno Peng Shuzhi fu mandato a Canton in rappresentanza del Comitato centrale del partito cinese per consultare il delegato dell’Internazionale sul nostro piano. Ma quest’ultimo dichiarò di non essere d’accordo con noi e fece di tutto per continuare a rafforzare Chiang. Chiese con insistenza che utilizzassimo tutta la nostra forza per appoggiare la dittatura militare di Chiang Kai-shek, per consolidare il governo di Canton e sostenere la spedizione verso il Nord. Gli chiedemmo di prelevare cinquemila fucili tra quelli destinati a Chiang Kai-shek e Li Jishen, in modo da poter armare i contadini della provincia di Guangdong. Egli rifiutò dicendo: «I contadini armati non possono combattere le forze di Chen Jiongming, né prendere parte alla spedizione verso Nord, ma essi possono suscitare il sospetto del Guomindang e determinare un’opposizione contadina».

Questo fu il periodo più critico. Parlando concretamente, fu il periodo in cui il Guomindang come rappresentante della borghesia costrinse apertamente il proletariato a seguire la sua guida e la sua direzione dal momento che noi chiedemmo formalmente al proletariato di arrendersi alla borghesia, di seguirla e di subordinarsi ad essa (il delegato dell’IC apertamente disse: «Il presente è un periodo nel quale i comunisti devono fare da servi per il Guomindang»). A partire da questo momento il partito non era più il partito del proletariato, essendosi completamente trasformato nell’ala di estrema sinistra della borghesia e precipitando nelle pieghe più profonde dell’opportunismo.

Dopo il colpo di Stato del 20 marzo, nel mio rapporto al Comintern dichiaravo che la mia opinione personale era che la cooperazione con il Guomindang dall’interno doveva essere trasformata in una cooperazione dall’esterno del Guomindang. In caso contrario non avremmo potuto condurre la nostra politica indipendente, né ottenere la fiducia delle masse. Dopo aver letto il mio rapporto, l’Internazionale pubblicò un articolo sulla Pravda, scritto da Bucharin, con cui si criticava severamente il Partito cinese sulla questione del ritiro dal Guomindang, dicendo: «Ci sono stati in passato due errori: propugnare l’abbandono dei sindacati gialli e il ritiro dal comitato d’unione sindacale anglo-russo; adesso ce n’è un terzo: il partito cinese propugna il ritiro dal Guomindang». Allo stesso tempo, il capo del bureau dell’Estremo Oriente, Voitinsky, veniva inviato in Cina per correggere la nostra tendenza favorevole al ritiro dal Guomindang. E allo stesso tempo fallii nuovamente nel non mantenere la mia proposta con fermezza, nell’intento di mantenere la disciplina dell’Internazionale e di rispettare l’opinione della maggioranza del Comitato centrale.

Più tardi cominciò la campagna militare verso il Nord. Noi fummo violentemente attaccati dal Guomindang perché nel nostro organo Hsiang-tao [La guida] criticavamo la repressione di ogni movimento degli operai e il contributo obbligatorio imposto ai contadini per sostenere gli impegni militari della spedizione del Nord. Quasi nello stesso periodo gli operai di Shanghai si preparavano a sollevarsi e a cacciare le truppe del Chihli-Shantung. Se questa rivolta avesse trionfato si sarebbe posto il problema del potere. In questo periodo, nel testo relativo alla risoluzione politica del plenum allargato del Comitato centrale, io sostenni: «La rivoluzione cinese ha due vie: l’una è quella di essere guidata dal proletariato e allora noi possiamo prefiggerci di raggiungere lo scopo della rivoluzione; l’altra è quella di essere diretta dalla borghesia e allora quest’ultima dovrà tradire la rivoluzione nel corso del suo sviluppo. Sebbene noi possiamo continuare a cooperare con la borghesia, dobbiamo comunque avere il ruolo dirigente».

Tuttavia, tutti i membri del bureau dell’Estremo Oriente dell’Internazionale residenti a Shanghai si trovarono concordi contro la mia proposta, dicendo che avrebbe spinto i nostri compagni a opporsi troppo presto alla borghesia. Inoltre, essi dichiararono perentoriamente che, nel caso in cui la rivolta di Shanghai avesse avuto successo, il potere avrebbe dovuto essere affidato alla borghesia e non era necessario che dei delegati dei lavoratori vi partecipassero. E all’epoca a causa di questo atteggiamento ostile, ancora una volta non fui in grado di mantenere il mio punto di vista.

All’epoca in cui il corpo di spedizione al Nord si impadronì di Shanghai (1927), la preoccupazione di Qu Qiubai era la scelta del governo municipale di Shanghai e di come unire la piccola borghesia (i medi e i piccoli commercianti) per combattere la grande borghesia. Peng Shuzhi e Luo Yinong condividevano il mio punto di vista secondo il quale il problema immediato non erano le elezioni municipali. Bensì il problema centrale era che se il proletariato non fosse stato abbastanza forte per ottenere una vittoria militare sulle forze di Chiang Kai-shek, la piccola borghesia non ci avrebbe seguito. Chiang Kai-shek, sostenuto dagli imperialisti, avrebbe certamente fatto un massacro di vaste proporzioni. A quel punto la questione delle elezioni municipali avrebbe perso il suo concreto significato; avremmo affrontato l’inizio di una sconfitta dell’intera Cina. Nel momento in cui Chiang Kai-shek avesse tradito la rivoluzione, questo fatto, lungi dall’essere un’azione individuale, sarebbe stato il segnale per il passaggio dell’intera borghesia di tutto il paese nel campo della reazione.

A quel tempo Peng Shuzhi si recò a Hangzhou per presentare la nostra posizione al delegato dell’Internazionale e alla maggioranza dei membri del Comitato centrale del Partito comunista cinese e per consultarli su come attaccare le forze di Chiang Kai-shek. Ma questi si preoccuparono molto poco di impedire un colpo di Stato a Shanghai. Mi telegrafarono a più riprese sollecitandomi ad andare a Wuhan. Pensavano che, fino a quando il governo nazionalista fosse a Wuhan, ogni problema importante poteva essere risolto lì. Nello stesso tempo l’Internazionale ci telegrafava ordinandoci di nascondere o seppellire tutte le armi dei lavoratori per evitare uno scontro armato tra i lavoratori stessi e Chiang Kai-shek al fine di non ostacolare l’occupazione di Shanghai da parte delle forze armate. Dopo aver letto questo telegramma, Luo Yinong si arrabbiò molto e lo gettò a terra. A quel tempo nuovamente obbedii all’ordine dell’Internazionale e non riuscii a mantenere la mia posizione. Sulla base della politica dell’Internazionale verso il Guomindang e gli imperialisti, sottoscrissi un vergognoso manifesto con Wang Jingwei.

All’inizio di aprile mi recai a Wuhan. Quando incontrai per la prima volta Wang Jingwei, ascoltai da lui alcune espressioni reazionarie, ben diverse da quelle che aveva pronunziato mentre si trovava a Shanghai. Informai di ciò Borodin; egli mi disse che le mie osservazioni erano corrette e che, non appena Wang Jingwei aveva raggiunto Wuhan era stato circondato da Hsu Chien, Kuo Meng-yu, Chen Gongbo, Tan Yankai e altri ed era gradualmente divenuto più freddo. Dopo che Chiang Kai-shek e Li Chisen cominciarono a massacrare lavoratori e contadini, il Guomindang di Wuhan divenne ostile al potere del proletariato ogni giorno di più e l’atteggiamento reazionario di Wang Jingwei e del Comitato centrale del Guomindang si sviluppò rapidamente. A una riunione del nostro Ufficio Politico tenni una relazione sullo stato dei rapporti tra il nostro partito e il Guomindang: «Il pericolo comportato dalla cooperazione tra il nostro partito e il Guomindang è sempre più serio. Il Guomindang pare solo occupato da questo o quel problema secondario, ma in realtà punta ad ottenere l’intero potere centrale. Ora ci sono due vie per noi: o rinunciare alla funzione dirigente o rompere con il Guomindang».

Coloro che erano presenti alla riunione ascoltarono questa dichiarazione in silenzio.

Dopo il colpo di Stato del 21 maggio a Changsha nella provincia dell’Hunan, sostenni due volte il ritiro dal Guomindang. Infine dichiarai: «Il Guomindang di Wuhan segue le orme di Chiang Kai-shek. Se non cambiamo la nostra politica, saremo portati a seguire la stessa strada».

A quel tempo solo Jen Pi-shih disse: «Sono d’accordo». Zhou Enlai affermò: «Dopo la nostra uscita dal Guomindang il movimento degli operai e dei contadini si svilupperà più agevolmente ma l’azione militare ne soffrirà troppo». Gli altri rimasero in silenzio. Nello stesso periodo discussi della questione con Qu Qiubai. Egli disse: «Dobbiamo lasciarci espellere dal Guomindang; non possiamo ritirarci di nostra iniziativa». Consultai Borodin che dichiarò: «Sono completamente d’accordo con il vostro punto di vista, ma so che Mosca non lo permetterà mai». A quel tempo ancora una volta, osservai la disciplina dell’Internazionale e l’opinione della maggioranza del Comitato centrale e fui incapace di conservare la mia posizione. Sin dall’inizio non avevo potuto mantenere il mio punto di vista: ma questa volta non lo potevo più sopportare. Così rassegnai le dimissioni nelle mani del Comitato centrale. La principale ragione che adducevo era questa: «L’Internazionale da un lato vuole che elaboriamo una nostra propria politica, dall’altro non ci permette di uscire dal Guomindang. Non c’è concretamente via d’uscita e io non posso continuare il mio lavoro».

Dall’inizio alla fine l’Internazionale considerò il Guomindang come l’organo centrale della rivoluzione democratico nazionale in Cina. Nella bocca di Stalin, l’espressione «la direzione del Guomindang» veniva affermata con grande enfasi (si veda: «Gli errori dell’Opposizione» in Le questioni della rivoluzione cinese). Così si voleva che noi rimanessimo del tutto sottomessi nell’organizzazione del Guomindang e dirigessimo le masse sotto il nome e la bandiera del Guomindang. Si continuò così anche quando l’intero Guomindang di Feng Yuxiang, Wang Jingwei, Tang Shengzhi, Ho Chien ecc. assunse un atteggiamento apertamente reazionario e abolì la cosiddetta politica dei tre punti: accordo con l’Unione Sovietica, permesso al Partito comunista cinese di aderire la Guomindang e sostegno al movimento operaio e contadino. L’Internazionale ci inviò allora queste istruzioni per telegramma: «Uscire dal governo del Guomindang ma non dal Guomindang».

Così, dopo la conferenza del 7 agosto, dalla rivolta di Nanchang alla cattura di Shantou, il Partito comunista rimase sempre nascosto sotto la bandiera blu e bianca della cricca di sinistra del Guomindang. Alla gente sembrava che ci fosse un certo turbamento all’interno del Guomindang, ma niente di più. Il giovane Partito comunista cinese, creato dal giovane proletariato cinese non ebbe un periodo sufficiente di educazione marxista e di lotta di classe. Subito dopo la sua fondazione il partito si confrontò con una grande lotta rivoluzionaria. La sola speranza di evitare seri e gravi errori era riposta nella guida della politica proletaria dell’Internazionale. Ma, guidati da una politica così opportunistica, come avrebbero potuto mai il proletariato cinese e il Partito comunista vedere chiaramente il loro futuro? E come avrebbero potuto avere una politica indipendente? Non fecero che affidarsi alla borghesia e subordinarsi ad essa. Così quando questa cominciò a massacrarci, non sapemmo più che fare. Dopo il colpo di Stato di Changsha, l’Internazionale ci tracciò questo programma:

1. Confiscare la terra dei proprietari terrieri dagli strati più bassi ma non in nome del governo nazionalista e non toccare la terra degli ufficiali militari (a quel tempo nelle province dello Hunan e dell’Hubei non c’era un solo borghese, possidente, signore della guerra o privilegiato che non fosse congiunto, parente o vecchio amico degli ufficiali. Tutti i latifondisti erano direttamente o indirettamente protetti dagli ufficiali. Confiscare la terra è solo una vuota parola se è condizionata dall’espressione: «non toccare la terra degli ufficiali militari»).

2. Fermare le azioni «troppo zelanti» dei contadini con l’autorità della direzione del partito (noi eseguimmo questa vergognosa politica di contenimento delle azioni troppo zelanti dei contadini; successivamente l’Internazionale ha criticato il partito cinese per «essere divenuto spesso un ostacolo per le masse» e ha considerato questo come uno dei più gravi errori di opportunismo).

3. Cacciare i generali che non ispiravano più fiducia; armare ventimila comunisti e selezionare cinquantamila operai e contadini dalle province dello Hunan e dell’Hubei per organizzare un nuovo esercito (se noi avessimo potuto disporre di tanti fucili perché allora non avremmo dovuto armare direttamente gli operai e i contadini e perché avremmo dovuto ancora reclutare truppe per il Guomindang? Perché non potevano creare un soviet di soldati, operai e contadini? Se non c’erano né gli operai né i contadini armati, né i soviet, come e con quali strumenti potevano cacciare i generali che non ispiravano più fiducia? Io suppongo che noi avremo dovuto ancora umilmente pregare il Comitato centrale del Guomindang di epurarli. Il fatto che il delegato dell’Internazionale Roy, comunicasse queste istruzioni del Comintern a Wang Jingwei non poteva che avere questo scopo).

4. Inserire nuovi elementi operai nel Comitato centrale del Guomindang per prendere il posto dei vecchi membri (se noi avessimo avuto il potere di agire liberamente con il precedente Comitato e di riorganizzare il Guomindang, perché allora non organizzare dei soviet? Perché dovevamo inviare i nostri capi operai e contadini al borghese Guomindang che aveva già fatto massacrare gli operai e i contadini? E perché mai avremmo dovuto nobilitare un tale Guomindang coi nostri dirigenti?)

5. Organizzare un tribunale rivoluzionario con un membro ben conosciuto del Guomindang (che non fosse membro del Partito comunista cinese) come presidente per giudicare gli ufficiali reazionari (come poteva un leader già apertamente reazionario del Guomindang giudicare in un tribunale rivoluzionario gli ufficiali reazionari?).

Quelli che tentarono di applicare una tale politica all’interno del Guomindang erano degli opportunisti della tendenza di sinistra. Non vi fu alcun cambiamento politico fondamentale: fu come fare un bagno in un orinatoio. Se in quel periodo avessimo voluto adottare una giusta politica rivoluzionaria, le basi stesse della politica seguita fino ad allora avrebbero dovuto essere capovolte. Il Partito comunista doveva ritirarsi dal Guomindang ed essere veramente indipendente. Esso doveva armare il maggior numero possibile di operai e di contadini, fondare dei soviet di operai, contadini e soldati e strappare il potere al Guomindang. Altrimenti, indipendentemente dal tipo di politica di sinistra che si adottava, non ci sarebbe stato alcun mezzo per realizzarla. In quel periodo l’Ufficio Politico Centrale telegrafò all’Internazionale Comunista in risposta alle sue direttive: «Accettiamo le direttive e lavoreremo nel loro senso, ma non possiamo realizzarle immediatamente». Tutti i membri del Comitato centrale riconobbero che le istruzioni dell’Internazionale erano impraticabili. Persino Fan Ke, che partecipava alla riunione del Comitato centrale (si diceva che fosse il rappresentante personale di Stalin), riteneva che non ci fossero possibilità di applicarle. Egli conveniva con la risposta telegrafica del Comitato centrale dicendo: «Questa è la migliore risposta che noi possiamo dare».

Dopo la conferenza del 7 agosto il Comitato centrale si sforzò di propagandare l’idea che la rivoluzione cinese era fallita perché gli opportunisti non avevano accettato le istruzioni dell’Internazionale, quelle citate precedentemente; al di fuori di quelle, non ce ne furono altre. Noi ci chiedevamo: come può essere cambiata la politica all’interno del Guomindang? E chi sono i cosiddetti opportunisti?

Dal momento che il partito aveva commesso un errore così fondamentale, un’altra serie di altri errori più o meno grandi, subordinati al primo ne derivavano in modo naturale e inevitabile. Io che non avevo una percezione chiara delle cose e che non avevo un’opinione decisa, mi lasciai andare in questo clima di opportunismo e sinceramente portai avanti la politica opportunistica della Terza Internazionale. Inconsciamente divenni strumento della frazione ristretta di Stalin. Non potevo salvare il partito e la rivoluzione. Di tutto ciò, io e i miei compagni dobbiamo essere ritenuti responsabili. L’attuale Comitato centrale dice: «Voi cercate di scaricare il fallimento della rivoluzione cinese sulle spalle del Comintern, in modo da scansare le vostre dirette responsabilità!». Questa dichiarazione è ridicola. Nessuno può essere permanentemente privato del suo diritto di criticare l’opportunismo della direzione del partito o di ritornare al marxismo e al leninismo, perché egli stesso ha commesso errori opportunisti.

Allo stesso tempo nessuno può prendersi la libertà di sfuggire alle proprie responsabilità di aver portato avanti una politica opportunista, per il solo fatto che l’opportunismo è stato originato dalle alte sfere. La fonte della politica opportunista sta nel Comintern; ma come mai i dirigenti del Partito comunista cinese non protestarono contro il Comintern mentre invece applicarono fedelmente questa politica? Chi ci può assolvere per queste responsabilità? Dovremmo molto francamente e obiettivamente riconoscere che tutti i passati e i presenti orientamenti opportunistici sono stati originati dall’Internazionale. L’Internazionale se ne deve assumere le responsabilità. Il giovane Partito comunista cinese non aveva ancora da solo la capacità di elaborare una qualsiasi teoria e di stabilire una qualsivoglia politica; ma l’organismo dirigente del partito cinese deve accollarsi la responsabilità di un’esecuzione cieca della politica opportunistica del Comintern, senza il minimo atteggiamento di critica o protesta.

Se noi ci scusiamo scambievolmente e se tutti noi pensiamo di non aver commesso errori, allora dovremo ritenere che la colpa era delle masse? Ciò non solo è ridicolo ma significa sfuggire dinanzi alle proprie responsabilità nei riguardi della rivoluzione. Credo fermamente che se io, o un altro compagno responsabile, avessi avuto a quel tempo una chiara visione della falsità della politica opportunistica e avessi formulato un forte atteggiamento critico, fino al punto da mobilitare l’intero partito per un’appassionata discussione e dibattito come fece il compagno Trotsky, il risultato sarebbe stato un grande aiuto per la rivoluzione. Anche se io fossi stato espulso dall’Internazionale e se il partito avesse potuto subire una scissione, ciò avrebbe evitato alla rivoluzione di avviarsi verso il vergognoso fallimento. Poiché io non ebbi mai una concezione chiara e un atteggiamento risoluto, non lo feci affatto. Se il partito, basandosi su tali errori o sul fatto che io confermai considerevolmente gli atteggiamenti politici sbagliati, mi infliggesse una severa punizione, l’accetterei sinceramente senza una sola parola di protesta.

Circolo Internazionalista "Coalizione Operaia"

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