">
il pane e le rose

Font:

Posizione: Home > Archivio notizie > Comunisti e organizzazione    (Visualizza la Mappa del sito )

L'angoscia dell'anguria

L'angoscia dell'anguria

(24 Luglio 2013) Enzo Apicella

Tutte le vignette di Enzo Apicella

costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

SITI WEB
(Memoria e progetto)

La tempesta bancaria negli Stati Uniti e in Europa, e la lotta di classe

(7 Aprile 2023)

deutsche bank

Per favorire la lettura e la comprensione di questo testo che deve, inevitabilmente, trattare questioni ostiche e usare termini tecnici, è stata aggiunta, alla fine, una legenda. (Red.)

Non si era ancora placata la tempesta Credit Suisse, che si è aperta un’altra voragine, protagonista il colosso del credito tedesco e mondiale Deutsche Bank. La crisi di quest’ultima è indubbiamente legata alle modalità con le quali è avvenuta l’incorporazione di CS in UBS, su cui diremo qualcosa nel corso di questo scritto.

In ogni caso, al momento, il bank run, la corsa affannosa agli sportelli delle banche per ritirare i propri soldi prima che venga giù il diluvio, sembra essersi placata.

Negli USA, un intervento deciso e tempestivo del Tesoro, della FED e della FIDC (l’Ente che ha il compito di garantire i depositi bancari fino a 250.000 dollari) ha costruito un cordone sanitario attorno a SVB, Signature e First Republic Bank, che sembra reggere.

Nel vecchio continente, la caduta rovinosa di Credit Suisse, neutralizzata con un’operazione straordinaria dalle molte implicazioni, non ha trascinato, per adesso, altri istituti. Le Borse hanno così ripreso fiato, recuperando in parte quanto avevano perduto nei giorni del panico.

Tutto a posto, dunque? Hanno ragione coloro che, al di là dell’Atlantico, vantano la tenuta delle norme “post Lehman Brothers”? E, in Europa, coloro che, Lagarde in testa, sottolineano il controllo più stringente della vigilanza bancaria nell’UE, la forte “resilienza” degli istituti di credito europei, la loro solidità patrimoniale, il “modello differente di business” che li contraddistinguerebbe da quelli USA? In altre parole, sono giustificate le dichiarazioni ufficiali improntate allo scampato pericolo, alla capacità mostrata di soffocare per tempo ogni contagio, a dispetto delle preoccupazioni che, qua e là, trapelano fra coloro che non hanno responsabilità diretta nella gestione economica?

Le condizioni del sistema finanziario internazionale

Ci sono molte ragioni per dubitarne e per ritenere che il sistema finanziario internazionale, lungi dall’essere in buona salute, si trovi invece in una condizione di estrema fragilità. L’equilibrio è talmente precario che anche un evento, sulla carta relativamente modesto, come il dissesto di una banca fino a ieri considerata “non sistemica” come SVB è in grado di innescare una valanga di enormi proporzioni. Come hanno notato svariati addetti ai lavori, oltre al “too big to fail” (troppo grande perché possa fallire) si deve ora fare i conti anche con il “too small to fail” (troppo piccolo per poter fallire).

Certamente, nel fallimento di SVB vi sono anche cause specifiche, come sempre avviene in simili casi. Ma le ragioni di fondo che generano sistematicamente difficoltà e crisi fino ai default sono di carattere strutturale e globale e riguardano i livelli di indebitamento delle corporations, finanziarie e industriali, il viluppo inestricabile fra istituti di credito e sistema bancario ombra, la stretta interconnessione fra i diversi segmenti del mercato capitalistico, le politiche monetarie delle Banche Centrali e così via. Per quanto riguarda queste ultime, poi, l’alternarsi di allentamenti monetari e strette creditizie avviene in un contesto generale che lascia inevitabilmente immutata la pervasività del capitale speculativo, rendendo problematico, anche nei momenti più acuti di crisi, il sostegno diretto all’accumulazione, se non mediato da una mastodontica quanto sofisticata sovrastruttura finanziaria.

L’innalzamento dei tassi di interesse


Nell’attuale fase, fra le cause generali, il detonatore è stato l’aumento dei tassi di interesse da parte della FED e, a ruota, della BCE, così come delle altre Banche Centrali. Dopo quindici anni di tassi a zero o addirittura negativi1, l’aumento dei tassi di interesse per contrastare l’inflazione ha affossato il valore di mercato delle obbligazioni (il cui prezzo di borsa non può che scendere, essendo la capitalizzazione di un medesimo rendimento ad un tasso di interesse divenuto più elevato), a cominciare dai titoli di Stato di cui SVB, come tutte le altre banche, traboccava. Tuttavia, la gran parte dei Treasury Bonds, così come del debito pubblico detenuto dalle banche europee, è collocato nei bilanci degli istituti alla voce “held to maturity”. Questo significa che la banca dichiara di voler tenere i titoli in bilancio fino alla loro scadenza naturale, quando verranno rimborsati al loro valore nominale. In questo modo, la banca non deve contabilizzare alcuna perdita anche se il valore di mercato dei titoli in portafoglio scende. I coefficienti patrimoniali rimangono apparentemente solidi finché l’innalzamento dei tassi, che aumenta il costo dei finanziamenti, e il rallentamento dell’attività economica, spingono le aziende a ridurre il capitale monetario parcheggiato nelle banche. Anche le accresciute necessità di denaro liquido da parte dei privati che hanno i propri risparmi sui conto correnti premono nella stessa direzione costringendo le banche a liquidare i capitali immobilizzati nei titoli per far fronte ai crescenti prelievi. A questo punto, la finzione giuridica delle obbligazioni held to maturity (tenuti fino alla scadenza) non può che crollare e le perdite da virtuali si trasformano in reali. E’ quello che è successo a SVB in un arco di tempo brevissimo, portando la banca al fallimento.

Ma la condizione in cui è venuta a trovarsi SVB è una peculiarità di quell’istituto o è lo specchio di una condizione generalizzata in cui si trova il sistema bancario nel suo complesso?

Le condizioni del sistema bancario negli USA

Un recentissimo studio di un pool di economisti di alcune università americane, fra cui la Columbia e la Stanford University, ha preso in esame la situazione di ben 4800 banche, uno spaccato attendibile, quindi, dell’intero sistema bancario USA, a partire dai problemi evidenziati dal fallimento della SVB. Esso giunge alla seguenti conclusioni: “…Il valore di mercato delle attività del sistema bancario statunitense è inferiore di 2 trilioni di dollari rispetto a quanto suggerito dal valore contabile delle attività che rappresentano i portafogli di prestiti detenuti fino alla scadenza. Le attività bancarie mark-to-market (cioè i valori di mercato – n.n.) sono diminuite in media del 10% in tutte le banche, con il 5° percentile inferiore che ha registrato un calo del 20%”. E ancora: “Il 10% delle banche ha perdite non riconosciute maggiori di quelle della SVB. Né SVB era la banca con la capitalizzazione peggiore, con il 10% delle banche con una capitalizzazione inferiore rispetto a SVB (s.n.)”. La lapidaria conclusione è che “…Anche se solo la metà dei depositanti non assicurati decidesse di ritirarsi, quasi 190 banche sono a rischio potenziale di indebolimento dei depositanti assicurati… (s.n.)”.

Lo studio, pubblicato su Social Science Research, è stato ripreso da Il Sole 24 Ore del 21 marzo, che vi aggiunge alcuni dati significativi, come la stima della banca d’affari JP Morgan, la quale ritiene plausibile una fuga di depositi dalle banche USA attorno ai 550 miliardi di dollari solo nella settimana precedente (!). Un altro studio, che elabora dati della Fdci, mettendoli in relazione all’intero comparto bancario, calcola che i bond detenuti dagli istituti di credito formalmente “fino alla scadenza” (allo scopo di non contabilizzarne il calo del valore di mercato) possa ammontare a 2.000 miliardi di dollari. Anche trascurando il fatto che circa un quarto dei depositi presso gli istituti di credito non sono assicurati, perché eccedenti i 250.000 dollari coperti dall’assicurazione Fdci (i primi a rischio fuga dalle banche), rimane il fatto che il semplice innalzamento dei tassi d’interesse spinge i depositi, qualora non debbano sostenere la liquidità del depositante, a migrare verso impieghi con remunerazioni maggiori. Sempre il Sole 24 Ore ci ricorda che in USA un conto corrente ha rendimento vicino allo zero, mentre un semplice titolo di Stato a 3 mesi (quindi con un tempo di immobilizzazione del capitale molto ridotto) dà un interesse del 4,58%.

I derivati servono davvero ad abbassare i rischi?

Dopo aver lanciato il grido d’allarme, il giornale della Confindustria si affretta a ricordare che, per una stima reale, sarebbe necessario conoscere quanti derivati di copertura dal rischio tassi sono stati stipulati. E’ un’affermazione che, pur segnalando il pericolo, lascia intendere che esso potrebbe essere ridimensionato con un accorto utilizzo dei derivati. La teoria dominante, infatti, attribuisce a questi strumenti finanziari la funzione di “assicurazione” dai rischi legati alle variazioni imprevedibili dei più svariati parametri economici. Essa trascura, non a caso, la natura altamente speculativa di futures, warrant, swap e via di seguito, una caratteristica ineliminabile di tali strumenti. Si tratta, infatti, di contratti che vengono sempre stipulati fra due controparti, che si assoggettano a determinati obblighi. Se per uno dei contraenti esso può coprire un rischio reale, per la controparte esso è sempre una scommessa speculativa, che mette capo a un credito/debito non calcolabile a priori, con un meccanismo di leva finanziaria che è un multiplo del capitale effettivamente utilizzato (basti pensare che ogni contratto future permette di scommettere su un capitale nozionale sottostante pari a dieci o più volte il denaro investito). Certamente, nel caso che stiamo analizzando (la banca che stipula un derivato per cautelarsi dal rischio di variazioni del tasso di interesse), le eventuali perdite non sarebbero dell’istituto di credito ma della sua controparte. Tuttavia, la vastità del mercato dei derivati, il carattere aleatorio dei potenziali debiti che esso genera, il rischio generale di insolvenza, l’intreccio metastatico che si è da tempo generato fra istituti di credito, hedge funds, mercati cosiddetti over the counter, ecc., alimentato dai fiumi di liquidità che le Banche Centrali di tutti i paesi hanno continuato ad iniettare nel sistema, hanno reso ormai permanente questa massa gigantesca di capitale fittizio che si sposta da un segmento all’altro del mercato e da un continente all’altro con la velocità della luce e che per dimensione sovrasta di gran lunga il PIL mondiale.

Se anche, per ipotesi, le banche fossero adeguatamente coperte dal rischio tassi attraverso i derivati, calcolando la massa enorme dei bond detenuti, il problema si sposterebbe solo dal default delle banche al collasso del mercato dei derivati (per ritornare alle banche un attimo dopo…), cioè delle società di intermediazioni mobiliare, degli istituti finanziari specializzati nelle cartolarizzazioni, delle società-veicolo costituite dalle banche appositamente per gestire quelle operazioni, come è successo nella crisi del 2007-2008. Allora, l’esplosione del bubbone dei mutui subprime diede l’avvio ad una catena di insolvenze che risalì in un batter d’occhio la piramide debitoria costruita su una base reale inconsistente, fino a determinare il fallimento di Lehman Brothers, la quarta banca d’affari del mondo, portando al collasso il sistema finanziario internazionale.

In un caso o nell’altro, cambia il punto di innesco della crisi: ieri, i mutui-ninja cartolarizzati, impacchettati nei CDO e venduti attraverso società-veicolo che li tenevano formalmente fuori dal bilancio delle banche; oggi, l’inversione della politica monetaria degli istituti di emissione, suscettibile di far collassare le banche tramite la svalorizzazione del debito pubblico iscritto nei loro bilanci. Cambia la causa occasionale, l’innesco, ma i problemi e la dinamica rimangono gli stessi.

E ancora una volta, i “rimedi” hanno la stessa natura dei guai a cui cercano di ovviare, finendo alla lunga per aggravarli.

1987: tornano di scena le crisi di Borsa


Grosso modo è all’inizio degli anni ’80 che comincia a manifestarsi un progressivo sviluppo del capitale fittizio, il cui luogo di elezione sono i mercati di Borsa di tutto il mondo, ma che presto sarebbe dilagato in tutte le sfere dell’economia, saturandone i pori all’eccesso e diventando, in un breve arco di tempo, qualcosa di ben diverso, dal punto di vista qualitativo, di una semplice escrescenza parassitaria.

Il punto di partenza di questa ipertrofia finanziaria, ciò che l’ha innescata, è la difficoltà di valorizzazione del capitale nella sfera produttiva, l’unica, lo sottolineiamo ancora un volta, che, attraverso lo sfruttamento del lavoro dei proletari, crea effettivamente valore ex-novo, invece di trasferirlo da un soggetto all’altro, come avviene in Borsa e in tutte le attività speculative.

La crescita del capitale speculativo, nelle sue molteplici forme, prende infatti le mosse dalla crisi che investe l’economia capitalistica all’inizio del decennio precedente, una crisi che decreta la fine dello sviluppo straordinario dell’accumulazione seguito alla seconda guerra mondiale. Con la crisi torna a farsi valere la sovraccumulazione di capitale, la caduta del saggio di profitto, la scarsità di plusvalore, non in via assoluta ma in relazione al capitale anticipato, si acutizza il disordine monetario a scala internazionale (nell’estate del ’71, l’amministrazione Nixon dichiara l’inconvertibilità del dollaro, mettendo così la parola fine al sistema monetario di Bretton Woods), inflazione e stagflazione fanno la loro comparsa in tutti i paesi imperialisti. La caduta di redditività che affligge gli investimenti determina rilevanti mutamenti dello scenario economico complessivo lungo due direttrici. La prima di queste è lo sforzo, che prenderà corpo nella seconda metà degli anni ’70, di innalzare il saggio del plusvalore; la seconda, che si avvierà successivamente, in concomitanza con altri elementi che qui sarebbe troppo lungo richiamare, è appunto lo spostamento di una frazione crescente del capitale dalla sfera produttiva a quella speculativa.

Per quanto attiene a quest’ultima, il rigonfiamento delle Borse non costituisce un mero “parcheggio” del capitale monetario inattivo, ma svolge anche una funzione di acceleratore della centralizzazione dei capitali. L’aumento della produttività, che pure gioca un ruolo essenziale nel risollevare il saggio di profitto, ha però il fiato corto. Esso permette alle imprese più efficienti capitalisticamente di realizzare un sovrapprofitto relativo rispetto ai concorrenti meno agguerriti o più lenti ad adeguarsi, che tuttavia viene presto neutralizzato dall’adozione generalizzata delle stesse misure. Le difficoltà, perciò, si ripresentano puntualmente in un mercato mondiale in cui aumenta la concorrenza e cresce la sovracapacità produttiva. E’ un quadro di crisi che inesorabilmente si ripresenta, nonostante le ristrutturazioni degli apparati produttivi e la crescita sia del plusvalore relativo che di quello assoluto – aumento dei ritmi, maggiore sforzo lavorativo, riduzione della “porosità” del tempo di lavoro: in una parola, aumento della tensione della forza lavorativa. E nonostante che dopo il 1987 sia avvenuto un enorme ampliamento del processo di produzione di valore e plusvalore alla scala mondiale (tema che resta qui sullo sfondo, e a cui dedicheremo un successivo approfondimento).

La difficoltà di impiegare nello sfruttamento diretto dei proletari la totalità del capitale e, al contempo, la necessità di procedere ad un accelerato processo di centralizzazione finanziaria danno impulso ai mercati di Borsa. Si registra quindi un’ascesa delle quotazioni che in breve diventa un polo d’attrazione dei capitali dispersi di tutti gli strati sociali borghesi e piccolo borghesi e, in parte, anche del salario differito e dei risparmi degli strati superiori del proletariato, soprattutto attraverso lo sviluppo dei fondi comuni di investimento. Larghe fasce di ceto medio, in particolare, vedono nella rivitalizzazione del mercato azionario un’alternativa all’investimento nei titoli di Stato o al mantenimento del proprio denaro sui poco remunerati conto correnti delle banche.

I processi di fusione e/o acquisizione, la necessità di tenere aperto il “canale di sfogo” della finanza per l’eccedenza di capitale che si è creata sul mercato, l’attrazione per la speculazione esercitata da un mercato valutario che, a causa della fine del sistema dei cambi fissi, offre nuove e allettanti possibilità di “arbitraggi” per lucrare profitti sfruttando l’asimmetria delle quotazioni delle principali monete nelle diverse aree, tutto ciò si sposa con il progressivo superamento della distinzione fra banche commerciali (credito a breve) e banche d’affari (investimento industriale), così come, di fatto anche se non di diritto, fra istituti di credito e assicurazioni.

Questi processi si saldano sinergicamente, creando non una semplice “bolla speculativa”, ma i fondamenti di un nuovo assetto finanziario del capitalismo. Il cerchio si chiude definitivamente dopo lo spettacolare crollo di borsa del 1987. Quando questo si verifica, la cura delle “autorità monetarie”, attente a non ripetere gli errori del ’29 (una stretta creditizia che acuì la crisi anziché smorzarla), inaugura una nuova fase: la concessione di liquidità in abbondanza per impedire la propagazione dei crolli in Borsa e “sostenere” l’economia. Da allora, la creazione di massa monetaria da parte degli istituti di emissione, ha avuto come destinatario il mondo finanziario, sostituendo all’inflazione dei prezzi delle merci l’inflazione degli asset, un continuo lievitare delle quotazioni delle azioni e dei titoli trattati in Borsa, alimentati sia dalla trasformazione in capitale fittizio di quote sempre più rilevanti dei profitti aziendali, sia dalle continue iniezioni di liquidità delle Banche Centrali.

Da tempo, tale processo è diventato irreversibile. Non si tratta più della “sovraspeculazione” di cui parla Marx, che precede il crollo e la ripresa “normale” del ciclo degli affari, ripristinando condizioni di investimento più adeguate dopo l’eliminazione degli eccessi febbrili. E questo per almeno due ragioni. La prima è che la crisi degli anni ’70 non è stata una semplice recessione dopo un periodo di espansione, bensì l’esaurimento della più lunga fase di sviluppo della storia capitalistica, la fine di un’onda lunga dell’economia. La seconda, forse più rilevante, è che il successivo sviluppo del capitale speculativo ha trovato come sua propria base un assetto capitalistico già da tempo profondamente trasformato dall’intervento dello Stato nell’economia, dalla creazione di moneta fiduciaria, dalla sistematica “gestione dell’economia” attraverso la spesa in deficit, in altre parole da tutta l’eredità della crisi del ’29 e degli eventi successivi.

Analogamente a quanto avvenuto agli inizi del novecento, quando la concentrazione e la centralizzazione del capitale, la nascita dei monopoli e l’espansione coloniale diedero vita al capitale finanziario come fusione del capitale industriale e di quello bancario, che divenne parte costitutiva del modo di produzione capitalistico, così la finanziarizzazione dell’economia, che prende le mosse negli anni ’80, da semplice fenomeno ciclico com’era nel passato, diventa presto irreversibile.

Ad ogni nuova crisi, si alzano strepiti sul fatto che il “denaro facile” fatalmente stimola il moral hazard (espressione che, nel linguaggio felpato di economisti e agenti del capitale, indica le avventure degli squali dell’alta finanza, attratti dal rischio-zero) e un attimo dopo si interviene aumentando la massa di liquidità che viene trasferita al capitale speculativo per puntellare il sistema. Si tratta di un circolo vizioso che non può più essere spezzato senza svalorizzare una massa di capitale gigantesca, uno shock a cui il sistema economico nel suo insieme non potrebbe reggere, se non aprendo le porte a sconquassi di tale portata da mettere in dubbio la tenuta non solo dell’economia ma dell’intero modo di produzione capitalistico.

La spirale capitalistica e i limiti storici del modo di produzione borghese


Ad ogni crisi, il baratro che si spalanca di fronte al capitale è il medesimo. Gli strumenti finanziari per intervenire, gestiti da governi e Banche Centrali, vengono potenziati, messi in campo con sempre maggiore tempestività e protratti sempre più a lungo. Per circoscrivere la crisi del 2007-2008 (nata anch’essa “in sordina”, come un piccolo problema di mutui immobiliari di scarsa qualità), gli istituti di emissione di tutti gli Stati e le aree economiche che contano hanno dovuto inaugurare una stagione di creazione di moneta di proporzioni gigantesche e di tassi d’interesse negativi, avventurandosi in terreni di intervento fino a quel momento sconosciuti. E tale politica non è stata un intervento di emergenza, di qualche settimana, ma è durata un quindicennio, vale a dire metà dei “gloriosi trent’anni” di iper-sviluppo dell’accumulazione di capitale che avevano seguito la fine della seconda guerra mondiale e che il modo di produzione capitalistico non ha più conosciuto.

Quale dimostrazione migliore che l’esistenza del capitalismo non è solo e tanto un ripetersi sempre uguale a sé stesso di cicli di espansione e contrazione della produzione e degli affari, ma invece un potente movimento a spirale che ad ogni recessione e ad ogni ripresa dell’accumulazione di profitti (accumulazione che è proseguita, pur se in modi e quantità diverse nelle varie aree del pianeta) ripresenta, su un piano qualitativamente più alto e complesso, la crisi come manifestazione del carattere storicamente superato del modo di produzione capitalistico? Si tratta, in fondo, dell’inverarsi del giudizio marxiano secondo cui la borghesia supera le crisi con strumenti che preparano crisi ancora maggiori e riducono, al tempo stesso, le possibilità di continuare a prevenirle.

Ancora su SVB e Credit Suisse

Anche nei dettagli dell’intervento per sterilizzare la crisi di SVB e di Credit Suisse vi sono provvedimenti che, necessari nell’immediato per evitare il peggio, aprono tuttavia scenari ancor più contraddittori per la tenuta del sistema finanziario. Un primo elemento è la decisione del governo USA di salvaguardare tutti i depositi SVB, compresi quelli superiori ai 250.000 dollari. Questa decisione è dettata dalla volontà esplicita di proteggere imprese high tech e società di venture capital che in quella banca avevano consistenti depositi. Allo stesso tempo, l’amministrazione Biden ha affermato che questa decisione era da considerare un’eccezione non replicabile ma poi, nel timore di altre fughe di depositi “importanti”, è stata costretta a rimangiarsi le sue affermazioni, non escludendo che anche in altri casi questa potrebbe essere la linea d’intervento del governo. Che ciò rappresenti potenzialmente un ulteriore fattore di incertezza e fragilità è difficile negarlo. Quanto a Credit Suisse, invece, il carattere eterodosso dell’intervento che ha portato al suo assorbimento in UBS è rappresentato dall’azzeramento delle obbligazioni subordinate denominate Additional Tier 1 (At1), per un controvalore di 16,3 miliardi di franchi (circa 17 miliardi di euro). A sollevare interrogativi (e probabili cause legali) non è la cancellazione di queste obbligazioni (evento previsto dalle condizioni di collocazione di questi titoli), ma il fatto che si siano salvaguardati, almeno in parte, gli azionisti, sovvertendo del tutto le modalità di intervento in caso di insolvenza. Come se non bastasse, l’incorporazione in UBS è avvenuta senza alcuna delibera dell’assemblea degli azionisti. Dietro tali risvolti, ovviamente, si intravvede una lotta particolarmente feroce fra la Saudi National Bank e il Fondo del Qatar (che avevano rifiutato la ricapitalizzazione, aggravando la crisi dell’istituto), da una parte, e gli interessi costituiti in UBS dall’altra. Con l’attiva mediazione dell’autorità svizzera, l’accordo è stato trovato a spese degli obbligazionisti. Ovviamente, se questi fossero solo piccoli “risparmiatori” (categoria per altro piuttosto vaga), il provvedimento sarebbe solo un aspetto della periodica espropriazione dei piccoli capitali monetari ad opera del grande capitale. Il fatto è che anche importantissime società finanziarie possedevano bond At1, una per tutti BlackRock, il più grande fondo d’investimento del mondo, con sede negli USA. Ed è difficile non leggere la decisione di UBS, che aveva ovviamente un insuperabile potere contrattuale nella trattativa, di trovare un accordo con la finanza saudita a scapito di quella americana. Ma, al di là delle alleanze e degli scontri, la decisione di modificare così radicalmente il modus operandi in caso di fallimenti o insolvenze, getta potenzialmente nel caos un mercato di quasi 300 miliardi di euro, quello appunto delle obbligazioni subordinate. Non a caso, la successiva crisi Deutsche Bank si collega a questo aspetto, dal momento che, a dispetto di tutte le assicurazioni di Lagarde, la decisione di due banche minori tedesche di non rimborsare le loro obbligazioni subordinate (trasformandole in perpetue) è stato interpretato come il segnale che anche nell’UE tali manovre erano possibili. La speculazione sui CDS su Deutsche Bank e, paradossalmente, la decisione del colosso tedesco di rimborsare anticipatamente una tranche di obbligazioni subordinate ha fatto il resto, rafforzando i timori e facendo crollare in titolo in Borsa.

La “regolazione” dell’economia e della speculazione

La vicenda Deutsche Bank, tra l’altro, ci riporta alla questione dei CDS (Credit Default Swap), anch’essi considerati strumenti di “protezione dal rischio”, in questo caso il rischio di fallimento. Ma, come abbiamo già detto, serve a poco invocare, come ha fatto il Corriere della Sera, che la facoltà di sottoscriverli sia data solo a chi già possiede azioni del titolo dal cui fallimento ci si vuole cautelare, il tutto al fine di evitare “speculazioni”. Resta il fatto che chi teme per il proprio investimento e sottoscrive un CDS lo fa con una controparte che intende speculare e, in caso di default, non c’è alcuna garanzia che essa sia solvente. Non a caso, nella crisi del 2007-2008 le insolvenze di possessori di CDS ebbero un ruolo importante nell’amplificare il disastro. La “regolamentazione” dei mercati OTC dei derivati, l’introduzione di regole per controllare la solvibilità dei soggetti coinvolti, ecc. non sono altro che palliativi che non possono aggredire alla radice il problema: la massa enorme di capitale fittizio, di titoli di ogni genere che accampa il diritto alla propria remunerazione in un modo o nell’altro, che è parte costitutiva dei circuiti finanziari internazionali a cui è inestricabilmente connessa la massa del capitale “produttivo”, quello che sfrutta direttamente i proletari e accresce con ciò il capitale reale che alimenta a sua volta l’enorme sovrastruttura finanziaria che guida il capitalismo contemporaneo.

La crisi bancaria di queste settimane, che sia bloccata sul nascere o vada avanti, pone dunque interrogativi che vanno alla radice di questo sistema sociale sempre più parassitario e foriero di disastri per l’intera umanità.

Letture della crisi e azione di classe

Vi è chi, nella situazione attuale, vede ancora una volta la mancanza di un’adeguata e sufficiente pianificazione della politica economica, degli strumenti finanziari (derivati, vigilanza bancaria, ecc.), delle “scelte” delle autorità e così via. Tali posizioni non sono solo appannaggio delle forze dichiaratamente capitalistiche, rappresentate in Parlamento da entrambi gli schieramenti borghesi, di sinistra come di destra. Sono ampiamente presenti anche dentro “i movimenti”, rivestite coi panni del radicalismo, della critica al “neo-liberismo” e rimpiangono tutte, in modo più o meno mascherato, il bel tempo che fu, quando un “movimento operaio” del tutto interno alle dinamiche del capitale aveva però margini per rivendicare, nelle pieghe del progresso dell’accumulazione, qualche briciola per gli sfruttati. In Italia, il togliattismo e la fine ingloriosa del PCI hanno lasciato molti orfani che si ripropongono anch’essi di raccogliere le bandiere lasciate cadere dalla borghesia, magari pretendendo di insegnare alle classi dominanti a “fare veramente” il loro mestiere.

Per costoro, il “keynesismo”, l’intervento dello Stato nell’economia, con una pretesa funzione “regolatrice”, resta l’orizzonte strategico irrinunciabile in cui inserire la propria politica. Lo Stato (borghese, no?) come perno di ogni azione “riformatrice” (anche se opportunamente dipinta con i colori della “rivolta”), lo Stato (borghese) come soggetto al di sopra delle classi che, a determinate condizioni, potrebbe diventare “lo Stato di tutti”, ritornando alla sua funzione dispensatrice di progresso sociale – ecco la ricetta di base. Si tratti di vantare le doti “rivoluzionarie” dello sfondamento del deficit imposto dall’Europa, o l’uscita dall’euro e la riconquista della “nostra” sovranità monetaria, di contrapporre come strumento contro l’inflazione la regolazione dei prezzi delle merci anziché l’aumento dei tassi di interesse, tutto è ridotto ad un problema di “scelta” fra modelli capitalistici differenti.

In questa prospettiva, spariscono le leggi di funzionamento del modo di produzione capitalistico che, nei loro tratti fondamentali, sono invece immodificabili, e si sostituisce la critica dell’economia politica con una modellistica la quale ha oggettivamente il solo scopo di ricondurre le spinte alla lotta e alla rivolta nell’alveo di un’azione istituzionale per riformare il sistema.

All’altro capo, troviamo coloro che leggono la crisi in modo oggettivistico, come la registrazione del progressivo disfacimento del capitalismo, della sua economia, delle sue istituzioni, senza scorgere il lato soggettivo di questo processo, la dislocazione dell’azione, obbligata, delle classi sociali e la necessità per il proletariato e le masse sfruttate di costruire uno schieramento capace di opporsi alle classi dominanti e alla loro azione volta a subordinare completamente i proletari alle esigenze di salvaguardia del sistema stesso per lo scopo, per loro supremo, di prolungare, costi quel che costi, la sopravvivenza del capitalismo.

Abbiamo detto poco prima che la dinamica dell’economia capitalistica non è un susseguirsi di fasi di boom e recessione sempre uguale a se stesso, bensì un processo che ha una sua storia e che ad ogni giro di boa avvicina il modo di produzione capitalistico ai suoi limiti storici. Questo implica una lettura delle crisi e del loro temporaneo superamento non solo come un processo che ripristina le condizioni della profittabilità capitalistica, ma anche come una ridefinizione degli assetti economici volta ad eliminare quegli elementi di “organizzazione” dell’economia del capitale che non sono più tollerabili o funzionali.

Così, dopo la prima grossa crisi in Borsa del 1987, ha preso forma ed accelerazione quel processo di deregulation che l’ha fatta da protagonista in tutta la fase successiva. Rientra in questa dinamica, ad esempio, l’ingigantimento del capitale speculativo e del mercato dei derivati o il progressivo superamento della distinzione fra banche commerciali e banche d’investimento, sancito negli Stati Uniti dall’abolizione del Glass-Steagall Act del 1933 e, più in generale, il superamento di tutti gli argini che contribuirono, nel passato, ad impedire che una crisi scoppiata in un punto del sistema potesse dilagare liberamente nell’insieme dell’economia.

L’ideologia “neo-liberista”, che giustifica tali decisioni come frutto della volontà di non porre limiti al movimento dei capitali, alla loro possibilità di espandersi a piacimento in tutti i campi, attribuendo a tale libertà il potere taumaturgico di assicurare il benessere collettivo, non fa che tradurre in chiave soggettiva l’esigenza delle classi dominanti di contrastare la crisi della valorizzazione, il calo dei profitti in relazione al capitale già operante, aumentandone il raggio d’azione e assecondando la tendenza a mantenerne quote crescenti nel campo del “capitale da interesse”, nelle forme ultrasofisticate e sempre mutevoli che l’esperienza degli ultimi decenni ci ha fatto conoscere.

La continua immissione di liquidità da parte delle Banche Centrali si rapporta a questa esigenza e, al contempo, fotografa l’impossibilità del modo di produzione capitalistico di trovare una strada di uscita, che permetta una nuova fase di sviluppo complessivo del capitalismo. Non si tratta affatto di vedere un’economia in crisi continua e sempre “ad un passo dal crollo”, ma di riconoscere che la ripresa ciclica dell’accumulazione e dei profitti non è più in grado da tempo di rilanciare il sistema capitalistico nel suo complesso. L’accumulazione infatti non è un processo “autonomo”, che ha che fare incidentalmente e in modo marginale con la finanza e i processi speculativi che in essa avvengono, ma è intrecciata ad essa in modo indissolubile. D’altra parte, ad un secolo dall’entrata del capitalismo nella fase imperialistica, la “nascita” del capitale finanziario sotto forma di fusione del capitale industriale e del capitale bancario non poteva non aver fatto passi da gigante in avanti.

La traiettoria del capitale finanziario

Se già nel novecento l’esportazione di capitale prevaleva su quella delle merci e le banche e le società per azioni avevano acquisito un’importanza fondamentale nella vita economica, è del tutto normale che, a cent’anni di distanza, il predominio della sfera finanziaria e “speculativa” sia cresciuto al massimo livello. Ma il sistema capitalistico non può emanciparsi dalla produzione di merci e dallo sfruttamento del lavoro perché solo da lì ricava nuovo plusvalore, solo consumando la forza-lavoro di miliardi di proletari, spremendo fino alla morte le masse povere delle aree periferiche e rapinandone in ogni modo le risorse naturali per “metterle a valore” il capitale può sperare di proseguire la sua corsa per creare profitto. Lo sfruttamento del lavoro salariato rimane il fondamento della valorizzazione capitalistica (beninteso: anche negli stessi paesi imperialisti da più di un secolo), ma il modo di produzione assegna da tempo alla sovrastruttura finanziaria il predominio e la governance complessiva del sistema.

Anche da questo angolo di visuale, quindi, il capitalismo si conferma come la contraddizione in processo: da un lato è costretto a spingere sempre più a fondo lo sfruttamento dei lavoratori, dall’altro questa discesa agli inferi della condizione proletaria periodicamente viene vanificata da crisi sempre più “sistemiche”. La crescita del plusvalore relativo e assoluto, la risalita della profittabilità appaiono sempre più come fenomeni temporanei, e sempre più carichi di violenza, capaci di rianimare l’accumulazione fra uno sconquasso e l’altro. Volendo rappresentare la dinamica capitalistica su un piano cartesiano, essa può essere disegnata come una sinusoide costituita dagli alti e bassi del ciclo degli affari, che tuttavia poggia su un piano inclinato verso il basso.

Lavorare nella classe per la rivoluzione anticapitalistica

Per questo, quanto più il sistema capitalistico si dimostra incapace di invertire la propria tendenza di fondo, con tanta maggiore durezza cresce il suo attacco alle condizioni dei lavoratori. Dalla fine degli anni ’70, questa è stata la regola generale, in specie nei paesi storicamente centrali nel processo dell’accumulazione di capitale, e non vi è stata “riforma”, provvedimento di legge, politica monetaria, intervento sul mercato del lavoro, ecc. che non sia andata nella direzione dello smantellamento progressivo di ogni “garanzia” e “diritto” dei proletari.

Proprio perché le crisi dell’economia capitalistica riproducono le contraddizioni del sistema ad un livello progressivamente più alto, esse tendono a spostarsi dal terreno economico a quello politico e militare, dalla concorrenza commerciale allo scontro fra Stati e alla guerra tout-court. E proprio per questo è del tutto disfattista ogni ipotesi che faccia perno su un crollo spontaneo del sistema, una lettura anch’essa presente nel milieu rivoluzionario, anzi spesso diffusa proprio fra coloro che sono più avvertiti delle contraddizioni profonde in cui si dibatte il sistema capitalistico.

Al contrario, non esistono strade senza uscite per le classi dominanti. Più cresce il caos economico, lo scontro sui mercati internazionali, il disordine finanziario, la ri-costruzione di barriere doganali e di interdizioni reciproche agli investimenti e alla presenza economica nelle rispettive sfere d’influenza, più tutto ciò si accompagna ad una crescita furiosa del nazionalismo, degli sforzi della borghesia per attizzare i contrasti interni alle classi sfruttate e additare nell’unione sacra contro il nemico esterno l’unica strada che i proletari avrebbero a disposizione per difendere la loro stessa possibilità di esistenza.

Il capitalismo non crollerà mai da solo,
nonostante le contraddizioni insanabili di cui è preda. E la rivoluzione per mettere fine a questo sistema sociale infame non sarà un semplice colpo di grazia assestato ad un malato terminale, bensì un processo lungo e complesso che può iniziare solo mettendo al centro l’attività dei settori d’avanguardia della classe per arrivare a coinvolgerne gli strati più ampi – un’azione che parte oggi dalla capacità di promuovere e legare le lotte di resistenza dei lavoratori contro gli attacchi delle classi dominanti, il carovita, l’economia di guerra, alla prospettiva del disfattismo politico contro i governi della borghesia e la loro azione in campo interno e internazionale, fino a porre la questione del loro rovesciamento e di una completa trasformazione dei rapporti sociali di produzione e riproduzione della vita della specie. In sintesi: la borghesia serra le fila in vista di nuovi sconquassi, i rivoluzionari facciano altrettanto!


1 Ricordiamo che, durante la pandemia, il tasso d’interesse applicato dalla BCE ai rifinanziamenti delle banche ordinarie tramite TLTRO – destinati ad aziende non finanziarie e famiglie, con l’esclusione dei mutui immobiliari – passò da zero a -0,75%

Legenda

Additional Tier 1 Si tratta di obbligazioni particolari, che rendono di più ma sono assai più rischiose, perché, più delle obbligazioni ordinarie, soggette a possibile svalutazione parziale o totale in caso di difficoltà e/o fallimento della banca che le ha emesse. Rientrano nel campo delle cosiddette “obbligazioni subordinate”.

Arbitraggi – Si chiamano così quelle operazioni che sfruttano differenze fra le quotazioni di un bene o di un’attività finanziaria su mercati diversi. Ad es., in un certo momento l’euro è quotato sul dollaro in modo diverso sui mercati europei rispetto a quelli asiatici. Questo permette di lucrare un profitto con un “arbitraggio”, comprando una delle due valute dove è meno cara per venderla subito dopo nel mercato in cui è quotata ad un livello superiore.

Capitale fittizio – E’ un capitale che non corrisponde ad una somma di denaro realmente investita e operante, ma la cui entità si ricava indirettamente attraverso la “capitalizzazione”, un’operazione con la quale, essendo noto un determinato profitto (vero o ipotizzato) e conoscendo il tasso di interesse vigente al momento, si risale al capitale teorico (“fittizio”, appunto) che lo potrebbe produrre. Se un titolo (ad es. l’azione di una società industriale) si pensa possa fornire un certo dividendo, conoscendo il tasso di interesse è possibile ricavare, con un semplice calcolo, il prezzo di quell’azione, cioè la sua quotazione in Borsa, il prezzo attorno al quale oscillerà il suo prezzo di vendita. Tale prezzo è quindi del tutto distinto dal valore nominale della medesima azione, che esprime invece il capitale originariamente investito nell’impresa (in macchinari, materie prime, salari, ecc.) diviso per il numero di azioni emesse.

Coefficienti patrimoniali – Sono indicatori che calcolano il rapporto fra le varie voci del bilancio di una banca (ad es., il rapporto fra il capitale proprio della banca e i suoi impieghi, cioè i prestiti concessi alla clientela). Servono a verificare la solidità di un istituto di credito, cioè la sua solvibilità, la capacità di far fronte ad esigenze anche impreviste (aumento dei prelievi da parte dei correntisti, emergere di crediti che non possono essere riscossi, ecc.).

Derivati – Si chiamano così tutti i titoli il cui prezzo è stabilito con riferimento ad un cosiddetto “sottostante”, che a sua volta può essere un titolo (ad es., un’azione o un’obbligazione), un bene fisico (petrolio, grano, ecc.) oppure un parametro economico (un tasso di interesse, il rapporto di cambio fra due monete, ecc.). Futures, warrant, swap, ecc. sono tutti derivati, con diversi meccanismi di funzionamento, ma tutti rischiosi e speculativi. Come si dice nel testo, una somma di denaro di grandezza “x” investita in futures, opzioni, ecc. permette ad esempio di speculare sulle oscillazioni di prezzo di una massa di azioni il cui ammontare possiede un controvalore di 10 o 15 volte il capitale investito. Quindi, oscillazioni anche modeste dei titoli oggetto del contratto, produrranno effetti amplificati in rapporto al capitale investito.

Fondi comuni di investimento –
Società che investono in Borsa (obbligazioni e/o azioni) raccogliendo il denaro da un ampio numero di sottoscrittori, i quali comprano “quote” del Fondo il cui valore cresce sommando al capitale raccolto gli utili realizzati.

Hedge Funds –
Fondi di investimento specializzati nelle operazioni più rischiosa (derivati, ecc.).

Mercati OTC (Over the counter) – Costituiscono il cosiddetto sistema bancario-ombra, formalmente esterno a quello ufficiale e quasi del tutto privo di “regolazione”.

Moneta fiduciaria –
La moneta emessa dalle Banche Centrali a corso forzoso (obbligo di utilizzo e accettazione da parte di tutti i soggetti economici operanti nello Stato), non “convertibile”, cioè senza diritto ad ottenere un quantitativo prefissato di oro. Fino alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro (in realtà già da un po’ prima), chi possedeva dollari aveva diritto ad ottenere, dietro richiesta, un quantitativo di oro prefissato, pari ad un’oncia ogni 35 dollari.

Held to maturity –
Letteralmente, “tenuti fino alla scadenza”.

Mercato obbligazionario –
E’ una parte del mercato di Borsa, quella che tratta appunto l’acquisto e la vendita delle obbligazioni (“bond”), cioè dei prestiti che uno Stato o una società privata chiede agli investitori. Il prezzo delle obbligazioni sul mercato si muove in modo inversamente proporzionale al tasso di interesse. Se il tasso di interesse generale raddoppia, il prezzo delle obbligazioni, a parità di altre condizioni, si dimezza. Se ad es. si sottoscrive un BOT o un BTP, si sa già che alla scadenza esso verrà rimborsato al valore nominale (il prezzo pagato al momento della sottoscrizione), più una somma a titolo di interesse. Il rapporto fra queste due grandezze (interesse/capitale investito) determina il tasso di interesse che frutta quel titolo. Ma se il possessore del titolo deve venderlo in Borsa prima della scadenza (perché ha necessità di rientrare in possesso del denaro liquido) e, nel frattempo, il tasso di interesse corrente è raddoppiato, chi compra quel titolo lo pagherà ad un prezzo più basso del valore nominale, stante un tasso di interesse raddoppiato, un capitale dimezzato rispetto all’originale sarà sufficiente a fornire l’ammontare di denaro che lo Stato pagherà come interesse alla scadenza. Es. pratico: BOT di 1000 €, tasso di interesse 5%, interesse corrisposto alla scadenza 50 €. Se il tasso corrente di interesse sale dal 5% al 10%, 50 € saranno il 10% di 500 € e non più di 1000. Nessuno pagherebbe 1000 € per un titolo che ne frutterà 50 se, per avere quel guadagno, ora basta investire 500 €.

Società-veicolo –
Società finanziarie costituite dalle banche, ma “autonome”, che si incaricano di specifiche operazioni. Nella crisi del 2007-2008, ad esempio, erano balzate agli onori della cronaca per aver confezionato particolari titoli denominati CDO (collateralized debt obligations), che poi avevano venduto sul mercato spacciandoli per titoli sicuri in quanto “collateralizzati” (cioè garantiti) dai mutui immobiliari, a loro volta ad alto rischio insolvenza.

Stagflazione –
Compresenza di inflazione (aumento dei prezzi) e stagnazione (rallentamento e crisi dell’economia).

Stretta creditizia – Situazione determinata dall’aumento del tasso di interesse da parte delle Banche Centrali. Salendo il tasso di interesse, chi chiede soldi in prestito sopporta un costo maggiore perché deve pagare interessi più elevati. Questa circostanza fa diminuire la richiesta di capitale a prestito e ha quindi l’effetto di rallentare l’attività economica.

TLTRO – La sigla sta per “Targeted longer-term refinancing operations”, cioè operazioni “mirate” di rifinanziamento. Si tratta dei finanziamenti che la BCE mette a disposizione delle banche ordinarie affinché li prendano in prestito e li usino per finanziare la cosiddetta “economia reale” (le imprese e i privati). Si chiamano “targeted” cioè “mirate” perché escludono esplicitamente società finanziarie e privati che intendono contrarre un mutuo immobiliare. Un interesse negativo (come si ricorda nel testo) significa che le Banche che li utilizzavano non solo non pagavano interessi, ma addirittura ricevevano un premio.

Treasury Bonds –
Titoli di Stato emessi dal governo degli Stati Uniti.

Venture Capital – Capitale specializzato nel finanziamento di attività industriali con prospettive di sviluppo potenzialmente elevate ma incerte (rischio fallimento).

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

3714