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La spaventosa devastazione dell’ambiente in Iraq

(11 Aprile 2023)

l'irak par-delà toutes les guerres
merip

Riprendiamo dai siti di MERIP, Truthout e Alencontre dei materiali di documentazione sulla spaventosa devastazione ambientale prodotta in questo paese dalle guerre amerikane e occidentali, e dagli effetti ulteriormente distruttivi della crisi climatica globale che ad essi si sono aggiunti in fatto di siccità, desertificazione, tempeste di sabbia e di polvere, crollo degli ecosistemi palustri, per non parlare poi di gas flering, inquinamento delle acque da petrolio, etc.

Questi materiali sono senza dubbio molto deficitari sul piano politico, ad esempio – ma di esempi se ne potrebbero fare diversi altri – là dove i loro autori sembrano attendersi qualcosa di buono dalla “comunità internazionale” (dei briganti, aggiungiamo noi), dall’ONU (proprio l’istituzione che ha straziato le popolazioni irachene, ed in particolare i bambini iracheni, con un embargo tra i più infami della sua storia) o da “una efficace diplomazia geopolitica sul clima”, tutti sogni ad occhi aperti o, piuttosto, ad occhi chiusi, da parte di giornalisti che si rifiutano di vedere la reale natura di queste istituzioni da cui si spera di essere aiutati a rimediare ai disastri da loro stesse generati. Fatta questa avvertenza essenziale, abbiamo deciso di pubblicarli egualmente perché, nonostante tutto, puntano il dito sul nesso guerra – devastazione ambientale [illustrato anche nel libro “L’uranio impoverito: il metallo del disonore”, che potete richiedere scrivendo a com.internazionalista@gmail.com] e perché aiutano a capire quanto l’interazione tra la devastazione materiale, infrastrutturale, sanitaria, sociale, politica prodotta scientemente dai signori della guerra e delle sanzioni occidentali, e la catastrofe climatica globale in corso, abbia un impatto di una agghiacciante distruttività sulle condizioni di esistenza delle genti irachene e sul loro ambiente naturale. La catastrofe climatica colpisce sia il Nord che il Sud del mondo, ma per una serie di ragioni – a cominciare dalle guerre e dai terribili lasciti del colonialismo – il Sud ne è colpito con una violenza moltiplicata. Di questo i giovani attivisti delle metropoli dovrebbero, a nostro avviso, farsi carico.

Grazie alle compagne Giulia e Valeria per le loro traduzioni. (Red.)

Acqua, petrolio e il futuro climatico dell’Iraq

Zeinab Shuker
1

La devastazione ecologica dell’Iraq è iniziata anni prima dell’invasione del 2003.2

Per 40 anni, lo Stato iracheno è passato di crisi in crisi, con guerre e conflitti interni che ne hanno devastato le infrastrutture e le istituzioni. La guerra Iran-Iraq è stata seguita da 13 anni di sanzioni economiche punitive, iniziate negli anni Novanta. Dopo 20 anni, nel 2003, l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq ha lasciato lo Stato in preda al caos politico ed economico.

Questi sconvolgimenti hanno avuto ripercussioni sull’ambiente, causando lo spostamento di risorse idriche, danneggiando le infrastrutture che potevano mitigare i danni climatici e consentendo l’estrazione illimitata di petrolio. Hanno reso l’Iraq – che ha sempre vissuto periodi di caldo estremo e aridità – uno dei Paesi del Medio Oriente più vulnerabili ai cambiamenti climatici.

Da siccità a tempeste di sabbia, a malattie croniche dovute all’inquinamento tossico prodotto dai giacimenti petroliferi del sud, è chiaro che negli ultimi anni le condizioni climatiche in Iraq sono notevolmente peggiorate. Una tendenza che è particolarmente dannosa se associata al generale declino delle capacità statali e istituzionali dopo il 2003.

Gli stessi sconvolgimenti politici e sociali che rendono la crisi climatica così pressante hanno portato a trascurare la ricerca sul clima a favore delle minacce più immediate, nonostante questi problemi siano interconnessi. In realtà, non sono questioni separate, lo stato del governo iracheno e i suoi intrecci economici e geopolitici sono i principali fattori che determinano l’attuale vulnerabilità climatica dell’Iraq, come dimostrano le sue due risorse più importanti: acqua e petrolio.

Evoluzione e scomparsa delle paludi irachene


Nei due scorsi anni l’Iraq ha vissuto le stagioni più secche degli ultimi decenni, con temperature che hanno spesso superato i 120 gradi Fahrenheit. Con le temperature in continua crescita, diminuiscono le riserve d’acqua, innescando una delle peggiori siccità degli ultimi 40 anni. I funzionari iracheni stimano che quest’anno le riserve idriche siano diminuite della metà, in parte a causa dei cambiamenti dei fenomeni meteorologici, ma anche per l’azione di Paesi vicini, come la Turchia, dove diversi progetti di dighe limitano l’acqua che scorre dai fiumi Eufrate e Tigri. Ad esempio, l’utilizzo della diga turca di Ilisu, una gigantesca costruzione di circa un chilometro sul fiume Tigri, ha ridotto la quota di acqua dell’Iraq di circa il 60%. A causa della diminuzione dei flussi d’acqua, quest’anno una parte significativa delle paludi irachene si è prosciugata, lasciandosi dietro bufali morti e costringendo delle comunità ad andarsene.3

Le stesse zone umide che ora stanno scomparendo furono bersaglio di Saddam Hussein dopo la guerra Iran-Iraq e la rivolta di massa del 1991 contro il suo governo. Hussein accusò gli arabi delle paludi – le comunità che vivono lungo le rive gli estuari del Tigri e dell’Eufrate – di aiutare i ribelli in fuga dall’esercito iracheno. Oltre a bombardare l’area durante la guerra, il governo cercò di prosciugare queste paludi. La motivazione addotta era di trasformare questi territori in terreni agricoli irrigui, costruendo dighe e argini. Ma canali come il Fiume della Prosperità (Prosperity River), il canale Madre delle Battaglie (Mother of Battles Canal) e il canale Lealtà al Leader (Loyalty to the Leader Channel) limitarono drasticamente l’approvvigionamento idrico di queste comunità storiche, prosciugando le paludi e facendo sfollare coloro che da generazioni vivevano su queste terre.

Negli ultimi anni. a causa dell’aumento delle temperature e della grave siccità, c’è stato anche un aumento della frequenza e dell’intensità delle tempeste di sabbia e polvere. Secondo il Ministero dell’Ambiente iracheno, istituito dopo il 2003, nel 2022 le tempeste di sabbia e polvere sono state di 272 giorni l’anno contro le 243 del decennio precedente.4 Sempre nel 2022, l’Iraq ha registrato dieci tempeste di sabbia in soli due mesi, rispetto ad una media di una o due tempeste l’anno dei decenni precedenti.5

Con il peggioramento delle condizioni climatiche in atto, l’economia irachena ne risentirà, soprattutto nel settore agricolo. La produzione alimentare in Iraq si basa sulla piccola agricoltura. Gli agricoltori dipendono da metodi di irrigazione obsoleti, incentrati su sistemi di irrigazione alimentati dalla pioggia, che rendono molti agricoltori vulnerabili alla siccità, dato il calo delle precipitazioni. Inoltre, la combinazione di condizioni climatiche e infrastrutture obsolete ha portato a una crescente desertificazione, che già interessa circa il 39% della superficie irachena. Di conseguenza, il Paese perde ogni anno circa 100 chilometri quadrati di terra coltivabile.

La desertificazione sta costringendo i contadini ad abbandonare le loro terre e ad emigrare verso i centri urbani sovrappopolati, dove trovano qualche rara opportunità di lavoro nel settore pubblico, che sta diventando sempre più saturo, spingendo molti verso l’economia illegale e informale.

L’aumento della frequenza e della gravità delle tempeste di sabbia e polvere ha anche aumentato le malattie respiratorie a lungo termine tra la popolazione. Nel 2022, secondo il Ministero della Salute, ben 10.000 persone sono state ricoverate in ospedale a causa delle tempeste di sabbia. I numeri effettivi sono probabilmente più alti, e la vera portata della crisi non viene colta appieno a causa della mancanza di dati e ricerche ufficiali.

Dipendenza dal petrolio e vulnerabilità climatica dell’Iraq


La storia della vulnerabilità ambientale dell’Iraq non dipende solo dalla scarsità di acqua, ma anche dall’abbondanza di petrolio. Essendo la principale fonte di reddito e di ricchezza per le élite politiche irachene, l’industria petrolifera ha contribuito a mettere in secondo piano le questioni climatiche, in generale, e le infrastrutture idriche, in particolare.

L’economia irachena dipende dal petrolio. Nell’ultimo decennio, il settore petrolifero ha rappresentato oltre il 99% delle esportazioni irachene e il 42% del PIL. La dipendenza dal petrolio aumenta la vulnerabilità climatica dell’Iraq, in gran parte a causa del cosiddetto gas flaring, la combustione dei gas naturali associati all’estrazione del petrolio, che rilascia nell’ambiente una miscela altamente inquinante di anidride carbonica, metano e fuliggine nera.

Il settore capta e processa solo circa la metà dei 3 milioni di piedi cubi di gas prodotti quotidianamente dall’estrazione del petrolio, il che rende l’Iraq il secondo Paese in termini di gas flaring dopo la Russia. L’Iraq rilascia circa 30 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno, pari al 10% dei gas serra emessi a livello globale a causa del flaring.6

Non riuscendo a potenziare le infrastrutture di captazione del gas, l’Iraq non solo contribuisce alle emissioni globali di carbonio. Il gas bruciato rilascia anche sostanze chimiche tossiche come il benzene, contribuendo all’aumento della formazione di nubi velenose e di piogge acide, che si infiltrano nel terreno e dissolvono nutrienti essenziali come il magnesio e il calcio. Questi nutrienti sono necessari per lo sviluppo dell’agricoltura e per il mantenimento dei terreni coltivabili. Le piogge acide sono inoltre responsabili del rilascio di alluminio nel terreno, il che limita la crescita di piante sane. L’acqua contaminata dal petrolio e altre tossine defluiscono direttamente in falde acquifere naturali, inquinandole. Sono particolarmente vulnerabili a questi disastri ambientali le città e i paesi del Sud dell’Iraq, come Nahran Omar, nella provincia di Bassora, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi.

A Nahran Omar, circa il 6% della popolazione di 1.500 persone è morto o soffre attualmente di cancro o di complicazioni sanitarie correlate, e la maggior parte di coloro che hanno problemi di salute ha meno di 25 anni.7 Oltre al rischio ambientale, quindi, la produzione di petrolio e il gas flaring, così come gli impianti petrolchimici e l’uranio proveniente da armi degradate sono tutti associati a un rischio maggiore di malattie – come asma, ipertensione e alcuni tipi di cancro – soprattutto tra coloro che vivono vicino a questi campi petroliferi.

Inoltre, una volta costruiti i pozzi, le compagnie assumono raramente i lavoratori locali per lavorare nei campi petroliferi, il che significa che la popolazione subisce conseguenze ecologiche e sanitarie senza godere di benefici economici. Secondo il reportage sul campo di Tareek Alshaab, le compagnie petrolifere sono più propense ad assumere lavoratori stranieri. Nell’industria petrolifera lavorano circa 100.000 stranieri e spesso ricevono salari più alti dei lavoratori iracheni.

I funzionari governativi iracheni abitualmente nascondono il numero di casi di malattie legate all’inquinamento in tutto il Paese, limitando l’accesso a numeri e dati precisi.8 La limitazione nell’accesso ai dati è dovuta sia alla mancanza di capacità dello Stato di sviluppare gli strumenti per l’acquisizione dei dati, sia alla limitata trasparenza delle informazioni quando si tratta del settore energetico e delle questioni ambientali.

L’importanza del petrolio come fonte primaria di entrate statali contribuisce fortemente a mantenere il sistema politico e gli uomini di potere esistenti. Le entrate derivanti dall’esportazione di petrolio sono controllate dallo Stato, e gli esponenti politici che traggono vantaggio da queste risorse grazie alla corruzione collegata alle esportazioni di petrolio, cercano di mantenere il sistema politico ed economico che li avvantaggia maggiormente.

La scarsa volontà politica, unita a decenni di declino delle infrastrutture e delle capacità istituzionali, impedisce progressi significativi. Ad esempio, se l’Iraq riuscisse a investire in infrastrutture per captare e utilizzare il gas sprigionato, minimizzerebbe l’impatto sul clima e potrebbe alimentare fino a 3 milioni di case, alleviando la cronica carenza di elettricità del Paese. Ma investire in infrastrutture per il gas significherebbe anche per l’Iraq abbandonare la dipendenza dal gas iraniano per la produzione di elettricità, soprattutto durante i caldi mesi estivi. Dal 2018, l’Iraq ha deroghe alle sanzioni statunitensi che gli consentono di importare gas iraniano. Questa dipendenza è un’ancora di salvezza per l’economia iraniana in difficoltà. Di conseguenza, né l’Iran né i suoi rappresentanti in Iraq hanno interesse a sviluppare infrastrutture migliori.

Anche quando sono stati compiuti sforzi per minimizzare l’impatto negativo della produzione di petrolio e del gas flaring, un reale progresso è stato impedito dalle infrastrutture obsolete e dalle limitate capacità dello Stato. Ad esempio, il Ministero dell’Ambiente iracheno – che cinque anni fa si è fuso con il Ministero della Salute – ha documentato l’impatto dannoso della dipendenza dal petrolio e del gas flaring sulle condizioni ambientali e sul benessere della popolazione. Il ministero ha cercato di imporre multe alla Basra Oil Company per le sue molteplici violazioni del gas flaring oltre i limiti di legge. Ma lo Stato non è in grado di far rispettare queste regole o di fornire gli strumenti e le risorse necessarie per modernizzare la produzione petrolifera. In effetti, l’ingegnere capo della compagnia petrolifera di Bassora ha riconosciuto che era più conveniente pagare la sanzione anziché investire in nuove infrastrutture in grado di trattare il gas che fuoriesce.

La Basra Oil Company non è la sola. Altre compagnie petrolifere internazionali, come la British Petroleum (BP), hanno approfittato per decenni delle lacune nelle regole di rendicontazione delle emissioni per risparmiare milioni di dollari pur rilasciando gas mortali nell’atmosfera. Per esempio, dal 2009 la BP è il principale appaltatore del campo petrolifero di Rumaila. Uno dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo, responsabile di circa un terzo della produzione totale di petrolio dell’Iraq. Secondo un rapporto di Greenpeace, nel 2021 Rumaila ha bruciato circa 3,39 miliardi di metri cubi di gas, emettendo 9,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Nonostante abbia guadagnato circa 358 milioni di dollari di profitto al netto delle imposte da questo giacimento, la BP non riporta le emissioni di Rumaila nel suo rapporto annuale sulle emissioni, perché classifica il giacimento come “asset non gestito”, ovvero gestito da soggetti diversi dalle entità aziendali. Ma la BP è stata l’operatore ufficiale del giacimento fino al giugno 2022, quando BP e PetroChina hanno costituito la Basra Energy Company per rilevarne le operazioni, e la società rimane il principale punto di riferimento. Se la società dovesse includere Rumaila nei suoi rapporti, le sue emissioni annuali per il 2021 risulterebbero raddoppiate.

Nel 2021, la Banca Mondiale e la South Gas Company irachena, di proprietà statale, Shell e Mitsubishi hanno firmato un accordo da 360 milioni di dollari per aiutare l’Iraq a controllare la crisi del gas flaring nei suoi giacimenti meridionali, ma i progressi sono stati minimi. Analogamente, nel settembre 2021, l’Iraq ha concluso un accordo da 27 miliardi di dollari con la francese Total Energies. L’accordo consentirebbe alla Francia di investire per 25 anni nel giacimento petrolifero di Bassora e di sviluppare diversi progetti infrastrutturali finalizzati alla produzione di energia più pulita e al controllo del gas flaring, ma ostacoli burocratici e crisi politiche – come lo stallo successivo alle elezioni del 2021 – hanno ritardato la finalizzazione dell’accordo.

Andare avanti

Dal 2003, l’Iraq ha affrontato diverse crisi, ma le condizioni ambientali sono state spesso messe in secondo piano rispetto alla situazione economica e politica del Paese. Vent’anni dopo, il Paese si trova in una posizione più vulnerabile sul fronte ambientale di quanto sia mai stato prima.

La crisi climatica dell’Iraq si ripercuote sull’acqua potabile, sui terreni coltivabili e sulla salute pubblica degli abitanti del Paese. Ma è anche una crisi regionale e globale. Qualsiasi risposta efficace deve tenere conto della interconnessione delle questioni climatiche con altre istituzioni sociali, del ruolo delle comunità civili e locali e della necessità di un’efficace diplomazia geopolitica sul clima. Per mitigare l’impatto del nesso debolezza strutturale-cambiamento climatico-instabilità, l’Iraq deve diversificare la propria economia dalla dipendenza dal petrolio, investire nella decarbonizzazione e in infrastrutture energetiche più pulite e affrontare le implicazioni fiscali e politiche di questa transizione. Un altro primo passo importante sarebbe quello di mettere al centro gli interessi e le conoscenze delle comunità locali maggiormente colpite dai cambiamenti climatici.

1 Zeinab Shuker è professoressa associata di sociologia presso la Sam Houston State University, Texas.

2 Rapporto della Banca Mondiale: “Iraq Country Climate and Development Report”, (2022), pag. xi.

3 Leggi anche: “Iraq’s Water Woes – A Primer”, MER numero 254, primavera 2010.

4 Muhammad Baqir Muhyedeen, “Le tempeste di sabbia dell’Iraq minacciano la vita nella Mezzaluna Fertile. È ora che il governo iracheno prenda posizione”, The Atlantic Council, 23 giugno 2022.

5
Alissa J. Rubin e Clifford Krauss, “Il crepuscolo tossico dell’Iraq meridionale: Burning Gas and Poisoning the Air”, The New York Times, 16 luglio 2020.

6 Ibid.

7 Abdullah Latif, “100.000 stranieri lavorano nei campi petroliferi al di fuori delle regole”, Tareek Alshaab, 24 gennaio 2021.

8 Questa informazione si basa sulle interviste dell’autore.





Iraq. “20 anni dopo l’invasione americana l’Iraq sta affrontando, tra le altre cose, crisi climatiche e idriche a cascata”

Il 20 marzo 2003, l’amministrazione di George W. Bush (presidente dal 2001 al 2009, vicepresidente Dick Cheney) ha schierato l’esercito statunitense sul suolo iracheno1. Loulouwa Al-Rachid, analista dell’International Crisis Group e ricercatrice del Carnegie Middle East Center, sottolinea, in un’intervista rilasciata al quotidiano Le Monde il 17 marzo 2023, che l’invasione fu “giustificata all’epoca da menzogne sulla presenza di armi di distruzione di massa e sul coinvolgimento di Saddam Hussein negli attentati dell’11 settembre, e presentata al resto del mondo come una missione di democratizzazione del Medio Oriente, costituendo, di fatto, l’apice dell’arroganza americana e di un attacco imperialista inflitto a un paese da un altro”.

Adel Bakawan2, direttore del Centro francese per la ricerca sull’Iraq (CFRI), durante un programma del 20 marzo su France Culture (“Culture Monde”, ospitato da Julie Gacon), ha sottolineato che “nel 2003 gli americani hanno messo in piedi un sistema politico basato sulle tre componenti principali della società irachena: sciiti, sunniti e curdi. Si è così cristallizzata la divisione comunitaria del paese. Oggi è del tutto impossibile parlare di una nazione o di una società irachena, da quanto sono profonde le divisioni interne alla società irachena [Adel Bakawan le definisce come conflitti “etnico-confessionali” – una espressione, a nostro avviso, quanto meno inadeguata – nota della red.]. Le diverse componenti delle comunità stesse sono profondamente fratturate al loro interno e oggi non hanno più un discorso comune”.

Myriam Benraad3, politologa, specialista in Medio Oriente, professoressa associata in relazioni internazionali, sottolinea che “nel 2003, dopo più di un decennio di embargo, la guerra civile era già presente sotto forma di fermenti nella società irachena. Lungi dal pacificare il paese, l’invasione americana lo ha brutalizzato. Nel 2006 era aumentato esponenzialmente il numero di violenze inter-comunitarie. Gli americani non sono assolutamente più tollerati, l’amministrazione irachena sta negoziando la loro partenza. Quando Barack Obama annunciò il ritorno del GI (Government Issue, l’esercito statunitense), prese semplicemente atto di questo fallimento.

L’articolo di Mike Ludwig, qui tradotto, offre une descrizione della crisi climatica e idrica che devasta il paese. Un altro bel “risultato” della guerra contro “l’Asse del male”, per come la presentò Bush. (Redazione di A l’Encontre)

Mike Ludwig

Quando l’amministrazione Obama decise di ritirare le truppe americane nel 2011, spiegò che, comunque, gli americani si erano lasciati alle spalle “uno Stato sovrano, stabile, autosufficiente, con un governo rappresentativo eletto dal suo popolo” [!!!!]. Tuttavia, dal 2014, Daesh (Stato islamico) ha occupato una parte significativa del Paese. Dopo la sua sconfitta, il paese è caduto in una crisi generale. Settori importanti della popolazione giovanile, nel 2019, si sono mobilitati contro il governo e le varie milizie, alcune delle quali hanno legami diretti con l’Iran. Questa rivolta è stata soppressa. Le aspirazioni di ampi settori della popolazione sono state represse.

Più di vent’anni dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte di una coalizione guidata dagli Stati Uniti, il paese sta affrontando crisi ambientali a cascata. È stato recentemente dichiarato il quinto paese più vulnerabile ai cambiamenti climatici (ONU, 11 agosto 2022, Migration, Environment, and Climate Change in Iraq). Secondo le Nazioni Unite, afflitto da instabilità e corruzione, alimentato da divisioni religiose e varie milizie che si contendono il primato per l’influenza politica e lo sfruttamento delle risorse, il governo iracheno è debole e incapace di affrontare queste sfide senza l’assistenza internazionale.

L’Iraq è anche un posto pericoloso per gli ambientalisti. Così, Jassim Al-Asadi, uno specialista delle paludi – conformazione del territorio peculiare dell’Iraq – è stato rapito da uomini armati mentre si recava a Baghdad il 3 febbraio 2023, quindi riconsegnato alla sua famiglia due settimane dopo. Sebbene gli autori e le loro motivazioni siano ancora sotto inchiesta, i suoi colleghi sospettano che il rapimento sia legato al lavoro di Al-Asadi su una delle risorse più preziose dell’Iraq: non il petrolio, bensì l’acqua.

Cofondatore di Nature Iraq e importante esperto ambientale, Jassim Al-Asadi è stato un attivo difensore delle paludi dell’Iraq meridionale e delle tribù arabe che vi abitano da generazioni. Sebbene il paesaggio e il flusso dell’acqua si siano evoluti nel corso dei millenni, si ritiene che le antiche città-stato mesopotamiche lungo il Tigri e l’Eufrate siano collegate a queste paludi. Oggi, le persone nel sud dell’Iraq dipendono ancora dai due famosi fiumi – e dai corsi d’acqua paludosi che alimentano – per i trasporti e l’agricoltura, ma l’acqua è sempre più inquinata e si prosciuga.

Questa “culla della civiltà” è ciò che Al-Asadi ha ribattezzato il “Giardino dell’Eden”. Ma gli ecosistemi palustri stanno crollando. Prosciugate dal governo di Saddam Hussein all’inizio degli anni ’90 per punire i ribelli arabi delle paludi che si nascondevano tra i canneti, alcune paludi hanno cominciato a rinvenire nel 2006, dopo la caduta di Saddam Hussein e la gente del posto è tornata a smantellare le dighe con i picconi e con l’aiuto della comunità internazionale. Oggi, le paludi stanno scomparendo di nuovo sotto la pressione cumulativa delle ondate di calore e della siccità alimentate dal cambiamento climatico, nonché della feroce concorrenza per l’acqua tra l’Iraq e i suoi potenti vicini che ne controllano le sorgenti, la Turchia e l’Iran.

“L’acqua è un bene così prezioso, specialmente nelle regioni in cui è così scarsa e dove [la scarsità] sembra peggiorare a causa delle perturbazioni climatiche e dell’aumento del prelievo alla sorgente”, ha affermato Steve Lonergan, professore emerito presso l’Università di Victoria (Canada), che lavora a stretto contatto con Jassim Al-Asadi.

Gli osservatori affermano che la crisi climatica e ambientale dell’Iraq è visibile ben oltre il fertile sud-est, dove laghi e paludi regolano le temperature regionali e prevengono tempeste di sabbia e polvere in una parte altrimenti arida del mondo. I livelli delle acque del Tigri e dell’Eufrate, un tempo imponenti, hanno raggiunto i minimi storici. Ciononostante essi costituiscono la principale fonte di acqua dolce in Iraq. Secondo Oxfam, la scarsità d’acqua è particolarmente devastante per i piccoli agricoltori (Oxfam, 31 marzo 2022, Unfarmed Now, Unihabited When? Agriculture and climate change in Iraq).

Frequenti tempeste di sabbia e polvere alimentate dalla desertificazione e dall’espansione urbana incontrollata colpiscono le città irachene già alle prese con le eredità tossiche della guerra [compresi gli effetti dell’uso di munizioni all’uranio impoverito: sono crescenti i tumori che colpiscono i bambini – ndr]. Il caldo estremo, le precipitazioni imprevedibili, le inondazioni e la siccità hanno avuto conseguenze economiche devastanti per il popolo iracheno (“L’Iraq difende l’ambiente alla COP 27, conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici”, ONU, 6 novembre 2022).

Dopo anni di occupazione, guerra civile e lotta contro Daesh, i successivi governi iracheni sostenuti dagli Stati Uniti non sono stati in grado di soddisfare i bisogni fondamentali dei cittadini, in particolare dei poveri, alcuni dei quali sono stati costretti ad accamparsi in discariche sovraffollate per guadagnarsi da vivere smistando i rifiuti. I rifiuti vengono regolarmente bruciati in Iraq, aggiungendosi all’inquinamento atmosferico da polvere, produzione di petrolio, traffico (camion) e centrali elettriche (a petrolio).

Ricercatore di lunga data sui costi sociali del cambiamento climatico ed ex direttore del programma ambientale delle Nazioni Unite, Steve Lonergan si è recato frequentemente in Iraq dalla metà degli anni 2000 per studiare e far rivivere le paludi. Alla fine ha stretto amicizia con Jassim Al-Asadi ed è il coautore del libro la cui pubblicazione è prevista per l’autunno 2023 (American University Cairo Press), The Ghosts of Iraq’s Marshes: A History of Conflict, Tragedy, and Restoration (“I fantasmi delle paludi irachene: una storia di conflitto, tragedia e riqualificazione”).

“Se si considerano tutti gli aspetti dell’ambiente in Iraq, che si tratti di fognature, acqua potabile o polvere, i problemi sono enormi; non ho mai smesso di stupirmi del caos che regna al governo”, ha dichiarato Steve Lonergan.

Il 1° ottobre 2019, migliaia di persone si sono riunite per sit-in e manifestazioni in piazza Tahrir a Baghdad per protestare contro il governo iracheno afflitto da settarismo e contro l’intervento iraniano. Esasperati dalle interruzioni di corrente e dall’alto tasso di disoccupazione, i manifestanti hanno chiesto diritti fondamentali e servizi pubblici, nonché la fine della corruzione dilagante e del nepotismo nel sistema politico.

La polizia irachena e le milizie iraniane hanno risposto con violenza intensa e lanci di vere munizioni che hanno provocato la morte e il ferimento di molti manifestanti. Le proteste di massa si sono diffuse in tutto il paese in quella che oggi è conosciuta come la Grande Rivoluzione d’Ottobre; queste proteste chiedevano la fine del sistema politico stabilito durante l’occupazione statunitense e hanno ispirato una nuova generazione di attivisti iracheni.

Proteste minori, guidate da giovani, sono scoppiate nell’agosto 2022 nell’area paludosa di Al-Hawizeh, che fa parte delle paludi meridionali del Paese. I manifestanti chiedevano l’accesso alle risorse idriche e la fine della crisi umanitaria causata dalla scomparsa delle paludi. L’esercito e la polizia iracheni hanno reagito con violenza, bloccando l’accesso all’area ed effettuando arresti di massa, secondo il gruppo di attivisti iracheno Workers Against Sectarianism.

Per anni, l’Iraq ha incolpato i vicini Turchia e Iran per i suoi problemi idrici, e giustamente. La Turchia gestisce una rete di gigantesche dighe e bacini idrici che controllano la quantità di acqua che scorre dai fiumi Tigri ed Eufrate alle aree agricole irachene e infine alle paludi. L’Iran controlla anche l’acqua che scorre in Iraq, e tra il 2007 e il 2009 gli iraniani hanno costruito una diga vicino al confine con l’Iraq. Hanno iniziato a prosciugare le paludi settentrionali per l’esplorazione petrolifera, che ha causato tempeste di polvere e sabbia sulle vicine città iraniane, secondo Steve Lonergan.

A febbraio, secondo quanto riferito, i livelli dell’acqua dei fiumi Tigri ed Eufrate sono scesi del 30%, il che ha dato origine a un nuovo ciclo di accuse reciproche nella regione. La Turchia accusa l’Iraq di sprecare acqua con infrastrutture fatiscenti. Steve Lonergan afferma che la cooperazione tra i due paesi si è ridotta a un rivolo nel corso degli anni. “I miei colleghi mi dicono che oggi c’è pochissimo dialogo tra Iran e Iraq, così come tra Iraq e Turchia sull’acqua. A causa di interessi a monte, che si tratti della Turchia o del settore agricolo iraniano, questi paesi non vogliono vedere l’acqua scorrere nelle paludi. Lo considerano uno spreco di acqua”.

L’Iraq sta cercando di affrontare le conseguenze del cambiamento climatico con il sostegno della comunità internazionale. In una recente conferenza sul clima a Bassora, il primo ministro iracheno Mohammed Chia al-Soudani [in carica dal 27 ottobre 2022] ha affermato che il cambiamento climatico ha colpito più di 7 milioni di iracheni e ha annunciato un vasto piano nazionale per combattere la desertificazione e proteggere la diversità biologica.

Il piano climatico iracheno prevede la piantumazione di 5 milioni di palme e alberi nella speranza di migliorare la ritenzione idrica, prevenire tempeste di sabbia e polvere, risparmiare energia e fornire ombra agli abitanti. Il paese spera inoltre di utilizzare l’energia rinnovabile per soddisfare un terzo del fabbisogno energetico dell’Iraq entro il 2030, secondo i rapporti.

Tornati nelle paludi, Jassim Al-Asadi e altri attivisti stanno testando la capacità delle paludi di purificare le acque reflue costituite da effluenti organici come potenziale fonte di acqua per mantenerli in vita. Secondo Steve Lonergan, il pesce non va mangiato – Al-Asadi ha scherzato dicendo che era “pre-condito” – ma è meglio di niente. Gli attuali cicli di siccità non sono di buon auspicio per il futuro delle paludi e dei loro abitanti.

Secondo Steve Lonergan, sono stati probabilmente i contatti internazionali di Al-Asadi e la sua difesa delle paludi a renderlo un bersaglio per il rapimento. Il governo iracheno è noto per la sua corruzione e molti paesi e industrie si contendono l’accesso all’acqua. “La corruzione è un problema che attraversa tutti gli aspetti della vita e colpisce certamente le paludi. Jassim lotta con questo problema, il che lo rende un bersaglio visibile. È saldamente radicato lì – onestamente, ama le paludi, è la sua vita”.

Jassim Al-Asadi è stato rilasciato illeso due settimane dopo il rapimento e ha parlato poco in pubblico se non sul suo account Facebook personale, dove documenta con aria di sfida il suo ritorno nelle paludi irachene. “Mi hanno torturato nel corpo, ma non hanno potuto sottomettere la mia volontà e umiliare la mia anima. Sono tornato al mio ambiente, all’affetto dei miei nipoti e della comunità del clero e alla loro gentilezza”, ha scritto Jassim Al-Asadi in un messaggio tradotto in francese il 27 febbraio.

(Articolo pubblicato sul sito web di Truthout, 20 marzo 2023; traduzione di A l’Encontre)

1 Ecco l’elenco dei principali strateghi che hanno organizzato questa invasione con effetti veramente criminali e dei giornalisti che hanno “convalidato” l’operazione: oltre a Bush e Dick Cheney, possiamo citare Donald Rumsfeld, Colin Powell, John Bolton, Condoleezza Rice, Joe Biden, David Frum, David Brooks, Jeffrey Goldberg, Judith Miller. Una esame delle loro carriere post-2003 è stata compilata da Jon Schwarz sul sito web The Intercept il 15 marzo 2023.

2 Adel Bakawan è l’autore di Iraq, a century of bankruptcy pubblicato da Tallandier nel 2021.

3 Myriam Benraad è curatrice de L’Irak par-delà toutes les guerres, idées reçues sur un État en transition

(“L’Iraq al di là di tutte le guerre, idee su uno stato in transizione”), ripubblicato da Editions du Cavalier bleu nel 2023.

Il pungolo rosso

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