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Piazza della Loggia

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(29 Maggio 2012) Enzo Apicella
Piazza della Loggia: nessun colpevole. Lo Stato assolve sè stesso

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(11 Maggio 2023)

Quello strano giorno delle “Vittime del terrorismo”

mattarella

Tra le varie ipocrisie che si celano dietro la creatività idealistica della filosofia del diritto pubblico borghese alcune hanno la capacità dell’acme grottesca. Questa discutibile qualità sicuramente caratterizza anche l’ennesima “giornata” di un “ricordo”. Il 9 maggio è diventato il giorno delle “vittime del terrorismo” che, in realtà, si traduce mediaticamente e istituzionalmente, nell’essenziale, nella commemorazione di Aldo Moro. In qualche servizio televisivo può accadere anche di imbattersi in una citazione dell’assassinio del compagno Peppino Impastato a mò di “par condicio”, ma con la figura della vittima resa politicamente accettabile dalla borghesia, resa cioè una spoliticizzata “vittima di mafia”. E’ bene, però, ricordare che Moro fu deliberatamente abbandonato da quel “fronte della fermezza” che si oppose ad ogni apertura (cercata persino dai brigatisi accortisi della loro debolezza politica) per liberarlo. Un Moro che nelle ultime ore di vita aveva rotto con la stessa DC. Ma per tutti i gli amanti della dietrologia, che pensano che il sequestro Moro sia stato realizzato per impedire l’entrata del PCI al governo (un governo borghese, ndr), ricordiamo che poche ore dopo il rapimento in quel 16 marzo 1978, a tempi di record nella storia repubblicana, fu costituito l’Andreotti-quater con l’entrata in maggioranza del PCI, al quale fu in parte delegato il ruolo di consulente nella politica del ministero degli Interni e che fu il perno del “fronte della fermezza”.

E’ inevitabile che con questo registro politico nel discorso di Mattarella non ci sia stato spazio se non per i colpiti dal “terrorismo rosso”. Nel suo discorso al Quirinale il presidente della Repubblica ha clamorosamente “obliato” di citare le stragi di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia a Brescia, della stazione di Bologna, del Rapido 904, l’uccisione dei compagni vittime di spedizioni fasciste o della repressione di Stato nell’esercizio del diritto a manifestare (a proposito della retorica sulla legalità costituzionale recitata come un mantra dal Mattarella), le stragi e le “strane storie” delle azioni della Uno bianca o della Falange armata ecc.
Eppure proprio dalla strage del 12 dicembre 1969 è partita la stagione del terrorismo, quello della borghesia attraverso lo stragismo di Stato e il ricorso operativo all’organizzazione neofascista e mafiosa. La borghesia italiana ha risposto al biennio di eccezionali lotte operaie-studentesche del 1968-69 nella maniera più virulenta. E come tale ha proseguito negli anni successivi alternando e differenziando i suoi comportamenti politici a seconda dei fronti contingenti.

L’opzione lottarmatista assunta da esigue minoranze dell’avanguardia di classe, che fu tra gli effetti dell’assenza di un partito rivoluzionario capace di impatto di massa per incanalare verso una prospettiva di governo dei lavoratori l’enorme spinta di lotta, non può essere disgiunta dal contesto politico che l’ha provocata. Del resto il terrorismo “rosso” non è ricorso alle stragi di massa come il terrorismo fascista, ma ha sempre mirato al bersaglio circoscritto del singolo “obiettivo-propaganda” autogiustificando la propria presenza, all’inizio, come preparazione al fronteggiamento dell’imminente golpe. L’inevitabile fallimento dell’opzione lottarmatista, ed il suo prodotto deleterio sull'agibilità di azione del movimento operaio in piena forza seppur già sulla difensiva, non poteva che generare distorsioni autorefenziali e deformazioni di cognizione politica dovute all’isolamento dal movimento reale della classe (vedi caso Guido Rossa).
Ma l’attività repressiva dello Stato borghese non è affatto rimasta “sul terreno della legalità costituzionale” come ha detto Mattarella. Dall’impiego delle torture sui prigionieri brigatisti (e non solo) e le esecuzioni sommarie negli scontri a fuoco, al ripristino legale di percorsi processuali attinti direttamente dal tribunale speciale fascista, l’utilizzo della “lotta al brigatismo” per colpire e destrutturare l’avanguardia proletaria.

Quelli che vengono etichettati nella storiografia ufficiale come “anni di piombo” furono in realtà anni eccezionali di lotta di classe anticapitalistica, di massa, operaia, studentesca, femminista, per la casa, un moto che attraversò uno spettro sociale ampio di settori che si scoprirono subalterni al capitale, come le figure professionali tecniche, mediche e sanitarie, persino giuristi e personale delle forze armate in servizio permanente. L’emergere del movimento di liberazione omosessuale e di quello ecologista. Una creatività artistica e culturale ad oggi non eguagliata. Tutti ispirati, orientati, più o meno direttamente, dalla capacità di protagonismo politico del movimento operaio, autentico dato strutturale centralizzatore della contestazione sistemica al regime democristiano, alla dominazione di classe borghese, al capitalismo.
Disarticolare, indebolire, demolire questo blocco popolare anticapitalistico, era la necessità improrogabile per la borghesia.

Suona davvero come un’amara beffa il fatto che sia l’attuale presidente del Consiglio, quella Giorgia Meloni nata e cresciuta proprio nell’incubatrice politica del Movimento Sociale Italiano degli Almirante e dei Rauti, il partito additato dal movimento democratico popolare di massa di allora come la cupola legale dei fascio-stragisti protetti dagli apparati di Stato, ad esaltare quella formula di governo di “unità e coesione per sconfiggere il terrorismo” realizzata effettivamente dalla partecipazione del PCI alla compagine governativa nella “solidarietà nazionale”, che avviò quella stagione di austerità e di sacrifici scaricati sulle spalle della classe operaia e lavoratrice per ristrutturare il capitalismo italiano in crisi, aprendo così le porte alla fase storica di sconfitte, arretramenti e perdita di conquiste ottenute nel decennio precedente.
Facciamo propria l’impostazione che il Gruppo Bolscevico-Leninista (per la Quarta Internazionale), un’organizzazione antesignana del PCL, sosteneva all’epoca: “Contro lo Stato borghese, sempre e comunque, nonostante il brigatismo”.

PCL Friuli – Venezia Giulia

Partito Comunista dei Lavoratori Friuli Venezia-Giulia

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