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Salario minimo e profitto massimo

(13 Luglio 2023)

piattaforma comunista

I principali partiti borghesi, liberali, populisti e riformisti, che conducono un’opposizione di facciata al governo Meloni (PD, M5S, Azione, +Europa, Verdi e Sinistra Italiana) hanno presentato alla Camera il 4 luglio 2023 una proposta di legge sul salario minimo.

Alfieri dello “spirito europeista”, essi si prodigano nella traduzione ad uso interno delle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea, come quella adottata lo scorso ottobre sui “salari minimi adeguati” nella UE.

La proposta di legge indica in 9 euro lordi l’ora (circa 6 euro netti) la soglia minima salariale inderogabile stabilita dal contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL). Una commissione composta dai rappresentanti del governo, delle associazioni dei capitalisti e dei sindacati ufficiali, avrà il compito della valutazione e dell'aggiornamento annuale del trattamento economico minimo orario.

I padroni dei settori “meno sviluppati dal punto di vista sociologico” (un eufemismo per designare i più avidi sfruttatori) che dovranno adeguare i minimi salariali saranno aiutati grazie a un sussidio temporaneo a carico del bilancio pubblico, ovvero a carico degli stessi lavoratori dipendenti.

Se la legge sarà approvata essa entrerà in vigore dopo l’approvazione della legge di bilancio 2024, nei fatti nel 2025, concedendo così un’ampia finestra per gli aggiornamenti contrattuali.

Si impongono alcune osservazioni sul contesto da cui emerge questa proposta di legge e sui suoi contenuti di classe.

Il crescente immiserimento delle masse lavoratrici

Si tratta di un fenomeno ineliminabile sotto il capitalismo, ampiamente constatabile nel nostro paese. Il capitalismo conduce ad un continuo peggioramento delle condizioni di vita del proletariato, al progressivo impoverimento delle larghe masse dei lavoratori.

In Italia, secondo le statistiche ufficiali, i lavoratori dipendenti con un trattamento minimo orario contrattuale sotto i 9 euro sono circa 2,8 milioni. Oltre ai contratti da fame vanno considerati come cause di supersfruttamento: il lavoro nero e irregolare, i numerosissimi contratti-pirata, la differenza salariale a cui sono soggette le lavoratrici, la precarietà e la discontinuità dei rapporti di lavoro, il part-time involontario, il lavoro domestico, le false cooperative e il falso lavoro autonomo, i tirocini, gli stage, etc. Nel complesso oltre 4 milioni di lavoratori, specie giovani e donne.

Sui salari che esprimono alti livelli di sfruttamento e permettono l’estorsione di enormi quantità di plusvalore da milioni di proletari di tutti i settori lavorativi, incide in modo pesante l’inflazione che negli ultimi anni ha raggiunto il 20% sui generi alimentari e di prima necessità per lavoratori e lavoratrici, oltre al rincaro di bollette, affitti e mutui.

Mentre aumenta il carovita, il salario degli operai cresce molto più lentamente di quanto si elevino le spese che la forza-lavoro sopporta. Accanto alla riduzione della parte del reddito sociale che spetta ai proletari, la ricchezza dei capitalisti cresce invece con una rapidità vertiginosa.

La “riforma sociale” presentata alla Camera non elimina questo contrasto (come non lo elimina il “reddito di cittadinanza”), non rovescia la tendenza generale del modo di produzione capitalistico che procede in una sola direzione: quella della concentrazione ad un polo della società di immense ricchezze, del lusso, del parassitismo, degli sprechi; mentre all’altro polo si intensificano sempre più lo sfruttamento e l’oppressione, diminuiscono i salari reali e crescono la povertà, la disoccupazione e il precariato.

Salari e profitti rimangono, dopo la legge proposta così come prima di essa, in proporzione inversa. I primi rimangono inchiodati al livello di mera sussistenza, mentre i secondi possono aumentare a dismisura.

“Al di sotto del salario minimo c’è sfruttamento”: questo proclamano le cosiddette opposizioni parlamentari. È una menzogna spudorata: lo sfruttamento è insito nel lavoro salariato che implica l’estorsione del plusvalore per via dei rapporti capitalistici di produzione. Naturalmente più è basso il salario e più sono alti i profitti.

Se la legge non tocca minimamente il meccanismo dell’accumulazione capitalistica che condanna gli operai alla miseria, essa però mira ad abbellire il modo di produzione vigente sostenendo che il lavoratore sfruttato nel sistema attuale possa ricevere una “retribuzione complessiva sufficiente e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro prestato”. È la vecchia utopia riformista spacciata da coloro che garantiscono l’inviolabilità assoluta dei principi della proprietà privata capitalista e raccomandano la collaborazione fra le classi

I “difensori dei lavoratori”, il governo e i padroni

I deputati che hanno presentato il progetto di legge sul salario minimo hanno forse coinvolto la classe operaia e i lavoratori, su una questione che li riguarda direttamente? Hanno forse chiesto la loro opinione sull’ammontare del salario minimo legale? No, la loro commissione si è riunita in maniera “strettamente riservata”. Hanno ascoltato i vertici sindacali confederali che non vogliono organizzare nessuna seria lotta per l’aumento dei minimi tabellari, per recuperare il potere d’acquisto perso dai salari.

D’altra parte, i “difensori dei lavoratori” che hanno presentato la legge, sono gli stessi che fino a poco tempo fa negavano la necessità di una legge sul salario minimo in presenza della contrattazione collettiva nazionale, egemonizzata peraltro da quella burocrazia sindacale che con la sua linea collaborazionista ha contribuito a determinare il calo dei salari a beneficio dei profitti.

Sono gli stessi che quando c’erano i presupposti politici per varare una legge pallidamente riformista sul salario minimo non hanno fatto nulla. Ora – fattisi paladini della recente direttiva europea in materia - si atteggiano a protettori dei working poor, ma in realtà il loro intendimento è frenare e deviare la lotta generale per l’aumento dei salari.

Il governo di estrema destra ha già detto di essere contrario alla proposta. Meloni ha ribadito che preferisce lavorare per «favorire una contrattazione collettiva sempre più virtuosa, investire sul welfare aziendale, agire su agevolazioni fiscali e contributive, stimolare i rinnovi contrattuali». Al servizio dei padroni, pur di non concedere ai lavoratori più poveri neanche le briciole, alterna le tirate contro l’”Europa” alla demagogia neocorporativa per ingannare i lavoratori.

Confindustria, che a parole si è proclamata “non contraria” al salario minimo legale perché sa che la compressione salariale, in un contesto fortemente inflattivo, può essere fattore di mobilitazione operaia, sostiene che il provvedimento di legge è quasi inutile, minimizzando nelle sue statistiche la quota delle retribuzioni più basse.

Dei padroni non ci si può mai fidare. Infatti dietro il salario minimo legale si scorge un grave pericolo: nei settori ove i salari siano superiori al minimo di legge i capitalisti potranno disdettare o non firmare più i CCNL (oppure firmarli a 9 euro lordi l’ora), schiacciando verso il “minimo legale” i salari di tutti i lavoratori.

In ogni caso, una norma sul salario minimo senza un potente e organizzato movimento sindacale di classe, senza l’estensione dell’efficacia dei CCNL a tutti i lavoratori delle categorie interessate, dopo che siano stati approvati attraverso norme e procedure democratiche - che eliminino il monopolio della rappresentanza dei sindacati firmatutto e impediscano la pirateria contrattuale dei sindacati di comodo - rischia di diventare un mezzo per abbassare il monte globale dei salari.

Proprio l’esperienza compiuta dai lavoratori di altri paesi (ad es. Spagna, Germania) dimostra che le leggi sul salario minimo non hanno affatto tutelato gli operai non garantiti da un salario adeguato previsto dai CCNL e nemmeno hanno assicurato uno standard di vita dignitoso. Il salario minimo è spesso considerato un "tetto" salariale piuttosto che una "base".

I tempi duri richiedono una lotta dura e organizzata per il pane, il lavoro, la pace!


La determinazione del livello del salario reale viene decisa soltanto dalla lotta accanita tra capitale e lavoro, dunque rimanda alla questione dei rapporti di forza fra borghesia e proletariato.

Perciò è necessario ricostituire un movimento sindacale di classe indipendente e militante, eleggere organismi operai nei luoghi di lavoro, nei distretti industriali, nei territori che denuncino i tradimenti della burocrazia sindacale e prendano nelle loro mani la lotta contro l’intera classe dei capitalisti e il suo Stato; perciò è indispensabile ricostruire il Partito comunista per dirigere la lotta per l’emancipazione del proletariato, ponendo fine al sistema del lavoro salariato. È questo un compito di primaria importanza!

Per cancellare i salari da fame servono la lotta e l’organizzazione, non la letale illusione che un parlamento dominato dalla reazione borghese possa interessarsi alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Ciò che la borghesia e i suoi rappresentanti politici vogliono non è l’aumento delle paghe da fame, ma la difesa ad oltranza del massimo profitto, perciò vogliono scongiurare con tutti i mezzi l’avvio di una reale mobilitazione di massa.

Non basta il salario minimo proposto - che per migliorare decisamente la situazione di milioni di proletari dovrebbe essere di importo assai superiore, protetto dall’inflazione con il meccanismo di rivalutazione automatica e totalmente a spese dei profitti.

Questo va oggi rivendicato, mentre occorre esigere con l’unità di lotta di tutti gli sfruttati forti aumenti salariali generalizzati, a cominciare dalle categorie e dai livelli peggio pagati!

Combiniamo la lotta per il salario, per la difesa dell’occupazione, contro la precarietà e l’aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, alla lotta contro la guerra imperialista che ci impone sempre maggiori sacrifici, tagli ai servizi sociali, rafforzamento del militarismo e maggiore repressione; leghiamo entrambe alla lotta politica rivoluzionaria per liquidare il moribondo sistema che si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Solo così si potrà mettere fine all’arricchimento dei parassiti borghesi ed all’impoverimento delle masse lavoratrici.

Luglio 2023

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

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