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Eric Hobsbawm

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(2 Ottobre 2012) Enzo Apicella
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IL CERVELLO DELLA PASSIONE

(17 Luglio 2023)

Condividiamo un nostro articolo pubblicato sul n. 112 di Prospettiva Marxista

Il cervello della passione 2

Viviamo in uno strano mondo.

Un mondo in cui la morte, o anche soltanto la cattività di un orso bruno smuove le coscienze e commuove gli animi sensibili, mentre l’inedia, la tortura, l’ipotermia o l’annegamento di decine di migliaia di esseri della nostra stessa specie non turbano la serenità dei nostri sonni.

Viviamo in un mondo nel quale c’è chi si batte perché sia garantito il diritto alla libera circolazione ad un ursus arctos – in un ambiente profondamente umanizzato, e che non è più a misura d’orso da qualche migliaio d’anni – mentre lo stesso diritto viene negato all’homo sapiens.

Viviamo in un mondo nel quale c’è chi spende tempo, denaro, energie nella pianificazione, nell’organizzazione e nel dispiegamento di manifestazioni per liberare dalla prigionia un orso, mentre nelle gabbie per migranti in Libia si rinchiudono e seviziano uomini, donne e bambini, che, quando riescono ad evitarli, troppo spesso vengono masticati dal mare, che ne rigurgita i resti ormai prosciugati d’ogni alito di vita sulle nostre coste.

Viviamo in un mondo in cui vengono mobilitate risorse gigantesche per soccorrere una manciata di milionari in cerca di emozioni forti che si immergono per turismo negli abissi dell’Atlantico – a contemplare lo spettrale sepolcro di centinaia di migranti di “terza classe” ai quali più di cento anni fa venne negato un posto sulle poche scialuppe prenotate da un’altra manciata di milionari – mentre non si ritiene una priorità sprecare un milionesimo di quelle risorse per evitare che settecento migranti, settecento esseri umani senza volto e senza nome, che hanno venduto ogni loro avere per “andarsela a cercare” in Europa, in gran parte rinchiusi nelle stive, anneghino come topi a pochi chilometri dalla costa greca.

Viviamo in un mondo in cui c’è chi possiede tanta empatia da riuscire ad immedesimarsi in un plantigrado, o in un milionario, mentre fatica – o non riesce affatto – a sentire il grido d’aiuto della specie umana.

Tuttavia, se non si contestualizzasse, se non ci si domandasse che cosa produce questa particolare forma di sordità in ogni sazia metropoli di un mondo imputridito imperialisticamente, la critica rivoluzionaria non si differenzierebbe dalla vana indignazione del moralista.

La teoria marxista permette non soltanto di comprendere il processo di estraneazione dell’uomo dal suo essere generico ma anche di individuarne le cause nella società divisa in classi arrivata al suo apice. È il metodo marxista applicato ad ogni aspetto della realtà sociale che impedisce ogni assuefazione a quei quotidiani oltraggi che, nonostante la loro ingiustificabilità, assumono la fisionomia di fenomeni naturali, immutabili, fatali, normali, per evitare i quali poco o nulla rimane da fare.

Chi sono i migranti, se non un’entità astratta che diventa concreta solo quando minaccia – o ci si convince che possa minacciare – le nostre condizioni di vita?

Quanto è più riposante provare dell’autentico affetto per l’animale domestico o selvatico, per il tenero orsacchiotto o per gli animali in generale, a cui attribuire una “personalità” che non è, in linea di massima, nient’altro che il riflesso della nostra?

Quanto è più facile trasfondere negli animali quelle caratteristiche umane che una società divisa in classi che alimenta la guerra di tutti contro tutti ci impedisce di riconoscere nei nostri simili?

Persino la tendenza della nostra specie ad umanizzare tutto ciò che la circonda risulta pervertita da una società che ci impone di de-umanizzare noi stessi raggiungendo il culmine dell’alienazione[1].

Nulla è più lontano dal marxismo del “moralismo”, eppure, la critica rivoluzionaria non può essere separata da una risoluzione etica, che è figlia di questo mondo anche quando non coincide con la morale dominante.

Se siamo comunisti rivoluzionari, è perché in un modo o nell’altro la nostra emotività è stata turbata dal mondo in cui viviamo. È perché la società mercantile che permea ogni aspetto della nostra esistenza ha suscitato in noi qualche forma di ripulsa, di tristezza, di malessere, di rabbia.

Non esiste sollecitazione registrata dal nostro cervello che non abbia un riflesso emotivo. Ma ciò che ha impedito ai nostri individuali riflessi emotivi di soccombere sotto il fuoco di fila delle suggestioni ideologiche con le quali il mondo borghese tende a incanalarli verso la negazione, l’adeguamento e la rassegnazione (che rendono più sopportabile l’esistenza allentando la tensione), ciò che ha impedito a queste suggestioni di prevalere sulle nostre pulsioni e di indirizzarle verso il nobile quanto sterile impegno a lenire le piaghe sociali senza intervenire sulle loro cause, o peggio, verso l’impegno per la difesa e la conservazione dello status quo, è stata l’esistenza di una scienza sociale rivoluzionaria, la teoria marxista, il cui incontro – casuale per ciascuno e tuttavia necessario alla scala sociale – ha permesso alla nostra sensibilità sotto stimolo di risultarne rafforzata, inquadrata, armata.

La passione è ciò che ci commuove, ci smuove e muove, ma reagire a questi stimoli significa essere socialmente predisposti ad accogliere questa interazione, significa che la società, il nostro ambiente sociale, le casuali circostanze formative del nostro sviluppo all’interno dei rapporti sociali dati, ci hanno forniti di un’elementare griglia di “valori” che stabilisce ciò che intuitivamente consideriamo “giusto” o “ingiusto”[2].

La scienza sociale rivoluzionaria, la teoria marxista, dando consapevolezza ad una scala di valori intuitiva determinata nei modi più disparati dal nostro essere sociale, la approfondisce. Solo allora il “giusto” acquisisce quel carattere razionale che possedeva senza che ne fossimo consapevoli, e con questa acquisizione non cessa di essere giusto, semmai lo diventa ancora di più.

In alcuni casi, quindi, questa scala di valori intuitiva possiede quella forza propulsiva necessaria a cercare di darle un fondamento scientifico, impedendo così che rimanga vincolata dal carattere normativo aprioristico tipico delle morali trascendentali in circolazione. Un carattere normativo, quello di queste ultime, determinato dalla comprensione storicamente approssimativa dell’interesse individuale e collettivo, e che imponeva di postulare una sua provenienza superumana per poter essere universalmente accettato.

I comunisti sarebbero dunque dei “moralisti” nel senso comune del termine? Niente affatto. Ma il materialismo non si ferma davanti a parole trasformate in feticci o in spauracchi.

Nel suo significato comune, “moralismo” non può voler dire altro che introduzione del carattere normativo della morale borghese nella lotta rivoluzionaria. L’unica normatività di una morale proletaria, di una morale comunista, è quella rappresentata dall’obbligo della ricerca e del perseguimento dei mezzi necessari al raggiungimento dei fini che oggettivamente e storicamente sono posti alla classe operaia. Mezzi che sono determinati da quegli stessi fini e che possono essere individuati e perseguiti solo mediante la coscienza teorica di classe.

I comunisti non possono soffocare o negare la spinta etica che ha permesso loro di incontrare la teoria marxista. È quanto pretendono le roboanti e vacue pose nietzschiane di certi “marxisti”, così come uno schema positivista incapace di comprendere materialisticamente come ogni aspetto dell’esistente possieda una propria razionalità – anche ciò che viene comunemente ed erroneamente chiamato “irrazionale” – che non sempre coincide con la logica formale, e che il rifiuto precosciente dello stato di cose esistente è esso stesso determinato dallo stato di cose esistente, possedendo dunque la sua intrinseca razionalità. Al contrario, i comunisti devono conservare con estrema cura il fuoco della propria passione e trarne il massimo di energia possibile, dominandolo e persino alimentandolo con la consapevolezza, come il caldo nocciolo nella solida struttura di un reattore nucleare. Devono trasformare il rifiuto precosciente in rifiuto cosciente.

D’altronde, come precisò Marx – che fece propria la battaglia degli oppressi ben prima di cogliere scientificamente la natura della loro oppressione e che anzi fu in grado di coglierla proprio perché aveva scelto il proprio schieramento nella guerra sociale – «la critica non è una passione del cervello», la teoria non è mai stata un trastullo intellettuale, «essa è il cervello della passione»[3].

Non si comprende che questo mondo deve essere rovesciato se non lo si vuole rovesciare. La passione è dunque un presupposto necessario di ogni comprensione della società che non voglia rimanere accademica. Necessario, per quanto non sufficiente. In questo senso la passione, l’etica comunista, è imprescindibile elemento teorico.

Non si diventa militanti rivoluzionari perché affascinati dall’interna coerenza o dall’armoniosa sistematicità del marxismo. Il godimento estetico, che il marxismo può procurare a chi lo esibisce in punta di forchetta tra una portata e l’altra di una cena tra amici colti o con una citazione ad effetto dallo scranno di una cattedra, è un pilastro troppo sottile per sorreggere una vita che contempli l’impegno costante, la disponibilità al sacrificio dei propri piaceri, delle proprie ambizioni individuali, delle proprie abitudini e comodità, o, quando necessario, la messa a rischio della propria incolumità. Un impegno e una disponibilità che costituiscono la vita del militante rivoluzionario qui ed oggi, non solo alla scadenza dei terribili appuntamenti che il capitalismo fissa nell’agenda storica. Naturalmente, non esiste alcuna garanzia che domani ciascuno di noi non si ritirerà dal proprio posto di battaglia, ma non è certo con la promessa di metterci in gioco “quando servirà” che ci guadagneremo quel posto.

Se vogliamo un mondo diverso è perché questo non ci soddisfa; è perché in questo non viviamo bene – quale che sia il grado di benessere materiale di cui godiamo –; è perché l’arroganza e la prepotenza dei padroni della terra alimenta la nostra ira; è perché non sopportiamo che osino chiamare “merito” il loro privilegio e che giustifichino con presunte qualità – che posseggono solo nella misura in cui le comprano – la loro posizione sociale; è perché siamo stanchi di sentir definire “ideali” la vernice brillante con cui ricoprono la muffa dei loro più sordidi interessi; è perché lo spettacolo della servile adulazione dei potenti ci ripugna; è perché la morte per fame anche di un solo essere umano in un mondo che produce cibo per tutti ci sembra una morte di troppo; è perché la perfetta salute e prestanza fisica degli abbienti, contrapposta allo sfacelo fisico di chi è costretto a nutrirsi di porcherie a basso costo o a non nutrirsi affatto, ci offende; è perché sentiamo l’umiliazione degli oppressi e degli sfruttati come uno sputo sul nostro stesso viso; è perché la prospettiva della vittoria a fianco degli sconfitti di sempre scalda il nostro cuore e rafforza la nostra determinazione più di quanto farebbe un vantaggioso posto di guardia sui bastioni del privilegio; è perché vogliamo dimostrare che i “forti” sono legittimati a considerarsi tali solo fintanto che i cosiddetti “deboli” non prendono coscienza della loro forza; è perché non vogliamo più vedere milioni di proletari uccisi, mutilati e traumatizzati in guerre le cui motivazioni si scrivono: nazione, razza, fede, libertà, democrazia, e si leggono: concorrenza, mercati, sfere d’influenza, investimenti, profitti; è perché vogliamo che ciascun membro della specie umana sia libero di raggiungere ogni angolo di un pianeta senza visto, senza essere ostacolato da confini e recinzioni, da muri e fossati, senza rischiare di crepare percorrendo una strada più pericolosa perché qualcuno trova conveniente sbarrargli quella più facile e sicura.

Per questo, e per molto altro, siamo comunisti: per una confluenza di spinte materiali ed emotive che solo lo studio e la comprensione della teoria marxista può trasformare in azione rivoluzionaria.

Se, come ebbero a scrivere Marx ed Engels parafrasando il materialista francese Helvétius, «l’interesse bene inteso è il principio di ogni morale»[4] allora la comprensione scientifica dell’interesse storico del proletariato, il perseguimento di questo interesse, è morale, è giusto. Non in assoluto, non in eterno, ma relativamente a chi si pone dal “punto di vista” di questo “interesse” di classe; e fintanto che la limitatezza classista di questo interesse non abbia cessato di esistere, una volta estirpate le radici della sua esistenza.

Non esiste nella società classista una morale che “trascenda” la divisione in classi, esistono tuttavia diverse morali di classe, tra le quali una soltanto si pone oggettivamente e storicamente in direzione di una morale unitaria della specie: la morale in sintonia con le esigenze della classe che è oggettivamente chiamata a rovesciare questo sistema sociale, ad abolire la divisione della società in classi e ad unificare la specie umana; la morale che prima produce la nostra esigenza di comprendere e che risulta poi anche come prodotto di quella medesima comprensione; la morale che, dal punto di vista dell’etica borghese dominante, rappresenta il “male” perché insidia l’ordine, o meglio il disordine, capitalistico; la morale che approva tutto ciò che conserva, sviluppa, migliora la vita della specie, mentre rifiuta ciò che la sminuisce, la peggiora, la rovina, la mette in forse; la morale del proletariato, la nostra morale comunista.

NOTE

[1] «Soltanto sé stesso l’uomo può amare negli oggetti che egli ama; soltanto verso sé stesso può sentire affezione negli esseri della sua specie» Holbach, citato da Marx ed Engels ne La sacra famiglia, 1844, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1992, Vol. IV, p. 147.

[2]
Da materialisti non possiamo che rifiutare il determinismo biologico positivista e riteniamo che i comportamenti dell’uomo abbiano cessato da un pezzo di essere determinati da cosiddetti “istinti” e che siano il prodotto del vivere stesso dell’uomo in società. Quindi socievolezza, solidarietà, altruismo, spirito di sacrificio e dedizione ad una causa che trascenda l’interesse individuale in quello collettivo hanno poco a che fare con l’istinto inteso come innatismo e molto a che fare con l’essere sociale e con la propria collocazione all’interno dei rapporti sociali.

[3] K. Marx, Introduzione a Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1844, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1976, Vol. III, p. 192.

[4] Si ricordi che per Marx ed Engels «il comunismo sviluppato muove direttamente dal materialismo francese», e che «i comunisti francesi più scientifici, Dézamy, Gay, sviluppano, come Owen, la dottrina del materialismo in quanto la dottrina dell’umanismo reale e in quanto la base logica del comunismo». K. Marx – F. Engels, La sacra famiglia, 1844, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1992, Vol. IV., pp. 145-146.

Circolo Internazionalista "coalizione operaia"

Fonte

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